[904] Lupus Protospata, in Chron.
[905] Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 25.
[906] Romualdus Salernit., Chron., tom. 7 Rer. Italic.
[907] Antiquit. Italic., tom. 1, pag. 253.
[908] Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 38.
[909] Arnulfus Hist., Mediol., lib. 3, cap. 18.
[910] Puricellius, de SS. Arialdo et Herlembaldo.
[911] Acta Sanctorum Bollandi, ad diem 27 Junii.
[912] Mabill., Saecul. Benedict., VI, P. II.
[913] Sigebertus, in Chron.
[914] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[915] Adam Bremensis, Hist., lib. 3, cap. 37.
Anno di CRISTO MLXVII. Indizione V.
ALESSANDRO II papa 7.
ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 12.
Non men che Milano era in confusione la città di Firenze in questi
giorni a cagion de' monaci vallombrosani, che sosteneano aver _Pietro_
da Pavia _vescovo_ conseguita quella chiesa coll'aiuto della regina
pecunia. Per mettere fine a sì lunga dissensione che avea già partorito
varii scandali, ebbero le parti ricorso a san _Giovanni Gualberto_. Fece
egli quanto fu in sua mano per indurre il vescovo a confessare il suo
fallo; ma indarno. Propose dunque la sperienza ossia il giudizio del
fuoco: che allora simili modi di tentar Dio non erano vietati, anzi
parea talvolta che Dio gli autenticasse coi miracoli. Questa sregolata
pruova nondimeno non avea voluto concedere nell'anno antecedente papa
_Alessandro II_ in occasione di visitar la Toscana. Comandò dunque
l'abbate san Giovanni Gualberto che un suo monaco dabbene, appellato
Giovanni, passasse pel fuoco, e con tal pruova chiarisse se Pietro era
simoniaco sì o no. A due cataste di legna preparate per tal funzione fu
attaccato il fuoco, ed allorchè era ben formato ed alto il fuoco,
animosamente vi passò per mezzo il monaco Giovanni, co' piedi nudi senza
nocumento alcuno, e senza che neppur restasse bruciato un pelo del suo
corpo. Il fatto prodigioso si vede descritto del popolo fiorentino in
una lettera[916] a papa Alessandro, riferita anche dal cardinal
Baronio[917], il quale giudicollo accaduto nell'anno 1063. Ma il padre
Mabillone[918] scoprì con altre memorie che tal pruova accadde nel mese
di febbraio nel mercordì della prima settimana di quaresima dell'anno
presente, in cui la Pasqua cadde nel dì 8 di aprile. Il vescovo Pietro
si sa che, preso l'abito monastico, in quello piamente terminò i suoi
giorni; e che il monaco Giovanni fu dipoi creato cardinale e vescovo
d'Albano, appellato da lì innanzi _Giovanni igneo_, quasi uomo di fuoco,
e adoperato dalla santa Sede in ambascerie di grande importanza.
Tuttavia durava l'ostinazion dell'antipapa Cadaloo, e se non potea far
più guerra coll'armi al legittimo pontefice Alessandro II, gliela facea
colla disunione delle chiese, seguitando alcuni vescovi, spezialmente
_Arrigo arcivescovo_ di Ravenna, a sostenere la di lui fazione. Per
terminare questa abbominevol gara, e per salvare con qualche apparenza
il decoro della corte germanica, fu data l'incumbenza ad _Annone
arcivescovo_ di Colonia di venire in Italia[919]. Passò egli por
Lombardia e Toscana a Roma senza fermarsi, e quivi ammesso all'udienza
del papa, in presenza de' cardinali, con aria mansueta e modesta disse:
_Come mai, o confratello Alessandro, avete voi ricevuto il papato senza
ordine e consentimento del re mio signore? Lungo tempo è che tale
licenza s'ottiene dai re e principi_. E qui cominciando dai patrizii dei
Romani e dagl'imperadori, alcuni ne nominò, per ordine e consenso de'
quali erano saliti gli eletti sulla sedia di san Pietro. Allora saltò su
il _cardinal Ildebrando_ arcidiacono coi vescovi e cardinali, e disse
all'arcivescovo, che, secondo i canoni, non era permesso ai re d'aver
mano nell'elezione de' romani pontefici, e addusse molti testi dei santi
Padri, e massimamente l'ultimo decreto di papa Niccolò II sottoscritto
da cento tredici vescovi, di maniera che l'arcivescovo restò, o mostrò
di restar soddisfatto: benchè veramente neppur fosse stato osservato il
decreto d'esso Niccolò pontefice. Dopo di che pregò il papa di voler
tenere per questa causa un concilio in Lombardia, per quivi giustificar
pienamente l'elezione sua. Il che, quantunque paresse contro il costume,
e contrario al decoro d'un romano pontefice, tuttavia, considerata la
cattiva costituzion de' tempi, e per desiderio di dar la pace alla
Chiesa, fu accordata e scelta la città di Mantova per celebrarvi il
concilio. Che in quest'anno fosse il medesimo celebrato, e non già nel
1064, come altri ha creduto, l'hanno già dimostrato Francesco Maria
Fiorentini[920] e il padre Pagi[921] coll'autorità di Sigeberto e di
Landolfo juniore storico milanese. Egli è da dolersi che non sieno
giunti fino a' dì nostri gli atti di quel concilio. Pure sappiamo che
v'intervennero tutti i vescovi di Lombardia, eccettochè Cadaloo, il
quale, benchè ne avesse ordine dall'arcivescovo di Colonia, non ardì di
presentarsi a quella sacra assemblea, dove il pontefice Alessandro II
talmente provò la legittimità della sua elezione e rispose alle calunnie
inventate dai malevoli contra di lui, che i vescovi di Lombardia, di
suoi avversari che erano prima, gli diventarono amici ed ubbidienti. Fra
le altre cose, quei che veramente in Lombardia erano rei di simonia,
aveano opposto il medesimo vizio all'elezione di lui. Lo attesta anche
Landolfo seniore[922], ma con una man di favole, che non occorre
confutare, perchè smentite dall'evidenza. Il papa, secondo il costume
dei suoi predecessori, si purgò di questa taccia col giuramento; e
bisogno neppur ve n'era, perchè egli fu papa di somma virtù e di raro
zelo contro la simonia, ed eletto spezialmente per cura del cardinale
Ildebrando, cioè del maggior nemico che si avesse mai quell'esecrabil
vizio. Restò dunque atterrato Cadaloo, il quale nondimeno, per
testimonianza di Lamberto[923], finchè visse, non volle mai cedere
all'empie sue pretensioni.
Da Mantova passò papa Alessandro alla sua patria Milano, dove si studiò
di riformar gli abusi per quanto potè, e di metter pace fra il clero e
popolo. A tal fine quivi lasciò, oppure mandò due cardinali[924], cioè
_Mainardo vescovo_ di Selva Candida e _Giovanni_, che fecero nel dì
primo d'agosto alcune utili e savie costituzioni contra de' simoniaci e
cherici concubinarii, e promossero la pace e concordia fra i cittadini.
Leggonsi tali costituzioni negli Annali del cardinal Baronio e nelle
annotazioni alla storia di Arnolfo milanese[925]. La pace nondimeno
prese piede in Milano. _Erlembardo_ Cotta, uomo nobile e potente,
assistito dal braccio di Roma, seguitò a far aspra guerra
all'_arcivescovo Guido_, con pretenderlo simoniaco ed illegittimo
pastore: il che continuò gli sconcerti, descritti da Arnolfo e da
Landolfo seniore, storici milanesi di questi tempi, ma parziali, come
già abbiam detto, de' preti concubinarii, e massimamente il secondo, ne'
cui scritti la bugia e l'insolenza trionfano. Questi fra l'altre cose
scrive[926] che Erlembaldo _sibimet vexillum, milites_ (cavalleria) _et
pedites, exinde qui scalas ad capiendas domos, machinasque diversas
ordinavit; praeterea balistas ac fundibularios_, ec. Questi avvenimenti
ci fanno assai conoscere che allora Milano non dovea lasciarsi regolare
da ministro alcuno del re, e che a poco a poco il popolo s'incamminava a
quella libertà che vedremo andar crescendo negli anni seguenti. Nella
vita di papa Alessandro II, a noi conservata da Niccolò cardinale
d'Aragona[927], si legge che dopo il concilio di Mantova esso pontefice
se ne ritornò tutto lieto a Roma, e che nello stesso tempo i Normanni
occuparono la città di Capoa, e che Ildebrando cardinale chiamò in aiuto
Goffredo duca di Toscana, il quale accorso con un immenso esercito, e
colla contessa Matilda sua figliastra, ricuperò essa città di Capoa, e
la restituì alla Chiesa romana. Potrebbe ciò far credere tenuto il
concilio di Mantova prima dell'anno presente, giacchè abbiam veduto
succeduta nel presente anno la guerra della Campania. Ma non è sicuro in
questo il racconto di quello scrittore, dacchè egli fa ricuperata Capoa,
quando è fuor di dubbio che Riccardo principe di quelle contrade seguitò
ivi a tener sua signoria; nè l'Ostiense, scrittore di questi tempi, dà
alcun segno che Capoa venisse in potere della Chiesa romana. Forse vuol
dire che Riccardo di nuovo si accordò col papa, e gli giurò omaggio
anche per la città di Capoa. In fatti si legge una bolla d'esso papa in
favore di _Alfano_ arcivescovo di Salerno, pubblicata dall'Ughelli[928],
e data _Capuae IV idus octobris, per manus Petri sanctae romanae
Ecclesiae subdiaconi et bibliothecarii, anno VII pontificatus domni
Alexandri papae, Indictione VII_. Credette il Sigonio che tal documento
appartenesse all'anno seguente 1068, ma io lo credo scritto nell'ottobre
dell'anno presente. Ora da esso apparisce che il papa entrò in Capoa, e
pacificamente vi dimorò; ma quivi continuò anche Riccardo il suo
dominio. La guerra fatta dal duca Gotifredo in terra di Lavoro, abbiam
veduto di sopra che è riferita nella Cronichetta amalfitana all'anno
1058. Fin qui la città di _Bari_, capitale della Puglia, anzi degli
Stati che aveano già in Italia gl'imperadori d'Oriente, città forte e
città piena di ricchezze, avea fuggito il giogo de' Normanni. Ma da gran
tempo vi facea l'amore _Roberto Guiscardo_ duca, e l'anno fu questo
ch'egli ne determinò la conquista. Però con un copioso esercito per
terra e con una flotta navale per mare si portò ad assediarla. Non
concordano gli autori nell'assegnar l'anno in cui egli diede principio a
quest'assedio. Lupo Protospata[929] e l'Anonimo barense[930] di ciò
parlano all'anno seguente, e per quello che andremo vedendo, dee
preponderare l'asserzion loro a quella di Gaufredo Malaterra[931] e di
Romoaldo salernitano[932], che lo mettono in quest'anno. Leone
ostiense[933] scrive che Roberto prima di mettersi a così difficile
impresa, s'era impadronito della città d'Otranto. Si risero a tutta
prima i Baritani della venuta dell'esercito nemico; e con ingiurie e col
far mostra delle lor cose più preziose si faceano beffe dei Normanni. Ma
Roberto, senza curarsene punto, attendeva a preparar tutto quanto parea
più spediente per vincere una sì orgogliosa città. In quest'anno[934] il
re Arrigo IV celebrò le sue nozze in Triburia con _Berta_ figliuola del
già _Oddone_ e della celebre _Adelaide_ marchesi di Susa. _Pietro_
marchese, fratello d'essa Berta, per quanto s'ha da un documento
rapportato dal Guichenon[935], tenne un placito nell'anno 1064 nella
villa di Cambiana. Ma riuscì ben infelice il matrimonio suddetto, perchè
troppo era già alterato da' vizii l'animo di questo re.