[894] Cardinal. de Aragon., in Vit. Alexandri II.
[895] Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 23.
[896] Antiquit. Italic., Dissert. V et XXXII.
[897] Baron., Annal. Eccles. ad ann. 1061.
[898] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[899] Gaufridus Malaterra, lib. 2, cap. 37.
[900] Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 18 et seq.
[901] Antiquit. Italic., Disset. V.
[902] Pagius, ad Annal. Baron.
[903] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1 Append.
Anno di CRISTO MLXVI. Indizione IV.
ALESSANDRO II papa 6.
ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 11.
Dimenticossi ben presto _Riccardo principe_ di Capoa d'essere vassallo
della santa Sede, e di aver giurata fedeltà ad essa sotto papa Niccolò
II. Egli, a guisa degli altri principi normanni, che mai non si
quetarono finchè non aveano assorbito chi stava loro vicino, e dopo ciò
pensavano ad ingoiar gli altri, a' quali s'erano appressati: veggendo
che tutto gli andava a seconda, cominciò anche a stendere le sue
conquiste sopra le terre immediatamente sottoposte nel ducato romano ai
papi. E Lupo Protospata scrive[904] ch'esso Riccardo _intravit terram
Campaniae, obseditque Ceperanum, et comprehendit eum, et devastando
usque Romam pervenit_. Accostato che si fu a Roma[905], pretese d'essere
dichiarato patrizio, cioè avvocato della Chiesa romana: dignità fino da'
tempi di Pipino re di Francia conservata sempre negl'imperadori, e
dignità che portava seco primato, o almeno gran considerazione
nell'elezione de' romani pontefici. Di questa mena fu avvertito il re
_Arrigo IV_, e per abbatterla, ed insieme con disegno di levar dalle
mani rapaci de' Normanni le terre di san Pietro, e di prendere in tal
occasione la corona dell'imperio dalle mani del papa, unì insieme una
forte armata, e giunse fino ad Augusta, risoluto di calare in Italia. Il
costume era che il marchese di Toscana, allorchè il re germanico era per
venire in queste parti, andasse ad incontrarlo colle sue milizie.
Aspettò Arrigo per qualche tempo che il _duca Gotifredo_ comparisse; ma
non veggendolo mai venire, anzi avvisato ch'egli era ben lontano di là,
tra il dispetto a cagione di questa mancanza, e forse anche per qualche
sospetto della fede di lui, desistè dalla sua spedizione, e se ne tornò
indietro. Intanto esso duca con possente esercito era corso a Roma per
reprimere l'insolenza di Riccardo e de' suoi Normanni. Tale era il
credito del duca Goffredo, tali le forze sue, che i Normanni sbigottiti
si ritirarono più che di fretta, abbandonando la Campania romana; se non
che Giordano figliuolo del suddetto Riccardo con un buon corpo di gente
si fortificò in Aquino per far testa all'armata nemica. Presentossi
Goffredo co' suoi circa la metà di maggio sotto quella città,
accompagnato in quella spedizione dallo stesso papa e dai cardinali, e
per diciotto giorni stette accampato intorno alla medesima, con essere
succedute varie prodezze sì dall'una parte come dall'altra. Ma per
accortezza di Guglielmo Testardita, che andò innanzi indietro, si
conchiuse un abboccamento fra esso duca Goffredo e Riccardo principe al
ponte già rotto di sant'Angelo di Todici. Fama corse che il duca più da
una grossa somma di danaro, che dalle parole di Riccardo si lasciasse
ammansare; e però da lì a poco piegate le tende, se ne tornò colla sua
gente in Toscana. Si lasciò vedere in quegli stessi giorni una gran
cometa, di cui fanno menzione altri storici sotto il presente anno, e
mostrò la sua lunga coda per più di venti giorni. Romoaldo
Salernitano[906], che sotto questo medesimo anno parla del predetto
fenomeno, aggiugne che _Roberto Guiscardo_ circa gli stessi giorni
_cepit civitatem Vestis, apprehenditque ibi catapanum nomine Kuriacum_
(cioè Ciriaco). Nella Cronichetta amalfitana[907] l'acquisto della città
del Vasto è trasportato nell'anno seguente, e quel catapano vien ivi
chiamato _Bennato_. Abbiamo da Gaufrido Malaterra[908] che in questi
tempi il _conte Ruggieri_ facea continue scorrerie in Sicilia addosso ai
Mori, con riportarne quasi sempre buon bottino, e con tale speditezza,
che non potea esser mai colto da loro. Fabbricò eziandio la fortezza di
Petrelia con torri e bastioni: fortificazione che servì a lui non poco
per conquistare il resto della Sicilia.
Fin qui avea tenuto saldo contra del clero concubinario di Milano e
contra de' simoniaci _Arialdo_ diacono di quella chiesa, non già
fratello di un marchese, ma bensì di chi portava il soprannome di
Marchese; ecclesiastico pieno di zelo per la disciplina ecclesiastica, e
che insieme con _Erlembaldo_ nobile laico commoveva il popolo contra de'
cherici scandalosi, e contra dello stesso _arcivescovo Guido_. Passò
Arialdo a Roma, e tali doglianze e pruove dovette portare contra d'esso
arcivescovo, fautore de' preti concubinarii, e creduto simoniaco, che il
pontefice Alessandro II fulminò la scomunica contra di lui. Tornato
Arialdo a Milano, e divulgate le censure, gran tumulto ne succedette nel
dì della Pentecoste, perchè ito alla chiesa l'arcivescovo, sollevossi
contra di lui, oppur prese l'armi in favore d'Arialdo quella plebe che
teneva il di lui partito, e dopo aver bastonato l'arcivescovo, e
lasciatolo come morto, corsero tutti a dare il sacco al di lui
palazzo[909]. Questo accidente svegliò non poca commozione ne' vassalli
ed altri aderenti dell'arcivescovo i quali, risolverono di farne
vendetta sopra Arialdo. Non veggendosi egli sicuro, travestito se ne
fuggì, ma non potè lungo tempo sottrarsi alle ricerche de' suoi
persecutori. Tradito da un prete, presso il quale s'era rifuggito, fu
messo in mano dei soldati dell'arcivescovo, che condotto sul Lago
maggiore, quivi crudelmente gli levarono la vita nel dì 28, oppure, come
altri vogliono, nel dì 27 di giugno dell'anno presente. Non mancarono
miracoli in attestazione della gloria ch'egli conseguì in cielo, e fu
poco dipoi registrato fra i santi martiri dalla Sede apostolica. Abbiamo
la sua vita scritta dal beato Andrea Vallombrosano suo discepolo; e il
Puricelli[910], scrittore accuratissimo e benemerito della storia di
Milano, diede tutto alla luce, ed illustrò i fatti sì d'esso Arialdo che
di Erlembaldo. Veggansi ancora gli Atti de' Santi bollandiani[911].
Arnolfo e Landolfo seniore, storici milanesi di questi tempi,
svantaggiosamente parlarono d'esso Arialdo, perchè avversarii di lui, e
protettori del clero, allora troppo scostumato. In quest'anno ancora
passò alla gloria de' beati san _Teobaldo_ romito franzese della
schiatta nobile dei conti di Sciampagna. Succedette la sua morte nel
luogo di Solaniga presso a Vicenza, dove per più anni egli era dimorato,
menando una vita austera in orazioni e digiuni. Il sacro suo corpo fu
rapito dai Vicentini; ma nell'anno 1074 furtivamente tolto, fu portato
al monistero della Vangadizza presso l'Adicetto, dove è oggidì la terra
della Badia. Abbiamo la sua vita[912] scritta da Pietro abbate di quel
sacro luogo, e persona contemporanea, che assistè alla di lui morte. Ne
parla anche Sigeberto[913], oltre a molti altri. In quest'anno ancora
non potendo più sofferire i vescovi e principi della Germania[914] che
_Adelberto arcivescovo_ di Brema, uomo pien d'alterigia, si abusasse
dell'ascendente preso sopra il giovane re Arrigo coll'operar tutto di
cose che gli tirarono addosso l'odio di tutti: congiurati in Triburia,
intimarono ad Arrigo o di depor la corona, o di licenziare da sè
Adelberto. Perchè egli volle fuggire, gli misero le guardie intorno, e
poi vituperosamente cacciarono l'arcivescovo bremense, e fu consegnato
il re sotto il governo di _Annone arcivescovo_ di Colonia, e di
_Sigefredo arcivescovo_ di Magonza[915]. Annone attese ad innalzar tutti
i suoi parenti ed amici alle prime dignità, e fra gli altri promosse
alla chiesa archiepiscopale di Treveri, che venne a vacare in questo
anno, _Conone_, cioè _Corrado_ suo parente, e gli fece dar l'anello e il
baston pastorale dal re Arrigo, con inviarlo poscia a Treveri, per esser
ivi intronizzato. Restò talmente disgustato ed irritato il clero e
popolo di quella città, per vedersi privato dell'antico suo diritto
d'eleggere il proprio pastore, che diede nelle smanie, e ne avvenne poi
che, arrivato colà Conone, Teoderico conte e maggiordomo della chiesa di
Treveri gli fu addosso con una mano d'armati, e, dopo qualche mese di
prigionia, il fece precipitar giù da un'alta montagna, dove lasciò la
vita. Fu questi, non so come, riguardato dipoi qual martire; e Lamberto
scrive che alla sua tomba succedeano moltissimi miracoli. Ma non dovette
far grande onore all'arcivescovo Annone, che fu poi anch'egli venerato
per santo, una promozion tale, perchè ingiuriosa a quel popolo e
contraria ai sacri canoni.