NOTE:

[863] Continuator Hermanni Contracti, in Chron.

[864] Card. de Aragon., Vit. Alexandri II, P. I, tom. 3 Rer. Ital.

[865] Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 21.

[866] Vit. Alexandri II, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[867] Benzo, in Panegyric. Henrici IV, tom. 1 Rer. Germ., Menchenii.

[868] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.

[869] Petrus Damian., Opusc. 4 et in Opusc. 18.

[870] Petrus Damian., lib. 1, Epist. 20, et in Opusc. 18.

[871] Lupus Protospata, in Cronico.

[872] Gaufrid. Malaterra, lib. 2, cap. 21.

[873] Camillus Peregrinius, Hist. Princip. Langobard.

[874] Leo Ostiensis, Chron., lib. 3, cap. 16.

[875] Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 213.

[876] Romualdus Salernitanus, Chron., tom. 7 Rer. Ital.

[877] Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 213.

Anno di CRISTO MLXIII. Indizione I.

ALESSANDRO II papa 3.

ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 8.

Fioriva in questi tempi _Giovanni Gualberto_ abbate, istitutore de'

monaci di Vallombrosa[878], personaggio di sommo credito per la santità

de' suoi costumi, non meno entro che fuori della Toscana. Era stato

creato vescovo di Firenze _Pietro_ di nazione pavese; e perciocchè

allora dappertutto faceva grande strepito il vizio della simonia, i

monaci vallombrosani, sospettando ch'egli fosse entrato nella sedia

episcopale mediante il danaro, cominciarono a diffamarlo per simoniaco,

e mossero un gran tumulto nel popolo di quella città. Andrea monaco

genovese[879] lasciò scritto, che portatosi da Roma a Firenze Teuzone

Mezzabarba per visitare il vescovo suo figliuolo, i furbi Fiorentini con

interrogazion suggestiva gli dimandarono, quanto avesse pagato per

ottener la mitra a Pietro; e che il buon Lombardo confessasse di avere

speso tremila libbre in regalo al re _Arrigo IV_ per sortire il suo

intento. Ma avendo questo monaco scritta quella vita nell'anno 1419,

siccome osservò il padre Guglielmo Cupero della compagnia di Gesù, e

nulla di questa importante particolarità parlando gli autori più

antichi, si può ben sospenderne la credenza. Era dubbiosa la simonia di

quel vescovo, e tale non sarebbe stata se si fosse potuto allegar la

confession di suo padre. Certo è che i monaci suscitarono fieramente il

popolo contra del vescovo, e andarono sì innanzi, che san _Pier Damiano_

mosso dal suo zelo impugnò la penna contra di loro. Anche il _duca

Gotifredo_ sosteneva il vescovo e minacciava di far ammazzare e monaci e

cherici che contrariassero a quel prelato, e gli levassero l'ubbidienza.

Fu inviato appunto colà dal _pontefice Alessandro_ esso santo Pier

Damiano per procurar di estinguere un sì pericoloso incendio. In vece di

pacificar gli animi di quella gente, diede ansa a que' monaci di

sparlare anche di lui, quasichè fosse fautore de' simoniaci, e

specialmente gli tagliò i panni addosso uno dei più arditi di loro per

nome Teuzone, ubbriaco di uno zelo indiscreto. Ma qui non finì la

faccenda, siccome vedremo. Benchè in Germania fosse stato riprovato

l'antipapa Cadaloo, pure costui non si arrendeva in Italia. Anzi

nell'anno presente, raunata nuova gente e dei buoni contanti,

spalleggiato dai vescovi allora sregolati della Lombardia, si avviò di

nuovo alla volta di Roma, sperando maggior fortuna che nell'anno

precedente[880]. Ci fu sospetto che Gotifredo duca di Toscana

segretamente il favorisse. Certo è che non gli mancarono assistenze in

Roma stessa, perchè molti de' nobili romani si dichiararono per lui. Gli

fu dunque aperto l'adito nella città leonina; anzi dicono che gli fu

consegnata anche la fortezza di Castel Sant'Angelo. _Tempore post alio

quorumdam ex urbe ope et Consilio Romam, quam novam perhibent,

ingressus, conscendit arcem Crescentii_: così ancora Arnolfo storico

milanese[881], che allora scriveva le storie sue. Ma ciò pare che

succedesse in altra forma, siccome dirò. Sappiamo bensì ch'egli

s'impadronì al suo arrivo della basilica vaticana, ma non già resta

notizia ch'egli vi prendesse colle cerimonie il manto papale, secondo il

costume; perchè appena s'udì in Roma come egli v'era entrato, che la

mattina seguente diede alle armi il popolo romano, e corso colà in

furia, tal terrore cacciò in corpo ai soldati di lui, che presero

vilmente la fuga, e lasciarono il loro idolo solo soletto. Sarebbe

caduto Cadaloo in mano de' Romani, se non fosse stato Cencio figliuolo

del prefetto di Roma, uomo di perduta coscienza, che allora l'accolse

nella fortezza di Crescenzio, cioè in Castello Sant'Angelo, e gli

promise assistenza. Quivi restò l'antipapa assediato dai Romani per ben

due anni, con sofferirvi stenti ed affanni incredibili: degno pagamento

della smoderata ed empia sua ambizione. Un concilio di cento vescovi fu

in quest'anno tenuto da papa Alessandro II, dove furono fatti varii

decreti contra de' simoniaci e de' preti concubinarii. Ne esistono

alcuni atti presso il cardinal Baronio[882] e nelle raccolte de'

concilii.

Intanto in Germania crescevano gli abusi, profittando ogni prepotente

dell'età immatura del re Arrigo IV[883]. L'educazione di lui fu sul

principio appoggiata agli arcivescovi di Colonia e Magonza, cioè ad

_Annone_ e _Sigefredo_. Ma loro tolse la mano _Adelberto_ arcivescovo di

Brema, che coll'arte dell'adulazione si rendè arbitro del giovanetto re,

ed occupò in tal maniera due delle migliori abbazie di Germania. Per far

poi tacere gli altri, due ancora ne diede all'arcivescovo di Colonia,

che non si fece scrupolo di questo, ed una a quel di Magonza, ed altre

ai duchi di Baviera e di Suevia, cioè ad Ottone e Ridolfo. Così mal

allevato il re, non è maraviglia se andò crescendo in que' vizii che

tanto diedero poi da sospirare ai buoni. Secondochè abbiamo da Lupo

Protospata[884], in quest'anno _Roberto Guiscardo_ duca di Puglia e

Calabria tolse ai Greci la città di Taranto. Ma neppure stava in ozio il

valoroso conte _Ruggieri_ di lui fratello in Sicilia. Per attestato del

Malaterra[885], in questo medesimo anno formarono i Musulmani mori e i

Siciliani un potente esercito, e vennero ad accamparsi presso al fiume

Ceramo. Erano circa trenta cinque mila, e il conte non avea che cento

trenta sei cavalli, ossieno pedoni, da opporre a sì gran piena di gente.

Contuttociò, implorato l'aiuto di Dio e spedito innanzi Serlone suo

nipote, diede loro addosso, e in poco d'ora mise in iscompiglio e fuga

quegl'infedeli. Fu detto che comparve un uomo di rilucenti armi guernito

sopra bianco cavallo, con bandiera bianca sopra d'un'asta, che si cacciò

dove erano più folte le schiere de' nemici, e fu creduto san Giorgio.

Quindici mila di coloro rimasero estinti sul campo; nel dì seguente

volarono i Cristiani alla caccia di venti mila pedoni, che s'erano

salvati colla fuga nelle montagne e nelle rupi, e per la maggior parte

gli uccisero. Si può ben temere che Gaufrido Malaterra monaco, il quale

solamente per relazione altrui scrisse queste cose dopo molti anni, si

lasciasse vendere delle favole popolari in formar questo racconto che ha

troppo dell'incredibile, ed egli perciò se volle concepirlo, fu

obbligato a ricorrere ai miracoli. La vittoria nondimeno è fuor di

dubbio; le spoglie de' nemici furono senza misura; e il conte avendo

trovato fra esse quattro cammelli, li mandò in dono a papa Alessandro,

il quale si rallegrò assaissimo di così prosperosi avvenimenti contra

de' nemici della croce, e spedì anch'egli a Ruggieri la bandiera di san

Pietro, per maggiormente animarlo a proseguir quell'impresa.

Trafficavano in questi tempi i mercatanti pisani in Sicilia,

massimamente in Palermo, città capitale, piena allora di ricchezze.

Avendo essi ricevute varie ingiurie da que' Mori, raunarono una possente

flotta per farne vendetta, ed esibirono la loro alleanza al conte

Ruggieri per assediar Palermo, essi per mare, ed egli per terra. Ma

perciocchè non potè così presto Ruggieri accudire a quell'impresa, a

vele gonfie andarono ed urtar nella catena che serrava il porto di

Palermo, e la ruppero. Entrati nel porto, se crediamo agli Annali

pisasi[886], _Civitatem ipsam ceperunt._ Ma ciò non sussiste. Il

Malaterra ci assicura essere accorsa tanta moltitudine di Musulmani e

cittadini per difesa della città, che i Pisani, contenti di portar via,

come in trionfo, la catena spezzata, se ne tornarono a casa. Egli è

bensì fuor di dubbio ch'essi, trovate in quel porto sei navi di ricco

carico, cinque ne diedero alle fiamme, e la più ricca seco menarono a

Pisa, del cui immenso tesoro si servirono dipoi per dar principio alla

magnifica fabbrica del loro duomo. Di questa gloriosa impresa resta

tuttavia la memoria in versi, incisa in marmo nella facciata di quel

maestoso tempio, che si legge stampata presso molti scrittori. Nè quivi

si parla della presa della città di Palermo, ma sì ben delle navi

bruciate, e della ricchissima menata via: con aggiugnere, che sbarcati

dipoi i Pisani fuor di Palermo, vennero alle mani coll'armata de'

Saraceni, e ne fecero un gran macello; dopo di che, alzate le ancore, se

ne tornarono tutti festeggianti a Pisa. Andò poscia il conte Ruggieri

con dugento soldati, ossieno cavalli, a bottinare verso la provincia di

Grigenti: che questo era il suo mestiere, per poter pagare ed alimentar

la sua gente. Parte dei suoi cadde in un'imboscata di settecento Mori,

che loro tolse la preda, e li mise in fuga. Ma sopraggiunto Ruggieri,

sbaragliò i nemici, e ricuperata la preda, allegramente la condusse a

Traina. Dovette in quest'anno Riccardo, principe normanno di Capoa,

insignorirsi ancora della città di Gaeta, perchè da lì innanzi egli e

Giordano suo figliuolo nei diplomi si veggono intitolati _duchi di

Gaeta_.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 78 / 277 题