NOTE:

[852] Leo Ostiensis., lib. 3, cap. 21.

[853] Continuator Hermanni Contracti, in Chron.

[854] Petrus Damianus, Opuscul. 4.

[855] Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 21.

[856] Baron., Annal. Ecclesiast.

[857] Cardinal. de Aragon., Vit. Alexandr. II, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[858] Menckenius, Rer. Germanicar., tom. 1.

[859] Galvaneus Flamma, in Politia MSta.

[860] Gaufridus Malaterra, lib. 2, cap. 1. Noweirius, in Hist. Arab.

Siciliae apud Pagium.

[861] Malaterra, lib. 2, cap. 8.

[862] Lupus Protospata, in Chronico.

Anno di CRISTO MLXII. Indizione XV.

ALESSANDRO II papa 2.

ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 7.

Null'altro avea fatto nel verno di quest'anno l'antipapa Cadaloo che

ammassar gente armata e danaro per passare a Roma con disegno di

cacciarne il legittimo successor di san Pietro, e di farsi consecrare,

se crediamo al continuator d'Ermanno Contratto[863]. Alcuni il

pretendono già ordinato papa, perchè vescovo egli era, e che avesse

assunto il nome di Onorio II, ma ne mancano le prove. E s'egli non mutò

nome, segno è che neppur fu colle cerimonie ordinato pontefice. Con tali

forze arrivò Cadaloo a Roma nel dì 14 di aprile (Benzone scrive che vi

giunse _VIII kalendas aprilis_), e si accampò coll'esercito suo nei

prati di Nerone. Nella Vita di papa _Alessandro II_, a noi conservata

dal cardinal d'Aragona[864], troviamo che molti capitani e nobili romani

guadagnati coll'oro si dichiararono del partito di Cadaloo; ciò vien

confermato da Leone Ostiense[865] e dall'autore di un'altra Vita di esso

papa Alessandro[866], da cui impariamo che molti giorni dopo la

esaltazion di esso papa, _Romani, quorum mala consuetudo semper fuit,

eum odio habere coeperunt_, e furono essi gl'incitatori della venuta di

Cadaloo. Uno de' principali, ma volpe vecchia, era Pietro di Leone, la

cui famiglia fece anche dipoi gran figura in Roma. Da Benzone[867] è

chiamato _Giudeo_: il che probabilmente vuol dire che era nato tale, ma

poi fatto cristiano. Non mancavano in Roma a papa Alessandro degli

aderenti ed affezionati, e verisimilmente aveva egli anche procurato

degli aiuti da _Riccardo principe_ di Capua. Si venne dunque ad una

battaglia, che riuscì sanguinosa, e finì colla peggio della fazione del

legittimo papa. Poco nondimeno durò l'allegrezza di Cadaloo, perchè

chiamato a Roma _Gotifredo duca_ di Toscana, comparve colà in aiuto del

pontefice Alessandro con sì numerose squadre e forze tali, che restò

come assediato l'antipapa; e se volle uscirne salvo, gli convenne

adoperar preghiere e grossi regali col duca, il quale si contentò di

lasciargli aperta la porta per tornarsene libero, ma spogliato e colla

testa bassa, a Parma. Benzone descrive a lungo questi fatti, ma se con

fedeltà, nol saprei dire. Certamente da san Pier Damiano vien sospettato

che il duca Gotifredo non operasse con tutta lealtà ed onoratezza o in

questa o nelle seguenti congiunture. All'incontro Benzone scrive che il

medesimo duca fece venire i Normanni a Roma a difesa del papa;

_Camerinum et Spoletum invasit_ (il che è degno d'attenzione), _plures

Comitatus juxta mare tyrannice usurpavit. Per totam Italiam, quos

voluit, ad regis inimicitias incitavit._ Aggiugne inoltre, essere egli

stato quegli che mosse _Annone arcivescovo_ di Colonia a rapire il

giovinetto _re Arrigo_. E Lamberto da Scafnaburgo[868] osserva, come

fosse scandaloso il vedere che laddove anticamente si fuggivano i

vescovati, ora si faceano battaglie, e si spargeva il sangue cristiano

per conseguirli: e vuol dire del papato. Ho detto che _Annone_ rapì

Arrigo IV. Intorno a che si ha da sapere che fin qui esso re era stato

sotto il governo dell'_imperadrice Agnese_, la quale regolava gli affari

unicamente coi consigli di _Arrigo vescovo_ di Augusta, personaggio ben

accorto, che, ad esclusion degli altri pretendenti, avea saputo

introdursi nella grazia di lei. Era savia, era pia principessa Agnese:

tuttavia non potè schivar la maldicenza degli altri principi invidiosi

della fortuna del vescovo augustano, perchè sparsero voce d'illecita

familiarità fra lei e quel prelato. Il perchè Annone arcivescovo di

Colonia, col consenso di molti altri principi, tolse all'Augusta madre

il giovinetto Arrigo, ed assunse colla di lui tutela il governo degli

Stati. La maniera da lui tenuta per far questo colpo la sapremo fra

poco, richiedendo ora la voce sparsa contro l'onor dell'imperadrice

Agnese, che io premunisca i lettori con avvertirli della malvagità che

allora più che mai era in voga. Facile è l'osservare che i tempi di

guerra son tempi di bugie; ma non si può dire abbastanza, quanto larga

briglia si lasciasse in queste e nelle seguenti discordie fra il

sacerdozio e l'imperio, alla bugia, alla satira, alla calunnia. Le più

nere iniquità s'inventarono e sparsero dei papi, de' cardinali, de'

vescovi da chi era loro contrario; ed altre vicendevolmente si

spacciarono dai mal affetti contra di Arrigo IV e di tutti i suoi

aderenti. Però sta ai prudenti lettori il camminar qui con gran

riguardo, prestando solamente fede a ciò che si trova patentemente

avverato dalla misera costituzion d'allora.

Nè già si può fallare in credendo che Arrigo IV si scoprì col tempo

principe d'indole cattiva, incostante e violento, e che tutti i vizii

presero in lui gran piede per qualche difetto della madre, ma più per

l'educazion seguente; e che la vendita de' vescovati, delle abbazie e

dell'altre chiese, cioè la simonia, era un mercato ordinario di que' sì

sconcertati tempi, per colpa specialmente della corte regale di

Germania, in cui più potea l'amore dell'oro che della religione, e

troppo regnava l'abuso, non però nato allora, di uguagliar lo spirituale

al temporale. Ora, o sia che i maneggi segreti della corte di Roma, o

quei del duca Gotifredo disponessero in Germania un ripiego per liberar

la Chiesa dalla vessazione dell'indegno Cadaloo; oppure che il suddetto

Annone arcivescovo, prelato tenuto in concetto di santa vita, con altri

principi lo trovasse ed eseguisse, per mettere fine allo scisma: certo

è, che in quest'anno, essendo ito esso arcivescovo pel Reno a visitare

il re Arrigo, giovane allora di circa tredici anni, dopo il desinare

l'invitò a veder la nave suntuosissima che l'avea condotto colà. Vi

andò, di nulla sospettando il semplice giovanetto, ed entrato che fu, si

diede tosto di mano ai remi. Sorpreso da quest'atto il picciolo re,

temendo che il conducessero a morire, si gettò nel fiume; ma fu salvato

dal conte Ecberto, che saltò anche esso nell'acqua. Su quella nave

adunque pacificato con carezze fu condotto a Colonia, dove restò sotto

il governo di quel saggio prelato, al quale dai principi ne fu accordata

la tutela. L'imperadrice Agnese, trafitta da questo inaspettato colpo, e

ravveduta de' falli commessi in patrocinar l'antipapa, determinò di dare

un calcio al mondo, e passando dipoi a Roma, accettò la penitenza che le

fu data da papa Alessandro II. Per testimonianza di san Pier

Damiano[869], non tardò l'arcivescovo di Colonia Annone a dare, per

quanto era in sua mano, la pace alla Chiesa; perciocchè, raunato un

concilio in Osbor, dove intervennero lo stesso re Arrigo e una gran

copia di vescovi oltramontani ed italiani, nello stesso dì 28 di

ottobre, in cui Cadaloo era stato nell'anno precedente eletto contro i

canoni papa, fu egli anche deposto, o, per dir meglio, riprovato e

condannato. Avea precedentemente il medesimo Pier Damiano scritta una

lettera di fuoco al predetto Cadaloo, chiudendola con alcuni versi, e

dicendo in fine[870]: _Diligenter igitur intende, quod dico_:

_Fumea vita volat, mors improvisa propinquat,_

_Imminet expleti praepes tibi terminus aevi._

_Non ego te fallo: caepto morieris in anno._

Visse anche dopo l'anno predetto Cadaloo. Pier Damiano, veggendo che non

avea colto nella predizione, cercò uno scampo, con dire ch'egli s'era

inteso della morte civile, cioè della di lui deposizione, e non già

della morte naturale. Se i suoi versi ammettano tale scappata, non tocca

a me il giudicarne. Certo confessa egli che per questo gli fecero le

risa dietro i suoi avversarii. Levò ancora esso arcivescovo Annone il

posto di cancelliere d'Italia a _Guiberto_, che parimente col tempo

divenne arcivescovo di Ravenna ed antipapa, e lo diede a _Gregorio

vescovo_ di Vercelli, uomo nondimeno macchiato anch'esso di vizii: il

che fa conoscere che il re Arrigo, benchè non per anche coronato in

Italia, pur ci era riconosciuto per padrone.

Non so io già se in questi tempi sia ben regolata la cronologia di Lupo

Protospata. Ben so aver egli scritto[871] che _Roberto Guiscardo_ duca

s'impadronì in quest'anno della città d'Oria, e di nuovo prese Brindisi,

e lo stesso miriarca (forse il suo governatore). È da vedere ancora, se

appartenga all'anno presente, come ha il testo di Gaufrido

Malaterra[872] la discordia insorta fra esso duca Roberto e il _conte

Ruggieri_. Benchè Roberto promesso avesse ad esso suo fratello di

cedergli la metà della Calabria, pure non si veniva mai a questa

sospirata cessione. A riserva di Melito, che era in man di Ruggieri, in

tutto il resto delle conquiste l'ambizioso ed insaziabil Roberto la

facea da signore. Però Ruggieri, presa occasione dal recente suo

matrimonio, fece istanza a Roberto per l'esecuzion delle promesse,

affine di poter dotare decentemente la nuova sua sposa _Erimberga_,

chiamata da altri _Delizia_, o _Giuditta_. Ricavandone solo parole, e

non fatti, si ritirò forte in collera da lui, e gli intimò la guerra, se

in termine di quaranta giorni nol soddisfacea. La risposta che gli diede

Roberto, fu di portarsi coll'armata ad assediarlo in Melito. Ma con

tutte le prodezze fatte dall'una e dall'altra parte, nulla profittò

Roberto. Anzi Ruggieri, uscito una notte di Melito, gli occupò la città

di Gierace per trattato fatto con quei cittadini. Allora Roberto tutto

fumante d'ira corse all'assedio di Gierace; e siccome personaggio

d'incredibile ardire, una notte ben incappucciato (che già era in uso il

cappuccio anche fra i secolari) segretamente fu introdotto nella città

da uno di questi potenti cittadini per nome Basilio. Per sua

disavventura restò scoperto, e preso a furia di popolo; vide poco di poi

trucidato Basilio, impalata sua moglie, e si credeva anch'egli spedito.

Con belle parole gli riuscì di fermar la furia del popolo, e fu cacciato

in prigione. Ne andò la nuova all'esercito suo; ma non sapendo che si

fare i suoi capitani per liberarlo, miglior consiglio non seppero

trovare che di spedirne incontanente l'avviso al conte Ruggieri,

scongiurandolo che accorresse per salvare il fratello. Non si fece

pregare il magnanimo Ruggieri; corse tosto co' suoi a Gierace, e

chiamati fuor della città i capi, tanto disse colle buone e colle

minaccie, che fece rimettere in libertà il fratello. Questo accidente e

la costanza di Ruggieri produsse buon effetto, perchè dopo qualche tempo

Roberto gli accordò il dominio della metà della Calabria. Passò dipoi

Ruggieri in Sicilia, dove essendosi ribellato da lui il popolo di

Traina, fece delle maraviglie di patimenti e di bravure contra di quei

cittadini e dei Saraceni accorsi in loro aiuto, tantochè ne riacquistò

veramente la signoria. Crede Camillo Pellegrini[873] che _Riccardo I

conte_ di Aversa, figliuolo di Ascilittino normanno, e non già fratello

di Roberto Guiscardo duca, come immaginarono il Sigonio e il padre Pagi

all'anno 1074, occupasse fin l'anno 1058 il principato di Capoa, citando

sopra di ciò l'Ostiense[874]. A quell'anno ancora nella Cronichetta

amalfitana[875] è scritto che Riccardo fu creato _principe di Capoa_

insieme con suo figlio _Giordano_. Certo è bensì che Niccolò II papa

nell'anno 1059, gli concedette l'investitura di quel principato, ma non

apparisce che ne fosse allora totalmente in possesso. Imperciocchè è da

sapere che, secondo il suddetto Ostiense, invogliatosi tempo fa Riccardo

di quella bella contrada, messo l'assedio a Capoa, vi fabbricò tre

bastie all'intorno. Ma _Pandolfo V_ principe, che v'era dentro, collo

sborso di settemila scudi d'oro l'indusse a ritirarsene. Mancato poi di

vita esso Pandolfo (non so in qual anno), e succedutogli _Landolfo V_

suo figliuolo, eccoti di nuovo Riccardo colle sue armi sotto Capoa.

Tanto la strinse, che si venne nell'anno presente ad una capitolazione,

per cui Landolfo se n'andò via ramingo, e i cittadini riceverono per

loro principe Riccardo, ma con ritenere in lor potere le porte e le

torri della città. Dissimulò per allora l'accorto Riccardo, e

contentossi di questo. Poi rivolte le sue armi all'acquisto delle città

e castella di quel principato, gli riuscì nello spazio di quasi tre mesi

d'insignorirsi di tutto. Ciò fatto, intimò a' Capuani la consegna delle

torri e porte, e perchè gliela negarono, strettamente assediò quella

città. Spedirono bensì i Capuani al re Arrigo in Germania il loro

arcivescovo per ottener soccorso; ma non avendo egli riportato se non

parole, furono dalla fame astretti a far le voglie di Riccardo, _anno

dominicae Incarnationis MLXII quum jam per decem circiter annorum

curricula Normannis viriliter repugnassent._ Però, quantunque esistano

più diplomi di questo principe, da' quali costa aver egli assunto fin

dall'anno 1058, o 1059, il titolo di principe di Capoa, con associar

ancora _Giordano I_ suo figliuolo al dominio; nientedimeno solamente in

quest'anno egli ottenne la piena e libera signoria di quel principato.

Così cessò di regnare anche ivi la schiatta de' principi longobardi, e

sempre più crebbe la potenza de' principi normanni. Da lì a poco,

attaccatosi una notte il fuoco alla città di Tiano, probabilmente con

premeditato consiglio, v'accorse nel mattino seguente Riccardo, e colla

fuga di que' conti se ne impossessò. Parimente scrive Romoaldo

Salernitano[876] che in quest'anno esso principe _intravit terram

Campaniae, obseditque Ceperanum, et usque Soram devastando pervenit._ Ci

ha conservata l'autore della Cronichetta amalfitana[877] una notizia;

cioè che, per ordine dell'imperadore, _Gotifredo marchese_ e duca di

Toscana col suo esercito venne contra di Riccardo, e che seguirono fra

loro varii fatti d'armi presso di Aquino, in guisa tale che fu obbligato

Gotifredo a tornarsene indietro con poco suo gusto e men guadagno.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 77 / 277 题