NOTE:

[841] Ughellius, Ital. Sacr., tom. 3.

[842] Leo Ostiensis, Chronic., lib 3, cap. 15.

[843] Antiquit. Ital., Dissert. LXX.

[844] Labbe, Concil., tom. 9.

[845] Guilliel. Apul., lib. 2 Poem.

[846] Gaufrid. Malaterra, lib. 1, cap. 3.

[847] Antiquit. Ital., tom. 1, pag. 213.

[848] Leo Ostiensis, lib. 3, cap. 16.

[849] Curopalata, in Histor.

[850] Bullarium Casinense, Constit. CII et CIII.

[851] Antiquit. Ital., Dissert. LXXII.

Anno di CRISTO MLXI. Indizione XIV.

ALESSANDRO II papa 1.

ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 6.

In quest'anno ancora il pontefice _Niccolò II_ volle visitar la chiesa

di Firenze ch'egli aveva ritenuta e governata anche durante il suo

pontificato; ma quivi venne a trovarlo la morte circa il dì 22 di

luglio: pontefice benemerito della santa Sede, e degno di maggior vita.

Tanto più fu deplorabile la perdita di lui, perchè le tennero dietro de'

gravissimi sconcerti, che furono preludii anche d'altre maggiori

calamità. Attesta Leone Ostiense[852] che gran dissensione e tumulto

insorse in Roma intorno all'elezione di un novello papa; ed è certo che

restò vacante la sedia di san Pietro circa tre mesi. V'era un partito

che tenea per l'osservanza delle prerogative o pretese accordate al re

di Germania _Arrigo_; ed un altro che escludeva ogni dipendenza da lui.

Di quest'ultimo probabilmente era capo l'intrepido cardinale

_Ildebrando_, arcidiacono della santa romana Chiesa, a cui non piacque

mai che gl'imperadori avessero ingerenza alcuna nell'approvazione, non

che nell'elezione dei sommi pontefici. Capi dell'altro, per quanto

ragionevolmente va congetturando il cardinal Baronio, erano i conti di

Tuscolo, ossia di Frascati, mal soddisfatti di quanto avea operato

contra di loro il defunto papa Niccolò. Se vogliamo ascoltare il

Continuatore di Ermanno Contratto[853], dopo la morte d'esso papa,

_Romani coronam, et alia munera Enrico regi transmiserunt, eumque pro

eligendo summo pontifice interpellaverunt_. Tale spedizione dovette

essere fatta dalla fazione de' suddetti conti Tuscolani. Non mancò il

collegio dei cardinali di spedire anch'esso un'ambasciata alla real

corte di Germania[854], e fu scelto per tale incumbenza Stefano, uno dei

più accreditati fra loro, in cui concorreva

_Nobilitas, gravitas, probitas et mentis acumen._

Andò questi, ma per la cabala e malvagità dei cortigiani sette giorni

passeggiò l'anticamera del re senza poter vedere la di lui faccia, nè

presentargli le lettere credenziali. Veduta ch'egli ebbe questa mala

aria, sene tornò indietro a Roma, dove rappresentò l'incivil trattamento

che gli era stato fatto. Allora fu che il cardinale Ildebrando, tenuto

consiglio cogli altri cardinali e coi nobili romani del suo partito,

propose di eleggere papa _Anselmo da Badagio_, di patria milanese, e

vescovo allora di Lucca, uomo di gran bontà e zelo ecclesiastico, e che

forse non s'aspettava questa promozione. Chiamato a Roma, venne

immediatamente consecrato ed intronizzato col nome di _Alessandro II_,

senza voler aspettare consenso alcuno dal re Arrigo. E qui appunto

tornarono i Romani ad esercitare l'intera loro libertà nell'elezion de'

sommi pontefici, con ricuperare eziandio l'altra di non aspettar

l'assenso degli Augusti per la consecrazione: indipendenza mantenuta poi

fino a' dì nostri, quando, per tanti secoli addietro, sotto

gl'imperadori greci, franchi e tedeschi, era durato il costume, o

diciamo, se così si vuole, l'abuso, che l'elezion bensì restasse libera

al clero e popolo romano, ma che non si devenisse alla consecrazione

senza il beneplacito e l'approvazione degli Augusti. Avea il solo

predefunto _Arrigo II_ fra gl'imperadori oltrepassato i confini de' suoi

predecessori, con obbligare i Romani che neppur potessero eleggere il

novello papa senza il consentimento suo. Da Niccolò II era stato

ultimamente corretto questo eccesso, con tornar le cose al rito antico.

Ma i Romani, offesi del poco conto che s'era fatto alla regal corte di

Stefano cardinale loro ambasciatore, neppur vollero accomodarsi al

decreto d'esso papa Niccolò, decoroso anche pel re Arrigo, perchè

risoluti di rompere ogni catena, e di ricuperar la piena lor libertà in

fare i papi, praticata sempre mai ne' primi quattro secoli della Chiesa.

Nè già operarono senza aver ben preparati i mezzi umani per sostener la

loro risoluzione. Era in lor favore _Gotifredo duca_ di Toscana,

principe allora potentissimo in Italia. Faceano anche capitale del

soccorso de' Normanni, che aveano giurata fedeltà alla Sede apostolica;

e più ne faceano di _Riccardo principe_ di Capoa, divenuto anch'esso

vassallo della Chiesa romana. Sappiamo da Leone Ostiense[855] che

_Desiderio_ abbate di Monte Casino e cardinale se ne andò in tal

congiuntura a Roma _cum principe_. Credette il cardinal Baronio[856] che

questo principe fosse Roberto Guiscardo. Ma si dee intendere di

_Riccardo_, nel cui principato era Monte Casino. Roberto s'intitolava

allora _duca_, e non principe.

Ora appena giunse alla corte germanica l'avviso dell'eletto ed

intronizzato _Alessandro II_, che l'_imperadrice Agnese_ ne restò

amareggiata, e i suoi ministri diedero nelle smanie, esagerando

l'affronto fatto al re col non aver voluto aspettare il suo assenso, e

coll'essersi messo sotto i piedi il decreto di papa Niccolò, sul quale

unicamente si potea fondare la pretension di Arrigo: giacchè solamente

chi era imperadore coronato avea in addietro avuta mano nell'approvazion

de' papi eletti, e non già chi era unicamente re d'Italia, come in

questi tempi veniva riconosciuto Arrigo IV, benchè non per anche avesse

ricevuta la corona di questo regno. Degno nondimeno di osservazione è,

che in alcune lettere e diplomi Arrigo IV non per anche imperadore usa

il titolo di _Romanorum rex_: il che vuol significar qualche cosa, nè si

truova usato da' suoi predecessori. Accadde in questo mentre che i

vescovi di Lombardia dopo la morte di papa Niccolò II fecero broglio fra

loro per aver un papa di tempra men rigoroso dei precedenti zelantissimi

papi, il quale sapesse un po' più compatire le lor simonie ed

incontinenze, e con dire una ridicolosa proposizione, cioè che il papa

non si dovea prendere, _nisi ex paradiso Italiae_, cioè della

Lombardia[857]. Spedirono a tal fine in Germania alcuni dell'ordine

loro, affinchè si maneggiassero per ottener questo intento. Ora

trovandosi un gran caldo in quella corte, e soffiando in quel fuoco _Ugo

Bianco_, già cardinale, e poi ribello della Chiesa romana, non fu loro

difficile il proporre e far dichiarare papa, cioè antipapa, contra tutte

le regole, nella festa de' santi Simeone e Giuda, _Cadaloo_, chiamato

_Cadalo_, vescovo di Parma, uomo ricco di facoltà, ma più di vizii, che

si dicea condannato in tre concilii a cagion della sua vita troppo

contraria al carattere di sacro pastore. Ne fecero perciò gran festa

tutti i simoniaci e concubinarii di Lombardia. Le scene occorse dipoi si

veggono descritte dalla penna satirica di _Benzone_, il quale s'intitola

_vescovo d'Alba_ nel Monferrato, ma vescovo scismatico, che forse non

dovette mai essere ricevuto da quel popolo, e perciò neppure fu

conosciuto dall'Ughelli. Era costui gran partigiano dell'antipapa

Cadaloo. Il panegirico da lui fatto ad Arrigo IV, che fu dato alla luce

dal Menchenio[858], e da me vien creduto la stessa opera che Gualvano

Fiamma[859] circa l'anno 1335 citò sotto nome di _Chronica Benzonis

episcopi albensis_, è una stomacosa satira contra di papa Alessandro II

e d'Ildebrando cardinale, sostegno in questi tempi della Chiesa romana,

da mettersi coll'altra infame e piena di bugie che abbiamo di Bennone

falso cardinale, e ribello della Chiesa romana. Narra esso Benzone

d'essere stato inviato per ambasciatore del re Arrigo a Roma, per

intimare a papa Alessandro la ritirata dal trono pontificio, ma con

trovar ivi chi non avea paura. In tale stato eran gli affari della

Chiesa romana in questi tempi.

Intanto dopo la conquista della Calabria il valoroso _conte Ruggieri_

mirava con occhio di cupidigia ed insieme di compassione la vicina

misera Sicilia posta sotto il giogo degli empii Saraceni, e cominciò a

meditarne la conquista[860]. La buona fortuna portò che si rifuggì

presso di lui in Reggio Benhumena, ammiraglio saraceno della Sicilia,

maltrattato e perseguitato da Bennameto, uno de' principi di

quell'isola. Questi gli fece conoscere assai facili i progressi in

Sicilia, dacchè essa era divisa fra varii signorotti mori, ed offerì il

suo aiuto per l'impresa. Ruggieri adunque sul fine del carnovale

dell'anno presente con soli centosessanta cavalli passò il Faro per

ispiar le forze de' Mori nell'isola, diede una rotta ai Messinesi, fece

gran bottino verso Melazzo e Rameta; poi felicemente si ricondusse in

Calabria, dove per tutto il mese di marzo e d'aprile attese a far

preparamenti per portare la guerra in Sicilia. A questa danza invitato

il duca _Roberto Guiscardo_ suo fratello[861], colà si portò con buon

nerbo di cavalleria, ed anche con un'armata navale. Presentivano

veramente i Mori la disposizione dei due fratelli normanni, e però

accorsero da Palermo con una flotta assai più numerosa per impedire il

loro passaggio. Ma l'ardito Ruggieri con cento cinquanta cavalli per

altro sito passò lo Stretto, e trovata Messina con poca gente, perchè i

più erano iti nelle navi moresche, se ne impadronì: il che fece ritirar

le navi nemiche, e lasciò aperto il passaggio a quelle di Roberto

Guiscardo, il quale colà sbarcò colle sue soldatesche. Nel testo di

Gaufrido ossia Goffredo Malaterra questa sì gloriosa conquista per cui

dopo 230 anni si rialberò la croce nella città di Messina, si vide

riferita all'anno precedente 1060. Ma io credo fallato quell'anno,

portando la serie del racconto che la presa di Messina accadesse

nell'anno presente. Venne poi un grosso esercito di Mori e Siciliani,

raunato da Bennameto, ad assalire il picciolo de' Normanni, ma restò da

essi sbaragliato colla morte di diecimila di quegl'infedeli. Non è già

vietato il credere assai meno. Diedero il sacco dipoi i due fratelli

principi normanni a varie castella e contrade di quell'isola sino a

Girgenti, colla presa di Traina, finchè, venuto il verno, si ritirarono

a' quartieri. Se crediamo a Lupo Protospata[862], in quest'anno ancora

Roberto Guiscardo s'insignorì d'Acerenza. Ma probabilmente ciò avvenne

l'anno antecedente, al vedere che questo scrittore mette all'anno

seguente l'innalzamento al pontificato di Alessandro II, che pure

appartiene all'anno presente.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 76 / 277 题