[810] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 99.
[811] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[812] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 101.
[813] Cardinal. Aragon., in Vita Nicolai II, Par. I, tom. 3 Rerum
Italicarum.
[814] Gaufrid. Malaterra, Hist., lib. 1, cap. 30.
[815] Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.
[816] Antiquit. Italic., Dissert. XVII.
Anno di CRISTO MLIX. Indizione XII.
NICCOLÒ II papa 1.
ARRIGO IV re di Germania e d'Italia 4.
Sul principio di quest'anno il nuovo eletto pontefice, che assunse
poscia il nome di _Niccolò II_, s'inviò da Firenze alla volta di Roma,
fiancheggiato dalle milizie di _Goffredo duca_ di Lorena e Toscana,
principe allora potentissimo in Italia. Fermossi a Sutri, perchè la
possanza de' conti di Tuscolano era grande nella città. Quivi raunò un
concilio di vescovi per trattare della deposizion di Mincio, ossia di
_Benedetto X_ falso pontefice[817]. Non aspettò Mincio la forza, ma
spontaneamente depose le insegne pontificali, e si ritirò alla propria
casa. Ciò inteso, l'eletto papa Niccolò, tenuto consiglio coi cardinali,
senza accompagnamento di soldatesche e con tutta umiltà entrò in Roma,
dove, accolto onorevolmente dal clero e popolo, fu intronizzato: dal
qual tempo ha principio l'epoca del suo pontificato. Da lì poscia a
pochi giorni si presentò a' suoi piedi Mincio, chiedendo perdono, con
allegar per iscusa che gli era stata usata violenza, confessando
nondimeno il suo fallo per aver mancato al giuramento. In pena del suo
reato restò degradato dall'ordine episcopale e sacerdotale, e confinato
in santa Maria Maggiore. Fece poscia papa Niccolò un viaggio nella marca
di Camerino sul principio di quaresima, e in tal occasione creò
cardinale _Desiderio_, insigne abbate di Monte Casino. Trovossi il
medesimo papa in Spoleti _VI nonas martii_, e quivi confermò i
privilegii al monistero del Volturno[818]. Era egli _VIII idus martii_
in Osimo, dove fece la suddetta grazia a Monte Casino. Raunò un numeroso
concilio di cento tredici vescovi nella basilica lateranense[819],
correndo il mese d'aprile, in cui fu stabilito un salutevol decreto
intorno all'elezione dei romani pontefici, da farsi in Roma
principalmente da' cardinali, e poi dal restante clero e popolo, _salvo
debito honore et reverentia dilecti filii nostri Henrici, qui
impraesentiarum rex habetur, et futurus imperator, Deo concedente,
speratur, sicut jam concessimus, et successoribus illius, qui ab
apostolica Sede personaliter hoc jus impetraverint._ Nella Cronica del
monistero di Farfa[820], da me data alla luce, si legge questo decreto
più copioso che nella raccolta de' concilii, perchè v'ha il catalogo di
tutti i cardinali e vescovi assistenti al medesimo concilio. E qui si
legge qualche giunta allo suddette parole: cioè _sicut jam mediante ejus
nuntio Longobardiae cancellario W. concessimus, et successorum illius,
qui ab hac apostolica sede personaliter hoc jus impetraverint, ad
consensum novae electionis accedant._ Quel cancelliere dovrebbe essere
_Wibertus_, cioè _Giberto_, che fu poi arcivescovo di Ravenna ed
antipapa, ma che non era già allora arcivescovo di Ravenna, in guisa che
quel _Wibertus archiepiscopus_, che si legge nelle sottoscrizioni, sarà
arcivescovo d'altra chiesa, se pur quel nome non è scorretto. Forse ivi
era scritto _Wido_, cioè _Guido_ arcivescovo di Milano. In questa
maniera il papa rimise ne' termini dell'antica consuetudine, da noi per
più secoli osservata, l'elezion de' romani pontefici, confermandola ai
cardinali e al clero e popolo romano, ma con riserbarne l'approvazione
al regnante imperadore, prima di consecrarlo. Prevalendosi inoltre della
minorità del re Arrigo, fece diventar questo un privilegio personale,
accordato dalla santa sede all'imperadore: il che non s'udì mai in
addietro. E i Greci e i Franchi e i Tedeschi Augusti fin qui aveano
sostenuto che questa fosse una prerogativa dell'alto loro dominio in
Roma, e in concedere gli Stati al romano pontefice si riserbavano per
patto questo da lor preteso diritto. Non potea però pretenderlo Arrigo
IV, perchè fin qui egli non era imperadore. Vero è che vedremo da qui a
non molto che fu rivocato anche questo medesimo decreto di papa Niccolò
II. In esso concilio romano Berengario abiurò per la prima volta la sua
eresia, e furono proibite non meno le simonie che i matrimonii ossia i
concubinati dei preti. Abbiamo dalla Vita di questo pontefice[821],
raccolta dal cardinale Niccolò d'Aragona, che i Normanni gli spedirono
ambasciatori con pregarlo di venire in Puglia, promettendogli ogni
soddisfazione. V'andò in fatti papa Niccolò dopo le feste di Pasqua, e,
per attestato di Leone Ostiense[822] e di Guglielmo Pugliese[823],
celebrò un concilio nella città di Melfi in Puglia, e non già in Amalfi,
come han supposto alcuni,
_Praesulibus centum jus ad synodale vocatis._
_Namque sacerdotes, levitae, clericus omnis_
_Hac regione palam se conjugio sociabant._
Intervenne a quel concilio anche _Riccardo I_ conte d'Aversa, che poi fu
principe di Capua coll'espulsione di _Landolfo V_. Questi era di nazione
normanna, e cognato di _Roberto Guiscardo_ mercè del matrimonio
contratto con Fridesinna di lui sorella. Passò il papa a Benevento, e
fuori di quella città sul principio d'agosto tenne un altro concilio, di
cui si vede fatta menzione nella Cronica suddetta del monistero di
Volturno. Fra gli altri che vi si trovarono, si conta _Ildebrando
cardinale_ suddiacono. Ma dopo questo concilio egli ci comparisce
davanti promosso a più alto grado, cioè creato cardinale arcidiacono
della santa romana Chiesa. In una bolla spedita dal medesimo papa
Niccolò II nel dì 14 di ottobre del presente anno in favore del
monistero di s. Pietro di Perugia, e pubblicata dal padre
Margarino[824], egli si sottoscrive: _Hildebrandus qualiscumque
archidiaconus sanctae romanae Ecclesiae_.
Dopo questi concilii attese il vigilantissimo papa a stabilire un
accomodamento coi Normanni. In vece di volerli nemici, da uomo saggio se
li fece amici; e il tempo mostrò i frutti del suo senno, perchè i
Normanni divennero lo scudo de' romani pontefici, e li sostennero in più
occasioni, e li misero in piena libertà e indipendenza dagl'imperadori.
Concedette dunque papa Niccolò in feudo a Roberto Guiscardo gli Stati da
lui conquistati in Puglia e Calabria, e il resto che si potesse da lui
conquistare non solo in quelle contrade, ma anche in Sicilia, dandogli
il titolo di _duca di Puglia, Calabria e Sicilia._ Guglielmo Pugliese
anch'egli scrive:
_Robertum donat Nicolaus honore ducali;_
notizie nondimeno che è difficile d'accordarle con Leone Ostiense[825],
il quale lasciò scritto che Roberto, dopo la presa della città di Reggio
in Calabria, _ex tunc coepit dux appellari_. Anche il Malaterra scrisse
lo stesso. Reggio fu presa solamente nell'anno 1060. Comunque sia, vien
riferito dal cardinal Baronio[826] il giuramento di fedeltà ch'esso
Roberto prestò al suddetto pontefice, con obbligarsi di pagare ogni anno
alla santa Sede dodici denari di moneta pavese per ogni paio di buoi.
Cercano alcuni con qual titolo papa Nicolao desse tale investitura ai
Normanni, che fu la primordiale del regno appellato oggidì di Napoli, e
v'aggiugnesse anche la Sicilia, su cui conservavano il lor diritto i
greci imperadori. Certo è che in questi tempi si facea molto valere la
donazion di Costantino, nata, per quanto si può credere, nel secolo
ottavo dell'era nostra volgare. Nè forse per l'ignoranza d'allora alcuno
s'accorgeva ch'ella fosse un documento apocrifo, talmente che s. Leone
IX papa nella lunga lettera scritta a Michele Cerulario patriarca di
Costantinopoli nell'anno 1053[827], cioè pochi anni prima, la produsse
quasi tutta, e massimamente quelle parole: _Tam palatium nostrum, quam
romanam urbem, et omnes Italiae, seu occidentalium regionum provincias,
loca et civitates saepefato beatissimo pontifici et patri nostro
Silvestro universali papae contradentes atque relinquentes, ei vel
successoribus ipsius pontificibus potestatem et ditionem firmam
imperiali censura per hanc divalem jussionem et pragmaticum constitutum
decernimus desponendo, atque juri sanctae romanae Ecclesiae concedimus
permansura_. Fece anche gran caso di tal donazione alcuni anni dappoi
san Pier Damiano in un suo dialogo[828]. Non c'è ora persona dotta che
non sappia essere quella una fattura de' secoli posteriori; ma nol
sapeano, nè se n'accorgeano i Romani di questi tempi. Sembra ancora che
circa questi medesimi tempi fossero dati fuori con delle giunte i
diplomi di Lodovico Pio, di Ottone I e di Arrigo I Augusti in favore
della Chiesa romana, dove è parlato di Benevento, della Calabria, della
Sicilia e d'altri paesi, coerentemente agl'interessi di questi tempi, ma
con discordia da quei de' secoli precedenti. Potrebbesi credere che su
tali fondamenti si piantasse il principio dei diritti che da allora fin
qua, cioè per tanti secoli, gode la Sede apostolica sopra le due
Sicilie, nelle quali ha stabilito una sì autentica e giusta sovranità e
prescrizione, contra di cui non si può allegare ragione alcuna. Oltre di
che, può anche darsi che non mancassero al pontefice Niccolò II altre
più sussistenti ragioni di dedizione spontanea, e di cessione anche
dalla parte dell'imperio. Certamente, per attestato del Continuatore di
Ermanno Contratto[829], Arrigo II imperadore avea conceduto al santo
papa Leone IX _pleraque in ultra romanis partibus ad suum jus
pertinentia pro cisalpinis in concambium datis._ Comunque sia, noi
sappiamo da san Pier Damiano[830] che la corte germanica con assai
vescovi nel conciliabolo di Basilea, dappoichè passò a miglior vita papa
Niccolò II, cassò _omnia quae ab eo fuerunt statuta_; e perciò resta
luogo di dubitare che in Germania fosse disapprovato questo fatto di
papa Niccolò. Diede anche lo stesso pontefice l'investitura di Capua e
del suo principato a _Riccardo I_[831] cognato di Roberto Guiscardo,
tuttochè non ne fosse per anche in possesso. Ciò fatto, perchè non potea
sofferire il magnanimo papa che i capitani e potenti romani, e
massimamente i conti di Tuscolo, ossieno Tuscolani, avessero occupato
tanti beni patrimoniali e Stati della Chiesa romana, con tener anche in
certa guisa come schiavi i pontefici romani[832], cominciò a valersi del
flagello de' Normanni stessi per mettere in dovere que' nobili suoi
ribelli. Ritornato dunque a Roma, spedì un esercito di quella gente
masnadiera addosso a Palestrina, a Tuscolo, ora Frascati, a Nomento, a
Galeria. Furono messi a sacco tutti quei luoghi fino a Sutri, e forzati
que' nobili all'ubbidienza del papa, e con ciò liberata Roma dalla lor
tirannia.
Abbiamo dal Continuatore d'Ermanno Contratto[833] che in quest'anno,
_orto inter Mediolanenses et Ticinenses bello, multi ex utraque parte
ceciderunt._ Di questa guerra fece menzione Arnolfo storico
milanese[834] de' correnti tempi, con dire che i Pavesi non vollero
ricevere un vescovo dato loro dal fanciullo re Arrigo, tuttochè fosse
stato anche consecrato dal papa. Altrettanto fecero poco appresso
parimente gli Astigiani, con rifiutare un vescovo da loro non eletto.
Per interessi ancora civili la discordia avea avvelenato il cuor de'
Pavesi e Milanesi. Gran tempo era che fra quelle due città popolatissime
e le maggiori del regno di Italia, bolliva una segreta gara ed invidia,
ancorchè ognun sapesse che Milano andava innanzi a Pavia. Niuna d'esse
volea cedere all'altra: e quindi per essere confinanti, nascevano bene
spesso ammazzamenti d'uomini, saccheggi ed incendii. Si venne ad una
palese rottura. I Pavesi, conoscendosi inferiori di forze, assoldarono
delle truppe forestiere, e diedero il guasto a' confini del Milanese.
Uscirono in campo anche i Milanesi, avendo tirati in loro lega i
Lodigiani; ed ancorchè parte della loro armata sotto l'_arcivescovo
Guido_ guerreggiasse in altre parti, pure vennero ad un fatto d'arme,
che riuscì sanguinosissimo per l'una e per l'altra parte, specialmente
per la morte d'assaissima nobiltà. Restò il campo in potere de'
Milanesi. Il luogo della battaglia si chiamava fin da' vecchi tempi
_Campo morto_. Sicchè noi cominciamo a vedere le città di Lombardia far
leghe e guerre, e mettersi in libertà: il che andò a poco a poco
crescendo: tutti effetti della minorità, cioè dell'impotenza del re
_Arrigo IV_. Era negli anni addietro nato in Milano un grave scisma, che
ogni dì più andava prendendo fuoco; perciocchè principalmente nel clero
di quella insigne città s'era introdotto l'abuso che i preti e diaconi
assai notoriamente prendevano moglie: il che in buon linguaggio vuol
dire che viveano nel concubinato. Questo morbo era familiare per
l'Italia, ed aveva infestata anche la stessa città di Roma: colpa per lo
più de' vescovi poco attenti alla lor greggia, e talvolta ancora tinti
della medesima pece. L'esempio della Chiesa greca facea loro credere
lecito l'ammogliarsi, senza volere far caso della disciplina
costantemente osservata fin dai primi secoli della Chiesa latina, in cui
fu sempre vietato ai preti e diaconi il prendere moglie, o, se prima le
aveano, l'uso delle medesime. Contra di questi incontinenti e scandalosi
ministri dell'altare, a' quali, benchè impropriamente, si attribuisce
l'eresia de' Nicolaiti, alzò bandiera Arialdo diacono, uomo zelantissimo
dell'onor di Dio e della sua Chiesa, ed egli fu che commosse il popolo
contra di loro. Guido arcivescovo, fautore dei preti, nel concilio di
Fontaneto proferì sentenza di scomunica contra di Arialdo e di Landolfo
nobile laico suo collega. Ma questo non servì se non ad accrescere il
tumulto e l'ira di una parte del popolo. Arnolfo e Landolfo seniore,
storici milanesi di questi tempi[835], ed avvocati dell'incontinenza del
clero ambrosiano di allora, diffusamente parlano di quella tragedia. Ora
l'indefesso papa Niccolò, informato da più parti di così strepitoso
disordine, spedì in quest'anno, se pure non fu nel fine del precedente,
due suoi legati a Milano per cercarne i rimedii. Questi furono _Pier
Damiano_, santo e celebratissimo cardinale e vescovo d'Ostia, ed
_Anselmo da Badagio_ milanese, già creato vescovo di Lucca. Andarono
essi anche per isradicare il vizio della simonia, di cui era
patentemente reo l'arcivescovo, giacchè egli a niuno conferiva gli
ordini ecclesiastici senza farsi pagare. Trovarono essi delle
opposizioni, e contra di loro si venne anche ad una sollevazione de'
parziali degli ecclesiastici. Pure per la saviezza ed eloquenza del
Damiano quetati i rumori, quell'arcivescovo confessò il suo fallo, ed
accettò la penitenza impostagli. Così fecero anche gli altri, con restar
proibita da lì innanzi la simonia e l'ammogliarsi dei sacri ministri
dell'altare. Vien distesamente narrato questo fatto dal medesimo san
Pier Damiano in una sua relazione[836], e a lungo ne parlano il cardinal
Baronio[837] e il Puricelli[838]. Dopo questo l'arcivescovo Guido andò
al concilio romano, dove ebbe buon trattamento dal papa, alla cui destra
fu posto, e, giurata a lui ubbidienza, se ne tornò lieto a casa. Ma Pier
Damiano in ricompensa delle sue fatiche fu spogliato dal papa de' suoi
benefizii, e ricevette altri affronti, per li quali modestamente dimandò
licenza di rinunziare al suo vescovato d'Ostia. Nell'anno presente,
secondo Guglielmo Pugliese[839], _Roberto Guiscardo_ duca di Puglia
s'impadronì delle città di Cariati, Rossano, Cosenza e Geraci nella
Calabria. E _Gotifredo duca_ di Lorena e Toscana, intitolato _dux et
marchio_, con _Arnaldo vescovo_ e conte, tenne due placiti nel contado
di Arezzo, _anno dominicae Incarnationis MLIX, regnante Genrico rege,
mense junio, Indictione XIII_[840]. Dal che si raccoglie che Gotifredo
avea molto bene assunto il governo della Toscana, e il titolo di
marchese di quella provincia, e che non ne fosse già semplice
amministratore a nome della moglie e di Matilda sua figliuola, come ha
creduto taluno. Inoltre ne ricaviamo, ch'egli riconosceva per re
d'Italia Arrigo IV. In uno d'essi documenti comparisce _Rainerius filius
Ugicionis ducis et marchionis_, cioè di quell'_Uguccione_ che a' tempi
di Corrado I Augusto era stato duca e marchese della Toscana.