[755] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[756] Hermannus Contractus, in Chron.
[757] Gaufrid. Malaterra, lib. 1 Hist.
[758] Wibertus, in Vita Papae Leonis IX, lib. 2, cap. 7.
[759] Leo Ostiensis, in Chron., lib. 2, cap. 87.
[760] Lambertus Schafnaburgensis, in Chron.
[761] Hermannus Contractus, in Chron.
[762] Sigebertus, in Chron.
[763] Bertold. Constantinensis, in Chron.
[764] Guillelmus Apulus, lib. 2 Poem.
[765] Antiquit. Italic., Dissert. LXXIII.
Anno di CRISTO MLV. Indizione VIII.
VITTORE II papa 1.
ARRIGO III re di Germania 17, imperadore 10.
Per quanto s'ha da Leone ostiense[766], fu spedito in Germania dal clero
e popolo romano _Ildebrando_, allora suddiacono della santa Chiesa
romana, acciocchè impetrasse dall'imperadore la libertà di eleggere a
nome d'essi Romani un nuovo papa, il creduto da lui più degno, giacchè
in Roma dicono che non si trovava persona atta a sì gran ministero.
Scelse egli _Gebeardo vescovo_ di Aichstet, prelato di gran prudenza e
facoltoso, col consenso degli stessi Romani, e presentollo
all'imperadore, il quale non sapeva indursi a concederlo, perchè l'amava
assaissimo, e il riputava troppo necessario ne' suoi consigli. Ripugnava
anche lo stesso Gebeardo, non so se per umiltà, oppure per paura di sua
vita in mezzo agl'Italiani. Arrigo ne propose degli altri; ma Ildebrando
stette fisso nell'elezione fatta, e condusse in Italia Gebeardo. Questi,
giunto a Roma canonicamente eletto ossia confermato dai Romani, assunse
il nome di _Vittore II_, e fu consecrato papa nel dì 13 d'aprile, cioè
dopo essere stata vacante la santa Sede quasi un intero anno. Dacchè
seguì il matrimonio fra _Gotifredo_ Barbato, duca di Lorena, e
_Beatrice_ duchessa di Toscana, cominciarono a fioccar le lettere alla
corte imperiale sì da Roma che da altre parti d'Italia[767],
rappresentanti l'esorbitante accrescimento di potenza in Italia d'esso
Gotifredo; e che, se non si rimediava per tempo, correa pericolo questo
regno di staccarsi da quello della Germania. Non trascurò questi avvisi
l'Augusto Arrigo, e sul principio dell'anno presente colla sua armata
calò in Italia per dar sesto a questi affari. Egli era in Verona nel dì
7 d'aprile, come consta da un suo diploma pubblicato dal Margarino[768].
E nel dì 16 d'esso mese celebrò la Pasqua in Mantova. Non giudicò bene
Gotifredo, siccome principe assai accorto, di presentarsi
all'imperadore, ma gli mandò incontro ambasciatori al di lui arrivo in
Italia con grandi proteste di fedeltà. Poscia fece tener loro dietro la
moglie Beatrice, figurandosi che il di lei sesso e la parentela stretta
coll'imperadore l'esenterebbono da ogni insulto e gastigo. In fatti andò
essa, ma non senza interni timori; ebbe difficilmente udienza, ed
avutala, disse quante ragioni seppe per giustificar sè e il marito. Ma
con tutto questo, perchè il matrimonio era seguito senza participazione
e consentimento dell'imperadore con principe creduto pubblico nemico
dell'imperio, fu essa ritenuta sotto guardia e come ostaggio, senza far
caso del salvocondotto ch'ella avea prima procurato ed ottenuto, per
quanto ha il Continuatore d'Ermanno Contratto[769]. Fece studio
l'imperadore per aver nelle mani anche il piccolo _Federigo_ figliuolo
del fu marchese Bonifazio e di Beatrice (chiamato Bonifazio dal suddetto
storico) che potea con qualche ragione pretendere alla successione nel
ducato della Toscana, affin di levare ogni pretesto al duca Goffredo di
amministrare il governo di quegli Stati. Ma mentre chi avea cura di
questo piccolo principe va cercando di non esporlo al duro trattamento
che provava la duchessa sua madre, egli se ne morì, e liberò Arrigo da
questo pensiero. Essendo già premorta Beatrice sua sorella, restò erede
di quell'ampio patrimonio l'unica prole rimasta in vita de' figliuoli
del marchese Bonifazio e di Beatrice, cioè la celebre contessa
_Matilda_, che allora si trovava in età di otto anni, e verisimilmente
si assicurò da ogni violenza con ritirarsi nella sua inespugnabil rocca
di Canossa sul Reggiano. Il Fiorentini scrive[770] ch'essa era allora
colla madre: il che difficilmente m'induco io a credere. Nel dì 5 di
maggio si trovava l'Augusto Arrigo ne' celebri prati di Roncaglia sul
Piacentino, dove, secondo il consueto, si raunava, all'arrivo dei re e
degl'imperadori, la dieta dei principi d'Italia, siccome costa da un suo
placito ivi tenuto, da me dato alla luce[771], che merita attenzione,
perchè gli avvocati di _Guido vescovo_ di Luni, avendo una lite pel
castello di Aghinolfo con un Gandolfo, volevano deciderla col duello
alla presenza dello stesso Augusto e di varii vescovi, se non che
amichevolmente si acconciò l'affare. Di questa dieta fa menzione anche
Arnolfo storico milanese nel lib. III, cap. 6, con dire che in essa
_marchionem Adelbertum, de quo nimia fuerat proclamatio, cum aliis
flagitiosis, ferreis jubet vinciri nexibus_. Non ho potuto chiarire se
questo principe fosse della schiatta dei marchesi poscia appellati
estensi.
Perchè gl'interessi della Toscana stavano forte a cuore all'Augusto
Arrigo, ed anche perchè il novello _papa Vittore_ avea intimato un
concilio da tenersi in Firenze, colà s'inviò egli, e trovossi col
pontefice in quella città per la festa della Pentecoste[772]. Fu
celebrato in Firenze il suddetto concilio, e quivi di nuovo condannata
l'eresia di Berengario e la simonia, e vietata l'alienazione dei beni
ecclesiastici. Non ci restano gli atti di quella sacra adunanza. Inviò
anche lo zelante papa in Francia, o in questo anno, ovvero nel seguente,
il celebre Ildebrando, suddiacono allora, siccome dissi, della santa
romana Chiesa, per estirpare la simonia, male in questi tempi gravemente
radicato per tutta la Cristianità. Vi operò egli delle mirabili cose,
che si leggono nella storia ecclesiastica. In quest'anno ancora, per
asserzione di Lamberto da Scafnaburgo[773] e d'altri, accadde che dalla
mano sacrilega di un suddiacono fu posto del veleno nel calice quando il
suddetto pontefice era dietro a celebrar messa. Miracolosamente volle
Dio che il buon papa dopo la consecrazione non potesse alzare il calice.
Allora egli col popolo in orazione pregò Dio di rivelar la cagione di
questa novità: ed eccoti essere preso dal demonio l'empio autore
dell'iniquità, che confessò il suo delitto. Fece Vittore chiudere quel
calice in un altare col vino attossicato; e rinnovò col popolo le
preghiere a Dio, finchè il suddiacono si vide liberato dal demonio.
Havvi chi crede essere provenuto un tale attentato da quel tristo di
Teofilatto, che dianzi abbiam veduto sotto il nome di Benedetto IX sulla
cattedra di san Pietro, il quale già deposto era tuttavia vivente, per
quanto consta dalle parole dette dal santo papa Leone IX prima di morire
nell'anno precedente[774]. Ma se sussiste ciò che si è detto di sopra
all'anno 1044 d'esso Benedetto IX, sopra di lui non dovrebbe cadere un
tal sospetto. Che l'Augusto Arrigo fosse in Firenze nel dì 6 di giugno
dell'anno presente, possiamo anche provarlo colla conferma de'
privilegii de' canonici di Parma, da me pubblicata[775], e data _VIII
idus junii, anno dominicae Incarnationis MLV, Indictione VIII, anno
autem domni Heirici tercii regis, imperatoris autem secundi,
ordinationis ejus XXVII, regni quidem XVI, imperii vero VIIII. Actum
vero Florentiae_. Accadde in quest'anno il ritorno in Italia di
_Federigo_ cardinale, cancelliere della Sede apostolica, già spedito a
Costantinopoli dal santo papa Leone IX, dove con vigore apostolico
sostenne la dottrina della Chiesa romana contra di Michele Cerulario,
principale autore di un deplorabile scisma[776]. Fama corse ch'egli
portasse da quella corte un gran tesoro, ed avvertitone l'imperadore
Arrigo, per sospetto che Federigo, siccome fratello di Gotifredo duca di
Lorena, cioè di una persona odiata non poco da esso augusto, avesse
tramata col greco imperadore qualche lega in pregiudizio dell'imperio
germanico, scrisse al papa di prenderlo e cacciarlo in prigione. Ne fu
segretamente avvertito Federigo, e, per sottrarsi alla persecuzione
d'Arrigo, corse al monistero di Monte Casino, e quivi si fece monaco.
Leone ostiense, autore di questo racconto, avea detto nel capitolo
precedente che Federigo in passando pel territorio teatino o sia di
Chieti, _Trasmondo conte_ di quella città l'avea spogliato di quanto
egli portava seco, lasciandolo poi in libertà, con grave scandalo ed
ingiuria della sede apostolica. Aggiugne il suddetto Ostiense[777], che
essendo mancato di Vita _Richerio abbate_ di Monte Casino, in suo luogo
fu eletto dai monaci un di loro appellato Pietro. Se l'ebbe a male papa
Vittore II, il quale per altro amava poco i monaci, e ne fece gran
querela, perchè senza sua saputa avessero eletto un abbate. Mandò
apposta colà _Umberto_ vescovo e cardinale con ordine di adoperar le
scomuniche; _ita ad subjugandam sibi violenter abbatiam animum papa
intenderat: quum numquam aliquis ante illum romanorum pontificum hoc
attemptaverit; sed libera ab initio permanente, abbatis quidem electio
monachis, papae vero sacratio tantummodo pertinuerit_. Furono perciò in
armi i sudditi della badia; ma non finì la faccenda, che Pietro eletto
abbate rinunziò a quella dignità nell'anno 1057, siccome vedremo.
Se si ha a credere a Lamberto da Scafnaburgo[778], l'Augusto Arrigo
aveva, almeno in apparenza, mostrato di accettar le scuse e proteste
d'esso Goffredo, per timore specialmente ch'egli, unendosi coi Normanni,
non isconvolgesse tutta l'Italia. Tuttavia essendosi ritirato Goffredo
in Lorena, mal soddisfatto al vedere ritenuta dall'imperadore Beatrice
sua moglie, concepì Arrigo dei sospetti ch'egli potesse tentar delle
nuove ribellioni, ed in quest'anno appunto, secondo Sigeberto[779],
_Baldovino conte_ di Fiandra _cum Godefrido avunculum suum Fridericum
ducem intra Androverpum obsidet_. Perciò Arrigo determinò di ritornare
in Germania, dappoichè l'Italia restava in una buona calma. Era egli sul
Ferrarese verso il fine d'agosto, siccome consta dal diploma da me dato
alla luce[780], in cui conferma al popolo di Ferrara i lor privilegii.
Le note cronologiche son queste: _VIII kalendas septembris, anno
dominicae Incarnationis MLV, Indictione VIII, anno autem domni Henrici
tertii regis, imperatoris autem secundi, ordinationis ejus XXVII, regni
quidem XVII, imperii vero VIIII. Actum ad Pontem_: forse il _Ponte_
oggidì appellato di _Lagoscuro_ sul Po. Nel dì 15 d'ottobre si truova lo
stesso Augusto in Mantova, dove spedisce un diploma in favore de'
canonici di Cremona colle suddette note[781]. Parimente in Verona nel dì
11 di novembre ratificò i privilegii del monistero di san Zenone, posto
allora fuori di quella città, con diploma da me pubblicato altrove[782].
Leggonsi ancora tre placiti tenuti in questo anno da _Guntero_
cancelliere e messo dell'imperadore, uno nel contado di Firenze presso
il fiume Arno, _in loco, qui nominatur Omiclo_, nel dì 14 di giugno; il
secondo _in civitate Mantua in lobia soleriata, quae fuit marchionis
Bonifacii, XV kalendas novembris_; il terzo nella villa di Volarno del
contado di Verona nel dì 15 di novembre. Per la Baviera passò l'Augusto
Arrigo a Turgau negli Svizzeri, dove celebrò la festa del santo
Natale[783], _ibique Othonis marchionis filiam_ (appellata _Berta_)
_aequivoco suo filio desponsavit_, cioè ad Arrigo IV, allora fanciullo
di pochi anni. Altri non è questo _Ottone_ marchese che il marchese di
Susa, cioè il marito di _Adelaide_ celebre marchesana di quelle
contrade. Oltre ad altri scrittori, Lamberto scafnaburgense[784]
all'anno 1066 fa menzione delle nozze d'esso Arrigo IV _et Berthae
reginae filiae Ottonis marchionis Italorum._ L'Annalista sassone[785] la
chiama _filiam Ottonis marchionis de Italia, et Adeleidis, quae soror
erat comitis, qui agnominatus est de monte Bardonis in Italia._
Quest'ultimo è una favola. Appartiene ancora al presente anno un
avvenimento di grande importanza per la nobilissima casa d'Este. Nel
suddetto diploma dato ai monaci di san Zenone vien mentovato _Welpho
gloriosus dux_, cioè duca della Carintia, e marchese della marca di
Verona. L'autore della Cronica di Weingart[786] e l'abbate
urspergense[787] raccontano che questo principe essendo ito ad aspettare
ne' prati di Roncaglia l'imperadore, che vi si dovea trovare in un
giorno determinato, dopo averlo aspettato indarno tre dì,
impazientatosi, fece alzar le bandiere colle sue genti, e se ne tornò a
casa. E tuttochè per via trovasse l'imperadore che veniva, nè per
preghiere, nè per minacce vi fu maniera di farlo tornare indietro. Mise
anche l'imperadore Arrigo una esorbitante contribuzion di danaro a'
Veronesi, e la riscosse. Sopravvenne il duca Guelfo, e, saputo un sì
pesante aggravio imposto a' suoi sudditi, fece tal fuoco presso del
medesimo Augusto, che l'obbligò a rifondere quel danaro. Il Continuatore
di Ermanno Contratto scrive che Gebeardo vescovo di Ratisbona, _et
Welphus dux licentiam repatriandi ab Italia impetraverunt, militesque
eorum, illis (ut ajunt) ignorantibus, contra imperatorem conjuraverunt._
Ma in questo medesimo anno lo stesso duca Guelfo III, giovane di spiriti
eccelsi, _suis, et omni populo flebili morte praeventus, apud altorfense
coenobium sepultus est._ In lui ebbe fine la famosa ed antichissima
famiglia de' principi guelfi, se non che fors'anche era in vita
_Cunegonda_ sua sorella, moglie di _Alberto Azzo II_ marchese,
progenitore de' principi estensi. Da questo matrimonio era nato un
figliuolo appellato _Guelfo IV_. E contuttochè i monaci di Weingart,
ossia delle vigne, in Altorf, prevalendosi del momento felice della
mortal malattia d'esso Guelfo IV, l'avessero indotto a lasciar tutti i
suoi Stati e beni della Suevia, che erano di grande estensione, al lor
monistero; pure _Ermengarda_ madre di lui, tuttavia vivente, chiamò in
Germania il nipote _Guelfo IV_ figliuolo della figliuola e del _marchese
Azzo_ e, fatto probabilmente conoscere informe e nullo il testamento del
figliuolo, fece passare in esso suo nipote tutta l'ampia eredità della
casa de' Guelfi. Ecco le parole dell'Urspergense: _Mater ejusdem_ (di
Guelfo III duca) _hanc distributionem fieri non permisit; sed potius de
Italia revocavit filium praefati Azzonis nepotem suum Welphonem quartum,
eumque heredem omnium possessionum ejusdem generis instituit._
Altrettanto ha la Cronica di Weingart presso il Leibnizio. È punto
importante alla storia dell'Italia e della Germania, perchè il sangue
de' principi estensi per mezzo di questo principe si propagò e divenne,
siccome diremo, gloriosissimo in Germania, discendendo per diritta linea
da esso _Guelfo IV_ la reale ed elettoral casa di Brunsvic, siccome da
un altro figlio di esso marchese Azzo la linea de' marchesi d'Este.
Quando mancasse di vita la suddetta _Cunegonda_, moglie del marchese
Alberto Azzo, non l'ho potuto scoprire. Ben so che fu seppellita nella
badia della Vangadizza presso all'Adigetto, posseduta per più secoli dai
monaci camaldolesi; e il suo epitaffio, a me comunicato dal celebre
letterato don Guido Grandi camaldolese, fu già da me dato alla
luce[788]. Abbiamo dalla Cronica antica di Parma[789], che quella città
nel dì di san Lorenzo di quest'anno restò da un terribil incendio in
gran parte consumata. Fu anche guerra fra i Pisani e Lucchesi; _Pisani
vero vicerunt illos_, se crediamo agli antichi Annali di Pisa[790]; e la
battaglia succedette in un luogo detto Vaccoli presso di Lucca. Scrive
ancora il Dandolo[791] che riuscì a _Domenico Contareno_ doge di Venezia
di riportare (probabilmente in quest'anno) dall'imperadore Arrigo la
conferma de' patti antichi col regno d'Italia.