[705] Hermannus Contract., in Chron.
[706] Wibertus, Vit. Leonis IX., lib. 2, cap. 7.
[707] Chron. Sublacense, tom. 24 Rer. Ital.
[708] Chron. Farfens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[709] Mabillonius, Annal. Benedictin. ad hunc annum.
[710] Wibertus, in Vita Leonis IX, lib. 2, cap. 5.
[711] Chron. Casauriens., P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[712] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 84.
[713] Wibertus, in Vita Leonis IX, lib. 2, cap. 10.
[714] Lupus Protospata, in Chronico.
[715] Antiquit. Italic., Dissert. V, pag. 217.
Anno di CRISTO MLII. Indizione V.
LEONE IX papa 4.
ARRIGO III re di Germania 14, imperadore 7.
Era stata in addietro l'Ungheria tributaria dell'imperio germanico; ma
essendo insorte liti, e cessato il pagamento, si venne ad un'aspra
guerra fra l'_imperadore Arrigo_ ed _Andrea_ re d'Ungheria. Il santo
papa Leone, per desiderio di rimettere la concordia fra que' principi
cristiani, si portò in quest'anno di nuovo in Germania per trattar di
pace. Ermanno Contratto scrive[716] ch'egli vi andò per le istanze del
re Andrea; fece desistere l'imperadore dall'assedio di un castello; e
trovatolo dispostissimo ad un accordo, già si credeva di avere in pugno
la pace. Ma Andrea sconciamente il burlò: laonde il papa fulminò contra
di lui la scomunica. Se ciò sussiste, è cosa da stupir come Wiberto
conti tutto al rovescio questa faccenda, con dire[717] che gli Ungheri
erano pronti a pagare il tributo, purchè ottenessero il perdono dei
trascorsi passati. _Sed quia factione quorumdam curialium, qui felicibus
sancti viri invidebant actibus, sunt Augusti aures obturatae precibus
domni apostolici, ideo romana respublica subjectionem regni hungarici
perdidit, et adhuc dolet finitima patriae praedis et incendiis
devastari._ _Arrigo_ vicecancelliere dell'imperadore fu in quest'anno da
lui promosso all'arcivescovato di Ravenna; ma, secondo il Rossi[718],
non ottenne la conferma e il pallio dal papa, se non nell'anno seguente
con bolla data _VI idus aprilis, anno pontificatus IV, Indictione VI_.
Sotto specie d'intronizzar questo novello arcivescovo, fu inviato a
Ravenna anche _Nizone vescovo_ di Frisinga, uomo pien di vizii, e che
per qualche tempo mostrò di pentirsi e di abbracciar la vita monastica,
ma in breve tornò alla vita di prima. Costui, giunto a Ravenna, quivi,
colto da morte improvvisa, lasciò le sue ossa. Al suddetto Arrigo
arcivescovo scrisse il suo libro ossia opuscolo intitolato _Gratissimus_
san Pier Damiano, o, come si dovrebbe dire, _Pietro di Damiano_, nato
nella città stessa di Ravenna, e gran luminare di santità e letteratura
in Italia per questi tempi. Uno ancora dei motivi per gli quali
s'indusse a tornare quest'anno in Germania il santo pontefice, fu,
secondo l'Ostiense[719], per impetrar degli aiuti dall'imperadore contra
de' Normanni di Puglia, le avanie e crudeltà dei quali egli non potea
più sofferire. Un diploma, che si legge pubblicato nelle mie Antichità
italiane[720], ci fa vedere nel giugno di quest'anno in Zurigo
l'imperadore Arrigo, che concede al clero di Volterra, fra gli altri
privilegii, quello di poter decidere le liti col duello. Era allora
troppo in uso questa barbarica e detestabil usanza, accresciuta dipoi
nell'andare innanzi dai cacciatori di puntigli. Per isradicarla molto
s'è fatto; ma al mondo non mancheranno mai dei pazzi. Ho io pubblicato
un contratto seguito in questo anno fra _Bonifazio duca_ e marchese di
Toscana, signore di Mantova, Ferrara ed altre città, e _Otta_ badessa di
santa Giulia di Brescia. Fu scritta quella carta[721] _anno ab
Incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo quinquagesimo secundo,
Enricus gratia Dei imperator Augustus, anno imperii ejus sexto, quarto
kalendas aprilis, Indictione quinta_. Ma poche settimane dipoi
sopravvisse Bonifazio. Mentre egli da Mantova passava a Cremona, per
mezzo di un ombroso bosco, fu ferito con una saetta, ossia con un dardo
attossicato, e di quel colpo morì. _His diebus marchio Bonifacius_ (son
parole di Arnolfo milanese[722] autore contemporaneo) _dum nemus
transiret opacum, insidiis ex obliquo latentibus, venenato figitur
jaculo. Heu senex ac plenus dierum, maturam mortem exiguo
praeoccupavit._ Il Fiorentini scrive[723] che egli _non molto carico
d'anni_ morì; ma non avea veduto Arnolfo, scrittore più informato di
lui. E se Bonifazio si truova _marchese_ fin l'anno 1004, convien dire
che egli fosse vecchio nell'anno presente. E qui si dee notare che
nell'edizione della storia d'esso Arnolfo fatta dal Leibnizio sopra un
testo milanese, si legge _marchio Montisferrati Bonifacius_. Ma il
manuscritto estense più antico degli altri non ha _Montisferrati_; e
quella è una giunta di qualche ignorante, siccome già osservai[724]
nella prefazione al medesimo Arnolfo.
Abbiamo da Donizone il tempo preciso della morte di questo principe,
laddove scrive, ma accortamente tacendo ch'essa fosse violenta[725]:
_Ipse die sexta maii post quippe kalendas_
_Deseruit terram, quem Christus ducat ad ethram,_
_Quando defunctus, terrae datus, estque sepultus,_
_Tunc quinquaginta duo tempora mille Dei stant._
Fu seppellito il di lui corpo in Mantova: perlocchè si legge presso il
suddetto Donizone una curiosa altercazione fra quella città e la rocca
di Canossa, dove pretendeva il buon monaco canossino Donizone che se gli
dovesse dar sepoltura presso de' suoi antenati. Da altre memorie ancora
da me rapportate nella prefazione al medesimo Donizone apparisce, aver
la buona gente creduto che non nascesse erba nel luogo dove Bonifazio fu
ferito. Certamente questo principe non era un santo. Anzi egli
s'acquistò il brutto nome di tiranno presso i Tedeschi. Ermanno
Contratto, vivente allora (se pure al suo testo non fu fatta qualche
giunta), scrive sotto quest'anno[726]: _Bonifacius ditissimus Italiae
marchio, immo tyrannus, insidiis a duobus exceptus militibus,
sagittisque vulneratus et mortuus, Mantuae sepelitur._ E il Fiorentini
osserva[727] che in tre privilegii da Arrigo IV e V e Lottario,
susseguenti imperadori, conceduti al popolo di Lucca, si legge:
_Consuetudines etiam perversas, a tempore Bonifacii marchionis duriter
iisdem hominibus impositas, omnino interdicimus, et ne ulterius fiant
praecipimus._ Lasciò Bonifazio dopo di sè tre figliuoli a lui nati dalla
duchessa Beatrice, cioè _Federigo_ (appellato _Bonifazio_ dal
continuatore di Ermanno Contratto), _Beatrice_ e _Matilda_, tutti tre di
tenera età, e perciò bisognosi della madre. In questo anno ancora, per
testimonianza dell'Ostiense[728] e di Romoaldo salernitano[729],
_Guaimario IV_ principe di Salerno, per una congiura fatta contra di lui
da alcuni suoi parenti e da altri malcontenti, con più ferite tolto fu
di vita; e il suo cadavero obbrobriosamente strascinato lungo il lido
del mare. Salerno colla rocca restò in potere de' congiurati; ma _Guido
duca_ di Sorrento, e fratello d'esso Guaimario chiamati in aiuto i
Normanni, da lì a cinque giorni ricuperò quella città; installò nel
principato _Gisolfo II_ figliuolo del trucidato principe, e fece morir
quattro di lui parenti con trentasei altri, tutti rei di quel misfatto.
Fermossi tutto quest'anno in Germania il santo _papa Leone_, ed in
Vormazia celebrò la festa del Natale in compagnia dell'imperadore.
Allora fu, secondo Ermanno Contratto, ch'egli fece istanza perchè fosse
restituita sotto il dominio della Chiesa romana la ricca badia di Fulda
con altre poste in quelle contrade, le quali ne' tempi addietro furono
donate a san Pietro, e pagavano censo a Roma. Altrettanta premura ebbe
pel vescovato di Bamberga, di cui Arrigo I Augusto avea fatto un dono
alla Chiesa romana, e pagava anch'essa annualmente a Roma un cavallo
bianco e cento marche d'argento. L'imperadore all'incontro, mosso da
egual brama di poter disporre di quel vescovato e dello suddette badie,
propose piuttosto un cambio, e questo fu accettato dal papa: cioè Leone
rinunziò ad Arrigo i suoi diritti sopra quelle chiese, ed Arrigo in
contraccambio gli cedette molti suoi Stati nelle parti di là da Roma.
L'Ostiense scrive[730] che _tunc inter ipsum apostolicum et imperatorem
facta est commutatio de Benevento et bambergensi episcopio_, ma senza
dichiarare se fosse ceduta la sola città di Benevento col suo
territorio, come gode oggidì la Sede apostolica, oppure anche il
principato, di buona parte nondimeno del quale erano stati prima
investiti i Normanni: e senza dire con qual titolo e patti cedesse tali
Stati. Il Sigonio[731] dice _nomine vicariatus_. Così egli interpretò le
parole dell'Ostiense[732], laddove scrive che _Leo nonus papa
vicariationis gratia Beneventum ab Heinrico Conradi filio recepit_. Da
questo cambio poi deduce il padre Pagi[733] che non sussista quanto ha
Eutropio prete presso il Goldasto, con dire che Carlo Calvo avea
distratto Benevento dall'imperio romano, e concedutolo ai pontefici
romani. E si può similmente dedurre che neppure Lodovico Pio, Ottone I
ed Arrigo I imperadori avessero mai conceduto loro esso ducato di
Benevento.