NOTE:

[640] Hermannus Contract., in Chron.

[641] Antiquit. Ital., Dissert. LVI.

[642] Annalista Saxo.

[643] Chronograph. S. Benigni. Hermannus Contract., in Chron. Pandulfus

Pisanus. Arnulfus Hist. Mediol.

[644] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 79.

[645] Victor III. Dialogor., lib. 3.

[646] Pagius, in Annal. Baron. ad ann. 1044.

[647] Petrus Damian., Opusc. VI, cap. 36.

[648] Petrus Damian., Opuscul. XIX, cap. 11.

[649] Hermannus Contractus, in Chron.

[650] Baron., in Annal. Ecclesiast.

[651] Bolland., in Act. Sanctorum.

[652] Mabill., Saecul. VI Benedict., P. I.

[653] Donizo, in Vit. Mathild., lib. 1, cap. 14.

[654] Lupus Protospata, in Chronico.

[655] Gulielmus Apulus, lib. 2.

[656] Donizo., in Vit. Comitiss. Mathild., lib. 1, cap. 12.

[657] Vita S. Severi Episcop. in Act. Sanctorum Neapol., ad diem 30

aprilis.

Anno di CRISTO MXLVII. Indizione XV.

CLEMENTE II papa 2.

ARRIGO III re di Germania 9, imperadore 2.

Il vizio della simonia, siccome abbiamo detto, inondava allora tutta

l'Italia. _Clemente II_ papa, animato dal suo zelo e dalle premure

dell'_imperadore Arrigo_, che al pari del pontefice desiderava tolta

dalla Chiesa di Dio questa infamia, celebrò un concilio in Roma contra

de' simoniaci, di cui fa menzione san Pier Damiano[658]; ma gli atti son

periti. È da vedere come da esso san Pier Damiano venga esaltato

l'imperadore Arrigo, per la cura che egli si prese di estirpare la

simonia nei regni a lui consegnati da Dio, e massimamente in Italia, con

recedere affatto dal pessimo esempio de' suoi predecessori. E perciocchè

pur troppo i Romani aveano in addietro per amore della pecunia

conculcate le leggi di Dio e della Chiesa nelle elezioni dei papi, dal

che erano seguiti tanti scandali, e si mirava ridotta in tanta povertà

la santa Chiesa romana; esso re obbligò il clero e popolo di Roma che

non potesse eleggere e consecrar papa alcuno senza l'approvazione sua.

_Et quoniam_, dice san Pier Damiano, _ipse anteriorum tenere regulam

noluit, ut aeterni regis praecepta servaret, hoc sibi non ingrata divina

dispensatio contulit, quod plerisque decessoribus suis eatenus non

concessit: ut videlicet ad ejus nutum sancta romana Ecclesia nunc

ordinetur, ac praeter ejus auctoritatem apostolicae sedi nemo prorsus

eligat sacerdotem_. Anche Glabro Rodolfo ed Ugo flaviniacense attestano

questa pia premura dell'Augusto Arrigo contro la simonia; e perciocchè

la corruzion del secolo era allora grande, ed esso imperadore, pieno

d'ottimi sentimenti, altro non desiderava che il ben della Chiesa, fu

allora creduto utile e necessario il ripiego suddetto. Ma perchè ad un

padre buono succedette un figliuolo cattivo che cominciò ad abusarsi di

questa autorità, e il clero e popolo romano si diede allo studio e alla

pratica delle virtù, cessò questo bisogno, e fu giustamente rimessa in

piena libertà del clero romano l'elezion de' sommi pontefici, che da

molti secoli s'usa, ed è da desiderare che sempre duri, ma che nello

stesso tempo cessino le scandalose lunghezze dei conclavi, e le private

passioni de' sacri elettori in affare di tanta importanza per la Chiesa

di Dio. In esso concilio insorse nuova lite di precedenza fra gli

arcivescovi di Ravenna e di Milano, e il patriarca di Aquileia; e la

sentenza fu data in favore del ravennate. Di questo fatto altra

testimonianza non abbiamo, fuorchè una bolla di papa Clemente II,

accennata dal Rossi[659] e pubblicata dall'Ughelli[660], la qual

veramente ha tutta l'apparenza di non essere finta, ed avrebbe anche

maggior credito se non le mancasse la data. Tuttavia il Puricelli la

crede una finzione, e noi abbiamo due storici milanesi di questo secolo,

che nulla ne parlano, cioè Arnolfo e Landolfo seniore. Anzi il secondo

scrive[661] che in un concilio tenuto (non so se nell'anno 1049, oppure

nel 1050) da san Leone IX avvenne la controversia della precedenza fra

gli arcivescovi di Milano e di Ravenna, e che, _Deo annuente, ecclesia

ambrosiana per Guidonem sedem ipsam viriliter devicit, et religiose

hodie et semper tenebit_. Ed Arnolfo[662] anch'egli attesta che nel

concilio romano Guido arcivescovo di Milano fu onorevolmente trattato

_ab apostolico tunc Nicolao, cujus dextro positus est in praesenti

synodo latere_: forse nell'anno 1059. Oltre a ciò, Benzone scismatico

vescovo d'Alba, che visse sotto il re Arrigo IV, figliuolo di questo

imperadore, nel panegirico, ossia nella satira pubblicata dal

Menckenio[663], scrive, che quando il re va a prendere la corona

imperiale, _eum sustentat ex una parte papa romanus, ex altera parte

archipontifex ambrosianus_. Oltre di che, Domenico patriarca d'Aquileia

in una sua lettera, scritta circa l'anno 1054, e pubblicata dal

Cotelerio[664], scrive d'essere in possesso di sedere alla destra del

papa.

Dimorava tuttavia in Roma l'imperadore Arrigo, allorchè confermò tutti i

suoi beni al monistero di san Pietro di Perugia con un diploma[665],

dato _III nonas januarii, anno dominicae Incarnationis MXLVII,

Indictione XV, anno autem domni Heinrici tertii, ordinationis ejus

XVIII, regnantis VIII, imperantis autem primo. Actum Romae_. Un altro ne

diede pel monistero di Casauria[666] kalendis januarii. _Actum ad

Columna civitatem_, onde prese il cognome la nobilissima casa Colonna.

Uscito Arrigo di Roma, dopo aver preso _nonnulla castella sibi

rebellantia_, come s'ha da Ermanno Contratto[667], passò a Monte Casino,

dove, accolto con grande onore da quei monaci, lasciò molti regali, e

con un diploma, portante il sigillo d'oro, confermò tutti i diritti e

beni di quell'insigne monistero. Abbiamo questo diploma dal padre

Gattola[668], e si vede dato_ tertio nonas februarii, anno dominicae

Incarnationis MXLVII, Indictione XV, anno autem domni Heinrici tertii,

ordinationis ejus decimo octavo, regnantis quidem octavo, sed imperantis

primo. Actum Capuae_. A Capoa appunto da Monte Casino se n'andò

l'imperadore. Ossia che _Guaimario IV_ principe di Salerno, il quale

dall'Augusto Corrado avea anche ottenuto il principato di Capoa, non

fosse molto in grazia dell'Augusto Arrigo; oppure che avesse fatto gran

progresso nella corte e nell'animo di lui _Pandolfo IV_ già principe di

Capoa, deposto dal suddetto Corrado: egli è fuor di dubbio che Arrigo

trattò la restituzion d'esso Pandolfo nel principato di Capoa, e che

Guaimario gliel rinunziò con riceverne una buona somma d'oro.

Presentaronsi anche all'imperadore i Normanni, cioè _Drogone_ conte di

Puglia, e _Rainolfo_ conte di Aversa; e i regali a lui fatti di molti

destrieri e danari produssero buon effetto; perciocchè ne riportarono

l'imperiale investitura di tutti i loro Stati. Da Capoa s'incamminò alla

volta di Benevento; ma, secondo Ermanno Contratto, essendo stata

ingiuriata dai Beneventani la suocera dell'imperadore, nel passare per

colà in venendo dalla divozione del monte Gargano, i Beneventani temendo

lo sdegno d'esso imperadore, nol vollero ricevere, e si ribellarono.

Conduceva Arrigo allora poche truppe con seco, per averne rimandate la

maggior parte in Germania; e veggendo che gli mancavano le forze per

procedere ostilmente contra di quel popolo, altro ripiego non seppe

trovare che di farli scomunicare da papa Clemente, suo compagno in quel

viaggio. Tenne esso Augusto (ma non si sa in qual giorno) nel contado di

Fermo un placito, riferito dall'Ughelli[669]. Intanto l'_imperadrice

Agnese_ venuta a Ravenna, quivi gli partorì una figliuola. Inviossi

dipoi l'Augusto Arrigo alla volta della Germania, e trovandosi in _san

Flaviano_ nel dì 13 di marzo, diede un altro privilegio in favore del

monistero di Casa Aurea[670]. Passato dipoi a Mantova nel dì 19

d'aprile, giorno di Pasqua, celebrò con gran solennità la festa. Quivi

gravemente s'infermò, ma riavuto si fece venir da Parma il corpo di san

Guido abbate della Pomposa, morto nel precedente anno, e glorificato da

Dio con molti miracoli, e seco dipoi lo condusse in Germania. Mentre

l'imperadore in Mantova si trovò, dovette succedere quanto vien

raccontato da Donizone[671]. Era divenuta alquanto sospetta ad esso

imperadore la troppa potenza di _Bonifazio duca_ e marchese; e però gli

cadde in pensiero di farlo arrestare, allorchè egli veniva all'udienza,

con ordinare alle guardie di lasciarlo passare con non più di quattro

persone, e di chiudere incontanente le porte. Lo scaltro Bonifazio

v'andò coll'accompagnamento di una buona comitiva de' suoi

provvisionati, tutti provveduti d'armi sotto i panni. Costoro, a veder

le porte serrate dopo Bonifazio, le sforzarono, nè vollero mai perdere

di vista il padrone, il quale scusò questa insolenza con dire

francamente al re che l'uso di sua casa era d'andar sempre accompagnato

dai suoi. Arrigo tentò ancora di sorprenderlo di notte; ma avea che fare

con uno che anche dormendo tenea gli occhi aperti, e però se ne andò

senza far altro che ringraziarlo del buon trattamento. Nel dì primo di

maggio _Cadaloo vescovo_ di Parma ottenne dall'Augusto Arrigo in Mantova

il titolo e la dignità di conte di Parma[672]. E nel dì 8 di maggio

riportò Alberico abbate del nobil monistero di san Zenone di Verona

dall'imperadore un privilegio[673], _dato VIII idus maii, anno dominicae

Incarnat. MXLVII, Indict. XV, anno autem domni Heinrici tertii,

ordinationis ejus XVIII, regnantis VIII, secundi imperatoris primo.

Actum Folerni._ Era esso Augusto in Trento nel dì 11 di maggio, come

apparisce da altro suo diploma dato ai canonici di Padova[674] colle

stesse note.

Fin quando si trovava l'imperadore in Roma, cioè o sul fine del

precedente o sul principio del presente anno, egli diede per arcivescovo

alla chiesa di Ravenna _Unfredo_ suo cancelliere, e il fece consecrare

dal papa. Giunto poscia a Spira, dove collocò il corpo del suddetto san

Guido abbate, quivi celebrò la festa della Pentecoste, e tenne una dieta

de' principi. Allora fu ch'egli conferì il ducato della Carintia e la

marca di Verona a _Guelfo III_ conte, di nazione suevo, e di casa

nobilissima e rinomata in Germania, figliuolo del fu _Guelfo II_ conte.

Non ho io saputo discernere nelle Antichità estensi[675], se in occasion

della venuta in Italia di questo principe, oppure molto prima, _Alberto

Azzo II_, marchese e progenitor de' principi estensi, prendesse in

moglie _Cunegonda_, sorella d'esso Guelfo III. Pare che

l'Urspergense[676] dica che prima, con iscrivere che Guelfo II _genuit

et filiam Chunzam_ (lo stesso è che Cunegonda) _nomine, quam Azzoni

ditissimo marchioni Italiae dedit in uxorem_. Di queste nozze parla

eziandio l'antico autore della Cronica di Weingart[677]. Coll'imperadore

era ito in Germania anche _Clemente II_ papa, e ritornato poscia per

mala sua ventura in Italia, mentre si trovava _in romanis partibus_ sul

principio d'ottobre, cadde infermo, e si sbrigò da questa vita. Corse

voce, e forse non mal fondata, ch'egli morisse di veleno, fattogli dare

da Benedetto IX già papa, ai cui vizii noti non è inverisimile che

s'aggiugnesse ancora questa nuova scelleraggine. _Mense junii_ (sono

parole di Lupo Protospata[678], ma si dee scrivere _octobris_) _dictus

papa Benedictus per poculum veneno occidit papam Clementem._ Altrettanto

ha Romoaldo salernitano[679]. Nè sussiste l'asserzione di Leone

ostiense[680], che questo papa terminasse i suoi giorni _ultra montes_.

Fu ben portato a Bamberga il suo cadavero, ma _e romanis finibus_, come

ha ancora l'autore della Vita di santo Arrigo imperadore[681]. Essendo

stato finora ignoto il luogo dove questo pontefice terminasse i suoi

giorni, ho io il piacere di poterlo rilevare. Alle mani del padre don

Pietro Paolo Ginanni abbate benedettino, diligentissimo ricercatore

delle antiche memorie di Ravenna sua patria, capitarono negli anni

addietro due bolle originali. La prima è del suddetto papa _Clemente

II_, data _VIII calendas octobris, Indictione I_, cioè nel dì 24 di

settembre dell'anno presente, mentre egli si trovava gravemente infermo

nel monistero di san Tommaso apostolo _ad Aposellam_, vicino a Pesaro.

In essa dona egli a Pietro abbate di quel monistero la terra di san

Pietro, _pro salute animae suae_. La seconda bolla è di papa _Nicolò

II_, data nel dì 16 d'aprile dell'anno 1060, in cui _per intercessionem

domni Petri Damiani hostiensis episcopi, confratris nostri_, conferma al

predetto abbate la terra di san Pietro, _quam domnus papa Clemens, qui

ibi obiit, obtulit praedicto monisterio_. Resta perciò chiaro in qual

parte d'Italia venisse a morte il soprallodato papa Clemente II. Ora il

già deposto _Benedetto IX_ papa, udita ch'ebbe la morte di Clemente, col

mezzo dei suoi parenti potentissimi in Roma, tanto s'adoperò, che per la

terza volta tornò ad occupare la sedia di san Pietro, e la occupò per

otto mesi e dieci giorni. Vedesi in quest'anno un placito tenuto in

Broni, diocesi di Piacenza, da _Rinaldo messo del signor imperadore, al

quale intervennero ancora Anselmo ed Azzo marchesi_, l'ultimo dei quali,

antenato de' marchesi d'Este, già da noi s'è veduto all'anno 1045 _conte

di Milano_. Questo documento si legge presso il Campi[682], ed è

autentico. Ma non così un diploma rapportato dal medesimo storico, e

attribuito ad _Arrigo III_ re, come dato nell'anno presente. Non può

sussistere quell'atto.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 62 / 277 题