[625] Willielmus Malmesburiensis, de gest. Reg. Angl. lib. 2.
[626] Landulfus, Hist. Mediolan., lib. 2, cap. 32.
[627] Hermannus Contract., in Chron.
[628] Puricellius, Monument. Basil. Ambrosian.
[629] Landulfus Senior, Hist. Mediol., lib. 3, cap. 2.
[630] Gualvaneus Flamma, in Chron. Major. MS., cap. 763.
[631] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 3, cap. 1.
[632] Bullar. Casin., tom. 2, Constit. LXXXIX.
[633] Antiquit. Ital., Dissert. LXXIV.
[634] Hermannus Contract., in Chron.
[635] Sigebert., in Chron.
[636] Annalista Saxo.
[637] Antiquit. Ital., Dissert. XLV.
[638] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[639] Romuald. Salernit., in Chron., tom. 7 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MXLVI. Indizione XIV.
CLEMENTE II papa 1.
ARRIGO III re di Germania 8, imperadore 1.
Abbiamo da Ermanno Contratto[640] che _Widgero_ eletto e non consecrato
arcivescovo di Ravenna, dopo aver per due anni incirca occupata quella
chiesa e commesse varie crudeltà e cose improprie, chiamato in Germania
dal re Arrigo, fu da esso deposto. Celebrò Arrigo la Pentecoste in
Aquisgrana, dove se gli presentò _Gotifredo duca_ della Lorena, per
chiedergli misericordia de' suoi falli, nè solamente l'ottenne, ma anche
il ducato, da cui era decaduto per le già enunziate ribellioni. Sarà
cura d'altri il vedere se questa umiliazione di Gotifredo sia diversa
dalla narrata nell'anno precedente. Si credeva Arrigo di aver terminate
le guerre coll'Ungheria, che gli aveano dato tanto da fare negli anni
addietro, e parendogli di lasciar quieta la Germania, determinò
sull'autunno di quest'anno la sua venuta in Italia, per dar sesto agli
affari di queste contrade, e massimamente di Roma, dove desiderava di
prendere la corona dell'imperio. Era per viaggio con un esercito
numeroso, quando sentì sconvolto di nuovo il regno dell'Ungheria; ma non
istette per questo, e seguitò l'impreso cammino. Arrivato a Pavia, tenne
ivi un concilio, oppure una dieta. Verisimile cosa è che in tal
congiuntura egli ricevesse in Milano la corona ferrea dalle mani di
_Guido arcivescovo_. Passò dipoi a Piacenza, dove venne a trovarlo
Graziano, cioè papa _Gregorio VI_, che fu accolto con onore, e rimandato
con belle parole alla sua residenza. Sul finir di novembre noi troviamo
esso re in Lucca, dove fece una donazione[641] _VII kalendas decembris,
anno dominicae Incarnationis MXLVI, Indictione XIV, anno autem domni
Henrici III, ordinationis ejus XVIII, regni vero VIII. Actum Lucae_.
Giunto Arrigo a Sutri alquanti giorni prima del santo Natale, quivi fece
raunare un gran concilio di vescovi, e v'inviò anche papa Gregorio,
acciocchè fosse presidente di quella sacra adunanza. Non mancò egli di
andarvi, colla speranza che abbattuti gli altri due papi, egli
resterebbe solo sul trono. Abbiamo dall'Annalista sassone[642], avere un
romito (è molto che non dicessero un angelo) inviato al re Arrigo questo
ricordo:
_Una Sunamitis nupsit tribus maritis._
_Rex Henrice, Omnipotentis vice_
_Solve connubium triforme dubium._
Ora in esso concilio fu esaminata la causa di tutti e tre i papi, cioè
di _Benedetto IX_, di _Silvestro III_ e di _Giovanni VI_, e trovato che
con male arti e colla simonia aveano conseguito il pontificato, furono
tutti deposti, o, per dir meglio, dichiarato nullo ed illegittimo il
loro papato. Il cardinal Baronio, che teneva non già simoniaco, ma vero
e legittimo papa _Gregorio VI_, crede ch'egli spontaneamente
rinunziasse, e chiama una _detestanda prosunzione_ quella del re Arrigo,
quasichè egli il facesse deporre, perchè senza suo consentimento fosse
stato eletto dai Romani. Ma cotal pretensione difficilmente potè avere
Arrigo, perchè essendo solamente re, niun diritto aveva egli sopra la
città e i fatti di Roma. Quel che più importa, meritano qui ben più
d'essere uditi gli antichi storici[643] che dicono _convinto_ di simonia
anche il suddetto Gregorio VI. Sopra tutto si legga quello che ne scrive
Leone vescovo ostiense[644] e cardinale, informatissimo di quegli
affari, il quale non ha difficoltà di dire che il re Arrigo, _caelitus
inspiratus, de tanta haeresi sedem apostolicam desiderans expurgare,
Sutri restitit, et super tanto negotio deliberaturus, universale ibi
episcoporum concilium fieri statuit_, ec. Nè s'avvide il saggio Baronio
ch'egli disavvedutamente dava una mentita ad un insigne e santo papa di
questo medesimo secolo, cioè a _Vittore III_, stato prima abbate di
Monte Casino col nome di Desiderio. Questi ne' suoi dialoghi, i quali si
veggono pur anche citati da esso porporato Annalista, scrive[645] che
Benedetto _IX Joanni archipresbytero, non parva ab eo accepta pecunia,
summum sacerdotium tradidit_. Aggiugne, che Arrigo _tres illos, qui
injuste apostolicam sedem invaserant, cum consilio et auctoritate totius
concilii juste depettere instituit_, e che Gregorio VI _agnoscens se non
posse juste honorem tanti sacerdotii administrare, ex pontificali sella
exsiliens, ac semetipsum pontificalia indumenta exuens, postulata venia,
summi sacerdotii dignitatem deposuit_. Altrettanto si ricava da una
bolla di _Clemente II_ papa, successore del medesimo Gregorio, e da
_Bonizone vescovo_ di Sutri in questo secolo, le parole dei quali son
riferite dal padre Pagi[646]. Ma se giustamente operò Arrigo, e, per
confessione dello stesso Baronio, _inventum est plane remedium,
opportunum, quum metu et reverentia imperatoris cessarint violentae
illae intrusiones, crebro, ut vidimus, per comites tusculanos sacrilege
iteratae_: come mai si viene ad insultare alla memoria di questo re,
autore giusto d'un rilevantissimo beneficio? Anche Sigismondo imperadore
si sbracciò per far deporre tre papi, e lode, non biasimo conseguì da
tutti. Veggansi gli encomii che san Pier Damiano[647] diede per questo
allo stesso imperadore Arrigo. Fu poscia condotto in Germania il deposto
_Gregorio VI_, e quivi terminò i suoi giorni, non si sa bene in qual
città o monistero. Sappiamo bensì che il celebre _Ildebrando_, di cui
avremo a parlare non poco, il seguitò, ma contra sua voglia, in
quell'esilio. Dopo il concilio di Sutri entrò in Roma il re Arrigo, e
raunatosi tutto il clero e popolo romano nella basilica vaticana co'
vescovi stati al suddetto concilio, restò eletto, per consentimento di
tutti, sommo pontefice _Suidgero vescovo_ di Bamberga, personaggio
cospicuo per la sua pietà e letteratura, il quale con gran ripugnanza
accettò e prese il nome di _Clemente II_. E ciò, perchè non si trovò nel
clero romano chi fosse creduto degno di sì sublime ministero. Crede il
cardinal Baronio che questo fosse _velamentum fraudis, et adinventus
praetextus, quod eligeretur peregrinus, eo quod Romae non reperiretur
idoneus: nam quis magis idoneus ipso Gregorio, quem viri sanctissimi
atque doctissimi ejus temporis summis laudibus praedicarunt_? Ma ne vuol
egli il Baronio saper più di Vittore III papa, e di Leone cardinale e
vescovo d'Ostia, viventi in questo tempo, e ben informati di quegli
affari, ed amendue chiaramente attestanti che _non erat tunc talis
reperta persona, quae digne posset ad tanti honorem sufficere
sacerdotii_? Nè d'esso certamente parrà mai degno il suddetto Gregorio,
dacchè fu convinto d'essere entrato simoniacamente nella sedia di san
Pietro. Lo stesso san Pier Damiano, che sulle prime, per non sapere il
mercato fatto, cotanto lodò esso Gregorio, poscia di lui scrisse[648]:
_Super quibus, praesente Henrico imperatore, quum disceptaret postmodum
synodale concilium, quia venalitas intervenerat, depositus est_. Che se
Martin Polacco ed altri storici lontani da questi tempi scrissero che
Clemente II fu _invasor apostolicae sedis_, non meritano d'essere
ascoltati, perchè Clemente fu eletto da tutto il clero e popolo romano.
Nel Natale del Signore fu consecrato esso papa _Clemente II_, e nel
giorno medesimo con gran pompa fu acclamato imperador de' Romani
_Arrigo_, terzo fra i re di Germania, e secondo fra gl'imperadori.
Ricevette non men egli che l'Augusta sua consorte _Agnese_ l'imperial
corona dalle mani del novello pontefice. E così, come erano coronati,
insieme col papa[649], e fra i viva e l'accompagnamento del popolo
romano e delle altre nazioni, amendue passarono al palazzo del Laterano.
Celebratissimo era in questi tempi il monistero della _Pomposa_, oggidì
nel distretto di Ferrara, monistero antichissimo, ma sommamente
arricchito da _Ugo marchese_, uno degli antenati della casa d'Este, ed
illustrato in maniera da _Guido_ abbate santo, che Guido aretino monaco,
ristoratore del canto fermo, in una sua lettera rapportata dal cardinal
Baronio all'anno 1022[650], nominando il monistero pomposiano, ebbe a
dire: _Quod modo est per Dei gratiam, et reverentissimi Guidonis
industriam in Italia primum_. Era l'abbate Guido in istima grande presso
il re Arrigo e però, siccome costa dalla Vita di lui, scritta da un
monaco contemporaneo, e data alla luce dai padri Bollando[651] e
Mabillone[652], ebbe ordine da esso re nell'anno presente di andare
incontro ai messi reali, spediti in Italia per fare i preparamenti
necessarii per la venuta del re medesimo, perchè Arrigo intendeva di
valersi in tutto del parere del santo abbate. Andò Guido a Parma, indi a
Borgo san Donnino, dove infermatosi passò a miglior vita nel dì 31 di
marzo, dopo aver governato per quarantotto anni il suo monistero.
Racconta Donizone[653] che _Bonifazio duca_ e marchese di Toscana, e
signore di Ferrara, una volta l'anno andava alla Pomposa per farvi la
confessione de' suoi peccati, perchè allora era poco in uso il
frequentare i confessionarii:
_Fratres ac abbas ejus delicta lavabant,_
_Ecclesiae quorum solito dabat optima dona,_
_Rex etenim numquam dedit ullus ibi meliora._
E perciocchè, secondo l'abuso comune di questi tempi corrotti, i re, i
principi e i vescovi vendevano, cioè conferivano le chiese per danari,
il santo abbate Guido diede al marchese Bonifazio una buona
disciplinata, e gli fece promettere di guardarsi in avvenire da questo
abbominevole e sacrilego mercato:
_Qua de re Guido sacer abbas arguit, immo_
_Hunc Bonifacium, ne venderet amplius, ipsum_
_Ante Dei matris altare flagellat amaris_
_Verberibus nudum, qui deliciis erat usus._
_Pomposae vovit tunc abbatique Guidoni,_
_Ecclesiam nullam quod per se venderet unquam._
Abbiamo da Lupo Protospata[654] che in quest'anno Argiro figliuol di
Melo, patrizio e duca della Puglia, andò a Costantinopoli, dove
Guglielmo pugliese[655] attesta che ricevette grandi onori e commissione
dal greco Augusto di trovar maniera di scacciare di Puglia i Normanni,
che ogni dì più divenivano potenti ed insolenti, e recarono ancora in
questi tempi non poche molestie e danni alle castella ed ai beni di
Monte Casino. Intanto, secondo il suddetto Protospata, Eustasio,
catapano de' Greci in Italia, richiamò tutti i banditi da Bari, e li
fece ritornare alla lor patria. E nel dì 8 di maggio, essendo ito
coll'esercito suo a Trani per assalire i Normanni, col riportarne una
rotta imparò a conoscer meglio e a rispettare quella valorosa nazione.
Ma una grande perdita fecero in questo anno anche i Normanni, perchè la
morte rubò loro _Guglielmo Bracciodiferro_, capo de' medesimi, il cui
solo nome era terror de' nemici. _Drogone_ suo fratello fu creato conte,
ed ebbe tutti i di lui Stati. Non so se a quest'anno, oppure alla prima
venuta di Arrigo in Italia, appartenga ciò che narra Donizone[656].
Cioè, che trovandosi esso re in Mantova, Alberto visconte di quella
città, cioè vicario in essa del marchese e duca di Toscana Bonifazio,
gli donò del suo cento cavalli (cosa non facile a credersi) e dugento
astori per la caccia degli uccelli. Di sì sterminato dono si
maravigliarono forte il re e la regina, conoscendo da questo che gran
signore doveva essere il marchese, quando al suo servigio avea degli
uffiziali sì ricchi. Volle l'imperadore tener seco questo Alberto alla
sua tavola; ma egli se ne scusò con dire di non aver mai osato di
mangiare alla mensa del suo padron Bonifazio. Avendogli nondimeno data
licenza Bonifazio, pranzò col re, e ne riportò varii doni di pelliccie,
usatissime in questi tempi, le quali poi presentò egli tutte al duca
Bonifazio suo signore col cuoio di un cervo ripieno di danari, affine di
placarlo. In questo secolo e nei precedenti ogni città aveva il suo
_conte_, cioè il suo governatore, ed ogni conte il suo _visconte_, cioè
il suo vicario: onde poi vennero varie nobili famiglie appellate dei
visconti. In questo anno, secondochè si può ricavare dal suddetto
Donizone, _Beatrice_, duchessa di Toscana, partorì al suddetto Bonifazio
suo consorte la _contessa Matilda_, i cui fatti la renderono poi celebre
nella storia d'Italia. Avea prima partorito un maschio appellato
_Federigo_, ma egli non sopravvisse molto al padre. Circa questi tempi,
per quanto abbiamo dall'autore della Vita di san Severo vescovo di
Napoli[657], _Giovanni duca_ di Napoli e della Campania andò ad assediar
Pozzuolo, e quivi stette accampato gran tempo, ma senza apparire qual
esito avesse quell'assedio.