NOTE:

[606] Antiquit. Italic., Dissert. LXVI.

[607] Guilielmus Apulus, Hist., lib. 1.

[608] Cedren., in Compend. Histor.

[609] Lupus Protospata, in Chronico.

[610] Antiquit. Ital., Dissert. I.

[611] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

[612] Ughell., Ital. Sacr., tom. 5 in Venet. Patriarch.

[613] Hermannus Contractus. Lambertus Scafnaburgensis. Chron.

Andegavense.

[614] Annales Hildesheim.

Anno di CRISTO MXLIV. Indizione XII.

GREGORIO VI papa 1.

ARRIGO III re di Germania e d'Italia 6.

Per tre anni, secondo l'attestato di Arnolfo storico[615], durò il

blocco di Milano, già intrapreso dai nobili fuorusciti contro le plebe

di quella città. Terminò esso, a mio credere, piuttosto nel presente

anno che nel precedente, come si figurò il Sigonio. Eccone la maniera,

di cui siam tenuti a Landolfo seniore[616], altro storico milanese di

questo secolo. Erasi ridotta per sì lungo contrasto in somme miserie

quella nobil città, perchè troppo scemato il popolo a cagion dei tanti

combattimenti e delle malattie sofferte, e massimamente perchè un'orrida

fame era succeduta alla mancanza dei viveri. Pareano scheletri

camminanti quei che erano restati in vita. Ora Lanzone capitan d'esso

popolo, allorchè vide tendente al precipizio la fortuna de' suoi, nè

rimaner loro speranza di soccorso, preso seco molto oro ed argento,

segretamente se ne andò in Germania ad implorar il patrocino del re

Arrigo. Il trovò molto adirato contra di _Eriberto arcivescovo_, perchè

il supponeva autore di sì scandalosa division de' Milanesi, e insieme

della ribellione, giacchè niuna delle due fazioni ubbidiva più agli

ordini d'esso re. Purchè Lanzone si obbligasse di ricevere nella città

di Milano quattromila cavalli tedeschi, promise il re Arrigo di aiutar

la plebe contra dei nobili, e contra qualunque persona che volesse

molestarla. A tutto acconsentì Lanzone, e fu determinato il tempo della

spedizion dell'armata. Con queste buone nuove tornato a Milano rimise il

cuore in corpo ai macilenti suoi seguaci, con gaudio incredibile di

tutti, e con sua gran lode. Ma questo Lanzone, siccome personaggio ben

provveduto di senno, ed amante della patria, stette poco a riconoscere a

che pericolo si esponesse la città, e non men la fazione contraria che

la sua. Fors'anche avea consigliatamente operato tutto per condurre alla

pace i nobili ostinati. Perciò segretamente s'abboccò con alquanti

nobili fuorusciti; e rappresentato loro quanto a tutti potea avvenire

per così fiera disunione, non trovò difficoltà a stabilire una buona

pace e concordia: con che rientrarono i nobili in Milano, e deposto ogni

spirito di vendetta, attesero sì i grandi che i piccioli a vivere per

allora con buona armonia, benchè poco fossero disposti gli animi

dell'una parte verso dell'altra. Tal fine ebbe quella scandalosa

discordia. Conoscendo _Poppone patriarca_ di Aquileia quanto fosse

agevole, nella corruzione in cui si trovava allora la corte romana per

cagione di un papa pieno di vizii, l'ottenere quel che si voleva[617],

tanto s'adoperò, che ne riportò un decreto, che la chiesa di Grado,

benchè da più secoli smembrata, dovesse riconoscere per suo

metropolitano il patriarca aquileiense. Negli ultimi mesi adunque

dell'anno presente portatosi con gente armata a Grado, diede il sacco a

quanto vi era di buono; ed appunto con barbarica crudeltà attaccò il

fuoco alle chiese e alla città, e ne fece un falò. _Domenico Contareno_

doge ed _Orso patriarca_ di Grado, commossi da sì empio insulto, ne

scrissero lettere assai calde a _papa Benedetto_, e spedirono apposta a

Roma i lor messi per implorar giustizia e ristoro. Furono trovate così

buone le lor ragioni, che si venne nel sinodo romano ad abolire il

privilegio surrettiziamente ottenuto, con obbligo di restituire il

maltolto. Ed allora il doge di Venezia si studiò di rifabbricare

l'abbattuta città di Grado. Tornati che furono alle lor case i Normanni

dopo la morte di Maniaco, _Guaimario IV_ principe di Salerno e di Capoa,

mal sofferendo che Argiro sotto l'ombra del greco imperadore usasse il

titolo di principe di Bari e di duca d'Italia, determinò di fargli

guerra. Aveva esso Guaimario preso il titolo di duca di Puglia e

Calabria, quasichè questo gli somministrasse diritto sopra quelle

provincie. Ora avendo egli condotti al suo soldo i Normanni che aveano

abbandonato Argiro, portò le sue armi contro della Calabria. Cosa ivi

facesse, non si sa. Lupo Protospata[618] solamente nota che Guaimario

insieme con _Guglielmo Bracciodiferro_, capo de' Normanni, vi fabbricò

il castello di Squillaci. Guglielmo pugliese aggiugne[619] ch'egli passò

con quelle forze sotto Bari, e vi mise l'assedio, con intimarne la resa

ad Argiro. Ma Argiro facendo buona guardia alla città, nè volendo

cimentarsi a combattimento alcuno, il lasciò minacciar quanto volle.

Però veggendo Guaimario di consumare indarno e tempo e danari intorno a

quella città, dopo aver saccheggiato tutto il paese, se ne ritornò

indietro colle trombe nel sacco.

Patì una fiera confusione e burrasca in quest'anno la Chiesa

romana[620]. Erano arrivate al colmo le disonestà, le ruberie e gli

ammazzamenti di papa _Benedetto IX_, in maniera che il popolo romano,

non potendo più tollerar questo mostro, il cacciò fuori di Roma, ed

elesse papa, _canonica parvipendentes decreta_, Giovanni vescovo

sabinense, che prese il nome di _Silvestro III_. Questi comandò le feste

solamente tre mesi, perchè colla forza de' suoi parenti risorto

Benedetto IX, risalì sul trono, scomunicò e cacciò il sustituito

Silvestro. Ma continuando nelle sue iniquità Benedetto, e scorgendo più

che mai irritati contro di lui i Romani, rinunziò al pontificato, con

venderlo simoniacamente a Giovanni chiamato Graziano, arciprete romano,

il quale assunse il nome di _Gregorio VI_. In questo miserabile stato

cadde allora la santa Chiesa romana, non per la prepotenza di principe

alcuno, ma per la disunione ed avarizia del popolo romano, che avendo

mano nell'elezione de' papi, facilmente sturbava chiunque del clero

serbava il timore di Dio, ed avrebbe forse saputo canonicamente

provvedere al bisogno della santa Sede. Sforzasi il cardinal

Baronio[621] di provare che _Gregorio VI_ fu riconosciuto per legittimo

papa, e lodato da molti per le sue virtù; nè questo si mette in dubbio.

Ma il padre Pagi[622] pruova che Graziano, cioè _Gregorio VI_ comperò

anch'egli, cioè simoniacamente acquistò il romano pontificato, e che,

per non essere sui principii noto questo peccaminoso ingresso d'amendue

que' papi, fu ad essi prestata ubbidienza, nè per questo rimasero

esclusi dai cataloghi de' romani pontefici. Comunque sia, noi fra poco

vedremo che non tardò Iddio a sovvenir la Chiesa, e a liberarla dagli

scandali con darle dei legittimi e buoni pontefici. Gioverà anche alla

storia d'Italia l'accennar qui[623], che venuto a morte in quest'anno

_Gozelone_ ossia _Gotolone_, _duca_ della Lorena inferiore lasciò quel

ducato a _Gozelino_ suo figliuolo, soprannominato il _Dappoco_. Ma il re

Arrigo, tuttochè gliel'avesse promesso, conferì quel ducato ad un

_Adalberto_. Non seppe digerir questo torto _Gotifredo_ il Barbato,

altro figliuolo del suddetto Gozelone, e già duca della Lorena

mosellanica ossia superiore, giovane di nobilissima indole, e

peritissimo dell'arte militare. Perciò ribellatosi al re Arrigo, fece

gran guasto e strage di gente fino al Reno, non salvandosi dal di lui

furore se non chi si rifugiò nelle fortezze, o si riscattò con danari.

Noi vedremo questo principe in Italia da qui ad alcuni anni operator

d'altre imprese. Finì sua vita in quest'anno _Gebeardo arcivescovo_ di

Ravenna, mentre dimorava nel monistero della Pomposa[624], godendo ivi

della pia conversazione di _Guido abbate_, uomo di santa vita. Fu

occupata quella chiesa da un certo _Widgero_; ma, siccome vedremo, ne

decadde dopo due anni. Nè voglio lasciar di dire, aver Bennone nel

zibaldone d'imposture e calunnie caricata la mano sopra il suddetto papa

_Benedetto IX_, e che san Pier Damiano, in vigore d'una delle

rivelazioni che anticamente erano alla moda, il cacciò nel profondo

dell'inferno. Ma essersi trovato a' dì nostri chi con antichi documenti

fa vedere che esso _Benedetto IX_, a persuasione di san Bartolommeo

abbate di Grottaferrata, rinunziò il pontificato, ed avendo vestito

l'abito monastico in quel monistero, attese a far penitenza dei suoi

falli, finchè Dio il chiamò all'altra vita; e però non meritar fede chi

tanto sparla del suo fine, e di penitente ch'ei fu, cel vuole far

credere impenitente e dannato. Come poi s'accordino tali notizie colle

parole dette da san Leone IX papa, prima di morire, nell'anno 1054,

intorno ad esso Benedetto IX, io lascerò che altri lo decida. Resta

forte allo scuro la storia italiana e romana in questi tempi.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 59 / 277 题