[583] Sigonius, de Regno Ital., lib. 8.
[584] Annalista Saxo apud Eccardum.
[585] Arnulph., Hist. Mediol. lib. 2, cap. 17.
[586] Campi, Istor. di Piacenza, tom. I, Append.
[587] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 67.
[588] Lupus Protospata, in Chronico.
[589] Cedren., in Comp. Hist.
[590] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 65.
[591] Antiquit. Italic., Dissert. LXXII.
[592] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2, in Episcop. Parmens.
Anno di CRISTO MXLI. Indizione IX.
BENEDETTO IX papa 9.
ARRIGO II re di Germania e d'Italia 3.
Era in questi tempi sconvolta la reggia di Costantinopoli per la
prepotenza dell'_imperadrice Zoe_, che faceva e disfaceva a suo talento
gl'imperadori; e però anche le membra dell'imperio greco risentivano i
malori del capo. Al governo della Puglia e Calabria[593] era stato
inviato _Doceano_ o _Dulchiano_ catapano dell'Augusto _Michele
Paflagone_, che in quest'anno finì i suoi giorni, con avere per
successore _Michele Calafata_, il quale durò ben poco, e lasciò l'impero
a _Costantino Monomaco_. Questo Doceano moriva di rabbia al vedere i
progressi dei Normanni nella Puglia[594], e però fece quanto sforzo potè
per desiderio di opprimerli e di cacciarli da Melfi. Gli era anche
venuto qualche rinforzo di gente dal Levante. Nulla sbigottito per
questo _Ardoino_, capitano allora de' Normanni, adunò anch'egli le sue
truppe; e, quantunque troppo inferiore di gente[595], pure
intrepidamente venne alle mani coi Greci nel mese di marzo presso al
fiume Labento, e toccò la vittoria ai pochi, ma valorosi. Allora i
Normanni, per tirar dalla sua gli abitatori di quelle contrade, elessero
per loro capo _Atenolfo_ fratello di _Pandolfo III_ principe allora di
Benevento, e arditamente nel mese di maggio presso il fiume Ofanto, e,
secondo Cedreno, in vicinanza del famoso luogo di Canne, s'azzuffarono
coll'esercito greco, e di nuovo lo sbaragliarono. Accadde che quel
medesimo fiume, dianzi secco, allorchè i Greci il passarono,
all'improvviso si gonfiò d'acque in tal guisa, che dei Greci in volerlo
ripassare più ne rimasero ivi affogati, che non erano restati tagliati a
pezzi nel campo dalle spade nemiche. Secondo Lupo Protospata, Doceano si
salvò in Bari: segno che Argiro avea ricuperata quella città con
intelligenza de' Greci, oppure che non la tenne. Gran bottino fecero in
tal congiuntura i vittoriosi Normanni. Succedette parimente in
quest'anno un'altra considerabile impresa, di cui parlerò all'anno
seguente. Ben si può credere che i vincitori dovettero saper profittare
della lor fortuna con sottomettere nuove terre in Puglia al loro
dominio. Anche in Lombardia cominciò la discordia a scompaginar la buona
armonia del popolo di Milano. Mi sia lecito il parlarne sotto quest'anno
col Sigonio, tuttochè si possa dubitare che al susseguente appartenga
questo funesto avvenimento, scritto da Arnolfo e Landolfo seniore[596],
storici milanesi di questo secolo.
Era composta la nobiltà di Milano dei militi che tutti godevano qualche
feudo, e si dividevano in capitanei e valvassori, siccome ancora d'altri
che non aveano già feudi, ma per grosse tenute di beni, e per dignità ed
uffizii erano potenti. Maltrattavano, aggravavano i militi il popolo
minore, cioè gli artisti e l'altra plebe; e andò tanto innanzi la loro
indiscretezza, che infine il popolo ruppe la pazienza e il rispetto
dovuto ai maggiori con tale scissura, che la piaga durò dipoi ne' secoli
avvenire, ora aperta, ora cicatrizzata, ma non mai ben saldata. Abbiam
veduto all'anno 1035 una simile rottura in Milano, che poi si quetò per
allora. Fu un giorno malamente bastonato o ferito da un milite, ossia da
un cavaliere, un plebeo. Trasse al rumore altra gente plebea; ne seguì
un conflitto, e poscia un'unione giurata di tutto il basso popolo contra
de' nobili, da' quali più non si voleva lasciar calpestare. Il peggio fu
che Lanzone, uomo nobile, si mise alla lor testa: il che sommamente
dispiacque al corpo della nobiltà. La guerra passata avea addestrata
all'armi anche la plebe, e però, stando sì l'una come l'altra parte in
sospetto e in guardia, un dì per un piccolo rumore tutti corsero
all'armi, e si cominciò per le piazze per le strade un'aspra battaglia.
Chi all'aperto, e chi dalle finestre e dai tetti combatteva, e a
moltissime case fu attaccato il fuoco. Era di troppo superiore il numero
dell'inferocito popolo: laonde furono obbligati i nobili a cercare
scampo con fuggirsene dalla città insieme colle lor mogli e figliuoli.
L'arcivescovo Eriberto, affinchè non si credesse ch'egli favorisse il
partito della plebe contra dei nobili, molti de' quali erano suoi
vassalli, giudicò bene anch'egli di ritirarsi fuor di Milano. Siccome
apparisce da un documento da me dato alla luce[597], in quest'anno si
truova nel Bondeno la moglie di _Bonifazio duca_ e marchese di Toscana,
_Beatrice_ contessa, la quale è detta _filia quondam Frederici_, senza
specificare, come era il costume, che suo padre fosse duca. Ma benchè
quella carta si dica scritta nell'anno _ab Incarnatione Domini nostri
Jesu Christi millesimo quadragesimo primo, die XIII martii_, pure è
difettosa, perchè seguita l'_indizione decima_; e però o l'anno è
fallato, e sarà il seguente; ovvero l'indizione dev'essere la _nona_.
Confermò in quest'anno il re Arrigo tutti i diritti e beni della chiesa
d'Asti a _Pietro vescovo_ di quella città con diploma[598] dato _VII
idus februarii anno dominicae Incarnationis MXLI, Indictione VIII_ (si
dee scrivere _VIIII_) _anno domni Henrici tertii regis, ordinationis
ejus XIII, regni II. Actum in Aquisgrani palatio_. Con altro diploma
parimente concedette il contado di Bergamo ad _Ambrosio vescovo_ di
quella città[599] _nonis aprilis, Indictione IX, anno domni Henrici
regnantis II, ordinationis vero ejus XXIII_ (scrivi _XIII_). _Actum
Moguntiae_. Così a poco a poco cominciarono i vescovi di Lombardia ad
acquistare anche il governo temporale e il dominio delle loro città. Se
l'oro faccia tutto oggidì, nol so dire: allora certo aveva questa virtù.