NOTE:

[569] Antiquit. Ital., Dissertat. LXXI.

[570] Wippo, in Vita Conradi Salici. Hermannus Contract., in Chron.

Annales Hildesheim.

[571] Godefridus Viterbiensis, in Panth.

[572] Campi, Istor. di Piacenza tom. 1 Append.

[573] Bullarium Casinense, Constit. LXXXIX.

[574] Ughellius, Ital. Sacr., tom. 4, in Episcop. Bergam.

[575] Antiquit. Italic., Dissert. LXXI.

[576] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 16.

[577] Hermannus Contractus, in Chronico.

[578] Wippo, in Vit. Conradi Salici.

[579] Gaufrid. Malaterra, Hist., lib. 1.

[580] Guillielmus Apulus, Hist. lib. 1.

[581] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 65.

[582] Antiq. Ital., tom. 1, pag. 211.

Anno di CRISTO MXL. Indizione VIII.

BENEDETTO IX papa 8.

ARRIGO III re di Germania e d'Italia 2.

Fondato sopra l'autorità di Galvano Fiamma scrisse il Sigonio[583], che

il _re Arrigo_ dopo la morte del padre fu sollecito a spedir

ambasciatori in Italia ad _Eriberto arcivescovo_ di Milano, per chiedere

la corona del regno italico di presente, e buona amicizia in avvenire.

Sembra a me più verisimile che Eriberto cercasse egli la grazia del

nuovo regnante, e che il maneggio si terminasse nell'anno presente.

Meritano d'essere qui riferite le parole dell'Annalista sassone[584].

Dopo aver egli detto che Arrigo solennizzò la Pasqua in Ingeleim,

seguita a scrivere così: _Illuc etiam post Pascha metropolitanus

mediolanensis adveniens, et de omni sua controversia, quam contra

imperatorem Conradum exercuit, satisfaciens, interventu principum

gratiam regis promeruit, et iterum juramentis pacem fidemque se

servaturum affirmavit: sicque regem Agrippinam prosecutus, inde ad

patriam cum pace simul et gratia regis remeavit_. Pertanto venne sempre

più a stabilirsi in Italia il dominio del re Arrigo III, quantunque non

resti memoria della di lui elezione in re d'Italia, la quale è da

credere che seguisse in qualche dieta dei principi in Pavia o nel

precedente anno o nel presente, Truovasi menzionata anche da

Arnolfo[585] la riconciliazione suddetta, e si vede presso il Campi[586]

una donazione fatta dal suddetto arcivescovo alla badia di Tolla sul

Piacentino, scritta _anno MXL domni Henrici regis primo, nostri autem

archiepiscopatus XXII, Indictione VIII, Actum in Castro Cassano_. Fa

egli menzione in quel documento dei passati suoi travagli, e riconosce

da Dio e dall'intercessione de' santi la sua liberazione. Ebbe in

quest'anno il re Arrigo guerra col duca di Boemia, ma con isvantaggio

de' suoi. Seguitarono intanto i Longobardi i Normanni, che s'erano

ritirati dalla Sicilia, a prendere terre e a dare il guasto nel dominio

de' Greci in Puglia; e perciocchè non aveano alcun sicuro ricovero in

quelle parti, dopo aver presa _Melfi_ ossia _Melfia_ nel dì di Pasqua,

la fortificarono in maniera da non temere l'orgoglio de' Greci. Leone

ostiense[587] scrive che _Rainolfo_ normanno, conte di Aversa, con patto

di aver la metà delle conquiste, diede aiuto ad Ardoino nemico d'essi

Greci con trecento de' suoi Normanni. Nè qui si fermò la bravura di

questa gente. Presero anche _Venosa_, _Ascoli_ e _Lavello_. Abbiamo

inoltre da Lupo Protospata[588] che nel mese di marzo _Arigo_, figliuolo

di quel _Melo_ che abbiam veduto capo della sollevazion dei Pugliesi

contra de' Greci, assediò _Bari_, e se ne impadronì. Ma se qui andavano

male gli affari dei Greci, peggio ancora camminavano in Sicilia[589].

Ripigliate le forze, i Saraceni aveano messa insieme un'armata di terra,

con cui sperando di riacquistar le città perdute, si accamparono nella

pianura di Dragina. Giorgio Maniaco, valente generale di terra per

l'imperadore greco, nulla prezzando costoro, presentò lor la battaglia,

con aver prima ordinato a Stefano patrizio, marito d'una sorella

dell'imperadrice, e general di mare, di star bea attento colla sua

flotta, acciocchè niuno de' Barbari fuggisse: tanto si teneva egli in

pugno la vittoria. Infatti mise in rotta il nemico, e ne fece buona

strage; ma il general moro ebbe la fortuna di salvarsi con una barchetta

per mare. Per questa negligenza di Stefano si trovò sì irritato Maniaco,

che il regalò di qualche bastonata, e lo strapazzò, chiamandolo

soprattutto uom vile e traditore, Stefano, che stava bene alla corte,

scrisse colà che Maniaco macchinava di usurpare per sè la Sicilia; e

questo bastò perchè venisse ordine di mandarlo ne' ferri con Basilio

patrizio a Costantinopoli: il che fu eseguito, con restare al comando

dell'armi il suddetto Stefano. La dappocaggine ed avidità di costui

diede campo ai Mori di riaversi e di ricuperare a poco a poco coll'aiuto

degli stessi Siciliani le città e fortezze perdute, a riserva di Messina

che si sostenne. All'assedio di questa città con tutte le lor forze

passarono i Mori. Catalaco Ambusto comandante della piazza, mostrando

timore, per tre di niun movimento fece, di maniera che i Mori notte e dì

ad altro non pensavano che a sollazzarsi, in bere, in danze e in altre

allegrie. Nel dì della Pentecoste Ambusto, animati i suoi alla pugna,

diede improvvisamente addosso agli assedianti, colla cavalleria giunse

fino al padiglione d'Apolafare, general de' Mori, che, colto colle spade

ubbriaco, morì senza saper di morire. Chi de' Saraceni non ebbe buone

gambe vi lasciò la vita; e nel bottino si truovò tanta quantità d'oro,

d'argento, perle e pietre preziose che, se vogliamo crederlo, si

misuravano a moggia. Ma con tutta questa fortuna i Greci, per mancanza

del loro generale, nulla più acquistarono, e Stefano se ne fuggì in

Calabria. Aggiunse in quest'anno _Guaimario IV_ ai suoi principati di

Salerno, di Capoa e d'Amalfi anche il ducato di Sorrento[590]. Quanto al

re Arrigo, egli interdisse a Walderico, abbate del monistero cremonese

di san Lorenzo, l'alienarne e livellarne i beni senza licenza di

_Ubaldo_ vescovo di quella città. Questo era il mestiere di molti abbati

cattivi di questi tempi. Fu dato il diploma[591] _XVI kalendas

februarii, Indictione VII anno MXL in Augusta, per consiglio Kadeloi

episcopi atque cancellarii nostri_. E però di qui veniamo a conoscere

che _Cadaloo_, famoso per le sue ribalderie nella storia ecclesiastica,

dovette conseguire il vescovato di Parma, non già nell'anno 1046, come

volle l'Ughelli[592], ma bensì nell'anno precedente 1039.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 55 / 277 题