[554] Glaber, Hist., lib. 4, cap. 8.
[555] Leo Ostiensis, lib. 2, cap. 65.
[556] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[557] Hermannus Contractus, in Chron. Annal. Saxo apud Eccard.
[558] Petrus Damian., Opusc. XVIII.
[559] Antiq. Ital., Dissert. XL et XLI.
[560] Gattola, P. I Hist. Casin. Access.
[561] Bullar. Casinense, tom. 2, Constit. LXXXVI.
[562] Antiquit. Italic., Dissert. VI et IX.
[563] Ibidem, Dissert. XXXVI.
[564] Cedren., in Compend. Histor.
[565] Guafrid. Malaterra, Hist., lib. 1. Leo Ostiensis, lib. 2.
[566] Vita S. Philaret., in Act. Sanct. ad diem 6 aprilis.
[567] Chron. Casauriense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.
[568] Antiquit. Ital., Dissert. VI.
Anno di CRISTO MXXXIX. Indizione VII.
BENEDETTO IX papa 7.
ARRIGO III re di Germania e d'Italia 1.
Fu questo l'ultimo anno della vita dell'_imperador Corrado_. Aveva egli
fatto un viaggio nel regno della Borgogna, dove que' popoli accettarono
per loro re l'unico di lui figliuolo _Arrigo_. Trovandosi poi in
Colonia, confermò ed accrebbe i privilegii ad _Ingone_ vescovo di
Modena, con cui il crea conte di Modena. Il diploma, già accennato dal
Sigonio sotto il presente anno, e da me dato intero alla luce, ha le
seguenti note[569]: _Datum XVII kalendas aprilis, anno dominicae
Incarnationis MXXXVIII, Indictione VII, anno autem domni Chuonradi regni
XIIII, imperii XII. Actum Colonia_. Ma io truovo qui degl'intoppi. Pare
fallato l'anno, e che si deggia scrivere _MXXXVIIII_; e così l'intese il
Sigonio. Ma v'ha anche dell'errore negli anni del regno; e quando si
volesse questo diploma riferire all'anno precedente, Corrado allora
dimorava in Italia, e non già in Colonia. Oltre di che, quando sussista
la carta additata nell'anno precedente, era già succeduto Guiberto ad
Ingone nel vescovato di Modena prima dell'anno presente 1039. Però che
dee dire di questo diploma il saggio lettore? Ito poscia l'imperadore
Corrado ad Utrecht nella Frisia[570], quivi celebrando la festa della
Pentecoste, fu sorpreso da dolori, che nel lunedì seguente, cioè nel dì
4 di giugno, il condussero al fine de' suoi giorni. Era dianzi stato
eletto e coronato re di Germania il suddetto _Arrigo III_ suo figliuolo,
soprannominato il NERO a cagion della barba, e come suo successore fu
immediatamente riconosciuto da tutti. Una curiosa novella cominciò ad
avere spaccio nel secolo susseguente intorno alla persona d'esso re
Arrigo. Gotifredo da Viterbo pare che fosse il primo a darle
credito[571]. Eccone, per ricreazion di chi legge, un transunto. Caduto
in disgrazia di Corrado Augusto un _Lupoldo conte_, si ritirò colla
moglie a vivere incognito in una capanna in mezzo ad una selva. Questa
favola, passata poi in Italia, fu applicata in altri termini ad alcune
nobili case dagl'impostori genealogisti. Ora accadde che Corrado,
smarrito nella caccia, giunse a quel tugurio una notte, e vi prese
riposo. Nello stesso tempo partorì la moglie di Lupoldo un maschio, e
Corrado, al sentirlo vagire, intese una voce dal cielo che gli disse:
_Corrado, questo fanciullo sarà tuo genero ed erede_. Levatosi per tempo
l'imperadore, ordinò a due suoi famigli di prendere quel bambino e
d'ucciderlo. N'ebbero compassione, e il lasciarono vivo sopra di un
albero. Passò di là un certo duca, che il prese ed allevò, e veggendolo
crescere in bellezza e senno, l'adottò per figliuolo. Dopo alcuni anni
guatando l'imperadore questo giovinetto, gli venne sospetto che fosse il
medesimo di cui avea comandata la morte, forse perchè seppe come era
stato trovato dal duca; e con apparenza di volerlo onorare, l'arrolò
fra' suoi cortigiani. Un dì poscia scrisse all'imperadrice Gisla una
lettera, in cui gli ordiva di farne immediatamente uccidere il
portatore, e la diede al giovinetto Arrigo con ordine di presentarla in
mano d'essa Augusta. Andò questi; ma addormentatosi per viaggio in una
chiesa, il prete d'essa adocchiata quella lettera, gliela tolse di
saccoccia ed aprì. Per compassione il buon prete ne scrisse un'altra con
ordine all'imperadrice che, alla comparsa di quel giovane, immantinente
gli desse in moglie la comune lor figliuola. Andò il giovane, senza
nulla sapere dell'operato dal prete, e presentata la lettera, non tardò
a divenir genero dell'imperadore. Bel suggetto per una tragedia, purgato
che fosse da varii inverisimili, ma per conto della storia, avvenimento
inventato di peso, essendo fuor di dubbio, secondo l'autorità di più
scrittori contemporanei, che _Arrigo III_ nacque da Corrado e Gisla
Augusti, ed ebbe due mogli l'una _Cunichilde_ morta nell'anno
precedente, e poscia nell'anno 1045 _Agnese_ figliuola di _Guglielmo
duca_ di Poitiers. Benchè poi non fosse costume di contare in Italia gli
anni del regno italico, nè dell'imperio, se non dopo le coronazioni;
pure mi prendo io la libertà di cominciar qui l'epoca del di lui regno
in Italia, al vedere che una carta riferita dal Campi[572], e scritta in
_Piacenza_, ha queste note: _Anno ab Incarnatione Domini MXLIV, anno
regni donni Henrici rex hic in Italia quinto, nono kalendas aprilis,
Indictione XII_, il che fa bastevolmente intendere che almeno i Pavesi
ed altri popoli d'Italia, anche senza la coronazione italiana, non
tardarono molto a ricevere esso Arrigo III per re. Un'altra carta
piacentina nell'anno seguente _MXLV_ ha l'_anno sesto_ del regno
d'Arrigo. Così nel Bollario casinense[573] e presso l'Ughelli[574] si
truovano diplomi dati da esso re alle chiese d'Italia coll'epoca
suddetta. Ho io parimente pubblicata[575] una lettera di Adalgerio,
_cancellarius et missus gloriosissimi regis Henrici, cujus vice in regno
sumus_, a tutto il popolo di Cremona, con cui gli ordinava d'intervenire
al placito di _Ubaldo vescovo_ di quella città. Contuttociò potrebbe
essere che solamente all'anno susseguente si desse principio all'epoca
del regno d'Italia, cioè dappoichè _Eriberto arcivescovo_ di Milano,
siccome vedremo, andò a riacquistar la grazia del medesimo re Arrigo. Nè
mancano documenti italiani di questi tempi, ne' quali niuna menzione è
fatta del regno d'esso Arrigo.
Avea l'Augusto Corrado portato con seco in Germania un implacabil odio
contra d'esso Eriberto, nè altro potendo fare, avea incaricato i
principi d'Italia, cioè i vescovi, marchesi e conti di far aspra guerra
a Milano. In fatti alla primavera di quest'anno si raunarono armi ed
armati da varie parti per eseguire la di lui volontà e vendetta; ma
punto non si sgomentò Eriberto[576]. Preparò egli buona copia di
munizione da bocca e da guerra; chiamò in città tutti i distrettuali dal
grande fino al picciolo; ed allora fu ch'egli inventò il _carroccio_;
tanto poscia usato e decantato ne' secoli susseguenti in Lombardia.
Questo era un carro condotto da buoi con un'antenna alzata che aveva
sulla cima un pomo dorato con due stendardi bianchi. Nel mezzo v'era
l'immagine del Crocifisso. Uno stuolo de' più forti gli stava alla
guardia, e conducendosi questo carro in mezzo all'esercito, colla sua
vista accresceva coraggio ai combattenti. Di molte baruffe si fecero in
tal congiuntura, ed era per seguirne peggio, quando all'improvviso
giunta la nuova della morte di Corrado, tutto l'esercito nimico si levò
e sbandò con tal confusione, che ad alcuni costò la vita. Eriberto ne
dovette ben cantare il _Te Deum_. Abbiamo da Ermanno Contratto[577] e da
Wippone[578] che in questo anno nel dì 13 d'ottobre parimente mancò di
vita _Corrado duca_ di Franconia, di Carintia e d'Istria: con che venne
eziandio a vacare la marca di Verona. Avrebbe forse potuto pretendere ad
essa _Adalberone_, che prima di lui l'aveva goduta, e ne fu cacciato; ma
anch'egli pagò il suo debito alla natura nell'anno presente. Se ad
alcuno fosse ne' sei o sette anni seguenti conferita quella marca, non
l'ho potuto finora scoprire. Erano nella più bella positura gli affari
de' Greci in Sicilia, e pareva già vicino il fortunato giorno, in cui
quell'isola nobilissima restasse libera dal giogo de' Saraceni. Ma la
greca avidità e superbia tagliò il corso agli ulteriori progressi, e
rovinò anche gli acquisti fatti per la cagione che son per narrare. Gran
cosa avea promesso Giorgio Maniaco ai Longobardi e Normanni, suoi
ausiliarii a quell'impresa. Quando si fu a partire il bottino, anche
essi ne pretesero, come era il dovere, la lor parte. Nulla poterono
ottenere. Inviarono _Ardoino_ nobile longobardo a Maniaco per farne
nuova istanza; e questi, forse perchè parlò con troppo calore, altro non
riportò che strapazzi e bastonate. Voleano i Longobardi e Normanni
correre all'armi e farne vendetta; ma il saggio Ardoino, per attestato
di Guaifredo Malaterra[579], li consigliò a dissimular lo sdegno; ed
accortamente ricavata licenza di poter tornare in Calabria, imbarcatosi
con tutti i suoi aderenti, felicemente si ridusse a Reggio di Calabria
in terra ferma. Allora fu ch'essi, preso per lor capitano esso
_Ardoino_, si diedero a far vendetta dell'ingratitudine de' Greci, con
devastar tutto quanto poterono delle terre possedute da essi Greci in
quella provincia. Ma Guglielmo pugliese[580], Cedreno ed altri scrivono,
che non da Maniaco in Sicilia, ma da Doceano, ossia Dulchiano, catapano
de' Greci in Puglia, fu maltrattato esso Ardoino, il quale era allora
suo luogotenente. Di qui ebbe principio la rovina del dominio greco in
Italia. Riuscì ancora in quest'anno a _Guaimario IV_ principe di Salerno
e di Capoa[581] di sottomettere al suo dominio coll'aiuto dei Normanni
il ducato di _Amalfi_. Lo stesso vien confermato dalla Cronichetta
d'Amalfi[582], da cui impariamo, che essendo fuggiti a Napoli _Giovanni_
e _Sergio_ suo figlio, duchi di quella città, _Mansone_ fratello d'esso
Giovanni occupò quel principato. Ma essendo da li a quattro anni
ritornato esso Giovanni da Napoli, dopo aver preso ed accecato il
suddetto Mansone, tornò a comandar le feste; per poco tempo nondimeno,
perchè _Guaimario_ s'impadronì di quella allora molto ricca città. La
tenne egli per cinque anni e sei mesi, dopo i quali Mansone, tuttochè
cieco, ricuperò quel ducato, e regnò dipoi altri nove anni.