[523] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 2, cap. 10.
[524] Hermannus Contract., in Chron.
[525] Wippo, in Vita Conradi Salici.
[526] Annales Hildesheim.
[527] Epidannus in Annal.
[528] Antiq. Ital., Dissert. LXX.
[529] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3 in Episcop. Clusin.
[530] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 1.
[531] Bacchini, Istoria di Polirone.
[532] Donizo, in Vita Comitiss. Mathild., lib. 1, cap. 8 et seq.
[533] Hermannus Contract., in Chron.
Anno di CRISTO MXXXVII. Indizione V.
BENEDETTO IX papa 5.
CORRADO II re di Germania 14, imperadore 11.
Non piccioli furono gli sconvolgimenti della Lombardia in quest'anno.
Dopo avere l'_Augusto Corrado_ celebrato in Verona il santo Natale[534],
se non prima, certo sul principio di quest'anno, passando per Brescia e
Cremona, come scrisse Ermanno Contratto, arrivò a Milano, dove con gran
magnificenza l'accolse _Eriberto arcivescovo_ nella chiesa di santo
Ambrosio. Nello stesso giorno chiunque si pretendeva aggravato da esso
arcivescovo, tumultuosamente comparve colà, chiedendo con alte grida
giustizia. Fece lor sapere l'imperadore, che avendosi a tenere in breve
una generale dieta in Pavia, quivi udrebbe le lor doglianze e ragioni.
Infatti si tenne quella dieta. Un _Ugo conte_ con altri esposero gli
aggravi loro inferiti dal suddetto arcivescovo. Corrado, amicissimo di
lui, ma più della giustizia, ordinò ch'egli soddisfacesse. Ricusò
Eriberto di farlo; anzi, se vogliam prestar fede al Cronografo
sassone[535], con alterigia grande rispose, che de' beni trovati nella
sua chiesa, o da lui acquistati, non ne rilascerebbe un briciolo per
istanza o comandamento di chi che fosse. Avvisato che almeno eccettuasse
l'imperadore, tornò a parlare nel medesimo tuono. Allora l'Augusto
Corrado s'avvide che dalla durezza di Eriberto erano procedute le
sollevazioni dianzi accennate; perciò gli fece mettere le mani addosso.
Così raccontano questo sì strepitoso affare gli autori tedeschi, per
giustificar la risoluzione presa dall'Augusto Corrado; nè vi manca
probabilità, perchè Eriberto era uomo di testa calda e facea volentieri
il padrone, senza mettersi pena delle altrui querele. Ma Arnolfo
milanese[536], che scrisse prima del fine di questo secolo la storia
sua, in altra maniera descrisse questo avvenimento, con dire, che giunto
Corrado a Milano, avendo tolto all'arcivescovo il già concedutogli
privilegio, per altro abusivo, di dare a Lodi quel vescovo che a lui
piaceva, il popolo di Milano con alte grida sparlò contro l'imperadore,
che se ne offese non poco. E perciocchè credette autore del tumulto esso
Eriberto, aspettò d'averlo in Pavia, cioè lontano dal suo popolo, ed
allora il mise sotto le guardie. Questo racconto porta forse più
dell'altro tutta l'aria di verisimiglianza, al vedere che dipoi lo
stesso popolo di Milano, lasciando andare le precedenti gare, imprese
con incredibile zelo la difesa del suo pastore. In effetto seguita a
dire esso Arnolfo, che all'avviso della prigionia d'Eriberto,
_mediolanensis attonita inhorruit civitas, proprio viduata pastore,
dolens ac gemens a puero usque ad senem. O quae Domino preces, quantae
funduntur et lacrymae!_ Si adoperarono il clero, la nobiltà e il popolo
per liberarlo; si venne anche ad una convenzione, per cui fu promesso
dall'imperadore di rilasciarlo, e a questo fine se gli diedero ostaggi;
ma, ciò non ostante, continuò Corrado a tenerlo prigione, con
determinazione di mandarlo in esilio. Nè di ciò contento, essendo state
molto dipoi portate delle accuse contra de' vescovi di Vercelli, Cremona
e Piacenza, Corrado fattili prendere, gli esiliò: azione riprovata dallo
stesso Wippone, con dire: _Quae res displicuit multis, sacerdotes
Christi sine judicio damnari_. Anzi soggiugne che lo stesso re Arrigo
suo figliuolo in segreto detestò la risoluzione presa dal padre contra
dell'arcivescovo e dei tre suddetti vescovi, persone tanto venerabili
fra i cristiani, e pur condannate e punite senza processo e senza una
legale sentenza. Altri autori, che riferirò fra poco, mettono più tardi
la disgrazia di questo prelato. Fu dunque consegnato l'arcivescovo
Eriberto a _Poppone patriarca_ d'Aquileia e a _Corrado duca_ di Carintia
e marchese di Verona, acciocchè ne avessero buona custodia. Il
condussero essi a Piacenza, o piuttosto fuori di Piacenza presso al
fiume Trebbia sotto buona guardia; e intanto l'imperadore se n'andò a
Ravenna, dove celebrò la santa Pasqua nel dì 10 d'aprile, con ispedire i
suoi messi a far giustizia per tutto il regno. Nel dì 5 di maggio del
presente anno si truova _Ermanno arcivescovo_ di Colonia, che per ordine
di esso Augusto tiene un placito[537] nel borgo d'Arbia del contado di
Siena. Un altro placito tennero nel dì primo di marzo, per testimonianza
di Girolamo Rossi[538], _Arrigo_ ed _Ugo_ messi dell'imperador Corrado
nel territorio d'Osimo.
Mentre soggiornava esso augusto in Ravenna, gli venne la disgustosa
nuova che Eriberto arcivescovo di Milano era fuggito. Wippone scrive
che, postosi uno de' familiari dell'arcivescovo nel di lui letto,
ingannò le guardie; e in questo mentre Eriberto, travestito e salito
sopra un cavallo, che gli fu condotto, spronò forte finchè fu in sicuro.
Il Cronografo sassone[539] attribuisce il colpo ad un monaco che solo
era stato lasciato a' servigii d'esso arcivescovo. Ma par bene che più
fede in questo si possa prestare a Landolfo seniore, storico milanese di
questo secolo. Secondo lui[540], Eriberto, che ben conosceva la
ghiottoneria de' Tedeschi, e quanta parzialità avessero pel vino, spedì
con buone istruzioni un suo fedele alla badessa di san Sisto di
Piacenza, per concertare la maniera di rimettersi in libertà. Inviò essa
all'arcivescovo venti some di varie carni e dieci carra di diversi
squisiti vini. Può essere che fossero meno, e certo non occorreva tanto
al bisogno. Fu fatta una sontuosa cena: tutte le guardie si
abboracchiarono ben bene; il sonno col ronfare tenne dietro ai votati
bicchieri; e nel più proprio tempo l'arcivescovo se la colse felicemente
con trovare in Po una barca preparata che il condusse in salvo. Arrivato
a Milano, non si potrebbe esprimere la gioia di quel popolo: segno
ch'egli era ben veduto e stimato da tutti. Ma neppur si può dire quanto
affanno e rabbia recasse all'Augusto Corrado la fuga d'Eriberto. Tosto
immaginò la ribellione di Milano, nè si ingannò. Corse coll'esercito suo
ad assediare quella città, città forte di mura e di torri, città ricca
di popolo, e popolo risoluto di difendere fino all'estremo il suo
pastore. Vedesi ampiamente descritto quell'assedio dal suddetto Landolfo
seniore; e sappiamo da Wippone e da Ermanno Contratto, ch'esso durò, non
già per tutto quest'anno, nè pel susseguente, come scrisse il Cronografo
sassone, e, prima di lui, l'autore degli Annali d'Ildeseim, ma solamente
poche settimane. Perciocchè Milano si trovò osso troppo duro, si andò
intanto sfogando la rabbia tedesca sopra le castella e ville di quel
territorio. La terra di Landriano specialmente rimase un monte di
pietre. Nel dì dell'Ascensione fecero una vigorosa sortita i Milanesi, e
nel fiero combattimento, per attestato di Arnolfo[541], fra gli altri un
nobile tedesco (forse quel nipote dell'imperatore di cui parla il
suddetto Landolfo) _et Wido italicus marchio, signifer regius, inter
media tela confixi sunt_. Probabilmente questo _Guido_ marchese era uno
degli antenati della casa d'Este, e fratello del marchese _Alberto Azzo
I_ progenitore d'essi Estensi, per quanto ho io detto altrove[542]. Di
lui si ha memoria in uno strumento dell'anno 1029, accennato dal
Guichenon nella Storia genealogica della real casa di Savoia. Ora
accadde, che trovandosi l'imperadore Corrado nel sacro dì della
Pentecoste all'assedio di Corbetta, castello poco distante da Milano,
all'improvviso s'alzò un temporale sì furioso di pioggia, gragnuola e
fulmini, che andarono per terra tutte le tende dell'esercito[543], e vi
restò, oltre a molti uomini, estinta una prodigiosa quantità di cavalli
e di armenti con isbalordimento universale di tutta l'armata. Fu creduto
miracoloso un sì funesto accidente, e che santo Ambrosio in questa
maniera liberasse la città[544] e l'arcivescovo dall'ingiusta
persecuzion di Corrado. Certo di più non ci volle, perchè l'imperadore,
veggendo sì conquassata l'armata sua, si ritirasse a Cremona. Io non so
bene se prima o dopo l'assedio suddetto, ovvero se esso durante,
l'arcivescovo Eriberto facesse una spedizione ad _Odone conte_ ossia
duca di Sciampagna, cioè a quel medesimo che avea disputato il regno
della Borgogna all'Augusto Corrado.
Certa è la spedizione, per attestato di Glabro Rodolfo[545], degli
Annali d'Ildeseim[546] e d'altri autori. Esibivano questi legati
lombardi il regno d'Italia ad esso Odone, il quale intanto volendo
profittare della lontananza dell'imperadore, con una possente armata
entrò nella Lorena, prese il castello di Bar, e fece un mondo di mali
dovunque arrivò. Volle la sua disgrazia che _Gozelone duca_ di Lorena,
con forze grandi ito ad incontrarlo, gli diede battaglia, e lo
sconfisse, con restar trucidato il medesimo Odone. Stavano aspettando
gli ambasciatori italiani l'esito di quella guerra, per far calar esso
Odone in Italia: al che si mostrava egli dispostissimo. Ma inteso il suo
miserabil fine, e perdute tutte le speranze riposte in lui, se ne
tornarono indietro coll'afflizione dipinta ne' loro volti. Peggio ancora
ai medesimi avvenne. Imperciocchè, siccome abbiamo dal Cronografo
sassone[547] e dall'Annalista sassone[548], _socrus Herimanni Suevorum
ducis, legatorum conventum rescivit, missisque satellitibus suis, omnes
simul comprehensos, reique veritatem confessos, imperatori, ubi in
publico conventu, eisdem praenominatis tribus episcopis praesentibus,
consederat, transmisit._ La suocera di Erimanno duca di Suevia era
_Berta_, vedova del fu _Maginfredo_ marchese di Susa, e sorella dei
marchesi _Ugo, Alberto Azzo I_, e _Guido_, antenati della casa d'Este,
siccome ho dimostrato altrove[549]. I tre vescovi accusati furono,
siccome già dissi, quei di Vercelli, Cremona e Piacenza, che perciò
ebbero a patire l'esilio in Germania. Ma già s'è veduto coll'autorità di
Wippone, il più accreditato storico delle imprese di Corrado Augusto,
esser questo già succeduto prima, e che irregolare fu la lor condanna, e
dispiacque fino al re Arrigo figliuolo del medesimo imperadore: il quale
Augusto, per far dispetto all'arcivescovo Eriberto, diede nell'anno
seguente la chiesa di Milano ad un canonico di quella cattedrale per
nome _Ambrosio_, e pare eziandio che il facesse consacrare in Roma. Male
nondimeno per questo ambizioso canonico, perchè mai arrivò a sedere in
quella cattedra; e i Milanesi, che tennero sempre saldo per Eriberto,
devastarono tutti quanti i di lui beni[550]. Venne _papa Benedetto_ a
ritrovar Corrado in Cremona. Fu ricevuto con grande onore, e dopo aver
trattato de' suoi affari, se ne tornò a Roma, senza che apparisca il
motivo di questo suo viaggio, se pur non fu quello che ci additerà
Glabro all'anno seguente. Passò l'imperadore la state nelle montagne per
ischivare il soverchio caldo di quest'anno, e sul finire d'esso venne a
Parma, dove solennizzò la festa del santo Natale. Ma in questa città
ancora avvenne la solita calamità, di cui sarà permesso ai Tedeschi di
darne la colpa ai cittadini, e a me di credere che provenisse dalla poca
disciplina, avidità o bestialità allora dei medesimi lor nazionali.
Nello stesso dì del Natale s'attaccò rissa fra essi Tedeschi e i
Parmigiani. Vi restò morto Corrado coppiere dell'imperadore. Perciò fu
in armi tutto l'imperiale esercito, e col ferro e col fuoco infierì
contro della misera città. Volle inoltre l'imperadore, cessato che fu
l'incendio, che si smantellasse una gran parte delle mura della città,
onde imparassero i popoli italiani a lasciarsi mangiar vivi dagli
oltramontani. Con tali notizie non so io accordare ciò che scrive
Donizone con dire[551] che l'imperadore Corrado assediò Parma, e che gli
furono uccisi alcuni de' suoi più cari. Perciò ordinò a _Bonifazio_
marchese di Toscana di accorrere colle sue truppe, per espugnare
l'ostinata città. Appena comparve egli, che cadde il cuore per terra ai
Parmigiani, e corsero a buttarsi a' piedi dell'imperadore. Poscia
Bonifazio giurò fedeltà ad esso Augusto, il quale ordinò:
_.... quod Marchia serviet ipsi._
E all'incontro Corrado anch'egli giurò di conservar la vita e la dignità
_absque dolo_ al medesimo Bonifazio: cosa veramente insolita, di modo
che lo stesso poeta soggiugne:
_Nullus dux unquam meruit tam foedera culta._
_In charta scriptum jusjurandum fuit istud._
Pare che Donizone avesse sotto gli occhi la carta di un tal atto. Nè si
vuol tacere che in questo anno, trovandosi lo stesso imperadore in
_Canedolo juxta_ flumen Padi[552], nel dì 31 di marzo confermò i suoi
privilegii ad _Itolfo vescovo_ di Mantova. Inoltre fece quella legge
spettante ai feudi che si truova fra le longobardiche e nel libro quinto
de' Feudi. La data d'essa, da me scoperta, è tale: _V kalendas junii,
Indictione V, anno dominicae Incarnationis MXXXVIII_ (così dee scrivere
_MXXXVII_, o qui è adoperato l'anno pisano), _anno autem domni Chuonradi
regis XIII, imperantis XI. Actum in obsidione Mediolani_. Confermò il
medesimo Augusto al monistero di san Teonisto del Trivigiano i suoi beni
e privilegii con diploma[553] dato _II idus julii, anno dominicae
Incarnationis MXXXXII, Indictione V, anno autem domni Chuonradi secundi
regni XIII, imperii XI. Actum Veronae ad sanctum Zenonem_.