[482] Ditmarus, Chronic., lib. 7.
[483] Wippo, in Vita Conradi Salici.
[484] Guatherus Ligurio., lib. 5.
[485] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3 in Episcop. Faesulan.
[486] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[487] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.
[488] Lupus Protospata, in Chronico.
[489] Anonym. Barensis, Chron., tom. 5 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MXXXIII. Indizione I.
BENEDETTO IX papa 1.
CORRADO II re di Germania 10, imperadore 7.
Oltre a quest'anno non passò la vita di _Giovanni XIX_. Non ci è noto il
giorno e mese in cui egli cessò di vivere. Ben sappiamo che ebbe nel
mese di giugno per successore nella cattedra di s. Pietro _Benedetto
IX_. Adunque uno strumento accennato da Girolamo Rossi[490], dove si
legge il suo _anno terzo_ nel dì 25 di giugno dell'anno seguente,
patisce delle difficoltà. Aggiungo di più, che nel Bollario casinense e
negli Annali benedettini del padre Mabillone si truovano documenti,
secondo i quali parrebbe che esso Benedetto IX avesse conseguito il
pontificato nell'anno precedente, e non già nel presente. Tali nondimeno
e tanti sono gli altri che ci assicurano aver egli solamente in
quest'anno conseguita la dignità pontificia, che non credo si possa
dipartire dall'opinione suddetta. Ora noi troviamo questo pontefice
sommamente screditato nella storia ecclesiastica. Egli è appellato da
Glabro[491] _nepos duorum, Benedicti atque Johannis_ (romani pontefici),
_puer ferme decennis, intercedente thesaurorum pecunia, electus a
Romanis_. Non par notizia sicura ch'egli fosse di età sì tenera. Dicono
ancora che si chiamava prima _Teofilatto_. Anche di questo io dubito,
sembrando, per le notizie da me addotte altrove, che non egli, ma
_Benedetto VIII_ suo zio portasse questo nome. Ha ben ragione di dar qui
nelle smanie il cardinal Baronio[492] contra di questo mostro, con
saviamente confutare dipoi i nemici della Chiesa cattolica, che di qui
prendono motivo di sparlare della Chiesa romana. Non lasciarono mai, nè
lasciano le chiese, e specialmente quella che è capo di tutte, d'essere
sacrosante venerabili, ancorchè talvolta ministri indegni ne giungano al
governo. Così durò anche allora in tutti i savii cristiani la
venerazione dovuta alla Sede apostolica, tuttochè ciascun disapprovasse
e l'ingresso e la vita di questo pontefice, che fu veramente esecrabile
e sporca. I vizii de' sacri pastori non son già vizii delle loro sedie.
Passa anche il cardinale Annalista a riprovare, e meritamente, i
principi del secolo, qualor vogliano metter mano nell'elezione de' sommi
pontefici. Ma è da vedere se questo fosse il luogo di dar questo ricordo
ai principi. Pare piuttosto ch'egli dovesse ricordare ai suoi elettori
di aver gli occhi solamente a Dio e al bene della Chiesa, e non già allo
splendor dell'oro, nè a' proprii vantaggi. Nella elezione di Benedetto
IX niun principe ebbe mano. L'oro fu il principe che fece eleggerlo, e
da questo tiranno, e non da violenza di principe alcuno, si lasciarono
questa volta abbagliare il clero e popolo romano. Abbiamo da Vittore III
papa[493] che questo Benedetto di nome, ma non di fatti, _cujusdam
Alberici filius (Magi potius Simonis, quam Simonis Petri vestigia
sectatus) non parva a patre in populum profligata pecunia, summum sibi
sacerdotium vendicavit. Cujus quidem post adeptum sacerdotium vita quam
turpis, quam foeda, quam exsecranda exstiterit, horresco referre_. Ma
allora pur troppo la simonia facea grande strage non in Roma solo, ma
per tutta la Cristianità. Ed essa più facilmente ancora mettea le zampe
nell'elezion de' papi, perchè a questa interveniva anche il popolo
secolare. Lodiamo Dio che questa mal erba, sempre detestata, sempre
fulminata dalla Chiesa cattolica, truovò da lì a pochi anni degli
zelantissimi papi che seriamente attesero a sradicarla; e lodiamolo,
perchè a miglior ordine ridotta la elezion de' romani pontefici, non più
si veggono nella sedia di san Pietro personaggi che, in vece di
edificare distruggano, nè vescovi nelle altre chiese mancanti affatto di
quelle belle doti che san Paolo desidera ed esige in ogni sacro pastore
della Chiesa di Dio.
Nel gennaio dell'anno presente si trovava in Basilea l'_imperador
Corrado_, come costa da un suo diploma pubblicato da me[494]. In quello
stesso mese, per attestato di Wippone[495], egli mosse l'armata sua
verso il regno della Borgogna, per ispossessarne Odone conte ossia duca
di Sciampagna. Arrivato nel giorno della Purificazion della Vergine al
monistero Paterniaco, quivi da buona parte dei grandi d'esso regno fu
riconosciuto per re, e ne ricevette la corona nel giorno stesso.
S'accinse ancora all'assedio di alcune castella; ma sì fiero e
straordinario fu il freddo in quelle parti, che convenne desistere e
ritirarsi. Tornossene dunque indietro, e trovandosi nel castello
Turcico, vennero ad inchinarlo la vedova regina di Borgogna
_Ermengarda_, con altri non pochi Borgognoni, i quali aveano fatta la
via d'Italia per timor di Odone. Venuta poi la state, l'imperadore, in
vece di portar l'armi contro il regno della Borgogna, andò a dirittura a
cercar Odone in casa sua, cioè nella Sciampagna, dove sì terribil guasto
diede, che Odone per necessità venne a trovar Corrado con tutta umiltà,
e a chiedere perdono, con promettere quello che, siccome uomo di mala
fede, non voleva eseguire. Contento di questo, se ne tornò in Germania
Corrado. Immaginossi il cardinal Baronio[496], per un passo mal inteso
di Glabro, ch'esso Augusto calasse in quest'anno in Italia. Ciò è troppo
lontano dal vero, come avvertì il padre Pagi[497]. Anche il padre
Daniello[498], sinistramente interpretando un altro passo di Glabro, si
credette che il popolo di Milano, ribellatosi all'Augusto Corrado,
spedisse nell'anno presente ambasciatori ad offerir la corona d'Italia
al predetto Odone. Ciò seguì molto più tardi, siccome vedremo. Erano in
questi tempi i Milanesi sommamente attaccati e fedeli all'imperadore. Nè
si vuol tacere che, per attestato del suddetto Glabro[499], in questo
anno cominciò per la prima volta ad udirsi il nome della _Tregua di
Dio_, proposta dai vescovi delle provincie di Arles e di Lione, che poi
fu stabilita più tardi, ed anche abbracciata da molti in Italia. Erano
allora non meno in Francia che in Italia in uso le guerre private: cioè
permettevano le leggi il potersi vendicare dei nemici, dacchè il fallo
era patente e conosciuto da' pubblici ministri. Però le discordie e
vendette si tramandavano ai figliuoli e nipoti; frequentissimi erano gli
ammazzamenti, e i più camminavano coll'armi, pronti sempre alla difesa
ed offesa. Fu perciò in questi tempi fatta parola, e poi conchiuso
nell'anno 1041, che in alcuni giorni di qualsivoglia settimana[500] per
amore di Dio niuno osasse di far danno alla vita o alla roba de' suoi
nemici. Fu imposta la scomunica e l'esilio a chi, accettata questa
tregua, la trasgredisse dipoi. Susseguentemente fu in alcun luogo
abbreviato il termine della tregua con altre regole, delle quali è da
vedere il Du-Cange[501]. Ne parla anche Landolfo seniore[502], storico
milanese di questo secolo, ma con qualche differenza, scrivendo che a'
tempi d'Eriberto arcivescovo, _lex sancta, atque mandatum novum et bonum
e coelo, ut sancti viri asseruerunt, omnibus Christianis tam fidelibus
quam infidelibus data est, dicens: Quatenus omnes homines secure ab hora
prima Jovis usque ad primam horam diei lunae, cujuscumque culpae forent,
sua negotia agentes permanerent. Et quicumque hanc legem offenderent,
videlicet Treguam Dei, quae misericordia Domini nostri Jesu Christi
terris noviter apparuit; procul dubio in exsilio damnatus per aliqua
tempora poenam patiatur corpoream. At qui eamdem servaverit, ab omnium
peccatorum vinculis Dei misericordia absolvatur._ Fu saggiamente pensata
e introdotta la tregua di Dio dai vescovi di Francia; ma Landolfo ci fa
intendere ch'essa era venuta _dal cielo_, secondo il costume di que'
tempi, ne' quali ogni pia istituzione si spacciava come miracolosa e
mandata dal cielo con qualche rivelazione. In quest'anno _IX kalendas
februarii_ trovandosi l'Augusto Corrado in Basilea, confermò con suo
diploma[503] tutti i beni e diritti del monistero pavese di san Pietro
in _Coelo aureo_.