[420] Hermannus Contractus, in Chron.
[421] Arnulf., Histor. Mediolanens., lib. 2, cap. 2.
[422] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[423] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4.
[424] Bonincontr., Chronic. Modoet. tom. 12 Rer. Ital.
[425] Wibertus, Vita S. Leonis IX, lib. 1, cap. 7.
[426] Sillingard. Calalog. Episcop. Mutinens.
[427] Ughell., Ital. Sacr., tom. 2.
[428] Bullar. Casinens.
[429] Lupus Protospata, in Chronico.
[430] Dandulus, in Chronico, tom. 12 Rer. Ital.
[431] Anonymus Casinensis, tom. 5 Rer. Ital. Leo Ostiensis, lib. 2, cap.
58.
[432] Mabill., Saecul. VI Benedict., P. I.
Anno di CRISTO MXXVII. Indizione X.
GIOVANNI XIX papa 4.
CORRADO II re di Germania 4, imperadore 1.
Nel febbraio dell'anno presente dovette muoversi il re Corrado alla
volta di Roma, dove, secondo i maneggi e il concerto seguito fra loro,
papa GIOVANNI XIX era per concedergli la corona imperiale. Un suo
diploma[433], dato probabilmente nel febbraio di quest'anno, benchè
manchi il mese e il giorno, ci fa vedere in _Verona_ appellato solamente
re lo stesso Corrado, cioè non per anche nomato imperadore. _Rinieri_
marchese di Toscana, per quanto ne lasciò scritto Wippone[434], con
tutta quella provincia, non avea voluto per anche riconoscerlo per re, e
stava forte nella ribellione. A quella volta marciò Corrado colla sua
armata, cioè con un possente esorcismo per costrignerlo all'ubbidienza.
Infatti Rinieri, dopo essersi tenuto chiuso in Lucca per pochi giorni,
vedendo la malparata, venne finalmente ad arrendersi. L'esempio di Lucca
e del marchese servì a ridurre in breve la Toscana tutta a suggettarsi.
Ci mancano documenti per conoscere se dopo questo fatto seguitasse il
marchese Rinieri a reggere la Toscana, oppure s'egli fosse deposto, e in
luogo di lui creato duca di Toscana _Bonifazio marchese_, padre
dell'inclita contessa Matilda. Inclino io a credere che Bonifazio
profittasse di tal congiuntura. Andossene dipoi Corrado a Roma, e quivi
nel mercordì santo con sommo onore e magnificenza fu accolto da papa
Giovanni e da tutti i Romani. Poscia _in die sancto Paschae, qui eo anno
VII calendas apriles terminabatur, a Romanis ad imperatorem electus_
(doveano dunque concorrere anche i Romani col papa all'elezion
dell'imperadore) _imperialem benedictionem a papa suscepit_,
_Caesar et Augustus romano nomine dictus_.
Ricevette eziandio la sacra unzione e coronazione la regina _Gisela_ sua
moglie, figliuola di _Erimanno_ duca di Alemagna. Fu quella gran
funzione onorata dalla presenza di due re, cioè di _Rodolfo III_ re di
Borgogna, e di _Canuto_ ossia _Cnuto_ re d'Inghilterra, in mezzo ai
quali l'Augusto Corrado se ne tornò al palazzo. Ma anche in Roma
succedette il medesimo che era avvenuto in Ravenna. Mi sia permesso il
dirlo, doveano ben essere allora indisciplinati, barbarie bestiali i
Tedeschi. Per ogni picciolo rumore correvano a far laghi di sangue, e
sfoggiavano nella crudeltà: dal che poi venne che si tirarono addosso
l'odio degl'Italiani, e ne stancarono la pazienza, siccome vedremo. Per
un vil cuoio di bue in un dì di quella settimana nacque contesa fra un
Romano e un Tedesco, e vennero ai pugni. Invece di spartirli, diede
all'armi tutto l'esercito imperiale, e i Romani anch'essi ricorrendo per
difesa alle armi loro, fecero una pazza resistenza; ma in fine convenne
loro dar alle gambe, _et innumerabiles ex illis perierunt_. Nel dì
seguente i così maltrattati Romani, _ante imperatorem venientes, nudatis
pedibus, liberi cum nudis gladiis, servi cum torquibus vimineis circa
collum, quasi ad suspensionem praeparati, ut imperator jussit,
satisfaciebant_. Queste furono le allegrezze e consolazioni de' Romani.
Se vogliam credere ad Arnolfo storico milanese di questo secolo[435],
accadde in occasione della stessa coronazione anche una rissa fra
_Eriberto arcivescovo_ di Milano ed _Eriberto arcivescovo_ di Ravenna.
Quest'ultimo arditamente si mise alla destra di Corrado. L'arcivescovo
di Milano, ciò veduto, e sentendo che il corteggio de' suoi Milanesi,
che era grande, incominciava a fare tumulto, e poteane succedere
scandalo, saviamente si ritirò. Accortosene Corrado, fermò il passo e
disse, che siccome toccava all'arcivescovo di Milano di dare la corona
al re d'Italia, per cui si saliva all'imperio; così convenevol cosa era
che quel medesimo presentasse il re al papa per ricevere dalle di lui
mani la corona imperiale; e però, tolta la man destra all'arcivescovo di
Ravenna, giacchè se ne era ito quel di Milano, per parere del pontefice
Giovanni XIX, fece supplire le di lui veci ad _Alderico vescovo_ di
Vercelli, suffraganeo dell'arcivescovo. Intanto i Milanesi, altercando
co' Ravennati, vennero con essi alle mani, e ne seguirono molte ferite,
e crebbe sì fattamente la mischia che lo stesso arcivescovo di Ravenna
fu obbligato a mettersi in salvo colla fuga. Da lì poi a pochi giorni in
un concilio tenuto dal papa fu deciso che l'arcivescovo di Ravenna
avesse da cedere la mano a quel di Milano. Lite nondimeno che non finì,
e noi la vedremo risorgere all'anno 1047. Abbiamo un diploma di Corrado
Augusto[436], in cui conferma tutti i suoi beni al monistero di Farfa,
dato _V kalendas martii, anno dominicae Incarnationis MXXVII, anno vero
domni Conradi regnantis III, imperii quoque I. Actum Romae_: il che
maggiormente ci assicura del tempo della sua coronazione. Ch'egli
abitasse fuori di Roma _in civitate leoniana_, si raccoglie da un suo
diploma, dato _nonis aprilis_ dell'anno presente, e da me tolto alle
tenebre[437].
L'attività di questo imperadore nol lasciò consumare inutilmente il
tempo in Roma. Però da lì a poco marciò egli coll'armata a Benevento e a
Capoa; ed esse città, coll'altre di quella contrada, _sive vi, sive
voluntaria deditione, sibi subjugavit_. Diede anche licenza ai Normanni
che si trovavano in quelle parti, di abitarvi, e difendere i confini dai
tentativi de' Greci. Ciò fatto, ritornò a Roma, e si avviò alla volta
dell'Alpi. Era egli in Ravenna nel dì 3 di maggio, e in Verona nel dì 24
di esso mese, come consta da due suoi diplomi pubblicati
dall'Ughelli[438], e da uno riferito dal padre Celestino nella Storia di
Bergamo. Tanto fece, che in questi viaggi ebbe nelle mani Tasselgardo
italiano, grande spogliator delle chiese e delle vedove; e colla sua
morte sopra un patibolo liberò non so qual provincia dagl'insulti di
costui. _Filii Taselgardi quondam comitis_ si veggono nominati all'anno
1029 nella Cronica del monistero di Farfa[439]. In uno strumento ancora
da me pubblicato[440], e scritto nell'anno 1045, si trova _Tesselgardus
comes filius bonae memoriae Tesselgardi comitis ex civitate Beneventi_.
Sembra che del medesimo personaggio si parli in tali memorie. Mentre
queste cose passavano in Italia, _Guelfo_ conte della Suevia, _dives in
praediis, potens in armis_, turbò la quiete della Germania.
Impadronitosi della città di Augusta, devastolla, e diede il sacco al
tesoro di quel vescovo. Oltre a _Corrado duca_ di Franconia, che faceva
di molti preparamenti, anche _Ernesto duca_ d'Alemagna ossia della
Suevia, benchè figliastro dell'imperadore, prese l'armi contra di lui.
L'arrivo di Corrado ad Augusta dissipò tutti i disegni di que' principi.
Guelfo, Ernesto e Corrado vennero all'ubbidienza, e colla prigionia e
coll'esilio di qualche tempo pagarono la pena della lor ribellione.
Racconta Wippone[441], che Corrado _per biennium omnes Ticinenses
afflixit, donec omnia quae precepit omni dilatione postposita
compleverunt_. Però si può credere che i Pavesi in quest'anno, indotti a
rifabbricar entro la lor città il palazzo regale, tornassero in grazia
dell'Augusto Corrado. Circa questi tempi, per quanto si raccoglie da
Arnolfo storico[442], venne a morte il vescovo di Lodi, e quel popolo,
secondo l'antico rito, elesse il successore. Ma Eriberto arcivescovo di
Milano, che in ricompensa delle tante fatiche e spese fatte per esaltare
l'imperador Corrado, e per potere signoreggiar egli sotto l'ombra di lui
in Lombardia, avendo fra gli altri privilegii ottenuto da esso Augusto
di poter dare a Lodi quel vescovo che gli piacesse, scelse e conservò
vescovo di quella città _Ambrosio_, uno de' suoi cardinali: che allora
molte chiese d'Italia, massimamente le maggiori, avevano i lor cardinali
al pari della chiesa romana. Sdegnati i Lodigiani per questa novità, che
era anche contra de' canoni, gli fecero la testa. Ma il feroce
arcivescovo, messa insieme un'armata, lor mosse guerra, prese
all'intorno le lor terre e castella, e portò l'assedio alla stessa città
di Lodi. Non potendo di meno que' cittadini, cedettero alla forza,
accettarono Ambrosio vescovo, il qual poscia fece ottima riuscita; ma di
là nacque un odio implacabile de' Lodigiani contra de' Milanesi, il qual
poscia partorì immense ruberie, incendii, e stragi per moltissimi anni
avvenire. Credesi che in questo anno terminasse i suoi giorni e le sue
mirabili fatiche san _Romoaldo_ abbate istitutore dell'ordine
camaldolese, in età di cento venti anni, come lasciò scritto san Pier
Damiano[443]. V'ha chi crede che il Damiano, autore avvezzo a credere e
spacciare il mirabile dappertutto, senza avvedersene abbia accresciuto
di troppo gli anni di questo santo. Ma intorno a ciò son da vedere le
dissertazioni camaldolesi del padre abbate Grandi, celebre letterato,
che dottamente ha esaminato questo punto[444]. S'ebbe a male _Pandolfo
IV_, dopo avere ricuperato il principato di Capoa[445], che _Sergio
duca_ di Napoli avesse dato ricovero nella sua città a Pandolfo di
Tiano, cioè al vinto emulo. E senza di questo, che non fa il mantice
dell'ambizione ne' potenti signori[446]? Quando men Sergio se
l'aspettava, eccoti Pandolfo colla sua armata volare all'assedio di
Napoli, e strignere talmente quella città, che l'obbligò alla resa.
Sergio ebbe maniera di fuggirsene; e Pandolfo di Tiano scappò anch'egli
a Roma, dove miseramente terminò i suoi giorni. A niuno de' principi
longobardi era mai riuscito nei secoli addietro di mettere il piede in
Napoli. Questa fu la prima volta, ma Pandolfo neppur egli potè
lungamente sostenere una tal conquista, siccome diremo. Nella Cronica
del Volturno[447] si vede che _Pandolfo IV_ e suo figliuolo _Pandolfo V_
contavano nel mese di marzo e di aprile dell'anno seguente 1028 l'_anno
primo ducatus neapolitani_.