[397] Pagius, ad Annal. Baron.
[398] Glaber, Hist. Mediolan., lib. 4, cap. 1.
[399] Baron., in Annal. Ecclesiast.
[400] Romuald. Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[401] Wippo, in Vita Conradi Salici.
[402] Hermannus Contractus, edit. Canis.
[403] Vita S. Cunegund., cap. 2.
[404] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[405] Arnulfus, Hist. Mediol., lib. 2, cap. 1.
[406] Wippo, in Vit. Conradi Salici.
[407] Ugo Flaviniacens., in Chron. ad ann. 1013.
Anno di CRISTO MXXV. Indizione VIII.
GIOVANNI XIX papa 2.
CORRADO II re di Germania 2.
Non mancarono principi d'Italia che, concordi nel genio col popolo di
Pavia, abborrivano di aver più in Italia re, o imperadori tedeschi, i
quali doveano forse parer loro troppo gravosi. Fra questi specialmente
ci fu _Maginfredo_ marchese chiarissimo di Susa, con _Alrico_ vescovo
d'Asti suo fratello, e i marchesi progenitori della casa d'Este, cioè
_Ugo_ ed _Alberto Azzo I_. Siccome osservò il Beslì[408], si voltarono
essi a _Roberto_ re di Francia, esibendo a lui la corona del regno
d'Italia; e quando a lui non piacesse, almeno ad _Ugo_ suo figliuolo,
già dichiarato collega nel regno. Ma egli non se ne volle impacciare,
perchè non gli piaceva di tirarsi addosso una guerra col re Corrado.
Glabro[409] scrive, in parlando del medesimo Ugo, che _ubique
provinciarum percitus peroptabatur a multis, praecipue ab Italis, ut
sibi imperaret, in imperium sublimari_. E nei versi fatti sopra la morte
di lui:
_Omnis quem prona proscebat Italia,_
_Caesar ut jura promeret regalia._
Perduta questa speranza, e tanto più perchè esso giovinetto Ugo fu
rapito dalla morte in quest'anno nel dì 17 di settembre, passarono que'
marchesi a tentare _Guglielmo IV_ duca d'Aquitania, oppure suo figliuolo
_Guglielmo V_. Fulberto vescovo di Chartres così ne scrive a Roberto re
di Francia[410]: _Guillelmo Pictavorum comes_ (lo stesso è che il duca
d'Aquitania) _herus meus loquutus est mihi nuper dicens, quod postquam
Itali discesserunt a vobis, diffisi, quod vos regem haberent, petierunt
filium suum ad regem. Quibus ille invitus coactusque respondit, tamdem
acquiescere se voluntati eorum._ Ma per non imbarcarsi male a proposito,
fece il duca Guglielmo avvisare per mezzo del conte d'Angiò il re
Roberto dell'esibizion fattagli dagli Italiani; e ch'egli
l'accetterebbe, qualora il re volesse secondarlo e muovere all'armi i
duchi della Lorena contro il re Corrado: al qual fine gli offeriva una
buona somma di danaro. Nè questo gli bastò. Volle in persona venir egli
in Italia, per meglio scandagliare gli animi e le forze di questi
principi. Ma qui non trovando quella concordia che occorreva in un
affare di tanta importanza, e non gli piacendo certe condizioni che si
dimandavano dai principi italiani, se ne tornò in Guienna, e si diede a
disfare la tela ordita. In una lettera[411], da lui scritta a Maginfredo
marchese, gli dice: _Quod coeptum est de filio meo, non videtur mihi
ratum fore, nec utile, neque honestum. Gens enim vestra infida est.
Insidiae graves contra nos orientur._ Però il prega di rompere con buon
garbo questo negozio. Odasi ancora Ademaro, monaco di santo Eparchio,
che nella sua Cronica scrive:[412] _At vero Langobardi, fine
imperatoris_ (Henrici) _gavisi, destruunt palatium imperiale, quod erat
Papiae, et jugum imperatorium a se excutere volentes, venerunt multi
nobiliores eorum coram pictavam urbem ad Willelmum ducem Aquitanorum, et
eum super se regem constituere cupiebant. Qui prudenter cavens cum
Willelmo comite Engolismae Langobardorum fines penetravit, et diu
placitum tenens cum ducibus Italiae, nec in eis finem_ (o piuttosto
_fidem_) _reperiens, laudem et honorem eorum pro nihilo duxit_. Leone,
vescovo di Vercelli, uno di quelli fu che si sbracciò non poco per
tirare in Italia l'amico suo duca d'Aquitania. Leggesi una lettera
faceta del duca ad esso Leone, nella quale venendo poi al serio,
scrive[413]: _Longobardos non arguo deceptionis, quam in me exercere
vellent. Quantum enim in ipsis fuit, partum erat mihi regnum Italiae, si
unum facere voluissem, quod nefas judiravi: scilicet, ut ex voluntate
eorum episcopos, qui essent Italiae, deponerem, et alios rursus illorum
arbitrio elevarem. Sed absit, me rem hujusmodi facere_, ec. Ecco quanta
fosse la pietà e saviezza di quel principe.
In occasione di questi trattati passò, come vedemmo, in Francia _Ugo
marchese_, uno degli antenati estensi, per indurre il re Roberto ad
accettar la corona d'Italia, e, passando per la città di Tours, quivi si
fermò per due giorni affin di soddisfare alla divozione sua verso san
Martino. Questa notizia ci è somministrata da una carta dell'archivio di
quei canonici, dove si legge[414]: _Orta est querela canonicorum sancti
Martini, circa quosdam marchiones Italiae, Bonifacium videlicet,
Albertum, et Aczonem, Otbertum, et Hugonem, propter terras beati Martini
de Italia, quas injuste tenebant. Quorum Hugo accidit, ut in terra
legationis causa Robertum Francorum regem adiret, et per sanctum beati
Martini locum transiret_, ec. Siccome ho altrove dimostrato, erano
questi principi della famiglia de' marchesi appellati poscia d'Este.
Soddisfece il marchese Ugo a que' canonici. Ora il negoziato fin qui
esposto de' principi d'Italia per iscuotere il giogo tedesco per la
maggior parte fu fatto nel precedente anno, e terminò poi nel presente.
Tra perchè abortirono le speranze concepute di avere un re dalla parte
della Francia, e perchè l'unire e tener unite tante teste, era cosa più
che difficile, _Eriberto_ arcivescovo di Milano, il primo fra' principi
di Lombardia, prese il partito suo, e, seguitato da moltissimi altri,
andò in Germania a darsi al re Corrado, e a promettergli la corona del
regno italico, ogni volta ch'egli calasse in Italia. L'abbiamo da
Arnolfo storico milanese[415]. _Factum est_ (scrive egli) _ut simul
convenientes in commune tractarent de constituendo rege primates.
Diversis itaque in diversa trahentibus, non omnium idem fuerat animosus.
Interque talia fluctuante Italia, suorum comparium declinans Heribertus
consortium, invitis illis ac repugnantibus adiit Germaniam, solus ipse
regem electurus teutonicum. Quumque Teutones sibi Chuonradum eligerent,
eumdem ipsum laudavit, omniumque in oculis coronavit._ Ma non sussiste
che Eriberto intervenisse all'elezion germanica, e molto meno che egli
coronasse Corrado, nè che v'andasse solo. Un autore meglio informato,
che era allora in corte d'esso Corrado, cioè Wippone[416], ci assicura
che il suo re, venuto alla città di Costanza, quivi celebrò la
Pentecoste, che cadde nel dì 6 di giugno dell'anno presente. _Ibi
archiepiscopus mediolanensis Heribertus cum ceteris optimatibus italici
regni occurrebat, et effectus est suus, fidemque sibi fecit per
sacramentum et obsidum pignus, ut quando veniret cum exercitu ad
subjiciendam Italiam, ipse eum reciperet, et cum omnibus suis ad dominum
et regem publice laudaret, statimque coronaret. Similiter reliqui
Langobardi fecerant_ (fecerunt) _propter_ (praeter) _Ticinenses, qui et
alio nomine Papienses vocantur, quorum legati aderant cum muneribus et
amicis, molientes ut regem pro offensione civium placarent, quamquam id
adipisci a rege juxta votum suum nullo modo valerent_. Tenevasi offeso
il re, perchè i Pavesi avessero demolito il palazzo imperiale. E questi
dicevano: _Chi abbiamo noi offeso? Finchè l'Augusto Arrigo è vivuto gli
siamo stati ubbidienti e fedeli. Morto lui, non avendo noi re, nè
obbligo verso chi non era per anche nostro re, abbiamo smantellato un
palazzo, su cui niun, fuorchè noi, aveva diritto._ Ma Corrado non
l'intendeva così, pretendendo che se moriva il re, il regno nondimeno
vivo restava; e che quel palazzo era del re d'Italia e non de' Pavesi.
Per questo motivo senza pace se ne tornarono indietro gli ambasciatori
di Pavia. _Reliqui vero Italici amplissimis donis a rege honorati in
pace dimissi sunt._ Nè già i Pavesi ricusavano di rifabbricare quel
palazzo regale che era loro di gloria, ma lo volevano fuor di città.
Corrado all'incontro lo voleva dentro, come prima. In ciò consisteva la
lor discordanza. In questo anno propriamente, siccome osservò il padre
Mabillone[417], ed io ancora[418], ebbe principio il celebre monistero
della Cava nel principato di Salerno per cura di _Guaimario III_
principe di quelle contrade. Il suo primo abbate fu santo _Adelferio_
ossia _Alferio_. Abbiamo ancora da Leone Ostiense[419] e dall'Anonimo
casinense, che in quest'anno _Pandolfo IV_ principe di Capua, già
condotto prigione in Germania dal defunto Arrigo Augusto, ad
intercessione dello stesso Guaimario, ottenne la sua libertà, e
tornossene tutto umile e mansueto, secondo le apparenze, in Italia, con
accignersi dipoi a ricuperare il perduto principato.