NOTE:

[391] Donizo, in Vita Comitiss. Mathild., lib. 1, cap. 5 et 6.

[392] Pagius, in Crit. ad Annales Baron.

[393] Antiquit. Italic., Dissert. XXXVI.

[394] Gattola, Hist. Monaster. Casinens., Part. I.

[395] Lupus Protospata, in Chron.

[396] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Italic.

Anno di CRISTO MXXIV. Indizione VII.

GIOVANNI XIX papa 1.

CORRADO II re di Germania e d'Italia 1.

Mancarono in quest'anno alla repubblica cristiana i suoi due primi

luminari, cioè il papa e l'imperadore. Forse il primo fu papa _Benedetto

VIII_ che terminò il suo pontificato, per quanto si crede, nel mese di

giugno, come osservò il padre Pagi[397]. Ebbe per successore _Giovanni

XIX_, soprannominato _Romano_, fratello del predefunto _Benedetto_, ma

papa screditato da Glabro[398] e dal cardinal Baronio[399], perchè di

laico ch'egli era coll'intercessione della pecunia guadagnati i voti,

salì sul trono pontificio. _Uno eodemque die et laicus et pontifex

fuit_, dice Romoaldo salernitano[400]; il che fu contra gli antichi

canoni. Che l'assunzione sua seguisse per la prepotenza dei conti

Tuscolani, lo scrive il porporato Annalista, del che io non veggo le

pruove. Glabro solamente attesta che fu l'efficace mezzo dell'oro che il

portò in alto: e questo dire, se è vero, ferisce chiunque l'elesse.

Quanto all'imperadore, abbiamo da Wippone[401], da Ermanno

Contratto[402], e da altri antichi storici ch'egli fu chiamato da Dio ad

un regno migliore nel dì 13 di luglio dell'anno presente, e gli fu data

sepoltura nella sua prediletta città di Bamberga. Imperadore, le cui

molte virtù, e massimamente l'insigne pietà, coronata da varie gloriose

azioni, meritarono ch'egli fosse scritto nel catalogo de' santi, con

celebrarsene anche la festa nel dì 14 d'esso mese, giorno probabilmente

della sua sepoltura. Consegnò egli prima di morire ai parenti

l'imperadrice _Cunegonda_ sua moglie, vergine, per quanto la fama

divulgò, quale l'avea ricevuta; principessa anch'ella dotata di sì

luminose virtù, che non men del marito arrivò a conseguir la laurea dei

santi. Per gloria di lei, e per documenti delle strane vicende, alle

quali sono esposti anche i migliori, non si vuol tacere che così santa

principessa[403] fu accusata d'infedeltà all'Augusto suo consorte. Si

esibì ella di provare l'innocenza sua colla pruova del fuoco, usata in

que' secoli d'ignoranza; e però co' piedi nudi senza lesione alcuna

passeggiò sopra dodici ferri roventi. Ma di questo gran fatto, nè della

verginità di Cunegonda noi non abbiamo testimonio alcuno contemporaneo

che incontrastabilmente ce ne assicuri; ed ella potè senza di questo

essere principessa di rara santità. Le vite de' Santi scritte lungo

tempo dopo la lor morte son suggette a varii riguardi, perchè la fama,

che cresce in andare, aggiugne talvolta quello che non fu.

Venne dunque colla morte di santo Arrigo a vacare l'imperio romano col

regno della Germania e dell'Italia. L'essere egli mancato senza prole,

aprì il campo alle pretensioni di varii principi, e per conseguente alla

discordia. Secondo l'attestato di Wippone, storico di quei medesimi

tempi[404], i due principali concorrenti furono due _Canoni_, cioè due

Corradi, i quali per distinzione erano appellati, a cagion dell'età,

l'uno il maggiore, l'altro il minore, cugini germani. Era nato il

maggiore da _Arrigo_ duca della Franconia, il secondo da _Corrado_, che

vedemmo duca di Carintia e marchese di Verona, amendue fratelli ancora

di Gregorio V papa. _Ottone_ avolo dei suddetti due cugini, figliuolo di

Liutgarda nata da Ottone il Grande, fu anche egli duca di Franconia.

Però questi due principi, siccome discendenti dal sangue di Ottone I

Augusto, furono creduti i più propri per succedere; e fra questi due

competitori fu amichevolmente conchiuso che quegli sarebbe re, il quale

riportasse più voti. Cadde pertanto l'elezione in _Corrado_ il maggiore,

figliuolo d'Arrigo, che fu poi appellato per soprannome il _Salico_.

Scrivono che Arrigo Augusto nell'ultima sua infermità consigliò i

principi ad eleggere questo, siccome principe di gran valore e senno. E

non furono già i sette elettori che diedero il re alla Germania, ma

bensì tutti i vescovi, duchi e principi di quel regno che concorsero

nella scelta di lui, come attesta il medesimo Wippone. Vi furono

invitati anche i principi d'Italia, ma non giunsero a tempo. Nel dì 8 di

settembre in Magonza seguì la coronazione germanica di Corrado il

Salico; e per allora si tacque il minore Corrado, benchè mal contento

d'essergli stato posposto. Ma appena il popolo di Pavia ebbe intesa la

morte del santo imperadore Arrigo, che, ravvivando la non mai estinta

rabbia per l'atroce danno inferito da lui, o, per dir meglio, dai suoi

soldati alla loro città, nè sapendo qual altra vendetta fare, proruppero

in una sollevazione, e corsi ad atterrare il palazzo regale, lo

ridussero in un monte di pietre. _Tunc Papienses in ultionem incensae

urbis, regium, quod apud ipsos erat, destruxere palatium_: sono parole

di Arnolfo storico milanese[405]. Udiamo anche _Wippone_[406]: _Erat_,

dice egli, _in civitate papiensi palatium a Theodorico rege miro opere

conditum, ac postea ab imperatore Ottone tertio nimis adornatum_. Questo

è il palazzo che, secondo Wippone, diruparono i Pavesi. Ne dubito io.

Siccome abbiam veduto all'anno 1004 restò incenerito nella sedizione

insorta in Pavia il regal palazzo, e i Pavesi furono condannati a

rifarlo, oppure a fabbricarne un nuovo. Così di Arrigo scrive Ugo

flaviniacense[407]: _Papiam veniens, ab eis miri operis palatium sibi

construi fecit_. Questo dunque, e non già il palazzo di Teoderico,

dianzi rovinato, dovette più verisimilmente restar nell'anno presente

vittima del furor de' Pavesi. Per altro motivo ancora (bisogna

confessarlo) s'indusse quel popolo a tal risoluzione, perciocchè i

regali palagi, siccome altrove abbiam detto, solevano essere fuori delle

città primarie, affine appunto di schivar gli accidenti funesti che per

sua mala sorte provò Pavia; e perciò rincresceva al popolo pavese di

vedere il suo piantato nel cuore della loro città. _Totumque palatium_

(seguita a dire Wippone) _usque ad imum fundamenti lapidem eruebant, ne

quisquam regum ulterius infra civitem illam palatium ponere

decrevisset_.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 39 / 277 题