NOTE:

[310] Arnulfus, Histor. Mediolanens lib. 1, cap. 18.

[311] Otto Frisingensis, lib. I, cap. 28 de Reb. Gest. Frider.

[312] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Astens.

[313] Guichenon, Bibliot. Sebus., Centur. II, cap. 39.

[314] Antiquit. Ital., Dissert. VI.

[315] Vita S. Symeonis, apud Mabill., Saecul. VI, Benedict., Par. I.

[316] Ditmarus, Chron., lib. 7.

[317] Pagius, in Critic., Baron.

[318] Annal. Pisani, tom. 4 Rer. Ital., pag. 107 et 167.

[319] Antiquit. Ital., Dissert. XIX.

[320] Sigonius, de Regno Italiae, lib. 8.

[321] Annalista Saxo.

[322] Rer. Ital., P. II, tom. 1.

[323] Lupus Protospata, in Chronico.

[324] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap 37.

Anno di CRISTO MXVII. Indizione XV.

BENEDETTO VIII papa 6.

ARRIGO II re di Germania 16, imperadore 4.

Il Tronci ne' suoi Annali pisani, non so su qual fondamento, scrisse che

i Pisani, fatta nell'anno 1014 una grossa armata, sbarcarono nella

Sardegna, vennero alle mani coll'esercito de' Mori, il misero in rotta,

e s'impadronirono di quell'isola, dopo esserne fuggito il re di que'

Barbari Mugetto. Meritano ben più fede gli antichi Annali di Pisa[325],

che sotto il presente anno raccontano quell'impresa. Se n'era tornato in

Sardegna Mugetto, fortunatamente scampato da Luni, tutto nelle furie

contra de' Cristiani di quell'isola, molti de' quali fece barbaramente

crocifiggere. Erasi anche messo in pensiero di fabbricar in quell'isola

una forte città. BENEDETTO PAPA intanto, che l'avea cominciata bene,

volle finirla meglio. Spedì per suo legato a Pisa il vescovo d'Ostia,

per animare quel popolo a cacciar fuori di Sardegna Mugetto. Lo stesso

probabilmente fece a Genova, dacchè confessano gli stessi Annali di Pisa

che anche i Genovesi concorsero a quell'impresa. Passarono infatti in

Sardegna questi due popoli con tutte le lor forze, obbligarono Mugetto a

salvarsi colla fuga in Africa, e presero il possesso di quell'isola.

Soggiungono quegli Annali che il papa investì d'essa Sardegna i Pisani.

Ma non tardò a nascere discordia fra gli stessi conquistatori, perchè il

buon boccone faceva gola a tutti. Si sforzarono i Genovesi di cacciarne

i Pisani; ma i Pisani, che in questi tempi erano più forti, li spinsero

fuori di tutta l'isola, e ne restarono padroni. Tale principio ebbe la

potenza della città di Pisa, tuttochè non apparisca ch'essa per anche

avesse acquistata la libertà, perchè era tuttavia suggetta ai duchi,

ossia ai marchesi della Toscana. Cominciò anche in Puglia per questi

tempi una bella danza, che parve cosa da nulla sul principio, ma ebbe

col tempo delle mirabili conseguenze. Era venuto, per testimonianza di

Guglielmo pugliese[326], nell'anno precedente dalla Normandia un pugno

di quella gente per sua divozione al monte Gargano, dove san Michele

Arcangelo era in gran venerazione. Quivi per accidente trovatosi Melo,

quel potente e savio cittadino di Bari che s'era ribellato a' Greci,

appena ebbe egli adocchiati questi uomini, bella e nerboruta gente, che

tenuto con esso loro discorso della bellezza di quel paese, della

dappocaggine de' Greci, e della facilità di vincerli e di farsi gran

signori, gl'invogliò di seco imprendere guerra in quelle parti contra

del dominio greco. Presero essi tempo, tanto che tornassero alle lor

case ed invitassero altri compagni all'impresa. Venuti in quest'anno

senz'armi, ne furono ben forniti da Melo, e dopo aver preso riposo,

portarono la guerra addosso ai Greci. Era allora generale de' Greci in

quelle contrade Turnichio, appellato da altri Andronico, che senza

dimora uscito in campagna colle sue forze, _mense maii_, come ha Lupo

Protospata[327], _fecit praelium cum Melo et Nortmannis_. Questa prima

battaglia pare che fosse favorevole a Melo. Si tornò a combattere nel dì

22 di luglio, e, secondo il testo d'esso Lupo Protospata, benchè

restasse morto nel conflitto Leone Paziano, che in luogo del catapano

Turnichio comandava l'armata de' Greci, pure vi restò sconfitto Melo co'

Normanni. Ma forse quel testo è guasto. Guglielmo pugliese, autore di

maggior credito in questo, attesta che Melo e i Normanni ne uscirono

vincitori, senza raccontar altro che un solo fatto d'armi. Gran credito

che s'acquistarono con ciò que' pochi, ma valentissimi Normanni; gran

bottino che fecero. Anche l'Anonimo casinense[328], ossia Alberico

monaco, scrive sotto il presente anno: _Normanni Melo duce coeperunt

expugnare Apuliam_.

Abbiamo da Girolamo Rossi[329] che un riguardevol placito fu in

quest'anno tenuto in Ravenna da Pellegrino cancelliere e messo _Henrici

imperatoris_, e da Tadone conte, messo anch'egli del medesimo Augusto,

_anno Benedicti papae quinto, Henrici imperatoris in Italia anno tertio,

die XV februarii, Indictione XV, Harnaldo gratia Dei sanctissimo et

coangelico archiepiscopo sanctae ravennatis ecclesiae_. In esso placito

il suddetto Pellegrino _apprehendens manibus virgam, misit eam in

manibus suprascripto Harnaldus gratia Dei sanctissimo et coangelico

archiepiscopo, et investivit ipsum et ecclesiam ravennatem, ex parte

Henrici imperatoris de omni fisco et de omni publicare ravennate, sive

ripae aut portae, et de comitatu bononiense et comitatu corneliense_

(Imola) _et comitatu faventino, et comitatu_.... _et comitatum

ficoclense_ (Cervia) _cum omni fisci, et publicis eorum comitatibus_,

ec. Noi abbiamo bensì presso del cardinal Baronio i diplomi di Lodovico

Pio, di Ottone I e del regnante Arrigo I Augusto, ne' quali si veggono

confermati alla Chiesa romana l'esarcato di Ravenna, il ducato di

Spoleti, il ducato di Benevento con altri paesi. Ma essendosi per

disgrazia perduti gl'originali, e non rapportandosi se non le copie,

suggette a molte alterazioni, secondo il bisogno e l'interesse delle

persone, non porgono esse bastante lume per quetar l'intelletto. E tanto

poi meno, se con esse combattono fatti certi e documenti, sui quali non

cadano sospetti. Già s'è veduta più d'una pruova che da gran tempo

l'esarcato era divenuto parte del regno d'Italia, forse per qualche

convenzione seguita fra la santa sede e gl'imperadori. Ne abbiamo ancor

qui una pruova chiara. Altrettanto pure s'è osservato del ducato di

Spoleti. Per conto poi del ducato di Benevento, neppur convien

disputarne. E a comprovare quanto s'è detto della Romagna, servirà anche

ciò che scrisse san Pier Damiano[330] circa l'anno 1060. _Eo tempore

quum adhuc romana Ecclesia spatiosius multo quam NUNC jura protenderet,

et inter cetera caesenate oppidum possideret_, ec. Adunque a' tempi del

Damiano Cesena non apparteneva più al dominio temporale de' papi. Chi ne

fosse padrone, l'abbiamo già veduto. Ho io prodotta una carta di livello

di un porto, dato dal soprammentovato _Arnaldo_ arcivescovo di Ravenna a

Pietro abbate della Pomposa[331], creduta da me spettante all'anno

seguente 1018; ma siccome ho poi avvertito per più esatta collazione

fatta coll'originale, essa appartiene a quest'anno. Ivi sono le seguenti

note: _Anno, Deo propitio, pontificatus domni Benedicti summi

pontificis, et universalis papae VIII, ec. quinto; sed et imperante

domno Heinrico magno imperatore in Italia anno quarto, die XX mensis

februarii, Indictione XV_. Abbiamo qui l'anno 1017. Adunque Arrigo I fra

gl'imperadori avea nell'anno 1014 e nel dì 20 di febbraio già ricevuta

la corona imperiale. Di esso _Pietro_ abbate è fatta menzione nella Vita

di san Guido abbate della Pomposa[332]. In quest'anno parimente

s'incontra un placito[333], che _domnus Adelpeyro dux istius marchiae

Carentanorum, et Rambaldus comes istius comitatu tervisianense_,

unitamente tennero _in comitatu tervisianense in villa Axilo non multum

longe ad castro Axilo, de subtus_, in cui contra del monistero di santa

Giustina di Padova fu decisa una lite in favore del monistero delle

monache di san Zacheria di Venezia. Abbiamo qui che la nobil terra di

Asolo era in questi tempi del contado di Trivigi. Leggesi inoltre sotto

il presente anno una donazione[334] fatta nel mese di marzo al monistero

di Nonantola da _Bonifacius Marchio, filius bone memorie Teudaldi, qui

fuit itemque marchio, et Richelda conjuge ejus jugalibus, filia bone

memorie Giselberti, qui fuit comes palatii, qui professi sumus legem

vivere Longobardorum_.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 32 / 277 题