NOTE:

[303] Sigonius, de Regno Italiae, lib. 8.

[304] Arnolf., Hist. Mediolan., lib. 1. cap. 16.

[305] Annalista Saxo.

[306] Mabill., Annal. Benedict., ad hunc ann.

[307] Chronic. Farfense, P. II, tom. 2 Rer. Ital.

[308] Apud Balozium, Miscellan., lib. 5, pag. 64.

[309] Rer. Ital. P. II, tom. 1, pag. 11.

Anno di CRISTO MXVI. Indizione XIV.

BENEDETTO VIII papa 5.

ARRIGO II re di Germania 15, imperadore 3.

Perchè l'anno preciso in cui succedette un movimento d'armi in

Lombardia, resta incognito, mi fo lecito di riferirlo qui. L'abbiamo da

Arnolfo storico milanese[310]. Narra egli che il vescovo d'Asti, perchè

favorì le parti del re Ardoino, cadde in disgrazia dell'Augusto Arrigo,

e però venuto a Milano, quivi sino alla morte stette ascoso: _Dederat

imperator, vivente ipso, et abjecto, episcopatum cuidam Olderico fratri

Mainfredi marchionis eximii_, cioè di Manfredi marchese di Susa, marito

di _Berta_, figliuola del marchese _Oberto II_ progenitore dei marchesi

d'Este. _Arnolfo_ arcivescovo di Milano, non parendo a lui giusta la

deposizione del predetto vescovo, conseguentemente ricusò di consecrare

_Olderico_, chiamato in alcuni documenti _Alrico_. Ma questi confidando

nella potenza sua e del marchese Manfredi suo fratello, se n'andò a

Roma, dove con false rappresentanze ottenne dal papa la consecrazione,

che apparteneva di diritto all'arcivescovo di Milano. Irritato da tali

atti Arnolfo arcivescovo, scomunicò in un concilio esso Olderico.

Poscia, raunato un numeroso esercito, andò, insieme co' suoi vassalli, a

mettere l'assedio alla città di Asti, e vi colse dentro non meno

Olderico, che il marchese suo fratello. Si osservi come in Lombardia si

cominciano a raunare eserciti e a far guerra, senza dipendere

dall'imperadore, nè dai suoi ministri. Strinse egli tanto quella città,

che furono costretti gli assediati a capitolare come volle

l'arcivescovo. E fu ben dura la capitolazione: cioè tre miglia lungi da

Milano, _nudis incedendo vestigiis episcopus codicem, marchio canem

bajulans, ante fores ecclesiae beati Ambrosii reatus proprios

devotissime sunt confessi_. Per attestato di Ottone frisingense[311], se

qualche nobile commettea tal fallo che meritasse la morte, secondo

l'antica consuetudine dei Franzesi e Suevi, _ad confusionis suae

ignominiam, canem dei comitatu in proximum comitatum gestare cogebatur_.

Depose Olderico il baston pastorale e l'anello sopra l'altare di

sant'Ambrosio, che gli furono poi restituiti. E il marchese Manfredi

offerì alla chiesa una buona somma d'oro. Ciò fatto, coi piedi nudi per

mezzo alla città andarono alla metropolitana, dove ebbero pace

dall'arcivescovo, clero e popolo. Se crediamo all'Ughelli[312],

Odelrico, ossia Olderico, fu intruso nell'anno 1008, e nel seguente

legittimamente eletto, laddove Tristano Calco, il Sigonio e il Puricelli

fanno succeduta questa scena chi nell'anno 1014, e chi nel 1015 o nel

1016. Il Guichenon[313] porta un diploma del regnante Arrigo Augusto,

dato in favore del monistero di Fruttuaria nell'anno 1014, in cui fra le

altre cose conferma, _quae dederunt Manfredus marchio, et Berta ejus

uxor, et fratres ejusdem Manfredi, idest Alricus epicopus_, ec. Adunque

Alrico ossia Olderico godea nell'anno 1014 pacificamente il vescovato

d'Asti. Contuttociò sembra a me tuttavia scuro il tempo di tale

avvenimento. Perchè, come mai nell'anno 1008, tempo in cui era tuttavia

vivente e in forze il re Ardoino, decadde il vescovo d'Asti che il

favoriva; e come potè il re Arrigo lontano mettere un altro vescovo in

quella città? Arnolfo inoltre dice che l'imperadore diede quella chiesa

ad _Olderico_. Arrigo non prese la corona romana se non nell'anno 1014.

E però altri han creduto che non già Arrigo, ma Ardoino promovesse

Olderico a quella chiesa. Nè il diploma del Guichenon è documento esente

da difficoltà, mancandovi l'anno dell'imperio e il luogo, e venendo

chiamato Everardo _archicappellano_, che negli altri diplomi è detto

_archicancelliere_. Intorno a ciò nulla io decido, bastando a noi di

tenere la sostanza del fatto. Ho io rapportato un placito[314], tenuto

_anno ab Incarnatione Domini nostri Jesu Christi millesimo sexto decimo,

anno vero imperii domni Henrici imperatoris tertius, mense hoctubri,

Indictione quartadecima_. Il suo principio è questo: _Dum Raginerius

marchio et dux tuscanus placitum celebraret in civitate Aretina cum

Hugone comite ipsius comitatus, etc_. Or vengano moderni scrittori a

volerci persuadere che alcuni anni prima _Bonifazio_ marchese, padre

della contessa Matilda, era stato creato duca e marchese della Toscana.

Basta questo documento per farci conoscere che in ciò s'ingannarono. Noi

troviam qui chi in questi tempi governava la Toscana coi titoli di duca

e di marchese, cioè _Rinieri_, da noi anche veduto di sopra. Nè si

toglievano i loro governi ai duchi, marchesi e conti senza qualche grave

delitto. Vedremo a suo tempo, quando probabilmente il marchese Bonifazio

ottenne la signoria ossia il governo della Toscana. Egli in tanto

signoreggiava nelle parti della Lombardia, e specialmente in Mantova,

dove il trovò con _Richilda_, di lui moglie, san Simeone romito[315],

che da qualche tempo s'era fermato nel monistero di Polirone, scuola

allora di grande esemplarità, in tempo che uno di quei lioni, _quos

principes magnificentissimo alebat sumtu ac pompa_, era fuggito dal

serraglio con gran terrore dei cittadini, e fu da quel servo del Signore

ricondotto al suo luogo. Ed appunto nell'anno presente, come si ha

dall'autore contemporaneo della di lui Vita, esso Simeone passò al regno

dei beati _anno dominicae Incarnationis MXVI, Indictione XIV, septimo

kalendas augusti, romani imperii monarchiam obtinente Henrico primo

Augusto, ducatus quoque principatum triumphante_ (parola, a mio credere,

scorretta) _Bonifazio glorioso duce ac principe_. Trattossi poi in Roma

della di lui canonizzazione, e resta tuttavia intorno a ciò una lettera

scritta da papa Benedetto VIII _Bonifacio gratia Dei marchioni inclyto_.

E per conto d'esso papa, di lui si racconta un fatto strepitoso accaduto

in quest'anno, la cui memoria fu a noi conservata da Ditmaro[316].

Vennero i Saraceni con un grande stuolo di navi alla città di _Luni_,

che allora era della provincia della Toscana, e la presero, essendone

fuggito il vescovo. Quivi s'annidarono, scorrendo poi tutto il vicinato,

e svergognando le donne di quei contorni. Ciò udito, papa Benedetto non

perdè tempo a mettere in armi quanti popoli potè per terra e per mare,

affin di cacciarli. Spedì un'armata navale davanti a Luni, affinchè

quegli infedeli non potessero scappare coi loro legni. Ebbe nondimeno la

fortuna di salvarsi a tempo in una barchetta il re loro, che

probabilmente era Mugetto, occupator della isola di Sardegna. Gran

difesa, grande strage dei Cristiani fecero per tre dì quei Barbari; ma

finalmente rimasero rotti, e fu sì ben compiuta la festa, che neppur un

d'essi vi restò che la potesse contare. Alla loro regina, che fu ivi

presa, neppure si perdonò. La sua conciatura da testa, ricca d'oro e di

gemme, che ben valeva mille lire, fu inviata in dono all'imperadore

Arrigo dal papa. Il padre Pagi[317], dopo aver anch'egli contato questo

avvenimento, aggiugne una cosa che potrebbe farci maravigliare, se non

sapessimo che non v'ha scrittore, per grande che sia, il quale non sia

soggetto a prendere dei granchi, ed anche a grossolanamente ingannarsi:

cioè scrive: _Luna autem, hodie Luca appellata, civitas libera, a qua

aliquot loca pendent_. Sa ogni Italiano pratico alquanto di storia, o di

geografia, che la città di Luni, da alcuni secoli scaduta alla

sboccatura della Magra, nulla ha che fare con Lucca, ed esserci tuttavia

il vescovo di Luni, abitante nella città di Sarzana, con bella diocesi,

diversa dal lucchese. L'impresa suddetta d'essa città di Luni la credo

io accennata negli Annali pisani colle seguenti parole[318]: _Anno MXVI

Pisani et Januenses fecerunt bellum cum Mugeto, et vicerunt illum_.

Negli altri Annali, ove è scritto sotto quest'anno: _Pisani et Januenses

devicerunt Sardineam_, v'ha dell'errore; e si conosce da quel che

siegue, perciocchè solamente nell'anno seguente i Pisani e Genovesi

andarono in Sardegna. Alle cose dette di sopra aggiugne Ditmaro che il

re dei Mori, da me creduto Mugetto, irritato per la perdita suddetta,

inviò al papa un sacco di castagne, volendo significare che altrettanti

soldati (sarebbono stati ben pochi) nella state ventura avrebbe spedito

contra dei Cristiani. Il pontefice in contraccambio gli mandò un

sacchetto di miglio, per fargli conoscere che non era figliuol di paura.

Nè voglio tacere che il soprammentovato marchese _Bonifazio_ e

_Richilda_ sua moglie (figliuola di _Giselberto_ conte del sacro palazzo

in Italia, e non già di Giselberto fratello di Cunegonda allora

imperadrice), tutti e due gran cacciatori di beni e Stati, ricorsero in

quest'anno all'_imperadore Arrigo_ per ottenere la metà della corte di

Trecenta, oggidì sul Ferrarese, colla metà del castello e sue

dipendenze, _sicut a Berengario et Hugone filiis Sigefredi comitis,

nostro imperio rebellantibus hactenus visa sunt possideri_. Li donò

Arrigo ad essa Richilda con un diploma dato[319] _anno dominicae

Incarnationis millesimo decimo sexto, Indictione XIIII anno domni

Henrici regni XIII, imperii ejus III_. _Actum Panvembero_ (ossia

Pavemberg, cioè, come voglio credere, in Bamberga). Fu di parere il

Sigonio[320] che le nozze di Richilda col marchese Bonifazio seguissero

nell'anno 1021. Ecco quanto prima era contratto il lor matrimonio. Nè

già in occasion d'esse nozze si fece quella battaglia che viene

accennata da Donizone, come si pensò il suddetto Sigonio, ma in qualche

altra congiuntura, siccome diremo. Nell'anno presente sì, per attestato

dell'Annalista sassone[321], l'Augusto Arrigo tenne una gran dieta in

Argentina, dove anche si trovò _Rodolfo re di Borgogna_, con sottoporre

il suo regno all'imperio romano. Vo io pensando che allora si

stabilissero quelle tre leggi d'esso Arrigo che si leggono fra le

longobardiche[322]; giacchè nella prefazione si dice che furono fatte

_in civitate Argentina, quae vulgari nomine Straburge appellatur_,

coll'intervento degli arcivescovi di Milano e di Ravenna, dei vescovi

d'Argentina, Piacenza, Como, ec., ed anche dei marchesi e conti

d'Italia. Abbiamo inoltre da Lupo Protospata[323] che in quest'anno

_civitas Salernum obsessa est a Saracenis per mare et per terram, et

nihil profecerunt_. Se si ha a credere a Leone Ostiense[324], fu in

questa occasione che i Normanni, dei quali parleremo all'anno seguente,

capitando dal viaggio di Terra santa a Salerno, furono in aiuto di

_Guaimario III_ principe di quella terra, e colla loro prodezza

obbligarono que' Barbari a levare l'assedio. Ma Guglielmo pugliese,

siccome vedremo, diversamente ne parla.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 31 / 277 题