NOTE:

[274] Arnulphus, Hist. Mediol., lib. 1, cap. 16.

[275] Sigonius, de Regno Ital., lib. 8.

[276] Antiquit. Ital., Dissert. LVI.

[277] Antichità Estensi, P. I, cap. 11.

[278] Annalista Saxo, et Annales Hildesheim.

[279] Rubeus, Hist. Ravenn., lib. 5.

Anno di CRISTO MXIV. Indizione XII.

BENEDETTO VIII papa 3.

ARRIGO II re di Germania 13, imperadore 1.

ARDOINO re d'Italia 13.

Da Pavia, non ostante il verno, passò il re Arrigo a Ravenna, dove, per

attestato dell'Annalista sassone[280], raunato un concilio, fece

eleggere arcivescovo (se pur non era prima eletto) _Arnoldo_ ossia

_Arnaldo_ suo fratello. Dacchè in quella città mancò di vita _Federigo_

arcivescovo (probabilmente nell'anno 1004), un certo _Adelberto_ avea

senza legittima elezione e con male arti occupata quella sedia

archiepiscopale, e detenuta finora. Poscia in Roma fece il re Arrigo

consacrare da papa Benedetto VIII questo suo fratello[281]. Volle anche

far degradare il suddetto Adalberto; ma alle preghiere di molte persone

pie _alteri praefecit ecclesiae, nomine Aricia_. L'Annalista sassone

dice: _Arecinae praefecit ecclesiae_. Crede il padre Mabillone ch'egli

fosse creato vescovo d'_Arezzo_, ma presso l'Ughelli nulla si trova di

lui. Sarebbe mai qui mentovata la _Riccia_, che in questi tempi godesse

l'onore del vescovato? Poscia continuò il re Arrigo alla volta di Roma

il suo viaggio. Secondo la testimonianza di Glabro Rodolfo[282], papa

_Benedetto VIII_ gli venne incontro: il che ci fa intendere che esso

papa era già rimesso sul trono pontifizio. Ditmaro scrive che il papa

l'aspettò a san Pietro: e questo era il costume. Abbiamo poi nei testi

d'esso Ditmaro e dell'Annalista sassone che si fece la solenne

coronazione imperiale di _Arrigo_ e di _Cunegonda_ sua moglie _VI

kalendas martii_, cioè nel dì 24 di febbraio, _die dominica_. Ma non

essendo caduto quel dì in domenica nell'anno presente, il padre Pagi con

ragione pretende[283] che la magnifica funzione si facesse _XVI kalendas

martii_, cioè nel dì 14 di febbraio, giorno veramente di domenica.

Abbiamo da Ditmaro che in quella solennità l'Augusto Arrigo, secondo fra

i re, e primo fra gl'imperadori, comparve _a senatoribus duodecim

vallatus, quorum sex rasi barba, alii prolixa, mystice incedebant cum

baculis_. Prima di entrar nella basilica vaticana, secondo il costume,

fu interrogato se voleva essere avvocato e difensore della Chiesa

romana, e fedele al papa e ai suoi successori. Rispose con gran

divozione di sì. Dopo di che ricevette colla moglie l'unzione e la

corona imperiale. Nota il medesimo Ditmaro, e dopo lui l'Annalista

sassone, che _Giovanni figliuolo di Crescenzio, apostolicae sedis

destructor, muneribus suis et promissionibus phaleratis regem palam

honoravit; sed imperatoriae dignitatis fastigium eum ascendere multum

timuit, omnimodisque id prohibere clam tentavit_. Abbiam trovato di

sopra all'anno 1012 a _Giovanni_ duca e marchese, sospettato da me _duca

di Spoleti_, fratello di Crescenzio conte. Forse qui si parla di lui.

Non amavano i Romani in que' tempi di avere sopra di sè un imperadore,

perchè senza questo freno faceano ballare i papi come loro piaceva. Ed è

anche da osservare ciò che il suddetto Ditmaro scrive[284]: _Rex

Henricus a papa Benedicto, qui tunc prae ceteris antecessoribus suis

maxime dominabatur, mense februario in urbe Rumulea cum ineffabili

honore suscipitur_. A mio credere, vuol dire che i Romani aveano per

molti anni addietro ritagliata di molto l'autorità temporale dei papi in

Roma. Ma dacchè papa Benedetto ebbe fatto ricorso al re Arrigo, e se ne

tornò a Roma, per paura d'esso re i potenti romani dovettero cedergli,

in guisa che egli esercitava più di molti suoi antecessori la temporal

signoria. Oppure gli Ottoni Augusti, e massimamente (per quanto vo io

sospettando) il terzo, aveano accorciato non poco il temporale dominio

dei romani pontefici, con averlo poi ricuperato il suddetto papa

Benedetto VIII dal piissimo imperadore Arrigo regnante. A quest'anno

rapporta il cardinal Baronio[285] il diploma che si pretende dato

dall'Augusto Arrigo alla Chiesa romana, per confermare ad essa i suoi

Stati temporali; e veramente ad altro anno che a questo non dee

appartenere. Ma esso è una copia informe senza l'anno in cui fu dato, e

senza gli anni del regno dell'imperio. Contiene eziandio varie notizie

che patiscono difficoltà, siccome prima d'ora ho io altrove

accennato[286]. Conviene aggiugnere qui ciò che osservò il padre

Mabillone colle seguenti parole[287]: _Baronius ad hoc tempus revocat

privilegium romanae Ecclesiae ab eodem imperatore concessum. At

subscriptiones quaedam satis ostendunt, hoc esse posterioris temporis,

quippe cui subscribit Richardus abbas fuldensis, qui vix ante annum

MXXII hanc praefecturam iniit_. Così colla sua solita modestia

quell'insigne letterato, volendo anch'egli significare che il privilegio

suddetto è finto, oppure interpolato.

Nell'ottavo giorno dopo la coronazione insorse una strepitosa rissa fra

i Romani e Tedeschi sul ponte del Tevere, e molti caddero estinti

dall'una parte e dall'altra. Si trovò essere stati autori di tale

sconcerto _germani tres, Hug, Hecil, Ecilin_, non so se tre Tedeschi o

tre fratelli. Furono presi, incarcerati, e poi condotti fra le catene in

Germania. Che anche Arrigo, primo di questo nome fra gl'imperadori,

godesse al pari de' suoi predecessori la sovranità in Roma, si raccoglie

dal suo nome, enunziato con quello de' papi nelle monete e negli atti

pubblici di Roma, e dall'avere anch'egli amministrata pubblicamente

giustizia in essa città. Pubblicò il padre Mabillone[288] un insigne

placito del medesimo Augusto, in cui per ordine suo fu decretato il

possesso del castello di Bucciniano ad Ugo abate di Farfa. _Igitur_

(quivi si legge) _quum memoratus Heinricus Romam venisset, et intra

basilicam beati Petri apostoli resideret ad legem et justitiam

faciendam_, ec. Da Roma s'incamminò l'Augusto Arrigo alla volta di

Pavia. Ch'egli venisse per la Toscana, lo raccolgo da due diplomi da me

pubblicati[289], e dati nel medesimo luogo del contado di Pisa, il primo

in favore del monistero antichissimo delle monache oggidì appellate di

santa Giustina di Lucca, e l'altro in favore de' canonici d'Arezzo. Le

note cronologiche son queste: _Datum anno dominicae Incarnat. MXV,

Indictione XII, anno domni Heinrici imperatoris Augusti regnorum XII,

imperii ejus I. Actum in comitatu pisano in villa, quae dicitur

Fasiano_. Io, nel pubblicar tali diplomi, li rapportai all'_anno_ 1015,

senza esaminare se in quell'anno Arrigo potesse soggiornare in Toscana.

Ora veggo che appartengono al presente anno, ed essere quivi usato

l'anno pisano, che nove mesi prima del nostro ha il suo principio. Dalla

Toscana passò Arrigo a Ravenna, dove lasciò il fratello, cioè Arnolfo

arcivescovo, il quale[290] _quartodecimo anno post millesimum divinitus

mortalitatis assumtae, sub imperio clementissimi Augusti domni Henrici

in tertio_ (si dee scrivere primo) _anno, pridie kalendarum majarum_,

tenne un concilio provinciale in Ravenna, in cui annullò varii atti

dell'usurpatore Adalberto. In passando poi per Piacenza l'imperadore

confermò i suoi beni alla badia di Tolla con un diploma[291], dato_ anno

dominicae Incarnationis MXIV, indictione XII, anno vero domni Heinrici

regni ejus XIII, imperii autem primo. Actum Placentiae_. Ancor qui, come

in tanti altri d'esso Arrigo, manca il giorno e il mese. Giunto a Pavia,

celebrò ivi la santa Pasqua, e diede un diploma in favore del monistero

di san Salvatore. _Actum Papiae_[292]. Quivi ancora, _septimo die mensis

madii_, davanti a lui tenne un placito _Ottone conte del palazzo_, da me

dato alla luce[293] coll'intervento di _Oberto_ ed _Anselmo_ fratelli

marchesi. Poscia s'inviò verso la Germania, e passando per Verona,

confermò i suoi privilegii alle monache di santa Giulia di Brescia[294].

Lo stesso fece in favore della badia di san Zenone di Verona con diploma

dato _XII kalendas junii_ (si osservi qui il giorno e mese) _anno

dominicae Incarnationis MXIIII, Indictione XII, anno domni Heinrici

imperatoris Augusti regnantis XII, imperii vero ejus I. Actum Veronae_.

Un altro suo diploma[295] in favore del monistero veronese di santa

Maria all'Organo è dato _VIIII kalendas junii, Indictione XII, ec. Actum

Liciana_. Leggesi parimente un placito tenuto in quest'anno[296],

_quarto die mensis madii_, in Pavia da _Ottone_ conte del palazzo. Papa

Benedetto VIII anch'egli in questo anno confermò al monistero di Farfa

il castello di Bucciniano con bolla data[297] _XV kalendas augusti, anno

domni Benedicti papae octavi tertio, imperante domno Henrico, anno ejus

primo_. Se così era nell'originale, abbiamo di qui che questo pontefice

dovette ottenere il papato prima del dì 18 di luglio dell'anno 1012. Ma

non è cosa certa, perchè di sopra si legge _scriptum in mense augusti_.

In fatti tenne questo papa un bel placito nel dì 2 di agosto dell'anno

presente, per ricuperare il castello suddetto; e tal documento si legge

presso il padre Mabillone e nella suddetta Cronica di Farfa. Ci

somministra ancora la medesima Cronica un placito senza data, ma

probabilmente circa quest'anno tenuto da _Rainerius marchio, et dux in

turri de Corgnito_. Il trovarsi intorno a questi tempi _Rinieri_

marchese di Toscana, fa ch'io il creda il medesimo enunciato in quella

carta.

Arrivò felicemente l'Augusto Arrigo a Bamberga, e vi celebrò la festa di

Pentecoste. Ma appena aveva egli messo il piede fuori d'Italia, che il

re Ardoino più feroce che mai ripigliò l'armi, e ricominciò la guerra. È

da sapere, per testimonianza di Ditmaro[298], che esso Ardoino,

all'avviso che Arrigo con gran potenza calava di nuovo in Italia, ben

conoscendo di non poter cozzare con un re sì poderoso, gli spedì

incontro degli ambasciatori, con esibirsi pronto a rinunziare la corona,

purchè gli concedesse un certo contado. Il buon re, lasciatosi condurre

da alcuni suoi consiglieri, rigettò l'offerta; ma egli _ad magnum suis

familiaribus provenire damnum id postea persensit_. Racconta dipoi lo

stesso storico, che uscito d'Italia l'imperadore, Ardoino, che dianzi

era stato ritirato in un forte castello, _vercellensem invasit

civitatem, Leone ejusdem episcopo vix effugiente. Omnem quoque hanc

civitatem comprehendens, iterum superbire coepit._ Abbiam veduto di

sopra, colla testimonianza di Arnolfo storico, ch'egli non solamente

prese Vercelli, ma assediò anche Novara, _Cumas invasit, multaque alia

demolitus est loca sibi contraria_. Prestarono aiuto in questa mossa

d'armi ad Ardoino anche i marchesi, progenitori della casa d'Este, forse

perchè parenti suoi, sapendo noi che _Berta_ figliuola del marchese

_Oberto II_ fu maritata[299] con _Odelrico Manfredi_, marchese celebre

di Susa, il qual, forse era della casa del re Ardoino. Dei danni

inferiti da questa guerra ne toccò la sua parte alla chiesa di Pavia,

_quam ipsi in suis pertinentiis igne et rapinis vehementer

devastaverunt_; perciò quel vescovo o clero in quest'anno ricorse

all'Augusto Arrigo in Germania, chiedendo giustizia e compenso. Egli

dunque con suo diploma, dato _anno Incarnationis dominicae MXIIII,

Indictione XII, anno vero domni Henrici imperatoris Augusti regni XIII,

imperii vero primo. Actum Solega_ (non so che luogo sia questo), dopo

avere esposto, _Ubertum comitem filium Hildeprandi, Otbertum marchionem

et filios ejus, et Albertum nepotem illius, postquam nos in regem et

imperatorem elegerunt, et post manus nobis datas, et sacramenta nobis

facta, cum Dei nostroque inimico Arduino regnum nostrum invasisse,

rapinas, praedas, devastationes ubique fecisse_, ec.: erano secondo le

leggi incorsi nella pena della vita, e tutti i lor beni devoluti al

fisco: assegna perciò alla chiesa di Pavia una tenuta di beni spettanti

ad essi marchesi in San Martino in Strada e in altri siti. Succedette di

più, benchè io non sappia se in questo oppure in alcuno dei susseguenti

anni, cioè che[300] l'Augusto Arrigo _marchiones Italiae quatuor,

Ugonem, Azonem Adelbertum, et Obizonem captione una constrinxit_. Nè

dice già esso Arnolfo, come scrisse trecento anni dipoi Gualvano

Fiamma[301], ch'egli facesse anche tagliar loro la testa. Solamente

scrive che gli ebbe prigioni. Ma che per la sua innata clemenza lor

poscia rendesse non solamente la libertà, ma anche gli Stati, l'abbiam

di certo dal veder da lì innanzi fiorire in Italia questi medesimi

principi, come costa dai documenti da me dati alla luce nella Antichità

estensi. E ne resta inoltre la positiva asserzione dell'autore della

Cronica novaliciense[302], che scrisse in questo secolo, laddove

parlando di Arrigo primo imperadore, così favella: _Marchiones autem

italici regni sua calliditate capiens, et in custodia ponens, quorum

nonnulli fuga lapsi, alios vero post correctionem ditatos muneribus

dimisit_. Si noti quest'ultima particolarità. Già abbiam veduto che i

marchesi _Ugo_ ed _Alberto Azzo I_ erano figliuoli di _Oberto II_

marchese, ed _Alberto_ (lo stesso è che Adalberto) _Azzo II_ fu

figliuolo di _Azzo I_, tutti principi della casa d'Este, ma non per

anche chiamati marchesi d'Este, quantunque anche allora possedessero la

nobil terra d'Este, che negli antichi tempi fu città.

In quest'anno 1014 e poi nel 1016 in due strumenti di Rodolfo re di

Borgogna, si comincia a vedere un _Bertoldo conte_, chiamato da altri

_Beroldo_, da cui il Guichenone e gli altri storici del Piemonte fanno

discendere la real casa di Savoia. Allora i conti, siccome perpetui

governatori di qualche città, entravano nel ruolo dei principi. Però nel

regno di Borgogna, ossia Arelatense, si hanno a cercare gli antenati del

medesimo Bertoldo. Truovasi dipoi in quelle parti _Umberto_ ossia

_Uberto conte_, e questi è asserito figlio d'esso Beroldo. Dal medesimo

Umberto discende la suddetta real famiglia. E questa, dappoichè con

istendere ampiamente il suo dominio in Italia, qui da tanti secoli

gloriosamente regna, ed ora maggiormente risplende per la saviezza e

valore del regnante _Carlo Emanuello_ re di Sardegna, duca di Savoia, e

principe del Piemonte, meriterebbe bene che penna più sicura di quella

del Guichenone diradasse le tenebre che tuttavia restano nella

genealogia dei primi discendenti da esso conte Beroldo, e più

accuratamente ne cercasse gli ascendenti, e mostrasse il vero tempo in

cui passarono in essa gli ampii Stati della celebre casa dei marchesi di

Susa. Si può certamente con ragion presumere che la nobiltà d'esso conte

si stendesse anche nei secoli addietro, e non avesse già si corti

principii, come ha preteso il tedesco Eccardo.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 29 / 277 题