[234] Ditmarus, in fine, lib. 6.
[235] Annalista Saxo.
[236] Baron., in Annal. Eccles.
[237] Manlius tom. 7 Junii Act. Sanctor. Bolland.
[238] Ditmarus, in Chron., lib. 6.
[239] Antiquit. Ital., Dissert. XLI.
[240] Dandul., in Chron. tom. 12 Rer. Italic.
[241] Camillus Peregrinius, Histor. Princip. Langobard.
[242] Lupus Protospata, in Chronico.
[243] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Cremonens.
[244] Bullarium Casinens., tom. 2, Constit. LXXV.
[245] Ughell., Ital. Sacr., tom. 3.
[246] Antiquit. Ital., Dissert. XXII.
Anno di CRISTO MX. Indizione VIII.
SERGIO IV papa 2.
ARDOINO re d'Italia 9.
ARRIGO II re di Germania 9, d'Italia 7.
Se vogliam qui prestar fede a Giovanni Villani[247] che, narrando
avvenimenti lontani dai suoi tempi, ci conta bene spesso delle favole,
oppure con favolose particolarità sconcia i fatti veri, in quest'anno i
Fiorentini, mirando da gran tempo di mal occhio la vicina città di
Fiesole, con inganno finalmente se ne fecero padroni. Nel dì solenne di
san Romolo, protettore dei Fiesolani, mentre quel popolo era intento
alla festa, spedirono i Fiorentini colà una mano de' loro giovani
segretamente armati, che presero le porte, e diedero campo all'esercito
d'essi Fiorentini d'impadronirsi di quella città, con ismantellarla poi
tutta, e ridurre quel popolo a Firenze. Questo racconto passò dipoi in
tutte le storie fiorentine, non mancando nondimeno altri scrittori
moderni che tengono succeduto un tal fatto nell'anno 1024. Credane il
lettor ciò che vuole. Quanto a me, vo assai lento a persuadermi cotali
bravure in questi tempi, nei quali le città d'Italia non aveano per
anche nè facoltà nè uso di muover l'armi da sè, nè di distruggersi l'una
l'altra. Molto meno credo che in questi tempi, come vuole Scipione
Ammirati[248] con altri, fosse duca di Toscana _Bonifazio_ marchese,
padre della contessa Matilda. Niuna pruova di questo viene addotta; e
senza pruove l'asserir cose antiche, non è diverso dal fabbricar nelle
nuvole. Leggesi sotto quest'anno una magnifica donazione fatta ai
canonici di Ferrara da _Ingone_, vescovo di quella città, con uno
strumento scritto[249], _pontificatus domni nostri Sergii summi
pontificis et universalis papae in apostolica sacratissima beati Petri
sede anno primo, regnante vero domno Enrico rege a Deo coronato,
pacifico, magno, in Italia septimo_ (dovrebbe essere _sexto_) _die
tertia mensis februarii, Indictione octava. Ferrariae._ Si osservi come
in Ferrara sono contati gli anni di Arrigo re d'Italia. In questi tempi,
per la Toscana specialmente e pel ducato di Spoleti, san Romoaldo abbate
spargeva odore di gran santità, edificava monisteri, e dilatava l'ordine
religioso che si chiamò camaldolese, e fu una riforma del benedettino in
Italia. Abbiamo da Lupo Protospata[250] nell'anno presente, che _Curcua_
patrizio, governatore degli Stati posseduti dai Greci in Italia, diede
fine a' suoi giorni, e in luogo suo venne a quel governo _Basilio_
catapano nel mese di marzo con un corpo di milizie tratte dalla
Macedonia. Aggiugne questo scrittore che _Syllistus incendit multos
homines in civitate Trani_. Da un altro testo si ha che _Langobardia_
(così chiamavano i Greci, come già si accennò, gli Stati loro in Italia)
_rebellavit a Caesare_ (cioè dal greco Augusto) _opera Melo ducis. Isque
accurrens praeliatus est Barum contra Barenses, ubi ipsi obierunt._
Questo _Melo_ di nazion longobarda, siccome c'insegna Leone
ostiense[251], _barensium civium, immo totius Apuliae primus, et clarior
erat, strenuissimus valde ac prudentissimus vir. Sed quum superbiam,
insolentiamque, ac nequitiam Graecorum, qui non multo antea, tempore
scilicet primi Octonis, Apuliam sibi Calabriamque, sociatis in auxilium
suum Danis, Russis, et Gualanis, vindicaverunt, Apuli ferre non possent,
cum eodem Melo, et cum Datto quodam aeque nobilissimo, ipsiusque Meli
cognato, tamdem rebellant._ Che strepitose conseguenze si tirasse seco
questa ribellion dei Pugliesi, l'andremo a poco a poco scorgendo.
Abbiamo da Ademaro[252] e da Glabro[253] che circa questi tempi i
Saraceni infierirono sotto varii pretesti contra dei Cristiani abitanti
in Gerusalemme, con ucciderne assaissimi, e forzarli ad abiurare la fede
di Cristo. Diroccarono eziandio la basilica del santo Sepolcro con varie
altre chiese. Era allora Gerusalemme sottoposta al califa ossia al
sultano dell'Egitto, e non già ai Turchi. Fecero ancora i Saraceni
dimoranti in Italia, oppure in Sicilia, una battaglia, per attestato del
suddetto protospata, coi Greci a Monte Peloso, non lungi dal distretto
di Bari, _unde peremptus est dux_, senza sapersi se dei Greci o dei
Mori.