[166] Annalista Saxo, ad ann. 1001.
[167] Menchenius, Scriptor. Rer. German., tom. 1.
[168] Ditmarus, Chronic. sub finem lib. 6.
[169] Pez, Thesaur. Anecdotor., P. II, tom. 3.
[170] Pagius, Crit. ad Annales Baron.
[171] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 1, cap. 19.
[172] Landulf. Senior, Hist. Mediol., lib. 2, cap. 14.
[173] Abelboldus, in Vita S. Henrici.
[174] Benzo, Panegyr. lib. 1, cap. 16. tom. 1 Rer. German. Menchen.
[175] Pagius, in Crit. Baron. ad ann. 1002.
[176] Fiorentini, Memor. di Matilde, lib. 3.
[177] Antichità Estensi, P. I, cap. 21.
[178] Fiorentini, Memorie di Matilde, lib. 3.
[179] Donizo, in Vita Mathild., lib. 1, cap. 3.
[180] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Parmens.
[181] Lupus Protospata, in Chron.
Anno di CRISTO MIV. Indizione II.
GIOVANNI XVIII papa 2.
ARDOINO re d'Italia 3.
ARRIGO II re di Germania 3, d'Italia 1.
Fin qui era durato il regno di Ardoino in Italia senza essere turbato,
per quanto si sappia, da guerre interne, ma colla fede vacillante di
molti principi che inclinavano al re Arrigo, o erano da lui mossi colla
speranza di maggiori vantaggi. Ho io pubblicato[182] un placito tenuto
da Adelelmo _qui et Azo, missus domni Arduini regis_ in Cremona, _anno
regni domni Arduini regis tercio. Quinto kalendas marcii, Indictione
II_, cioè nel febbraio nell'anno presente. Ma non andò molto che arrivò
in Italia chi gli rovesciò il suo trono. Arrigo II, re di Germania, tra
perchè gli stava a cuore l'Italia, e perchè da' suoi parziali gli veniva
dipinta per assai facile la conquista di questo regno, sbrigato che fu
da alcune guerre civili, e creato che ebbe duca di Baviera _Arrigo_
fratello dell'Augusta Cunegonda, s'incamminò con un possente esercito a
questa volta, e nel dì delle palme arrivò a Trento. Se crediamo
all'Annalista sassone[183], già erano iti a trovarlo fino in Germania il
vescovo di Verona, _et alii quidam italici primores regni cum regiis
muneribus_. Secondochè scrive Ditmaro,[184], la venuta d'esso Arrigo in
Italia accadde nell'anno seguente 1005, _consummata millenarii linea
numeri et in quinto cardinalis ordinis loco_. Però il cardinal
Baronio[185], e dopo di lui il padre Pagi[186], rifiutando gli Annali
d'Ildeseim[187] che la mettono nell'anno presente, scrive: _Henrici
expeditionem italicam in annum sequentem MV, differt Ditmarus libro
sexto, eique standum existimo_. Ma il padre Pagi non colpì nel segno. Il
testo di Ditmaro quivi è scorretto, e in vece di _quinto_ vi si ha da
scrivere _quarto_. L'Annalista sassone e il Cronografo sassone[188],
copiatori di esso Ditmaro, chiaramente scrivono che nell'anno presente
il re Arrigo calò in Italia. Così ha Ermanno Contratto[189] con altri. E
questa verità vien chiaramente confermata da Adelboldo[190], scrittore
contemporaneo, e dai documenti che accennerò. Arrivato dunque a Trento
il re germanico coll'esercito suo, trovò prese e ben fortificate da
Ardoino le Chiuse dell'Adige, in maniera che gli era impossibile lo
sforzare quel passo. Per consiglio de' suoi, rivolse le sue speranze al
popolo della Carintia, il quale portossi ad occupare un'altra Chiusa
verso la Brenta, non so se sul Vicentino o sul Trivisano, che non era
custodita con tanta gelosia. Presa questa, Arrigo col fiore della sua
armata per monti scoscesi e dirupi tanto fece, che da quella parte scese
al piano d'Italia in vicinanza d'esso fiume Brenta. Quivi riposò le
stanche soldatesche, e celebrò la santa Pasqua, che venne in quest'anno
nel dì 17 d'aprile. Degno di considerazione è uno strumento dato alla
luce dal padre Bacchini[191], in cui _Bonifacio Marchio filius domni
Teudaldi itemque Marchio, qui professus sum ex natione mea lege vivere
Longobardorum_, fa un donativo di terre al monistero di Polirone. Tali
sono le note di quella carta: _Henricus gratia Dei rex, anno regni ejus,
Deo propitio, hic in Italia primo, mense martius, Indictione secunda.
Actum in civitate Mantuae._ Credette esso padre Bacchini spettante
all'anno seguente 1005 questa donazione, non so se così persuaso dal
padre Pagi, che ad esso anno mette la venuta del re Arrigo in Italia. Ma
è fuor di dubbio che appartiene all'anno presente, dimostrandolo
l'_indizione seconda_, corrente in quest'anno. Sicchè vegniamo ad
intendere che _Bonifazio_ marchese, padre della contessa Matilda,
vivente ancora il marchese _Tedaldo_ suo padre, portò il titolo di
_marchese_, e signoreggiava in Mantova. Di esso Bonifacio appunto scrive
Donizone:
_Cui juravere, patre tunc vivente fideles_
_Servi prudentes proceres, comites pariterque._
Intendiamo inoltre che esso marchese Bonifazio, appena udita la mossa
del re Arrigo verso l'Italia, senza neppure aspettare ch'egli valicasse
i monti, il riconobbe per re d'Italia, e cominciò a contare l'_anno
primo del suo regno_. Si dovea egli fidar molto della fortezza di
Mantova, siccome suo padre della rocca di Canossa. Nella terza festa di
Pasqua passò il re Arrigo la Brenta, ed accampossi per ispiare gli
andamenti d'esso Ardoino. Ma da lì a poco gli giunse il lieto avviso che
l'armata d'esso Ardoino s'era sciolta, e chi l'una via e chi l'altra
avea preso. Arnolfo milanese[192] così racconta il fatto: _Ex adverso
Ardoinus fidens viribus, nec minus armis instructus, non tantum
defendere, quantum super eum_ (Heinricum) _paratus insurgere, occurrit
illi Veronae. Sed deceptus perfidia principum, majori militum parte
destituitur. Quumque cessisset invitus, regnum Heinricus ingreditur._
Non avea saputo Ardoino cattivarsi l'amore de' principi; abbondava anche
di vizii, oltre al sapersi che il pescare nel torbido è mestiere non
ignorato dai grandi; nè mancava allora in Italia chi credea di poter
vantaggiare gl'interessi suoi sotto i re tedeschi e lontani. In somma il
re Arrigo, esentato da ogni contrasto, fu ben tosto ricevuto in Verona
con sommo applauso, e quivi se gli presentò _Tedaldo_ marchese col
suddetto _Bonifazio_ marchese suo figliuolo, e cogli altri parziali che
s'erano cavata la maschera[193]. Con pari lietissimo incontro fu accolto
in Brescia da que' cittadini e dal loro vescovo, per quanto pare,
appellato _Adalberone_ da Ditmaro, sebbene l'Ughelli mette allora
vescovo di quella città _Landolfo_. _Ibi_, soggiugne Adelboldo,
_archiepiscopus ravennas cum suis et sibi finitimis ei obviam venit, et
manus nondum dominio adulterino pollutas, seniori diu exspectato
reddit_: parole significanti che _Federico_ arcivescovo di Ravenna co'
popoli dell'esarcato non avea voluto riconoscere per re in addietro
Ardoino, e che egli giurò fedeltà ad Arrigo, come a suo signore. Dal che
resta sempre più avverato che in que' tempi l'esarcato di Ravenna era
parte del regno d'Italia, e non ne godevano i papi alcun temporale
dominio. Ma poco più dovette sopravvivere esso arcivescovo di Ravenna,
siccome apparirà da quanto diremo all'anno 1014. Andossene dipoi Arrigo
a Bergamo, e colà venuto l'arcivescovo di Milano _Arnolfo II_, prestò ad
esso re il giuramento di fedeltà. Giunto finalmente a Pavia, fu eletto
ed acclamato re d'Italia dalla maggior parte dei principi, e coronato
nella chiesa di san Michele. Nella prima delle Cronichette dei re
d'Italia, da me date alla luce[194], si legge: _In die dominico, qui
fuit die.... mensis madii inter basilicam sancti Michaelis, quae dicitur
Majore; fuit electus Henricus, et coronatus in secundo die, qui fuit die
Lunae. XII die mensis madi._ Nell'altra Cronichetta abbiamo: _Deinde
venit Anricus rex. Fuit coronatus in regem in Papia tertio die ante
festivitatem sancte Xiri, quae fuit in mense madio._ Nel dì 17 di maggio
in Pavia si celebra la traslazione di san Siro. Tre giorni prima, cioè
nel dì 14 d'esso mese, correndo allora la domenica, dovette seguir
l'elezione del re Arrigo, e la sua coronazione nel lunedì seguente,
giorno 15 d'esso mese. Però in vece di _die Lunae XII die mensis madii_,
vo io credendo s'abbia a leggere _XV_.
Ma queste allegrezze restarono funestate da un terribilissimo accidente.
Nello stesso giorno della coronazione del re, verso la sera, insorse
lite fra i Pavesi e i Tedeschi che erano in Pavia. Gli storici tedeschi,
da' quali soli vien con qualche particolarità esposto il fatto,
attribuiscono l'origine della discordia all'ubbriachezza de' cittadini
(il lettore più facilmente la immaginerà dei Tedeschi), e a qualche
fazionario (il che può essere) di Ardoino che incitò il popolo all'armi.
Presero i Pavesi le mura, e crescendo la loro furia, s'inviarono al
palazzo dove era Arrigo. _Eriberto_ arcivescovo di Colonia, per placare
il rumore, s'affacciò ad una finestra; ma i sassi e le saette il fecero
ritirare ben tosto. Intanto s'attrupparono quanti Tedeschi si trovavano
nella città, e cominciò la mischia, che durò tutta la notte fino al
giorno chiaro, in cui accorsi gli altri soldati ch'erano fuori della
città, ridussero a mal punto i cittadini. Ma perciocchè dalle case
venivano pietre, legni e verrettoni, i Tedeschi si avvisarono di
attaccar fuoco in varii siti della città; e questo crebbe a tal segno,
che tutta quella nobil città restò preda delle fiamme insieme col
palazzo regale. Restarono vittime delle spade o del fuoco non pochi dei
Pavesi; e ciò che non consumò il fuoco, andò miseramente a sacco.
Ritirossi il re Arrigo fuori della città nel monistero di san Pietro in
_Coelo aureo_, fece cessare, ma molto tardi, la guerra; e intanto, come
scrive Arnolfo[195], _quum non ad votum sibi obtemperasset, uno totam
Papiam concremavit incendio_. I saggi imperadori tedeschi, per evitare
simili tragedie, amavano di aver fuori delle città i loro palagi. Ugo
flaviniacense[196] scrive che Arrigo obbligò i Pavesi a rifare il
palazzo regale. Noi non possiam ben sapere il netto di questi fatti,
perchè non gli abbiamo se non da storici tedeschi, i quali ce ne danno
notizia, e li dipingono come lor torna meglio. Ma si può ben credere che
una sì barbarica vendetta non fece gran credito al re Arrigo, e meno
alla gente sua, e sparse l'orrore per tutta l'Italia. Perciò stimò bene
esso re di non fermarsi molto in un paese, dove lasciava segni tanto
vivi di bestial furore per colpa de' suoi. Pare nondimeno ch'egli
tuttavia dimorasse in Pavia nel dì 25 del mese di maggio, avendo io
pubblicato un suo diploma[197] in favore di Guinizone abbate di san
Salvatore di Monte Amiata, dato _VIII kalendas junii, anno dominicae
Incarnationis millesimo quarto, Indictione II, anno vero domni Henrici
regis II. Actum Papiae._ Non parrà a taluno molto credibile che il re
Arrigo si fermasse tanto in una città interamente bruciata, e in mezzo a
cittadini che l'odiavano a morte. Quel che è certo, da Pavia se ne andò
a Pontelungo, dove ricevette molti deputati di città e luoghi che
vennero a sottomettersi. Poscia visitò Milano. _Inde Chromo perveniens
Pentecostem sanctam pia animi devotione celebravit._ Che luogo sia
questo, nol so. _Grommo_ è chiamato dall'Annalista sassone[198]. Parmi
di aver veduto _Gromello_ nelle vecchie carte, ma mi è ignoto il suo
sito, e per conseguente non posso discernere se convenga a questo
racconto. Diede un egli amplissimo privilegio a _Sigefredo_ vescovo di
Parma[199], _II kalendas junii, anno dominicae Incarnationis MIIII,
Indictione II, anno vero domni Henrici regis II. Actum in Rodo._ Abbiam
qui l'epoca del regno di Germania, ma dovrebbe essere l'_anno III_. Il
luogo poi è _Rhò_, terra del contado di Milano. Un altro diploma dal
Tatti[200] e dall'Ughelli si dice dato ad Everardo vescovo di Como nello
stesso giorno, cioè _II idus junii, anno vero dominicae Incarnationis
MIIII, Indictione II, anno vero domni Henrici secundi regis tertio.
Actum in Lacunavara._ Si osservi il nome di _Henricus_ (si soleva
scrivere _Heinricus_) e il titolo _Francorum pariterque Longobardorum
rex_, ch'è cosa rara. Aggiugne Adelboldo[201], che nel partirsi Arrigo
da Crommo, _Tusci ei occurrunt, et manus per ordinem singuli reddunt_.
Se la Toscana avesse riconosciuto per re Ardoino, nol so dire. Certo di
qui impariamo che quei popoli si diedero al re Arrigo; e non vedendosi
parola del loro marchese, nasce sospetto che in questi tempi niuno essa
ne avesse. Pare eziandio che vada per terra l'opinion di coloro che
tennero _Tedaldo_, avolo della contessa Matilda, per marchese di
Toscana. Se tal fosse stato, non si tardi quella provincia avrebbe
accettato per re Arrigo, sapendosi che Tedaldo era de' suoi più
parziali. Sbrigato così dagli affari d'Italia il regnante Arrigo,
s'inviò alla volta dell'Alemagna, e celebrò in Argentina la festa di san
Giovanni Batista. Quindi attese alla guerra contra di Boleslao
usurpatore della Boemia. Che il Sigonio non abbia conosciuto la venuta
in quest'anno di Arrigo in Italia, e gli altri atti suddetti, non è da
maravigliarsene. Mancavano a lui molti lumi che noi ora abbiamo.
Piuttosto si può chiedere, come abbondando di questi lumi Burcardo
Struvio[202], scrivesse che Arrigo fu coronato re d'Italia in Pavia
nell'anno 1005. Ma anch'egli senza altro esame dovette tener dietro al
Pagi.
Ho io pubblicata una donazione[203] che _Bonifacius gloriosus marchio_
(non so se sia il padre della contessa Matilda) fece al monistero di san
Salvatore _anno Deo propitius, pontificatus domni Johannis summi
pontificis, ec. secundo, sicque regnante domno Heinrico piissimo rege in
Italia anno tertio, die XXIII mensis septembris, Indictione septima.
Fontana Tanoni._ Gli anni del papa e del re indicano l'anno presente. Ma
l'indizione è scorretta, e dovrebbe essere o _secunda_ o _tertia_. Se
sapessi dove fosse il luogo di _Fontana Tanoni_, saprei anche dire
perchè entrino qui gli anni del romano pontefice. Negli Annali
pisani[204] si legge sotto questo anno: _Fecerunt bellum Pisani cum
Lucensibus in Aqualonga, et vicerunt illos_. Questo è il primo fatto
d'armi e la prima guerra d'una città italiana contra dell'altra, che ci
somministri la storia d'Italia. Fin qui le città di questo regno erano
state governate ognuna dal suo conte. I conti delle varie provincie
erano subordinati a qualche marchese o duca, cioè al governatore della
provincia. E i duchi e marchesi all'imperadore ossia al re di Italia.
Così ognuno vivea in pace, e nascendo discordie fra l'un popolo e
l'altro, o i duchi e marchesi, oppure gli uffiziali e messi imperiali
tosto le sopivano. Abbiam solamente veduta fin qui una discordia civile
in Milano. Se è vera la guerra suddetta, già cominciamo a scorgere che
le città d'Italia alzano la testa, e si attribuiscono ovvero si usurpano
il diritto regale di far guerra. Vedremo andar crescendo questa musica,
la quale si tirò dietro col tempo una gran mutazione di cose in Italia.
Ancor questo potrebbe parere indizio che allora la Toscana fosse senza
un capo, cioè senza un marchese, la cui autorità tenesse a freno o
troncasse somiglianti discordie. Nota appunto il Sigonio[205] sotto il
presente anno che _Pisa_, _Genova_ e _Firenze_ cominciarono a far figura
e ad acquistarsi gran nome; perciocchè, coll'esempio de' Veneziani, si
diedero alla mercatura ed all'armi, e fecero flotte navali. Delle due
prime città possiamo accordarci con lui; ma per conto di _Firenze_,
cominciò ella più tardi a salir in potenza e ricchezza, e a segnalarsi
nell'armi. Per altro conviene andar ritenuto in credere tutto ciò che
narrano i suddetti Annali, e, dopo di essi, il Tronci[206], di tante
prodezze dei Pisani coi lor vicini in questi tempi. Altri d'essi Annali
raccontano all'anno 1002 la suddetta sconfitta de' Lucchesi ad
Acqualunga. Poscia all'anno presente narrano che _Lucani cum magno
exercitu Lombardorum venerunt usque ad Pappianam, et Pisani eos
fugaverunt usque ad Ripam Fractam_. Non è sì facilmente da credere una
tale armata de' Lucchesi, perchè non per anche i popoli d'Italia aveano
scosso il giogo, nè soleano far tanto i bravi l'un contra l'altro.
Secondochè osservò il cardinal Baronio, in quest'anno la peste infierì
non poco in Roma. Confermò ancora il re Arrigo tutti i suoi beni e
privilegii alla chiesa di Cremona con un diploma dato[207] _VII idus
octubris, Indictione II, anno ab Incarnatione Domini MIIII, anno vero
domni Henrici secundi regis II. Datum in Agidburgo._ A _Giovanni
Petrella_ duca di Amalfi succedette in questo anno _Sergio_ suo
figliuolo, il quale avendo dichiarato suo collega nel governo _Giovanni_
suo figliuolo, dopo tredici anni fu scacciato dal popolo, mal
soddisfatto di lui[208]. Nell'anno poscia 1019 lo stesso _Giovanni_
juniore fu di nuovo proclamato duca, e regnò tredici anni.