[134] Cosimo della Rena, Serie de' Duchi di Toscana.
[135] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2, cap. 24.
[136] Puccinelli, Cronica della Badia Fiorent.
[137] Idem, ibidem, pag. 209.
[138] Annal. Hildesheim.
[139] Hermannus Contrac., in Chronic.
[140] Ditmarus, lib. 4.
[141] Annalista Saxo.
[142] Chronographus Saxo apud Leibnitium.
[143] Adelboldus in Vita S. Henrici imperat.
[144] Castiglione, nelle Annotaz. al regno d'Italia del Tesauro.
[145] Anecdot. Latin, tom. 2, pag. 204.
[146] Arnulf. Histor. Mediolanens. lib. 1.
[147] Guichenon Bibliothec. Sebus., Centur. II, cap. 10.
[148] Idem, Ibidem, cap. 3.
[149] Antichità Estensi, P. I, cap. 13.
[150] Bullar. Casinens., tom. 2, Constit. LXXI.
[151] Tatti, Istor. della Chiesa di Como, tom. 2.
[152] Ditmarus, Chron., lib. 5.
[153] Atelboldus, in Vit. S. Henrici.
[154] Annales Hildesheim.
[155] Lupus Protospata, in Chronico.
[156] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.
[157] Ditmarus, Chronic., lib. 5.
[158] Adelboldus, in Vita S. Henrici.
[159] Annalista Saxo apud Eccardum.
[160] Adelboldus, in Vita S. Henrici.
[161] Pagius, Crit. ad Annal. Baron. ad ann. 1004.
[162] Ditmaro, Chron., lib. 5.
[163] Adeboldus, in Vita S. Henrici.
[164] Arnulf., Hist. Mediol., lib. 1, c. 15.
[165] Ughell., Ital. Sacr., tom. 9, pag. 918.
Anno di CRISTO MIII. Indizione I.
GIOVANNI XVII papa 1.
GIOVANNI XVIII papa 1.
ARDOINO re d'Italia 2.
Circa il dì 11 di maggio dell'anno presente diede fine alla sua carriera
_Silvestro II_ papa, prima chiamato _Gerberto_. Se si volesse credere
all'Annalista sassone[166], quella medesima Stefania, già moglie di
Crescenzio console decapitato, che attossicò Ottone III Augusto,
malamente conciò anche il suddetto pontefice. _Veneficio ejusdem
mulieris etiam papa Romanus gravatus asseritur, ita ut loquendi usum
amiserit_. Non si può dire quante ciarle si spargessero dipoi in
discredito di esso Silvestro: cioè fu spacciato per negromante, e che
per patto segreto del diavolo egli arrivasse al pontificato, e poco
mancò che miseramente poi tra le griffe di lui non ispirasse l'anima.
Stomacose calunnie son queste, o inventate, o spacciate da Bennone,
cardinale scismatico a' tempi di papa Gregorio VII, nell'infame sua
invettiva contra della corte romana[167]. Sigeberto, Martino Polacco,
Tolomeo da Lucca ed altri da questa puzzolente scrittura trassero la
favola indegna del merito raro di questo pontefice. Perciocchè, per
consentimento degli antichi e migliori storici, _Gerberto_ ossia
_Silvestro II_, se si eccettua la sua ambizione, fu uno dei più insigni
personaggi di questi tempi: tanto era il suo sapere, non disgiunto dalla
pietà, per cui parve a que' secoli ignoranti ch'egli più che umanamente
possedesse le arti e le scienze. A lui anzi ha grande obbligazione
l'Italia, potendosi in certa maniera dire, che dall'aver egli aperta
scuola nel monistero di Bobbio, cominciò fra noi il risorgimento delle
buone lettere; e così in Germania e in Francia, dove egli coll'esempio
suo infervorò allo studio i dormigliosi ingegni. Di lui perciò si
dilettava forte Ottone III imperadore, e soprattutto, perchè egli era
assai istruito delle arti matematiche. Quelle linee e quei triangoli,
cose allora troppo forestiere, probabilmente gli acquistarono il titolo
di mago presso il goffo popolaccio. _Optime, scriveva Ditmaro[168],
callebat astrorum cursus discernere, et contemporales suos variae artis
notitia superare. In Magdaburg horologium fecit, illud recte
constituens, considerata per fistulam quadam stella, nautarum duce_.
Anche prima dell'invenzione del cannocchiale, si servivano gli astronomi
di un tubo per mirar le stelle, ma senza giungere a saper adoperare e
congegnar lenti ed obbiettivi di vetro, che oggidì cotanto ingrandiscono
e rendon visibili gli oggetti lontani. Il padre Pez diede alla luce la
Geometria d'esso Gerberto[169]. Altre sue operette, oltre alle epistole,
scritte con assai vivacità, sono rammentate dagli scrittori della storia
letteraria. Ora a Silvestro II succedette nella cattedra di san Pietro
un _Giovanni_, soprannominato _Siccone_ o _Secco_, il quale, secondo la
cronologia pontificia, dovrebbe essere appellato _Giovanni XVI_, e pure
si truova nomato da alcuni _Giovanni XVII_, perchè quantunque Giovanni
calabrese, che occupò la sedia a Gregorio V nell'anno 997, non meriti
luogo tra i romani pontefici, pure altro sentimento dovettero avere i
Romani d'allora, giacchè troviamo che il successore di questo Giovanni
Secco venne sempre chiamato negli Atti pubblici _Giovanni XVII_. Così il
chiamò anche Mariano Scoto e l'Annalista sassone; e che così si abbia a
chiamare saggiamente lo pretese il padre Pagi[170]. Ma questo _Giovanni
XVII_, dopo aver tenuta la cattedra pontificia appena sei mesi, colla
sua morte fece luogo ad un altro _Giovanni XVIII_, che fu soprannominato
_Fasano_. Crede il suddetto padre Pagi seguita la di lui ordinazione nel
dì di santo Stefano, 26 di dicembre dell'anno corrente.
In quest'anno ancora mi sia lecito il riferire quali principi d'Italia
tenessero in favore del _re Arrigo_, secretamente nondimeno; credendo io
che il solo _Ottone marchese_ di Verona e duca di Carintia si
dichiarasse apertamente contra di Ardoino. Trovavasi tuttavia in
viaggio, tornando dall'ambasciata di Costantinopoli, _Arnolfo II_
arcivescovo di Milano, allorchè venne a morte Ottone III Augusto, e
seguì l'elezione e coronazione d'esso Ardoino. Dovette egli aversi a
male che senza di lui, primo fra' principi della Lombardia, e in
possesso di coronare i re d'Italia, si fosse dato il regno e conferita
la corona al marchese d'Ivrea. Perciò Ardoino, secondochè s'ha da
Arnolfo storico[171], _cognito jam dicti praesulis reditu, occurrit in
itinere obvius, securitate, quanta valuit, sibi illum applicare
procurans_. Gli diede, a mio credere, il prelato delle buone parole, ma
internamente seguitò ad essergli contrario. Anzi, se si volesse credere
a Landolfo seniore[172], da lì a pochi giorni questo arcivescovo _in
Rochalia cum omnibus Italiae primatibus colloquium habuit, ubi quum
diverse de regni negotiis tractassent, Arduini spreto dominio, quod
malis artibus usurpaverat, Henricum I theutonicum scientia illustrem,
armis fortissimum militumque copiis abundantem, et divitiis affluentem
elegit_. Ma non presti qui fede il lettore a Landolfo, autore solito a
vendere delle fanfaluche. Non è credibile questa dieta tenuta in
Roncaglia (io non so come il Sigonio la metta in Lodi), allorchè Ardoino
era tuttavia forte, nè avea competitore in Italia. Arnolfo, storico di
maggior credito, sotto l'antecedente anno scrive con più apparenza di
verità, che insorta la lite del regno fra Arrigo e Ardoino, _in medio
principes regni (italici) fraudulenter incedentes, Ardoino palam
militabant, Henrico latenter favebant, avaritiae lucra sectantes_.
Adelboldo[173], autore contemporaneo, ci viene annoverando quai fossero
i fautori del re Arrigo in Italia, che nell'anno precedente l'invitarono
in Italia. _In voluntate hujusmodi, dice egli, aliqui manifesti, aliqui
erant occulti. Tieboldus namque marchio et archiepiscopus ravennas, et
episcopus mutinensis, veronensis, et vercellensis, aperte in regis
Henrici fidelitate manebant. Archiepiscopus autem mediolanensis, et
episcopi cremonensis, placentinus, papiensis, brixiensis, comensis, quod
volebant, manifestabant. Omnes tamen in commune regem Henricum
desiderabant, precibus per legatos et literas invitabant_. Fra quei che
camminavano con più riguardo, v'era l'arcivescovo di Milano. Veggasi
dunque se regga la sparata di Landolfo storico milanese. Quel _Tieboldo_
marchese, siccome già accennai, altro non è che _Teodaldo_ o _Tedaldo_,
avolo della contessa Matilda, e figliuolo di quell'Adalberto Azzo conte,
oppure marchese, da noi veduto a' tempi di Ottone I Augusto. Di esso
Tedaldo parla anche _Benzone_ vescovo d'Alba in quel suo scomunicato
panegirico di Arrigo III fra gl'imperadori, con dire[174]: _De Tadone
vero, qui propter metum Ardoini pedester legatus marchionis Teodaldi,
atque episcopi Leonis (di Vercelli) quid fecit venerabilis clementia
magni Henrici serenissimi imperatoris? Certe uni filio ejus dedit
Veronae episcopatum; alteri comitatum; patri vero Gardam, et totum
Benacum_. Volle il padre Pagi[175] darci informazione di questo
principe, con dire ch'egli sposò _Willa_ ossia _Guilla, sorella di Ugo
duca e marchese di Toscana_. Certo che una _Willa_ fu moglie di esso
Tedaldo; ma un sogno è del padre Pagi, perchè senza pruova alcuna
dell'antichità, il darle per fratello il marchese _Ugo_. Soggiugne
francamente che _Tedaldo_ succedette al marchese Ugo nel ducato della
Toscana: il che hanno creduto alcuni moderni, ed inclinò a crederlo
anche l'accuratissimo Francesco Maria Fiorentini[176]. Per provarlo,
adduce esso Pagi la fondazione da lui fatta del monistero di Polirone,
dove s'intitola: _Ego in Dei nomine Teudaldus marchio, filius quondam
Adelberti itemque marchio_. Stima eziandio che _Adalberto_ suo padre sia
stato marchese di Toscana. Ma è da dire che la storia della Toscana per
questi tempi è involta in molte tenebre. Per conto di Adalberto, tale è
l'error del Pagi, che non occorre confutarlo. Abbiam già veduto a cui
finora sia stato appoggiato il governo della Toscana. Che poi _Tedaldo_
suo figliuolo succedesse ad Ugo marchese, nulla serve a provarlo il
titolo di _marchese_. Altri v'erano in que' tempi di questo titolo
decorati, e fra gli altri anche gli antenati della casa d'Este, senza
che si possa dire che governassero la Toscana. Nè perchè si truovi in
Toscana un marchese, ci è lecito il tosto inferirne che egli fosse
ancora marchese di Toscana. Altrimenti con più ragione si avrebbe ad
asserire marchese di quella contrada[177] _Adalberto marchese, figliuolo
di Oberto marchese e nipote di Oberto marchese_, uno degli antenati
della suddetta casa d'Este, che poco più di due mesi dopo la morte di
Ugo, potente marchese di Toscana, fa una vendita di beni[178] _anno ab
Incarnatione millesimo secundo, et tertio idus martii, Indictione XV,
infra Burgo de Luca prope portam sancti Fridiani_. Ma io non mi sono
arrischiato per questo solo documento a crederlo e chiamarlo marchese di
Toscana. Tornando dunque al marchese _Tedaldo_ suddetto, altro io non so
dire, se non che egli era _conte di Reggio e di Modena_, come altrove ho
provato. Di lui scrisse ancora Donizone Monaco[179] nella vita della
contessa Matilda sua nipote, che il papa l'investì di Ferrara.
_Regibus exsistit carus, notissimus illis,_
_Romanus papa quem sincere peramabat,_
_Et sibi concessit, quod ei Ferrarea servit._
Inclino parimente a credere ch'egli governasse Mantova, perchè nel
seguente anno truovo _Bonifazio_ suo figliuolo con titolo di _marchese_
in quella città. Ed ancorchè non sappia io ben dire se il
soprammentovato monistero di Polirone fosse allora situato nel contado
di Mantova, oppure di Reggio; pure di qui ancora scorgiamo che la
potenza di _Tedaldo_ marchese si stendeva per queste parti, senza che
resti memoria alcuna comprovante ch'egli fosse marchese di Toscana.
Perchè Arrigo re di Germania niun possesso e dominio godeva per anche in
Italia, potrebbe sembrare alquanto strano un suo diploma riferito
dall'Ughelli[180], dato _II kalendas martii, anno Incarnationis Domini
MIII, Indictione I, anno vero domni Henrici regis primo. Actum
Noviomagi_, in cui esso re Arrigo, _interventu nostri fidelis Teodaldi
marchionis_ (così abbiamo veduto che era appellato dai Tedeschi il
suddetto _Tedaldo_), concede a _Sigefredo_ vescovo di Parma la pingue
badia di Nonantola sul modenese: parendo poco verisimile che Tedaldo
marchese e il vescovo si portassero a Nimega, senza timore d'incontrar
la disgrazia del regnante Ardoino. Ma questo broglio e l'aggraffamento
di questa insigne badia sarà seguito per lettere e raccomandazioni
segrete. E il buon re Arrigo non avea allora scrupolo a guadagnarsi de'
partigiani in Italia, facendo il liberale coi beni ancora della chiesa.
_Quatenus (Sigefredus) firmatus in fide acriter deserviret nobis_, lo
dice chiaramente lo stesso Arrigo. Nè vo' lasciare di dire avere Lupo
Protospata[181] scritto sotto quest'anno: _Sarraceni obsederunt montem
Scaviosum mense martii, sed nihil profecerunt_.