[109] Petrus Damiani, Vit. S. Romualdi, cap. 25.
[110] Leo Ostiens., in Chron.
[111] Romualdus Salern., Chron., tom. 7 Rer. Ital.
[112] Tangmarus, in Vita, S. Berwardi. tom. 1 Scriptor. Brunsvicens.
Leibnitii.
[113] Petrus Damian., in Vit. S. Romualdi.
[114] Petrus Damian., in Vita S. Romuald., cap. 25.
[115] Antiq. Ital., Dissert. VII.
[116] Ibidem, Dissert. LXX.
[117] Ibidem, Dissert. LXVI.
[118] Antiquit. Ital., Dissert. VIII.
[119] Cronograph. Saxo apud Leibnitium.
[120] Baron., Ann. Eccl. ad hunc annum.
[121] Ditmarus, Chron., lib. 4.
[122] Chronograph. Saxo.
[123] Petrus Damiani, lib. 7, Epist. 12, seu Opuscul. 57.
[124] Psalm. 123.
[125] Cosimo della Rena, Serie de' duchi di Toscana.
[126] Gerbert., Epist. 158, tom. 2 Rer. Franc. Du-Chesne.
[127] Antichità Estensi, P. I, cap. 11 e 12.
[128] Annal. Saxo. Ditmar., Chron., lib. 4.
[129] Annal. Hildesheim.
[130] Tangmarus, in Vita S. Bervvardi.
[131] Arnulf., Hist. Mediolan., lib. 1, cap. 13.
[132] Landulfus Senior., lib. 2, cap. 18.
[133] Antiquit. Italic., Dissert. LIX.
Anno di CRISTO MII. Indizione XV.
SILVESTRO II papa 4.
ARDOINO re d'Italia 1.
Dimorava l'Augusto _Ottone III_ nella terra di Paterno con poca sanità,
intento agli esercizii di penitenza. Questa terra di Paterno, Cosimo
della Rena[134] la crede situata nel contado di Perugia, distante una
giornata da Todi. Leone ostiense[135] chiaramente scrive che Ottone si
ritirò _apud oppidum, quod nuncupatur Paternum, non longe a civitate,
quae dicitur Castellana_. Nelle Tavole del Magini tuttavia si osserva
Paterno del contado di Città Castellana; e però non occorre senza
testimonianza degli antichi cercare altro sito che questo. Stando in
essa terra Ottone, che s'intitola _Servus Apostolorum_, diede un
diploma[136] in favore della badia di Firenze _VI idus januarii, anno
dominicae Incarnationis MII, Indictione XV, anno tertii Othonis regni
XVIII, imperii VI. Datum in Paterno_. Si osservi ancor qui l'anno del
regno _XVIII_, che, secondo l'epoca ordinaria dovrebbe essere il _XIX_,
e però indica un'epoca diversa dall'altra. Forse è presa dall'anno 884,
dappoichè colla cessione del duca Arrigo egli fu ristabilito sul trono.
Poscia nel dì 11 del medesimo mese ne spedì un altro in confermazione
dei beni del monistero di santa Maria di Prataglia[137], _III idus
januarii, anno dominicae Incarnationis MII, Indictione XV, anno autem
domni Ottonis inclitissimi tertii imperatoris, regnantis quidem XVIII,
imperantis VI. Actum in Paterno_. Ma da lì a pochi dì la morte rapì
questo giovane imperadore, della cui nobilissima indole maravigliose
doti d'animo e sapere, non si saziano di parlare gli storici antichi
della Germania. La morte sua negli Annali d'Ildeseim[138] e da Ermanno
Contratto[139] vien registrata nel dì 23 di gennaio del presente anno.
Ditmaro, che la mette nel dì 24, forse volle intendere della sepoltura.
Se ad alcuni scrittori tedeschi s'ha da credere, Ottone III fu portato
all'altra vita da una febbre petecchiale. Ma Leone ostiense, Landolfo
seniore, Roberto tuiziense, Radolfo glabro ed altri tutti concordemente
asseriscono che mancò di vita per veleno datogli da Stefania, già moglie
di quel Crescenzio ch'egli avea fatto decapitare, benchè sieno discordi
nella maniera, ed abbiamo infrascato di molte dicerie popolari questo
avvenimento. L'incauto principe s'avea presa per concubina questa donna,
laonde fu a lei facile il far vendetta dell'ucciso marito. Che Ottone
l'avesse presa per moglie, come hanno asserito alcuni, e poi la
ripudiasse, son favole, a mio credere, nate nell'immaginazione della
buona gente. Fors'anche è una favola quel concubinato, che non s'accorda
colla penitenza a cui egli attendeva in questi tempi. Fu incredibile il
dolore e pianto di tutti i suoi per l'immatura morte di questo da loro
amatissimo principe. La tennero essi celata finchè si raunassero le
soldatesche sparse per le castella, e poi si misero in viaggio per
riportarne il corpo ad Aquisgrana, dove egli desiderò di essere
seppellito. Ditmaro[140] e l'Annalista[141] e il Cronografo sassone[142]
scrivono, che divulgata la morte di Ottone III, e che veniva trasportato
in Germania il cadavero suo, i Romani (se pure non voglion dire gli
Italiani) barbaramente si scatenarono contro la picciola armata dei
Tedeschi; ed ora in aguati, ed ora a campagna aperta l'assalirono, con
essere specialmente succedute tre battaglie, nelle quali ebbero la
peggio i Romani. In somma per sette giorni continui bisognò marciar
quasi sempre combattendo; nè si trovarono mai sicuri, finchè _ad Bernam
perveniunt civitatem_. Ma in vece di _Berna_ si ha a mio credere da
scrivere _Beronam_, cioè _Verona_, in cui era marchese _Ottone duca_ di
Carintia. In fatti nella vita di santo Arrigo imperadore[143] si legge:
_Cum maxima difficultate et periculis pluribus per Veronam, per
Bavariam, cadaver ipsius reportabant_. Furono poi accolti ad una corte
del vescovo d'Augusta da _Arrigo III duca_ di Baviera, il quale cominciò
di buon'ora a fare i suoi negoziati, per essere eletto re, giacchè il
defunto Augusto non avea lasciato dopo di sè prole alcuna maschile. Era
esso Arrigo figliuolo di Arrigo duca, e nipote di un altro Arrigo duca,
già da noi veduto fratello di Ottone il Grande Augusto; e per
conseguente, se era mancata la linea d'esso Ottone, durava nondimeno in
lui l'altra in guisa ch'egli pretendeva come per diritto ereditario la
corona. Però per forza occupò lo scettro, la corona, il pomo e gli altri
ornamenti imperiali. E perchè il santo arcivescovo di Colonia _Eriberto_
avea mandata innanzi la lancia, il fece arrestare, nè il rilasciò senza
sigurtà che gliel'avrebbe inviata. Fu poi data sepoltura al corpo del
defunto imperadore in Aquisgrana.
In questo mentre, cioè appena intesa la morte di Ottone III Augusto
senza successione, i principi, vescovi, ed altri primati d'Italia furono
in gran moto. Ai più pareva che fosse risorta la lor libertà per poter
eleggere quel re che fosse loro più in grado; e tanto per amore della
propria nazione, quanto perchè non erano molto soddisfatti del governo
dei monarchi tedeschi, si accordarono assaissimi d'essi nella dieta
tenuta in Pavia di eleggere un re italiano. _Ardoino marchese_ d'Ivrea,
principe per accortezza e per ardire, ma non già per le virtù cristiane,
superiore a molti, quegli fu che guadagnò i voti degli altri, e si fece
eleggere e coronare re nella basilica di san Michele di Pavia.
_Episcopicida _ il chiama Ditmaro, e ne abbiam veduta la ragione di
sopra all'anno 999. Favole io reputo quelle che racconta Valeriano
Castiglione[144], spacciando che in una dieta di Lodi seguisse l'elezion
di Ardoino. Arnolfo milanese chiaramente scrive: _Papiae eligitur_.
Nella Cronichetta dei re d'Italia[145], da me data alla luce, si legge
che dopo la morte di Ottone III _fuit tunc regnum sine rege XXIV dies.
Die qui fuit dominico, et fuit XV mensis februarii in civitate Papia
inter basilicam sancti Michaelis fuit coronatus Ardoinus rex_. Cadde
appunto il dì XV di febbraio dell'anno presente in _domenica_; e di qui
ancora si apprende, contando i dì 24 del regno vacante, che Ottone finì
di vivere nel dì 23 di gennaio. _Ardoino_, chiamato da Ditmaro
_Hardwigus_ ed _Hardwicus_, e da Arnolfo storico milanese di questo
secolo[146] _nobilis Ipporegiae marchio_, era figliuolo di _Dodone_
ossia _Doddone_, come si ha da un suo diploma, dato[147] _anno dominicae
Incarnationis MXI, tertio kalendas aprilis, Indictione IX. Actum Bobii
in episcopali palatio_. Questo contiene una donazione fatta a san Siro
di Pavia _pro anima patris nostris Doddonis, et pro anima patrui nostri
domni Adalberti, rogante domno Wilelmo marchione carissimo consobrino
germano nostro_. Nè dà egli il titolo di marchese al padre, nè allo zio.
Da altri il padre d'Ardoino sembra appellato Oddone, cioè _Ottone_; ed
avendo Ardoino avuto un figliuolo nomato _Ottone_[148], pare che non sia
senza fondamento un tal nome. Per quanto ancora ho osservato nelle
Antichità estensi[149], non è inverisimile che _Odelrico Magnifredo_
ossia _Manfredi_, marchese celebre di Susa, e fratello di _Alrico_
vescovo d'Asti, fosse suo zio paterno. Comunque sia, _Ardoino_ diede
principio al suo governo col confermare i privilegii di varie chiese.
Uno dei suoi diplomi pel monistero di san Salvatore di Pavia si vede
spedito[150] _X kalendas martii, anno dominicae Incarnationis MII, anno
domni Arduini regis I. Actum in papiensi palatio_. Il Margarino ha
dimenticata l'indizione. Due altri dati nello stesso giorno per la
chiesa di Como si leggono presso il padre Tatti[151] colle seguenti
note: _VIII kalendas aprilis anno dominicae Incarnationis millesimo
secundo, Indictione quintadecima, anno vero domni Ardoini regis
regnantis primo. Actum Castro Montigio_. Così passavano gli affari
d'Italia, ed intanto si disputava in Germania per l'elezione del nuovo
re. I due principali concorrenti, oltre ad _Ecchicardo_ marchese di
Turingia, erano _Erimanno duca_ di Alemagna e d'Alsazia, figliuolo di
_Udone_ duca (morto nella sconfitta data dai Saraceni in Calabria ad
Ottone II) e il soprammentovato _Arrigo III_, _duca_ di Baviera.
Prevalse in fine, ma dopo molti movimenti d'armi, coi suoi aderenti esso
duca Arrigo, il quale in Magonza, per attestato di Ditmaro[152], _VII
idus junii in regem eligitur, acclamatur, et a Willigiso praesule
benedicitur et coronatur_. Adelboldo[153] scrive _octavo idus junii_:
cioè sarà stato eletto nel dì 25 di maggio, e coronato nel dì 26: e
n'era ben degno; tante virtù d'animo concorrevano in lui, e massimamente
la religione e la pietà, per cui si meritò poscia il titolo di santo.
_Claudus_, cioè zoppo, fra gli Arrighi vien appellato da alcuni, perchè
zoppicava di un piede. Avea per moglie _Cunegonda_, figliuola di
_Sigefredo conte_ di Lucemburgo, che con lui gareggiava nel possesso ed
esercizio delle più rare virtù, e per cagion d'esse arrivò anche ella ad
essere registrata nel catalogo dei celesti cittadini[154]. Ricevette
anch'essa dipoi la corona regale nel giorno di san Lorenzo in Paderbona.
Sotto il presente anno Lupo protospata[155] racconta che _obsedit Saphi
caytus_ (cioè il generale dei Saraceni ossia dei Mori africani, padroni
della Sicilia) _Barum a die II maii usque ad sanctum Lucam mense
octobris. Tunc liberata est per Petrum ducem Veneticorum_. Questo fatto
glorioso di _Pietro Orseolo II doge_ di Venezia non fu ignoto
all'accuratissimo cronista di Venezia Andrea Dandolo[156], di cui sono
le seguenti parole: _Iste dux etiam contra Saracenos, qui barensem urbem
Apuliae obsessam delinebant, cum navali stolo perrexit, et urbem
intravit, et victualibus muniit. Et cum Gregorio catapano imperiali ex
urbe exiens, de Saracenis victoria habuit, et liberata urbe ab obsidione
Venetias rediit_. Il Sigonio differì questa impresa fino all'anno 1005.
Non fu l'assunzione del re Arrigo al trono germanico senza contrasti, e
massimamente dalla parte del suddetto Erimanno duca d'Alemagna, o
vogliam dire di Suevia. Tuttavia, giacchè chiunque de' baroni a tutta
prima non aveva acconsentito alla di lui elezione, di mano in mano
veniva a rendergli ubbidienza, Erimanno anch'egli, preso miglior
consiglio, sul principio d'ottobre di quest'anno, e non già nel
seguente, come hanno gli Annali d'Ildeseim, andò a gittarsegli a' piedi,
e a giurargli fedeltà. Di questi prosperosi successi del re Arrigo
informato il re Ardoino, già andava prevedendo che non tarderebbe molto
il re germanico a portar la guerra in Italia[157], ma in questo mentre
si fabbricava egli la sua rovina col trattar aspramente que' medesimi
principi d'Italia che l'aveano messo sul trono. Fra gli altri, perchè il
vescovo di Brescia gli disse alcune spiacevoli parole, il prese pel
ciuffo, e il cacciò vituperosamente in terra, come se fosse stato un
bifolco. Questa sua sfrenata collera fu cagione che molti dei principi
italiani, pentiti d'averlo innalzato, segretamente spedirono o messi o
lettere ad invitare in Italia il buon re Arrigo[158]. Era, come ho detto
di sopra, in questi tempi duca di Carintia e marchese della marca di
Verona, ossia di Trivigi, _Ottone_, quel medesimo che vedemmo padre di
Gregorio V papa, il cui padre fu Corrado duca di Franconia, la madre
Liutgarda figliuola di Ottone I Augusto. Il discender egli dal sangue di
esso imperadore, congiunto col credito di una rara probità e saviezza,
parvero tali prerogative allo stesso Arrigo, non per anche re, che gli
mandò ad offerire il regno. Ma egli con umiltà si sottrasse a questo
onore e peso, e, per quanto potè, cooperò dipoi all'esaltazione
d'Arrigo. Dalla Germania, ove era ito esso Ottone, ebbe ordine di
tornarsene in Italia con un piccolo corpo di armata. Ardoino, che teneva
di buone spie, non solo penetrò la di lui venuta, ma seppe ancora, che
calato esso in Italia, erano per unire con lui le forze loro _Federigo
arcivescovo di Ravenna_ e _Teodolfo marchese_. Così ha il testo di
Ditmaro, e quello eziandio dell'Annalista sassone[159]; ma senza dubbio
in vece di _Teodolfo_, s'ha quivi da leggere _Teodaldo_, ossia _Tedaldo
marchese_, avolo della gloriosa contessa Matilda. _Tieboldus_ è nominato
da Adelboldo[160]. Però Ardoino frettolosamente con tutte le sue forze
accorse alle Chiuse d'Italia, che fin qui erano state guardate dagli
uomini del vescovo di Verona, e per forza le prese. S'avanzò anche fino
a Trento, credendo che colà fossero già calati i Tedeschi; ma non
avendoli trovati, se ne tornò in fretta alla campagna di Verona.
Celebrava egli la festa del santo Natale in un castello, quando giunto
il duca Ottone alla Chiusa dell'Adige, e trovato serrato quel passo,
mandò al re Ardoino pregandolo della licenza di poter passare. Trattenne
Ardoino i messi sino alla mattina seguente, e nella notte raunate le sue
truppe, sul far del giorno in ordinanza di battaglia portossi ad
assalire i nemici. Calda fu quell'azione, molto sangue costò all'una e
all'altra parte; ma in fine restarono sconfitti i Tedeschi, e pochi se
ne salvarono coll'aiuto delle gambe. Narra il Sigonio questo fatto sotto
l'anno 1003; ma assai chiaramente si raccoglie da Ditmaro che ciò seguì
sul termine dell'anno presente. Non errò già egli, come pretende il
padre Pagi[161], in raccontare una tal battaglia e vittoria, essendo
cosa indubitata, perchè asserita da Ditmaro[162] e da Adelboldo[163]
scrittori di questi tempi. Parimente Arnolfo storico del presente secolo
scrive[164] che il re Arrigo per consiglio de' principi d'Italia
segretamente a lui favorevoli, _direxit in Italiam suum cum exercitu
ducem. Cui occurrens viriliter Ardoinus, facta congressione in campo
Fabricae, quamplures stravit, ceteros extra fines regni fugavit_.
Curiosa cosa è il vedere un contrasto seguito in quest'anno fra
_Conone_, ossia _Corrado_, vescovo di Perugia, e l'abbate del monistero
di san Pietro di Perugia[165], _praesidente domno Sylvestro II Romanae
sedis pontifice in synodo habita in palatio sacrosancto lateranensi,
anno quarto ordinationis suae, mense Decembris die tertia, Indictione
prima_, cominciata nel settembre. Pretendeva il vescovo superiorità
sopra quel monistero; pretendeva il papa che fosse esente ed
immediatamente sottoposto alla santa sede in vigore di un privilegio
pontificio. Rispondeva il vescovo: _Privilegia haec non reprobo, sed
sine consensu antecessoris mei, cujus temporibus illud primum
privilegium factum est, factum fuisse dico. Si solum viderem consensum,
haberem inde aeternum silentium_. Gli fu mostrata la lettera del suo
predecessore col consenso, anzi con preghiera che fosse privilegiato
quel monistero; laonde convenne al vescovo di cedere. Così i vescovi
d'allora consentivano alla diminuzione della loro giurisdizione. E di
qui si scorge che si esigeva questo loro consenso. Ma andando innanzi,
fu creduto in Roma superfluo il chiederlo, e si privilegiarono tutti
quanti i monisteri, secondochè piaceva ai romani pontefici.