[96] Ditmarus, Chron., lib. 4.
[97] Ademarus Monachus, in Chron.
[98] Antiquit. Ital., Dissert. XXXI, pag. 967.
[99] Bullarium Casinens., tom. 2, Constit. LXVIII.
[100] Ughell., Ital. Sacr., tom. 4 in Episcop. Vercellens.
[101] Mabill., in Annal. Benedictin.
[102] Annales Hildesheim.
[103] Leo Ostiensis, Chron., lib. 2.
[104] Sigonius, de Regno Italiae, lib. 7.
[105] Petrus Damian., in Vit. S. Mauri, cap. 3.
[106] Lupus Protospata, in Chronico.
[107] Antiquit. Italic., tom. 1, pag. 120.
[108] Ibidem, Dissert. VI, p. 337.
Anno di CRISTO MI. Indizione XIV.
SILVESTRO II papa 4.
OTTONE III re 19, imperad. 6.
Siam giunti al principio del secolo undecimo, secolo che produsse una
mutazione insigne di governo e di costumi; e sopra tutto ci farà vedere
in rotta il sacerdozio coll'imperio, cioè un'iliade de' gravi scandali e
sconcerti non meno in Italia che in Germania. Ma ritornando al filo
della storia, noi sappiamo da san Pier Damiano[109] che _Ottone III
Augusto_, perchè si sentiva mordere la coscienza d'aver sotto la fede
del giuramento ingannato e fatto decollare Crescenzio console romano
nell'anno 998, e ne volea far penitenza, dopo aver confessato il suo
fallo a san Romoaldo abbate, per consiglio di lui, _nudis pedibus de
romana urbe progrediens, sic usque in Garganum montem ad sancti
Michaelis perrexit ecclesiam_. Leone Ostiense[110] mette questo
pellegrinaggio dell'imperadore sotto l'anno precedente 1000, con
aggiugnere, che passando per Benevento, fece istanza a que' cittadini
d'aver il corpo di san Bartolomeo apostolo, da riporre nella chiesa di
santo Adalberto, ch'egli facea fabbricare nell'isola del Tevere in Roma,
e sommamente desiderava di arricchir di sante reliquie. Gli accorti
Beneventani, giacchè non ardivano di opporsi alla dimanda autorevole
dell'imperadore, in vece del corpo dell'Apostolo, gli mostrarono e
diedero il corpo di san Paolino vescovo di Nola: con cui egli tutto
contento, ma ingannato, se ne andò. Perciò il cardinale Orsino, poscia
Benedetto XIII papa, ai dì nostri vigorosamente sostenne il possesso dei
Beneventani contra le pretensioni de' Romani, giacchè si attribuisce
l'una e l'altra città il corpo di quell'apostolo. E ben prevale
l'autorità dell'Ostiense agli autori del secolo susseguente, che
diversamente ne scrissero. Seguita poi a dire Leone ostiense, che
scoperto l'inganno, s'adirò forte l'imperadore contra de' Beneventani, e
perciò _sequenti tempore perrexit iterum super Beneventum, et obsedit
eam undique per dies multos. Sed nihil adversus eam praevalens, Romam
reversus est. Unde vix ad sua reverti disponens, mortus est._ La morte
di Ottone III cadde nel gennaio dell'anno seguente. Parrebbe perciò che
in quest'anno seguisse l'assedio di Benevento. Infatti Romoaldo
salernitano[111] scrive che Ottone III _obsederat Beneventum anno MI,
Indictione IV_ (vuol dire XIV) _et acriter ipsam civitatem expugnans vi
caeperat_. Contuttociò non pare assai certo quest'assedio, e molto meno
è da credere ch'egli prendesse quella città. E quando pur fosse
succeduto, difficile è lo stabilirne il tempo, cioè se nel presente o
nel precedente anno. Credo bensì che sul principio di quest'anno
succedesse l'assedio di Tivoli. Tangmaro prete, scrittore contemporaneo,
nella vita di san _Bernardo_ vescovo d'Ildeseim[112], racconta che quel
santo prelato, a cagione d'una controversia insorta fra lui e
_Willigiso_ arcivescovo di Magonza, arrivò a Roma nel dì 4 di gennaio
dell'anno presente, ed espose le sue querele al _piissimo papa
Silvestro_, all'_imperadore Ottone_, di cui era stato maestro, e ad
_Arrigo duca di Baviera_, che si trovava allora alla corte d'esso
imperadore. Fu raunato un concilio, deciso in favore di lui, e spedito
in Germania _Federigo_ cardinal della santa romana Chiesa, sassone di
nazione, per terminar quella briga con un altro concilio. In quei
giorni, seguita a dire Tangmaro, avea l'imperadore Ottone intrapreso
l'assedio di Tivoli con tutte le macchine di guerra, e facea gran guerra
a quella città. San Pier Damiano scrive che l'origine d'essa venne
dall'avere quel popolo ucciso Mazzolino, duca ossia capitano d'esso
Augusto Ottone III, e dall'aver anche obbligato lo stesso imperadore a
scappare dalla città. Ma Tangmaro assai dà a conoscere che la lite era
insorta fra i Romani e quei di Tivoli; e perciocchè Ottone inclinava in
favore dei Romani, i Tiburtini si ribellarono, e fu necessitato
l'imperadore a prendere l'armi contra di loro, ma con trovare quell'osso
più duro di quel che si pensava. Se vogliam credere al medesimo san Pier
Damiano[113], si trattava di mettere a fil di spada tutti gli abitanti
di quella città; ma buona per loro che capitò in quelle parti san
Romoaldo abbate per rinunziare la badia di Classe. S'interpose egli,
trattò d'accordo, e fece che l'adirato Augusto si contentò che quel
popolo atterrasse una parte delle mura, gli desse degli ostaggi, e in
mano l'uccisore del suo uffiziale. Così fu, e il santo ottenne anche
dalla madre dell'ucciso la vita dell'uccisore. Come sieno sicuri i
racconti di san Pier Damiano, che neppure era nato in que' tempi, si
raccoglierà dal confrontarli colla narrativa di Tangmaro prete, il quale
con san Bervardo si trovò presente a questo fatto. Nulla scrive egli di
san Romualdo, ma bensì, che trovando l'imperadore gran testimonianza
negli assediati, e desiderando di uscir di questo impegno senza disonore
papa Silvestro e il vescovo Bernardo mossi da ecclesiastico zelo, fecero
istanza d'entrare in Tivoli. Vi furono con giubilo accolti, e disposero
quel popolo a risottomettersi _imperatoris ditioni_, con rendersi a
discrezione. Il dì seguente uscirono _cuncti primarii cives nudi,
femoralibus tantum tecti, dextra gladios, laeva scopas_ (flagelli) _ad
palatium praetendentes; imperiali jure se subactos; nil pacisci, nec
ipsam quidem vitam; quos dignos judicaverit, ense feriat, vel pro
misericordia ad palum scopis examinari faciat; si muros urbis ad solum
complanari votis ejus suppetat, promtos libenti animo cuncta exsequi,
nec jussis ejus majestatis, dum vivant, contradicturos_. L'imperatore,
alle preghiere del papa e del vescovo, loro perdonò, e restò conchiuso
di non distruggere quella città. Notinsi quelle parole de' Tivolesi;
_imperialis juri se subactos_. In tali casi andavano i nobili a chiedere
perdono col mettersi la spada al collo, per dichiararsi degni del taglio
della testa. Gl'ignobili portavano la corda al collo, per protestarsi
degni di essere impiccati.
Torniamo ora a san Pier Damiano, il quale ci fa sapere che Ottone III
venne a Ravenna nell'anno presente, ed ivi attese a far penitenza dei
suoi falli nel monistero di Classe. Ecco le sue parole[114]: _Per totam
etiam quadragesimam in classense monasterio beati Apollinaris, paucis
sibi adhaerentibus, mansit. Ubi jejunio et psalmodiae, prout valebat,
intentus, cilicio ad carnem indutus, aurata desuper purpura tegebatur.
Lecto etiam fulgentibus palliis strato, ipse in florea de papyris
confecta tenera delicati corporis membra terebat. Promisit itaque
Romualdo, quod imperium relinquens, monachicum susciperet habitum, ec_.
Che Ottone III fosse in Ravenna nel dì 20 di aprile, si può anche
intendere da un suo diploma confermatorio dei privilegii del monistero
delle monache della Posterla di Pavia, a petizione di _Pietro_ vescovo
di Como ed arcicancelliere e di _Ottone_ conte del palazzo, nipote
d'esso vescovo. Fu dato quel diploma[115] _II kalendas mai, anno
dominicae Incarnationis millesimo primo, Indictione XIIII, anno tercii
Ottonis regnantis XVII, imperii V. Actum Ravennae_. Pendeva tuttavia da
esso diploma il sigillo di piombo coll'immagine e nome dell'imperadore.
Ma io non osservai bene, se in vece di _regnantis XVII_, fosse ivi
scritto _XVIII_, perchè ciò essendo, converrebbe ammettere due epoche
diverse del regno. Altri simili esempli nondimeno abbiam veduto di
sopra. Ho io parimente prodotta una lettera scritta[116] da papa
Silvestro II al suddetto imperadore, in cui raccomanda alla cura di
_Guido_ vescovo di Pavia l'antichissimo monistero delle monache del
Senatore. Vidi pendente la Bolla pontifizia di piombo; e pure v'ha la
seguente data: _Actum hoc anno dominicae Incarnationis millesimo primo.
Indictione tertiadecima, anno vero pontificatus Silvestri universalis
papae quarto._ Ma in questo anno correa l'_indizione XIV_, e l'_anno
quarto_ di papa Silvestro II cominciava solamente a correre nell'anno
seguente. Che anche verso il fine di novembre tuttavia esso imperadore
soggiornasse in Ravenna, si raccoglie da un altro diploma, spedito in
favore del monistero delle monache di san Felice di Pavia[117], _dato X
kalendas decembris, anno dominicae Incarnationis millesimo primo,
Indictione XV, anno tertii Ottonis regnantis XVII, imperii VI. Actum
Ravennae._ Si osservi ancor qui l'_anno XVII_, del regno, e non già il
_XVIII_, come dovrebbe essere secondo l'epoca ordinaria di questo
imperadore. Ma quivi è cosa strana che sottoscriva _Heribertus
Cancellarius vice Willigisi archiepiscopi_, quando Pietro vescovo di
Como era tuttavia arcicancelliere. Apparteneva in questi tempi la nobil
terra di Carpi, oggidì città, al contado di Reggio; e quivi[118] _anno
imperii tercii domni Ottoni, Deo propitio, sexto, pridie kalendas
octobris, Indictione quintadecima_, cioè nell'anno presente, _Tedaldo_
marchese e conte del contado di Reggio, avolo della gran contessa
Matilda, tenne un placito, in cui si trovò in persona _Berta badessa_
del monistero di santa Giulia di Brescia, e vinse una lite di terreni. A
qual marca presedesse Tedaldo, io nol so dire. Circa questi tempi
_Leone_ arcivescovo di Ravenna, caduto in mala sanità, rinunziò la sua
Chiesa, ed in luogo suo entrò il soprammentovato _Federigo_ cardinale
della santa romana Chiesa. Non so io concertare con quanto abbiam veduto
di sopra intorno alla permanenza di Ottone III Augusto in Ravenna per
tutta la quaresima, il dirsi dal Cronografo sassone[119] ch'egli _Romam
proficiscens sacrosanctum dominicae Resurrectionis festum debita ibi
veneratione celebrare instituit._ Credo io piuttosto che in vece della
Pasqua egli volesse dire il Natale del Signore. Nè si dee tralasciare
che questo imperadore da Ravenna fece una scappata a Pavia verso il fine
di giugno, ciò costando da un suo diploma, dato in favore di _Pietro_
vescovo di Novara[120] _X kalendas julii, anno dominicae Incarnationi
millesimo primo, Indictione XIV, anno tertii Ottonis regni XVII, imperii
V_. Dee essere _VI_. Tornato poscia a Ravenna, sentendo sul fine
dell'anno che v'erano dai torbidi in Roma, s'inviò a quella volta. Trovò
più di quel che s'immaginava. Abbiamo da Ditmaro[121] che fra gli altri
potenti romani, Gregorio, personaggio assai caro al medesimo Augusto,
gli tendeva delle insidie per prenderlo. Un giorno infatti divampò una
sollevazion dei Romani contra di lui, per la quale fu astretto a
fuggirsene per una porta fuori di Roma con lasciar molti de' suoi nella
città rinchiusi. Il Cronografo sassone[122] scrive, che quanti ne furono
trovati, tutti restarono trucidati. Ma Ditmaro narra che i Romani
ravveduti del loro fallo, li lasciarono in libertà, ed inviarono messi
all'imperadore, chiedendo perdono e pace. Ottone, nulla fidandosi delle
loro belle parole, attese a raunar quante soldatesche potè, e tutti i
suoi vassalli; e chi dice ch'egli esercitò varie ostilità contra dei
Romani, e chi, solamente che si preparò a vendicarsi del ricevuto
affronto. Fra quelli che specialmente assisterono in questo brutto
frangente all'imperadore, per mettersi in salvo, si contò _Ugo_ duca e
marchese di Toscana; ma egli stette poco a terminare i suoi giorni. Se
vogliam badare a san Pier Damiano[123], scrittore che, credulo più degli
altri, imbottì l'opere sue di visioni, sogni e miracoli strani, racconta
che un vescovo, di cui avea dimenticato il nome, vide in un tizzone di
fuoco scritte queste parole: _Hugo marchio quinquaginta annis vixit_:
indizio della vicina sua morte. Ma se è vero, come avvertii di sopra
all'anno 961, che già Ugo fosse marchese di Toscana in quell'anno, non
si potrà già credere ch'egli mancasse di vita in età solo d'anni
cinquanta.
Seguita a dire san Pier Damiano, che l'imperadore Ottone, udita la morte
del marchese Ugo, o perchè poco si fidasse di lui, o perchè non gli
piacesse la troppa di lui potenza, proruppe in queste parole del
salmo[124]: _Laqueus contritus est, et nos liberati sumus._ Ma ebbe poco
a rallegrarsi e a gloriarsene Ottone III, perciocchè anch'egli _paulo
post, eodem scilicet anno, et ipse defunctus est_. Sembrano queste
parole indicare che la morte d'Ugo accadesse sul principio di gennaio
dell'anno seguente; perchè da lì a non molto in quello stesso mese diede
fine al suo vivere anche lo stesso imperadore. Ma don Placido
Puccinelli, che con istile romanzesco compilò la vita di questo celebre
e potente principe, e il saggio Cosimo della Rena[125] pretendono che la
sua morte accadesse nel dì 21 di dicembre dell'anno presente; giorno in
cui i monaci benedettini della badia di Firenze celebrano il di lui
anniversario. Che il luogo, dove egli finì sua vita, fosse o Pistoia, o
Firenze, li credo io sogni dei moderni scrittori. Certo è poi, per
attestato del suddetto san Pier Damiano, che questo principe, figliuolo
d'Uberto, e nipote d'Ugo re d'Italia _obtinuit utramque monarchiam_
(egli avrà scritto _marchiam_) _et quam Tyrrhenum videlicet, et quam
mare Adriaticum alluit_: cioè fu duca non meno della Toscana che di
Spoleti. _Sed quam perpenderet, quia propter improbitatem injuste
viventium strenue regere utramque non posset, ultroneae renuntiationis
arbitrio cessit imperatori marchiam Camerini cum Spoletano ducatu, juri
vero proprio Tusciam reservavit_. Se non si disotterrano altre memorie,
non è facile il conoscere in qual tempo succedesse questa rinunzia del
ducato di Spoleti e della marca di Camerino; anzi può anche nascere
dubbio intorno alla medesima. Abbiam veduto all'anno 995 un _Ugo_ duca
di Spoleti e marchese di Camerino. Aggiungo ora, credersi da me lo
stesso che Ugo marchese di Toscana. Perciocchè fra le epistole di
Gerberto una se ne legge scritta a lui, già divenuto papa, con questo
titolo[126]: _Reverentissimo papae Gerberto Otto gratia Dei imperator
augustus_, dove dice, che trovando nociva l'aria d'Italia alla sua
sanità, vuol mutare paese; ma che in aiuto di esso papa egli lascia
_primores Italiae_, e massimamente _Hugonem tuscum vobis per omnia fidum
S._ (forse _scilicet_) _comitem, Spoletinis et Camerinis praefectum, cui
octo comitatus, qui sub lite sunt, vestrum ob amorem contulimus,
nostrumque legatum eis ad praesens praefecimus, ut populi rectorem
habeant, et vobis ejus opera debita servitia exhibeant_. Circa questi
tempi si conosce scritta questa lettera, e dalla medesima impariamo che
Ugo marchese di Toscana comandava anche a Spoleti e a Camerino. Dove è
dunque la cessione di quei principati a noi narrata da Pier Damiano?
Anzi il marchese Ugo, in vece di rinunziare in questi tempi ciò ch'egli
godeva, cercava ancora di goderne di più secondo il costume ordinario
dei gran signori, che mai non si saziano d'accrescere i loro stati. Di
qui appunto abbiamo ch'egli acquistò otto contadi, non goduti prima. E
un contado allora per lo più significava una città col suo distretto.
Non lasciò dopo di sè il marchese Ugo alcun figliuolo maschio, e resta
tuttavia involto nelle tenebre chi fosse l'erede degli immensi suoi
allodiali. Gran sospetto ho io che per qualche sua figliuola, o sorella,
o zia, passata nei marchesi progenitori della casa d'Este, a loro
devenisse Rovigo, Este, la badia della Vangadizza con altri Stati
situati fra Padova e Ferrara; perciocchè gli Estensi, prima potenti
nella Lunigiana e Toscana, si cominciano da qui innanzi a trovar signori
anche di questi altri stati; e si vede ricreato in essi il nome di
_Ugo_[127], essendo anche allora non men che oggidì, vigoroso il costume
di rinnovar nei nipoti i nomi degli avoli o parenti si paterni che
materni. Andando innanzi, vedremo chi succedesse al marchese Ugo nel
ducato della Toscana, e in quello ancora di Spoleti e di Camerino.
Tornando ora ad Ottone III Augusto, uscito ch'egli fu di Roma, e
raccolti che ebbe tutti i suoi vassalli e soldati, mostrava ben grande
ilarità nel volto; ma riflettendo ai varii trascorsi della sua giovanile
età, internamente nondimeno stava malinconico, ed attendeva a farne
penitenza[128] colle lagrime, orazioni e limosine. Secondo gli Annali
d'Ildeseim[129], egli solennizzò la festa del santo Natale in Todi in
compagnia di papa Silvestro. Poscia _Salernum oppidum adiit_, sta
scritto nei suddetti Annali; ma con errore, dovendo dire _Paternum
oppidum_. Quel che è più strano, e lo racconta Ditmaro, in questi
medesimi tempi, senza che ne sappiam la cagione, in Germania molti duchi
e conti, con participazione ancora dei vescovi, macchinavano delle
novità contra dello stesso Ottone III, e ricorsero per questo ad _Arrigo
duca di Baviera_. Ma perchè il ritrovarono ricordevole degli
avvertimenti lasciati a lui dal duca Arrigo suo padre, di osservare
religiosamente la fedeltà dovuta al sovrano, non andò più innanzi la
loro mena. Scrivono alcuni che esso duca Arrigo si trovava
coll'imperadore, allorchè questi fu forzato a scappare di Roma. Ciò
ch'io rapporterò all'anno seguente, ci darà abbastanza a conoscere che
Arrigo dimorava sul fine di quest'anno in Germania. Ma s'io ho da
confessare il vero, temo forte che Ditmaro e i suoi copiatori non sieno
stati informati di questi sconcerti. Tangmaro prete[130], che, come
dissi, ci diede la vita di san Bervardo, e fu non solo scrittore
contemporaneo, ma testimonio di vista di tali avvenimenti, lasciò
scritto, che terminato l'assedio di Tivoli (assedio succeduto nei primi
mesi dell'anno presente), col perdono dato a quei cittadini, il popolo
romano, il quale volea pur disfatta quella città, e atterrato quel
popolo per una gara che vedremo continuata anche dipoi, la prese contra
dell'imperadore, serrò le porte di Roma, negò ad esso Augusto, non che
ai suoi, l'entrarvi, ed arrivò anche ad uccidere alcuni dei fedeli del
medesimo imperadore. Si venne perciò all'armi, ma Dio volle che i Romani
si ravvidero, implorarono ed ottennero la pace; eglino stessi levarono
la vita a due capi della sedizione, e tutto restò quieto. _Pacem petunt,
sacramenta innovant, fidem se imperatori perpetuo servaturos
promittunt_. Sul principio dell'anno tutto questo accadde. Tornò in
Germania san Bervardo, e perchè con tutto l'appoggio del papa e
dell'imperadore non potè ottener giustizia dall'arcivescovo _Wittigiso_,
rispedì verso il fine dell'anno il suddetto Tangmaro in Italia. Questi
_imperatorem in spoletanis partibus reperit;_ vi arrivò anche il papa,
ed amendue _Tudertinae Natalem Domini celebrarunt_. In essa città fu poi
tenuto nel dì seguente un concilio di molti vescovi di Italia, e di tre
tedeschi, nel quale Tangmaro espose le doglianze del suo vescovo, e ne
riportò buon provvedimento. Licenziato dipoi con assai regali, si partì
alla volta della Germania nel dì 11 di gennaio, con aggiugnere che
l'imperadore poco appresso, cioè _X kalendas februarii_, per una febbre
già incominciata terminò i suoi giorni. Però non so vedere come regga
quella guerra contra dei Romani, e quella vendetta che ci vien
raccontata da Ditmaro. Tutto era in pace, ed anche papa Silvestro in
buona armonia coi Romani pacificamente celebrò quel concilio in Todi. Ma
prima di terminare gli avvenimenti di quest'anno, dee farsi menzione
d'uno, che altronde non s'ha se non da due storici milanesi del secolo
di cui parliamo, cioè da Arnolfo[131] e da Landolfo seniore[132]. Stando
fermo Ottone III di volere per moglie una principessa dell'imperial
corte di Grecia, giacchè indarno l'avea chiesta con una precedente
ambasceria, spedì colà, per quanto si può conghietturare, nell'anno
presente, _Arnolfo II_ arcivescovo di Milano. V'andò egli con
superbissimo accompagnamento, ricevette insigni onori da Basilio e
Costantino Augusti, ed ottenne quanto dimandò. Ma inutile riuscì il suo
viaggio e trattato, perchè tornato in Italia, trovò Ottone III chiamato
da Dio all'altra vita. Il suddetto Landolfo seniore, scrittore talvolta
parabolano, lasciò scritto, che oltre a molti altri regali riportati da
quella corte, esso Arnolfo _serpentem aeneum, quem Moyses in deserto
divino imperio exaltaverat, imperatori requisivit, et habere meruit; et
veniens in ecclesia sancti Ambrosii ipsum exaltavit._ Mirasi tuttavia
nella basilica ambrosiana di Milano un serpente di bronzo sopra una
colonna di marmo, creduto il medesimo di cui parla Landolfo; e sopra di
questa insigne reliquia è mirabile il vedere quanto abbiano scritto
varii scrittori milanesi, senza accorgersi che questa è una delle
grossolane semplicità dei secoli barbarici. Sembra a me d'aver prodotta
altrove[133] la vera origine di questo serpente di bronzo, conservato in
essa basilica; e però altro non ne soggiungo.