NOTE:

[45] Annales Hildesheim. Annalista Saxo.

[46] Arnulphus, Hist. Mediol. tom. 4 Rer. Ital.

[47] Cronographus Saxo apud Leibnitium.

[48] Antiquit. Italic., Dissert. XI.

[49] Campi, Istor. di Piacenza, tom. 1.

[50] Annales Hildesheim.

[51] Puccinelli, Chron. della Badia Fiorentina, pag. 232.

[52] Dandul., in Chron., tom. 12 Rer. Ital.

Anno di CRISTO DCCCCXCVIII. Indiz. XI.

GREGORIO V papa 3.

OTTONE III re 16, imperad. 3.

Da uno strumento, da me dato alla luce[53], noi ricaviamo che nel dì 15

di gennaio dell'anno presente _domnus Otho dux filius bonae memoriae

Cononi_ comperò da _Liutifredo vescovo_ di Tortona molte castella e

beni. Il contratto seguì in Pavia. Questo _Ottone duca_, figliuolo di

_Conone_, cioè di _Corrado duca_ della Francia orientale, altri non è

che il padre di _Gregorio V_ papa. Essendosi ritirato a Pavia esso

pontefice a cagione dello scisma introdotto nella Chiesa romana, colà si

era portato ancora Ottone suo padre, marchese allora della marca di

Verona; oppure vi capitò accompagnando l'Augusto _Ottone III_, il quale

irritato forte contro i perturbatori del suo imperio e della Chiesa

romana, sul fine del precedente anno era calato di nuovo in Italia. Il

Cronografo sassone[54] ci fa sapere che _venerabilis papa Gregorius

Papiae obviam factus est_ all'imperadore. Adunque Ottone III venne a

Pavia, e, siccome poco fa osservammo, quivi celebrò la festa del santo

Natale. Oltre a ciò, nel dì 5 di gennaio del presente anno egli si

truova in quella città, dove diede un diploma in favore del monistero

ambrosiano[55]: _Nonis januarii anno dominicae Incarnationis

DCCCCXCVIII, regni vero domni Ottonis tertii XIV_ (dee essere _XV_),

_imperii ejus II, Indictione XI. Actum Papiae._ Di là poi passò

l'imperadore a Cremona, e quivi nel dì 29 di gennaio concedette ai

canonici di santo Antonino di Piacenza un privilegio[56], dato _XIV

kalendas februarii anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIII, Indictione

XI, anno vero domni Ottonis tertii imperatoris regni ejus XV imperii II.

Actum Cremonae._ Che esso Augusto nel medesimo giorno dimorasse in

Cremona, ne abbiamo un'altra testimonianza in un placito da me

pubblicato[57], il cui principio è tale: _Dum in Dei nomine civitate

Cremona in domo_ (cioè nel palazzo del vescovo) _ipsius civitatis in

Laubia majore ipsius domus, ubi domnus Otto gloriosissimus imperator

praeesset, in judicio residebat, per ejusdem domni Olderici licentiam_

(cioè del vescovo di Cremona, perchè non si potea nei luoghi privati

senza permission del padrone alzar tribunale di giustizia) _Otto dux et

missus domni ipsius Ottonis imperatoris_ (cioè il padre di Gregorio V

papa) _unicuique justitias faciendas et deliberandas: residentibus cum

eo Henricus dux_ (cioè di Baviera, che fu poi imperadore), ec. In esso

placito ottenne _Odelrico vescovo_ di Cremona una favorevol sentenza

contra dei cittadini della medesima città usurpatori de' suoi beni. Da

Cremona si trasferì Ottone a Ravenna, e quivi[58] _V idus februarii,

Indictione XI_ confermò i privilegii ai canonici di Ferrara, con imporre

ai trasgressori la pena di cento libbre, da pagarsi _medietatem camerae

nostrae, et medietatem praedictis canonicis_, e non già alla camera

pontificia. Dovette in tal congiuntura succedere ciò che narra Andrea

Dandolo a questo medesimo anno[59]: cioè che soggiornando Ottone III in

Ravenna, s'invogliò di fare una scappata a Venezia, per vedere quella

maravigliosa città. Fatta dunque vista di ritirarsi all'antichissimo

monistero della Pomposa, per quivi fare un poco di purga, con soli sei

compagni e Giovanni Diacono si portò poscia colà incognito. Segretamente

avvertito della sua venuta il doge, la notte trattava e cenava

lautamente con lui, nel giorno poi il lasciava andare a suo talento

visitando le chiese e le altre cose rare della città. Tenne Ottone

Augusto al battesimo una figliuola del doge; gli condonò il pallio, che

in vigore dei patti pagavano ogni anno i Veneziani al re d'Italia; e

soddisfatta la sua curiosità, se ne ritornò a Ravenna. Finalmente in

compagnia di papa Gregorio V e con un fioritissimo esercito d'Italiani e

di Tedeschi s'incamminò il giovine imperadore alla volta di Roma[60].

In essa si trovarono questi due primi luminari della Cristianità _VIII

kalendas martii anno dominicae Incarnationis DCCCCXCVIII, Indictione

XI_, ciò apparendo da un diploma d'esso Augusto in favore dell'insigne

monistero di Farfa contra d'_Ugo abbate[61], qui sibi imperialis

abbatiae monasterii videlicet farfensis, absque nostro assensu regimen

usurpaverat inique, et quod deterius est, pretio emerat a romano

pontefice_. Il bello è che Ottone III lo tolse ad Ugo abbate, por darlo

poi in commenda, ossia in benefizio ad _Ugo vescovo_. Non istette però

molto a rimettere in possesso del medesimo monistero il suddetto Ugo

abbate, il quale riuscì poi un valentuomo, e faticò non poco in

vantaggio del suo monistero. Un altro suo diploma[62], dato in Roma

stessa _V kalendas martii_, si legge nelle Antichità italiane. In esso

son confermati tutti i suoi beni ad _Antonino vescovo_ di Pistoia. Non

avea già aspettato l'arrivo di papa Gregorio, nè dell'imperadore,

l'antipapa _Giovanni_; ma cautamente travestito, dopo aver tenuta

occupata circa dieci mesi la sedia di san Pietro, se n'era fuggito. Poco

nondimeno gli valse in questo bisogno l'astuzia sua. Fu scoperto e preso

dai Romani stessi, i quali, per attestato di san Pier Damiano[63] e del

Cronografo sassone[64], temendo che l'imperadore il lasciasse andar

senza pena, gli tagliarono la lingua e il naso, gli cavarono gli occhi,

e così malconcio il condussero nelle carceri di Roma. Da lì a qualche

tempo postolo a rovescio sopra di un asinello, colla coda d'esso in mano

il guidarono per le piazze e contrade della città, forzandolo a cantare:

_Tale supplicium patitur, qui romanum papam de sua sede pellere

nititur._ Novella ben graziosa, come se fosse credibile che il misero

avesse voglia e forza da cantar questa canzone. E poi s'ha da chiedere a

Pier Damiano, come potesse costui cantare, dopo averci detto che gli era

stata dianzi tagliata la lingua. Per altro non si mette in dubbio

l'obbrobrioso trattamento fatto a questo antipapa; anzi si sa che fu

detestato da san _Nilo abbate_ greco, celebre di questi tempi, e

fondatore del monistero di Grottaferrata, abitante allora in un

monistero presso di Gaeta, la cui Vita si legge negli Annali

ecclesiastici del Baronio. Udito che egli ebbe come l'antipapa _orbatus

oculi, lingua et naso, in carcerem conjectus est_, per compassione a

questo suo nazionale greco, benchè di patria calabrese, si portò a Roma.

Accolto con somma divozione dal papa e dall'imperadore, chiese loro in

dono l'infelice Giovanni, _qui_, diceva egli, _utrumque vestrum ex fonte

baptismatis suscepit_. Veggasi a qual grado di riputazione avesse

portato costui la sua ipocrisia, dacchè avea tenuto al sacro fonte due

sì eccelsi personaggi. Allora l'imperadore colle lagrime agli occhi

(_neque enim revera tota res ejus consilio peracta est_) gli rispose che

gliel concederebbe, purchè esso Nilo volesse fermarsi in Roma a

governare il monistero di santo Anastasio dei Greci. Si disponeva il

buon servo di Dio ad accettar la proposizione; _sed durus ille papa, non

contentus malis, quae adversus praedictum Philagathum_ (così egli nomina

Giovanni) _patraverat, quum illum adduxisset, et sacerdotales vestes ei

dilaniasset, per totam urbem circumduxit_, ec. Predisse poi Nilo tanto

al papa, quanto all'imperadore l'ira di Dio, perchè niuna misericordia

aveano di costui, male corrispondendo a Dio che loro l'avea dato nelle

mani.

Non era già fuggito Crescenzio da Roma, perchè confidato nel creduto

allora inespugnabile castello di sant'Angelo, quivi si serrò coi suoi

partigiani[65]. Dopo la domenica in Albis fece l'imperadore imprendere

l'assedio di quella fortezza con quante macchine erano allora in uso; e

dati varii assalti e scalate, finalmente riuscì ai suoi di superar

quella rocca. A Crescenzio preso e a dodici dei suoi tagliata fu,

d'ordine dell'imperadore, la testa, e i lor cadaveri appesi ai merli del

castello _III kalendas maji, quando Crescentius decollatus suspensus

fuit_, come si ha da un diploma d'esso imperadore, citato dal padre

Mabillone[66]. Ma diversamente contano questo fatto gli storici

italiani, cioè Leone Ostiense, san Pier Damiano, Arnolfo e Landolfo

seniore storici milanesi, con iscrivere che ingannevolmente, e con

promessa e giuramento di aver salva la vita, s'indusse Crescenzio a dare

il castello e sè stesso in mano dell'imperadore, il qual poscia con

qualche pretesto gli fece tagliare la testa: il che servì ad atterrir

chiunque non sapeva allora ubbidire nè al papa nè all'imperadore. Cessò

di vivere, o rinunziò alla sua chiesa in quest'anno _Giovanni

arcivescovo_ di Ravenna. Trovavasi nella corte dell'imperadore

_Gerberto_ monaco franzese, da noi veduto abbate di Bobbio, e poscia

arcivescovo di Rems. Cacciato da quella chiesa, si attaccò all'Augusto

Ottone III, di cui era stato maestro, e siccome gran faccendiere stava

attento ad ogni apertura di avanzare la sua fortuna. Ed appunto egli

ottenne di essere promosso all'arcivescovato di Ravenna verso il fine

d'aprile dell'anno corrente, e non già nell'anno antecedente, come pensò

Girolamo Rossi. Tenne egli, prima che passasse quest'anno, un concilio

dei suoi suffraganei in essa città[67]. Occorre qui un punto imbrogliato

di storia. Presso l'Olstenio, e nei concilij del Labbe, e nelle giunte

ad Agnello Ravennate[68], e nella Cronica di Farfa[69] si legge una

riguardevol costituzione di Ottone III Augusto, indirizzata _consulibus

senatus populique romani, archiepiscopis, abbatibus, marchionibus,

comitibus, in Italia constitutes_, dove proibisce da lì innanzi ed

annulla le alienazioni dei beni delle chiese. Fu fatta e pubblicata

questa costituzione _XII kalendas otobris Indictione XII_ (cominciata

nel settembre dell'anno presente) _anno III pontificatus domni Gregorii

V papae, promulgata per manus Gerberti sanctae ravennatis ecclesiae

archiepiscopi in ea synodo, in qua mediolanensi episcopo, Arnulfo

nomine, papatum oblatum est in basilica beati Petri, quae vocatur ad

Coelum aureum, et subscripserant omnes, qui adfuerunt episcopi_. Non si

sa primieramente il luogo di questo concilio. Se in Ravenna esisteva una

basilica di san Pietro _ad Coelum aureum_, o, come ha un altro testo,

_ad Cellam auream_, quivi sarà stato tenuto il suddetto concilio. Ma più

probabile sembra che qui si debba intendere la basilica famosa di questo

nome, posta in Pavia, dove riposa il sacro corpo di santo Agostino. Non

certo in Roma finchè non apparisca che ivi fosse basilica alcuna così

denominata. Secondariamente non si capisce che significhino quelle

parole, _in qua mediolanensi episcopo, Arnulfo nomine, papatum ablatum

est_. Qui decide tosto il padre Pagi[70] con dire che l'imperito

Cronografo farfense v'aggiunse di suo queste parole _et Arnulfum

archiepiscopum mediolanensem loco Johannis archiepiscopi piacentini

posuit_. Ma anche nel testo della Biblioteca estense, ove son le Vite

degli arcivescovi di Ravenna, s'incontrano le stesse parole. E poi come

aspettare al dì 20 di settembre di quest'anno, e al concilio di Pavia, a

levare il papato a Giovanni Calabrese arcivescovo di Piacenza, s'egli

già nel dì 2 di marzo era stato deposto e villaneggiato, e forse non si

contava più tra i viventi? Giacchè a noi mancano i lumi della storia per

rischiarare questo punto, amo meglio di tacere, oppure di solamente

proporre un mio sospetto. Cioè morto in quest'anno _Landolfo II_,

arcivescovo di Milano, gli succedesse _Arnolfo II_, il quale, siccome

altri vescovi voleano allora usare il titolo di _servus servorum Dei_,

riserbato oggidì al romano pontefice, così anche egli assumesse il

titolo di _papa urbis Mediolani_, non già per usurparsi il pontificato

romano, ma per imitare gli antichi vescovi, i quali erano, al pari del

pontefice romano, chiamati _papi_. Giacchè il costume avea introdotto

che ai soli successori nella cattedra di san Pietro si desse questo

titolo, papa Gregorio si può immaginare che ne facesse doglianza, e che

nel concilio di Pavia fosse decretato che Arnolfo desistesse dal

chiamarsi _papa_. San Gregorio VII pontifice decretò dipoi che questo

titolo fosse riserbato ai romani pontefici.

Due diplomi da me pubblicati[71] ci fanno vedere Ottone III Augusto nel

territorio di Lucca. Il primo è dato _X kalendas septembris anno

dominicae Incarnationis DCCCCXCVIII, Indictione VI_ (ha da essere _XI_.)

_Actum in Marlia juxta Lucam._ Il secondo fu dato _kalendis septembris_

dello stesso anno. _Actum in castello Marlia juxta Lucam._ Ch'egli di là

passasse a Pavia, l'impariamo da un altro suo diploma in favore del

vescovo di Torino[72], dato _kalendis septembris anno dominicae

Incarnationis DCCCCXCVIII, Indictione XII, anno regni domni Othonis

tertii XIV, imperii vero ejus III. Actum palatio Papiae_. Ma questo è

documento difettoso. Nel primo dì di settembre non potè essere Ottone

Augusto nel territorio di Lucca e in Pavia. Perciò in vece di

_septembris_ s'ha forse da leggere _octobris_. Così in vece dell'anno

_XIV_ del regno s'ha da scrivere _XV_. Quivi ancora si legge: _Eo quod

interventu ob amorem_, ec. senza dirsi che intervenisse per impetrar

questa grazia. Abbiamo poscia un altro diploma del medesimo Augusto in

favor del monistero di Bobbio[73], dove è _Actum Papiae anno ab

Incarnatione Domini nostri Jesu Christi DCCCCXCVIII, Indictione XI_

(s'ha da scrivere _XII_), _anno imperii tertii Ottonis III. Datum

kalendis octobris_: il che ci dà a conoscere che la suddetta costituzion

generale fu da lui formata e promulgata in un concilio tenuto in essa

città di Pavia, e non altrove. Merita eziandio d'essere qui rammentato

un placito[74], tenuto nel dì 16 di settembre dell'anno presente, _anno

Gregorii summi pontificis III, et anno Ottonis imperatoris III,

Indictione XII, civitate Corneliense_ (cioè in Imola) _juxta monasterium

sanctae Mariae, quod vocatur in Regula_. Tenne questo placito _domnus

Oldericus subdiaconus et missus domni Ottonis imperatoris, et cum eo

domnus Erardus comes_. Ivi fu rimesso in possesso d'alcuni beni situati

nel territorio di Faenza e d'Imola il monistero di santa Maria, _quod

vocatur in Palatiolo_, posto in Ravenna. _Tunc misit domnus Oldericus

subdiaconus et missus domni imperatoris cum praedicto domnus Erardus

comes bandum_, ec., colla pena di cento bisanti d'oro ai trasgressori,

da pagarsi _medietatem camerae nostrae_ (cioè dell'imperadore), e

l'altra metà al monistero: pruova ancor questa del fisco spettante nelle

città dell'esarcato all'imperadore. Ci fa poi intendere Lupo

Protospata[75] che in quest'anno _venit Busitus Caytus_ (uffiziale di

guerra dei Saraceni) _cum praedicto Smaragdo_ (era questi un Greco o un

cittadino di Bari ribello dei Greci) _Barum mense octobris, et

praedictus Smaragdus eques intravit Barum per vim a porta occidentali,

et exiit iterum. Tunc Busitus cognita fraude discessit._ Dovea costui

aver fatto credere ai Mori di dar loro in mano la città di Bari,

signoreggiata allora dai Greci; ma non essendogli venuto fatto di

fissare il piede in quella città, il capitano de' Mori temendo di

qualche inganno, se ne tornò colle pive nel sacco. A quest'anno, siccome

ho nelle Antichità estensi[76] fatto conoscere, si truova nel broglio di

Carrara in Lunigiana _Oberto II marchese_, progenitore de' principi

della casa d'Este, che stabilisce un aggiustamento con _Gotifredo

vescovo_ di Luni, riconoscendo da lui in livello quattro pievi. Egli è

ivi chiamato _Otbertus marchio filius quondam item Otberti itemque

marchio, qui professus sum ex natione mea lege vivere Longobardorum_.

Gli stati di questi principi erano allora principalmente nella Lunigiana

e per la Toscana. Tenuto fu in quest'anno un insigne placito in Roma

davanti a papa _Gregorio V_ e all'imperadore Ottone III[77] _anno

pontificatus domni Gregorii, summi pontificis et universalis V papae II,

imperii autem domni Ottonis imperatoris similiter II, Indictione XI

mensis aprilis die IX_, davanti alle porte della basilica vaticana, dove

Ugo abbate di Farfa vinse una lite di due chiese, _quae sunt aedificatae

in thermis alexandrinis, cum casis, cryptis, hortis, terris cultis et

incultis, etc. sitas Romae regione nona_. Fu imposta la pena di dieci

libbre d'oro ottimo ai trasgressori, da pagarsi _medietatem regi, et

medietatem ipsius monasterii_ (farfensis) _rectoribus_. Potrebbesi forse

anche di qui dedurre il sovrano dominio tuttavia conservato in Roma da

Ottone III Augusto: del che ho io addotto altre pruove nella Piena

esposizione, ec.

Annali d'Italia, vol. 4 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 11 / 277 题