ordine, con l'irremovibile fede, che soltanto la tirannide popolare
poteva giovarle, e questa soltanto fosse legittima. Come un tempo
l'imperatore appena eletto s'impose ai suoi deputati dicendo: «io ho un
titolo di diritto, voi non ne avete alcuno!» così ora il nipote
parafrasò: «l'erede di un governo eletto da quattro milioni di cittadini
non può inchinarsi a un re eletto da duecento deputati». In mezzo a un
mondo afflitto da mille dubbi scettici il napoleonide camminava con la
sicurezza di un sonnambulo. Aveva fede in sé stesso e nell'assolutismo
militare al quale attribuiva la rinomanza dell'idea napoleonica. Questa
idea risorgerebbe dalle ceneri in conformità di un divino esempio: la
fede politica, come la religiosa, ha avuto i suoi martiri; egli, come in
quella, sarebbe l'apostolo e avrebbe il suo regno. Egli direbbe ai
francesi come san Remigio disse al re dei Franchi: «giù il capo, o
Sicambro! Brucia ciò che adori, e adora ciò che hai bruciato!». Il
principe viveva e respirava in questo cerchio d'idee; quando riportava
il discorso sull'imperatore, pareva sovente che un'allucinazione
s'impadronisse di quel cervello freddo. Nei giorni del trasporto funebre
da Neuilly a Parigi, il nipote indirizzò una lettera allo zio. Gli parla
come a un vivo, gli dà del _Sire_ e del _Voi_; e dipinge i potenti del
giorno atteggiati in palese ad onorare l'eroe e in segreto a pregare: «O
Dio, non lo svegliare!», a raccogliere la giovine armata, ma a dirle:
«Incrociate le braccia!», a rinnovare il tricolore ma non le aquile, a
rispettare il morto ma a gittarne in carcere l'erede; e vede infine
l'imperatore chinarsi sul nipote a confortarlo: «Tu soffri per me, io
son contento di te!».
La sua speciale situazione indusse il pretendente ad assumere
l'attitudine di consumarsi in cieca e incondizionata ammirazione davanti
all'imperatore. Le più stupide fole della leggenda napoleonica furono
fedelmente rimesse in voga, giacché questo cinico sapeva, che qualunque
bugia ostinatamente ripetuta finisce con l'essere creduta dalle
moltitudini irriflessive. Si rivolge primieramente ai popoli del Danubio
e della Sprea e dice loro, che avrebbero adorato il benefattore già
ripagato d'ingratitudine, e che tutte le nazioni libere avrebbero
ripristinata l'opera dell'imperatore. Tutto ciò non è menomamente più
disonesto della grande maggioranza degli scritti di partito francesi; il
principe, anzi, parla più lealmente di Guizot, perché a suo vantaggio
torna la stessa duplicità di aspetto del bonapartismo: egli può o vuole
vedere soltanto un lato dell'azione napoleonica. La Francia ringiovanita
dalla Rivoluzione e organizzata dall'imperatore; Napoleone, vero
rappresentante, esecutore testamentario della Rivoluzione, mediatore tra
due secoli, tra la monarchia e la democrazia; l'eroe che ha disciplinato
e perciò compiuta l'eguaglianza, che ha preparata la libertà; il soldato
plebeo che ha fondato un regime difenditivo e democratico: son questi i
principii fondamentali universalmente noti della dottrina
neonapoleonica, e ognuno contiene una mezza verità. Chi legge tra le
righe si avvede subito, che il principe conosce gli errori che portarono
lo zio a rovina, ma che non li riconosce. Di un rinnovamento della
monarchia universale non si parla affatto. Anche nella vita interna
dello stato il pretendente ripudia la cruda forma di dispotismo che si
manifestò nell'impero, e vuol tornare al suo ideale, che è la
costituzione consolare. Egli concede, che Napoleone ha portato a termine
soltanto la rivoluzione sociale, non la politica, ed evita puramente la
questione, se sul terreno della dittatura consolare sia possibile in
generale la formazione progressiva della libertà politica.
Il principe Luigi non ha menomamente disdegnato le male arti usate da
tutti i pretendenti, e il rumore, che va connesso con quel mestiere;
nulladimeno non si può affermare, che egli in sostanza abbia illuso il
suo popolo con fragorose promesse. La costituzione che diede ai francesi
il 14 gennaio 1852 è effettivamente un calco della costituzione
consolare; nella prefazione, che vi è preposta, le tesi principali
sostenute negli scritti del pretendente ritornano quasi a parola. Una
siffatta coerenza è rara nella vita di uno statista duramente incalzato
dalla spinta delle cose. Anche noi avversari dobbiamo stimare la
sicurezza di coscienza, che mosse l'imperatore a ripubblicare inalterati
i suoi scritti giovanili. S'intende, che qualche punto nero è
tralasciato; per esempio, l'umile lettera a Luigi Filippo. Ma in
complesso l'imperatore può vantarsi, che l'uomo mantiene ciò che il
giovine promise. Il principe non dispensa mai, nemmeno negli articoli di
gazzetta fatti per accarezzare il favore delle moltitudini, mai una
parola di lode alle idee parlamentaristiche del suo tempo. Come lo zio
lascia al mondo la scelta tra i cosacchi e la repubblica, così il
nipote fra i governi di oggigiorno esalta, come coerenti e coscienti,
solo la Russia e l'America del Nord. Egli vuole alla cima dello stato un
capo personalmente responsabile, che diriga l'amministrazione per mezzo
di tecnici, di specialisti, e non già di capiparte. Il parlamentarismo è
deriso come il dominio dei retori; le sue lotte di partito sono
altrettanto vuote di contenuto, quanto furono un tempo le dispute
dommatiche del medioevo; e non porta la libertà, ma il governo di una
oligarchia privilegiata, alla maniera inglese. Quest'abile
argomentazione sofistica non poteva fallire il colpo sul lettore
francese; e trovava un sostegno solido nelle condizioni del paese sotto
il dominio della borghesia. Non meno recisamente il principe si volse,
con odio napoleonico, contro le vedute aristocratiche del mondo feudale:
ché, anzi, nella sua storia dell'artiglieria non si tiene dal flagellare
l'antica nobiltà francese, che un tempo aveva messo in burla la nuova
arma borghese e l'aveva buttata via dal campo.
Non rimane dubbio, dunque, che il suo scopo sia la monarchia
rivoluzionaria, eletta dal popolo sovrano, sollecita della sorte degli
umili, sempre pronta a gittare nella bilancia la spada di Brenno in ogni
causa della civiltà. Quanto ai mezzi per stabilire cotesta corona
democratica, egli si esprime con perspicua chiarezza: un colpo di stato
come quello del 18 brumaio non può essere elevato a principio (ma chi
mai in tutto il mondo aveva riguardato come principio le brutalità del
brumaio?); ma in determinati casi può essere necessario. Quando il
principe tratteggia all'occasione l'immagine seducente della libertà,
noi siamo indotti a confessare francamente, che egli sospinge cotesto
coronamento dell'edifizio a una lontananza indefinita e vaporosa. Nei
suoi primi scritti già aveva detto: è dolce sognare un dominio della
virtù; se il Reno fosse semplicemente un mare; e così via. E più tardi
egli afferma, che la libertà allora sarebbe possibile, quando i partiti
fossero finiti, consolidati l'ordine e l'eguaglianza, rieducato a nuovo
lo spirito pubblico, rinvigorito il sentimento religioso e nati nuovi
costumi!
E così anche questo cervello freddo cade nell'eterna velleità di tutti
gli assolutisti, quasi che l'educazione alla libertà fosse possibile
altrimenti che mercé la stessa libertà. Per contro, rispetto ai problemi
dell'amministrazione mostra una rara imparzialità. Nello stesso modo
come, giovane appena di venticinque anni, in un acuto saggio sulla
Svizzera fece, contro il fanatismo allora in voga per la repubblica,
l'ardita osservazione: «la repubblica non è un principio, è una forma di
stato come le altre, e non offre per sé stessa nessuna garanzia per la
libertà»; così pure sa apprezzare spassionatamente i vantaggi degli
altri stati, quando non si movono in senso direttamente opposto al
proprio sistema. Egli loda in Inghilterra la libertà personale, il
movimento in nulla intralciato delle associazioni, la sicurezza della
legge. Ammira in Prussia l'autonomia dei comuni, la schietta istruzione
popolare e sopra tutto, esaltato a parole anche dallo zio, quel servizio
militare obbligatorio e generale, che un giorno avrebbe scacciato via da
dovunque nel mondo il commercio di schiavi bianchi chiamato cambio.
Riprova la molteplice attività dello stato, come nella sua patria; è una
stoltezza, che lo stato faccia ciò a cui può o deve attendere il
privato. Arrivato al trono, il pretendente rimandò tutte queste riforme
a miglior tempo, oppure le fece cadere dopo alcune prove di assaggio: e
ciò che attraversò la via alle migliori intenzioni fu un po' il destino
di tutti i dominii violenti, un po' la natura stessa dello stato
francese. Solamente gl'irriflessivi e i leggieri accusano anche
d'ipocrisia uno statista, che offre tanti lati deboli ai rimproveri
giusti, sol perché non ha reso possibile l'impossibile. Nelle sue
contraddizioni si tradisce l'incapacità intellettuale, non già il
calcolo furbo. Acuto osservatore e non povero di buone idee, il principe
si era inviluppato troppo a fondo nelle marce abitudini mentali del
cospiratore, nelle sottilizzazioni premeditate, nel fucinare disegni.
Egli non possedeva più la forza mentale di elaborare un'idea importante
fino a cavarne le estreme conclusioni, e non si pose il quesito, come
mai i vantaggi dello stato inglese e del prussiano potessero conciliarsi
con la tirannide popolare.
Il pretendente esercita con piacere la comoda professione della critica
politica alla monarchia di luglio, principalmente a riguardo della sua
politica europea. Per lui nessuna esagerazione e nessun travisamento è
troppo volgare al suo scopo; indaga anzi con ingegnosa malizia tutte le
debolezze del sistema, e ci offre così un modello del genere, che
oggigiorno è stato ricalcato, ma con meno talento, dal duca d'Aumale.
Egli tratteggia vivacemente il modo come il governo butta nel fuoco la
gloria e i tesori del paese per venderne le ceneri! Se quello richiama
in auge i beniamini dell'imperatore, si adorna con le penne altrui; se
decora il generale Dupont, che un tempo capitolò a Baylen, esso premia
il tradimento; e così via. Cotesta polemica demagogica appare
soprattutto odiosissima, quando vien meno al rispetto dovuto alla
gravità della storia, come, per esempio, nel famoso parallelo «1688 e
1830». Il principe illustra eccellentemente la nullità di ogni dotta
comparazione; ma quando vi scambia le carte, e v'istituisce il paragone
tra il re borghese e Giacomo II, allora scoprite l'agitatore
coscientemente menzognero.
Attraverso tutte queste deformazioni rimane però indiscutibile, che il
critico affronta con una mentalità superiore gli uomini di stato della
borghesia. In uno dei suoi più celebri aforismi domanda all'uomo
politico di camminare a capo delle idee del suo tempo se non vuol
rimanerne sommerso; ma a questo proposito è innegabile, che l'imperatore
ha soddisfatto a cotesta esigenza solo per metà. Le forze
dell'idealismo, che non mancano neppure alla nostra arida età, rimasero
estranee ai napoleonidi: questo insegna oggi lo stato del secondo
impero, in cui la senescenza già invade un corpo finora gagliardo. Ma è
certo, del resto, che il pretendente ha apprezzato in modo
incomparabilmente più giusto che non il re borghese alcuni sintomi nuovi
e significantissimi nel presente moto degli spiriti. Principalmente la
importanza del quarto stato e della questione sociale. Il principe se ne
fa zelatore con la frase ampollosa: l'idea napoleonica penetra nei
tuguri non già a portarvi la dichiarazione dei diritti dell'uomo, ma a
calmare la fame e a sollevare i dolori. Cerca, mercé un lavoro intenso,
di capire la vita economica. Nei suoi saggi, però, si riscontra ben poca
scienza economica: egli è tuttora compreso delle idee protettrici dello
zio. Esalta con parole quasi ditirambiche la barbabietola e non degna di
un motto i sacrifici, che il perfezionamento tecnico dell'industria
dello zucchero di barbabietola ha imposto ai consumatori. Anche il suo
disegno di curare dall'alto, per mezzo di un'organizzazione di lavoro,
la miseria popolare, e di elevare la società dei poveri alla più ricca
associazione della Francia, attesta la sua scarsa esperienza. Ciò non
ostante, era non poco notevole, che il pretendente prendesse parte così
viva alle sofferenze delle popolazioni; e ciò tanto più in un tempo, in
cui fra tutta l'alta nobiltà europea solamente il principe Oscar di
Svezia e il principe Alberto d'Inghilterra intendevano la profonda
gravità di siffatte questioni. L'amico del quarto stato poteva con pieno
diritto gridare alla corona del re borghese: «Voi siete condannati alla
sterilità, perché avete intelligenza, ma non avete cuore!».
Frattanto la leggenda napoleonica aveva raggiunto il fastigio. Gli
stessi uomini dell'estrema sinistra deliravano per Napoleone, e Luigi
Blanc esclamava: «l'imperatore sarebbe stato un semidio senza la sua
famiglia!». Le donne irrequiete dei napoleonidi ordivano incessantemente
nuove congiure: i principi di Canino, i discendenti ferocemente radicali
di Luciano, entrarono nelle società segrete italiane. La legge di
espulsione dei Bonaparte offrì all'opposizione alla camera gradita
materia a pompose esercitazioni oratorie. Il repubblicano Cremieux
comparve come patrono degli esiliati, e Victor Hugo vantò: «Io ho difeso
la causa dell'esilio, la causa della gloria!». Thiers e gli altri
orleanisti scontenti mantenevano con la maggior franchezza i loro
rapporti in Italia coi Bonaparte. I quali rappresentavano
infaticabilmente la vecchia parte, mandavano in una lettera d'effetto
gli ordini e le disposizioni dell'imperatore per la tomba nella chiesa
degl'Invalidi, alimentavano con piccoli doni il buon animo delle città
devote della Corsica. Quando nel 1840 si minacciò la guerra, Gerolamo si
offrì di snudare per la Francia la sua nota spada valorosa, con la
gradita espettativa, che nessuno avrebbe messo alla prova il suo
eroismo. Finalmente il re concesse al vecchio Gerolamo il permesso di un
soggiorno passeggiero. Vennero col vecchio l'infaticabile agente Pietri
e il giovine principe Napoleone, il quale dall'esercito wurtemberghese
portò in patria un fiero odio radicale contro la Germania mezzo gotica e
reazionaria. Gl'invalidi andarono in visibilio, e il vecchio generale
Petit si disfece in lagrime un giorno che il giovine, il quale
rassomigliava allo zio in modo sorprendente, s'inginocchiò a pregare
presso il sarcofago di marmo scuro. Subito Persigny nel segreto del
carcere si diede da fare, perché il giovine Las Casas come deputato
facesse già qualche cosa in pubblico pel ristabilimento dell'impero. I
maneggi segreti di Walewski e del signor di Morny passarono affatto
inosservati. Questo fratellastro di Luigi Bonaparte era riguardato alla
corte semplicemente come un fanatico allevatore di cavalli; col fatto
teneva in mano tutte le fila della cospirazione. Tutto ciò importava
poco. Ma un pretendente accorto, che fondava sull'incosciente forza di
volontà di Morny, aspettava la propria ora e volgeva a un fine costante
l'ambizione della casa. E quest'uomo conosceva la Francia, conosceva i
sentimenti cattolici e l'attaccamento ai ricordi militari della
popolazione delle campagne, ed era risoluto a conquistarsi l'ubbidienza
tacita della borghesia, e a prendere la difesa delle moltitudini e
legarle alla propria casa coi benefizi del lavoro.
VI.
Per intendere l'importanza di queste moltitudini e le loro ascendenti
pretese, occorre gettare un'occhiata al movimento intellettuale del
tempo. Laddove l'istruzione casalinga e il tremacuore poliziesco del
buon tempo antico propendevano ad attribuire alla potenza rivoluzionaria
dell'idea un'importanza maggiore della vera, oggigiorno l'indagine
storica mondiale ha già da un pezzo compreso, che le grandi rivoluzioni
sono di regola provocate dal conflitto degl'interessi sociali, e, lieta
di tale scoperta, è molto incline a tenere in mediocre conto l'efficacia
del pensiero politico. Solo che anche nella vita dei popoli il corpo e
l'anima non sono separabili; e la connessione storica non ci si rivela,
se non quando consideriamo l'opera delle idee nella sua azione di
reciprocità con le istituzioni dello stato, con le condizioni della
società. Proprio al tempo della monarchia di luglio l'efficacia
immediatamente pratica delle idee si dimostra palmare. Le penose
condizioni dei lavoratori non avrebbero potuto da sole condurre alla
caduta del regime, se un'abbondante letteratura sempre più ribelle e
febbrile non avesse abituato il popolo a queste due idee: che il
godimento dei beni, che è il supremo bene, è destinato in misura
illimitata a ogni mortale; e che lo stato è esso solo responsabile dei
mali della società e esso solo ha il dovere di risanarli. L'una e
l'altra idea, che fornivano indubitabilmente le forze animatrici agli
scritti clamorosi del giorno, si spiegano a loro volta con le condizioni
sociali e politiche. Per un popolo dominato da una plutocrazia senza
cuore, il necessario concetto del mondo e della vita non può essere che
il grossolano materialismo: il tipo ideale di uno stato onnipotente,
governante per volere delle moltitudini e per le moltitudini, era il
figlio ingrato ma legittimo della burocrazia napoleonica.
Poche parole basteranno. Anche noi, purtroppo, abbiamo una copia fedele,
se pure sbiadita, di questo movimento francese nel nostro radicalismo
degli ultimi trenta o quarant'anni; giacché mai prima di ora, nemmeno al
tempo di Luigi XIV o della presa della Bastiglia, l'avviamento della
civiltà francese aveva esercitato sulla nostra nazionalità un'influenza
così profonda e così perniciosa. In seguito Napoleone III ha mandato
capovolto il nostro entusiasmo per la Francia; tanto che ora corriamo,
invece, il pericolo di spaccar sovente sentenze sulla lascivia dei
costumi e degli scritti dei nostri vicini, e con un'albagia farisaica,
che mal si addice alla modestia valorosa dei tedeschi. In verità, di
quegli onesti giudizi dei critici ideali sui vizi reali della Francia
odierna, giudizi che ogni tanto si pavoneggiano solennemente nelle
appendici delle nostre gazzette, noi faremmo volentieri a meno, tanto
più che cadrebbero sotto il dileggio e il riso universale, se nulla
nulla gli anonimi redattori si decidessero a rivelare il proprio
immacolato nome. Il salmo di condannazione della nuova Babilonia
francese è intonato nel modo più fragoroso dai giornali di Vienna:
proprio Vienna, che non si trova a un livello morale molto più alto di
Parigi; perché, se sul Danubio si pecca meno, vi si lavora però di gran
lunga anche meno che sulla Senna. Gli autori di siffatti quaresimali a
buon mercato dimenticano fino a qual segno noi stessi, al tempo della
giovine Germania, c'intrigammo a fondo nelle reti della sirena parigina.
Dimenticano, che il giudizio sui più delicati problemi morali dev'essere
e deve rimanere diverso secondo le varie nazionalità, non ostante il
cristianesimo e il continuo e vivo scambio mondiale. Il sangue
tumultuoso della nostra gioventù ama sedarsi tra i bicchieri e i duelli,
l'ardore dei giovani francesi nelle avventure galanti; e alla domanda,
quale di queste due debolezze nazionali riesca più rovinosa al
temperamento e al carattere non ancora formati dei giovani, non si può a
ogni caso rispondere in un modo unico, che valga egualmente per tutti
gli uomini. Comunque, noi siamo in ogni senso un popolo più austero dei
nostri vicini. Il carattere di Manon Lescaut, da quando il vecchio abate
Prévost lo modellò con incantevole grazia, è rimasto l'immortale figura
prediletta della poesia francese; e chi, non ostante qualsiasi
avversione, può misconoscere l'amabilità trasportante, l'indistruttibile
freschezza di cotesta donna? Parimente, la gioventù radicale della
monarchia di luglio, che si è accesa la testa a idee cupide e il cuore a
immagini lascive, mostra nulladimeno alcuni tratti di sacrificio
magnanimo, di eroica bravura, che fanno più difficoltoso al moralista il
suo malinconico mestiere. Ma anche il giudizio più benevolo, che
attribuisce il giusto peso alla peculiarità del genio nazionale, è
obbligato però a confessare, che la letteratura di quel tempo, sensuale,
torbida, effeminata nella sua incontentabilità messa _coquettement_ in
mostra, offre uno spettacolo desolatamente scostante. Tanto ardore
sensuale e nudità sfacciata, e così poca vera e forte passione! Tante
minacce sanguinose, e pure tanto terrore nell'animo! Querimonie tanto
rumorose contro ogni istituzione, e neppure un accenno di quella seria
coscienza riformatrice, che può sostenere il mondo vacillante e
raddirizzarlo a buon fine! Chi giudicasse la nazione da tali scritti,
dovrebbe disperare di lei. Tuttavia, come nelle opere dei giovani
tedeschi si specchiavano solo i sentimenti di una parte della nostra
nazione, parimente gli scritti del radicalismo francese non ritraggono
punto per intero la vita nazionale. E nemmeno la vita letteraria;
giacché, allato agli strepitosi agitatori d'idee del momento, procedeva
silenzioso e diligente, se pure meno importante che in Germania, lo
schietto e solido lavoro scientifico.
Il carattere prosaico del nuovo regime addusse una depressione
precipitosa della vita artistica. I saloni intellettuali del vecchio
tempo chiusero le porte l'uno dietro l'altro; l'aria in cui respira lo
spirito diventò sempre più rarefatta in quella società tiranneggiata
dall'industria e dal commercio e dalle passioni della vita pubblica. Il
mondo turbolento non lascia più spazio alcuno alla produzione
schiettamente artistica; la tendenza, la lotta del giorno trascina fuori
della via della pace tutti i poeti, anche l'unica tempra di gran poeta,
che apparve in quei giorni: Giorgio Sand. Era passato il tempo, che
Béranger dava la soia al Marquis de Carabas e cantava a scherno della
nobiltà il ritornello _je suis vilain et très-vilain_. Adesso la lotta
della gioventù era volta contro le classi medie, e coscriveva i
combattenti sia nei palazzi della parrocchia di Santa Clotilde, sia nei
trivi del sobborgo Sant'Antonio. La recente amicizia tra Chateaubriand e
Béranger fu a ragione presentata come il segno dei tempi mutati: i
sognamenti radicali di Lamartine sono suscitati la più parte dalla
ripugnanza del gentiluomo pei bottegai. Pareva come se nella società i
più alti e i più bassi volessero ribellarsi di conserva; e perciò
gl'irriflessivi ne cavarono la precipitosa conclusione, che la monarchia
di luglio fosse davvero un regime del giusto mezzo. Cotesti elementi
variamente misti dell'opposizione s'impadronirono prontamente
dell'assoluto dominio della letteratura; e ogni legge repressiva dello
stato rinvigorì la loro forza e la loro rabbia. La lotta contro le
istituzioni divenne una moda; _cela posait dans le monde_.
Certo, soltanto l'antico regime sotto Luigi XVI ha durato assalti in
così gran numero e trovato difensori così scarsi, come la monarchia di
luglio; e l'opposizione, ora, si lanciava al sovvertimento dello stato
con una consapevolezza impareggiabilmente più chiara che non ai tempi di
Beaumarchais. Considera la ribellione come un sacro diritto; una
rivoluzione della coscienza, del disprezzo seguirà le rivoluzioni della
libertà e della gloria. Chi è in rapporto col governo, incorre nella
taccia di corruzione; perfino Rossi, il patriota italiano, un martire
della libertà, non fu risparmiato dall'ira delle gazzette né dalla
grossolanità degli studenti, perché era stato chiamato alla cattedra da
Guizot. Dilettanti e naturalisti dànno alla stampa l'intonazione: in
questo stato la classe dirigente è solo la burocrazia. Chi ne è fuori e
paga le imposte, non sa e non vuol sapere come appare il mondo visto
dall'alto. L'opposizione non cercò mai di considerare le cose mettendosi
dal posto del governo, e di ponderare le condizioni che rendono
possibile l'azione del governare; e perciò le mancava il primo
presupposto di ogni pubblicistica feconda. Non appena un liberale faceva
da ministro le esperienze che solo da quel posto gli era dato
raccogliere, e moderava in conseguenza le sue opinioni di partito, lì
per lì veniva battezzato traditore. E nella storia degli stati
monarchici è semplicemente senza esempio lo sterminio di vituperii, che
fu rovesciato sulla persona del re. Quando il re con atto non da
sovrano, e contro le antiche tradizioni legittime della corona, condusse
le pratiche per apparire di aver donato i propri beni ai figli, ebbene,
non fu meno ignobile il castigo che gliene diede Timone Cormenin coi
suoi scritti velenosi e incendiari. Il monarca non deve mai badare ai
suoi privati diritti: quando il re, per proteggere la moglie da qualche
nuovo tentativo d'irruzione di plebe, fece fare la cancellata di fianco
al giardino delle Tuileries, Béranger gli lanciò la canzone:
_Pauvre ouvrier, on n'est plus sous l'empire,
on n'entre pas dans le palais des rois._