Il principe si fece avanti in questa società scomposta, bramosa di

ordine, con l'irremovibile fede, che soltanto la tirannide popolare

poteva giovarle, e questa soltanto fosse legittima. Come un tempo

l'imperatore appena eletto s'impose ai suoi deputati dicendo: «io ho un

titolo di diritto, voi non ne avete alcuno!» così ora il nipote

parafrasò: «l'erede di un governo eletto da quattro milioni di cittadini

non può inchinarsi a un re eletto da duecento deputati». In mezzo a un

mondo afflitto da mille dubbi scettici il napoleonide camminava con la

sicurezza di un sonnambulo. Aveva fede in sé stesso e nell'assolutismo

militare al quale attribuiva la rinomanza dell'idea napoleonica. Questa

idea risorgerebbe dalle ceneri in conformità di un divino esempio: la

fede politica, come la religiosa, ha avuto i suoi martiri; egli, come in

quella, sarebbe l'apostolo e avrebbe il suo regno. Egli direbbe ai

francesi come san Remigio disse al re dei Franchi: «giù il capo, o

Sicambro! Brucia ciò che adori, e adora ciò che hai bruciato!». Il

principe viveva e respirava in questo cerchio d'idee; quando riportava

il discorso sull'imperatore, pareva sovente che un'allucinazione

s'impadronisse di quel cervello freddo. Nei giorni del trasporto funebre

da Neuilly a Parigi, il nipote indirizzò una lettera allo zio. Gli parla

come a un vivo, gli dà del _Sire_ e del _Voi_; e dipinge i potenti del

giorno atteggiati in palese ad onorare l'eroe e in segreto a pregare: «O

Dio, non lo svegliare!», a raccogliere la giovine armata, ma a dirle:

«Incrociate le braccia!», a rinnovare il tricolore ma non le aquile, a

rispettare il morto ma a gittarne in carcere l'erede; e vede infine

l'imperatore chinarsi sul nipote a confortarlo: «Tu soffri per me, io

son contento di te!».

La sua speciale situazione indusse il pretendente ad assumere

l'attitudine di consumarsi in cieca e incondizionata ammirazione davanti

all'imperatore. Le più stupide fole della leggenda napoleonica furono

fedelmente rimesse in voga, giacché questo cinico sapeva, che qualunque

bugia ostinatamente ripetuta finisce con l'essere creduta dalle

moltitudini irriflessive. Si rivolge primieramente ai popoli del Danubio

e della Sprea e dice loro, che avrebbero adorato il benefattore già

ripagato d'ingratitudine, e che tutte le nazioni libere avrebbero

ripristinata l'opera dell'imperatore. Tutto ciò non è menomamente più

disonesto della grande maggioranza degli scritti di partito francesi; il

principe, anzi, parla più lealmente di Guizot, perché a suo vantaggio

torna la stessa duplicità di aspetto del bonapartismo: egli può o vuole

vedere soltanto un lato dell'azione napoleonica. La Francia ringiovanita

dalla Rivoluzione e organizzata dall'imperatore; Napoleone, vero

rappresentante, esecutore testamentario della Rivoluzione, mediatore tra

due secoli, tra la monarchia e la democrazia; l'eroe che ha disciplinato

e perciò compiuta l'eguaglianza, che ha preparata la libertà; il soldato

plebeo che ha fondato un regime difenditivo e democratico: son questi i

principii fondamentali universalmente noti della dottrina

neonapoleonica, e ognuno contiene una mezza verità. Chi legge tra le

righe si avvede subito, che il principe conosce gli errori che portarono

lo zio a rovina, ma che non li riconosce. Di un rinnovamento della

monarchia universale non si parla affatto. Anche nella vita interna

dello stato il pretendente ripudia la cruda forma di dispotismo che si

manifestò nell'impero, e vuol tornare al suo ideale, che è la

costituzione consolare. Egli concede, che Napoleone ha portato a termine

soltanto la rivoluzione sociale, non la politica, ed evita puramente la

questione, se sul terreno della dittatura consolare sia possibile in

generale la formazione progressiva della libertà politica.

Il principe Luigi non ha menomamente disdegnato le male arti usate da

tutti i pretendenti, e il rumore, che va connesso con quel mestiere;

nulladimeno non si può affermare, che egli in sostanza abbia illuso il

suo popolo con fragorose promesse. La costituzione che diede ai francesi

il 14 gennaio 1852 è effettivamente un calco della costituzione

consolare; nella prefazione, che vi è preposta, le tesi principali

sostenute negli scritti del pretendente ritornano quasi a parola. Una

siffatta coerenza è rara nella vita di uno statista duramente incalzato

dalla spinta delle cose. Anche noi avversari dobbiamo stimare la

sicurezza di coscienza, che mosse l'imperatore a ripubblicare inalterati

i suoi scritti giovanili. S'intende, che qualche punto nero è

tralasciato; per esempio, l'umile lettera a Luigi Filippo. Ma in

complesso l'imperatore può vantarsi, che l'uomo mantiene ciò che il

giovine promise. Il principe non dispensa mai, nemmeno negli articoli di

gazzetta fatti per accarezzare il favore delle moltitudini, mai una

parola di lode alle idee parlamentaristiche del suo tempo. Come lo zio

lascia al mondo la scelta tra i cosacchi e la repubblica, così il

nipote fra i governi di oggigiorno esalta, come coerenti e coscienti,

solo la Russia e l'America del Nord. Egli vuole alla cima dello stato un

capo personalmente responsabile, che diriga l'amministrazione per mezzo

di tecnici, di specialisti, e non già di capiparte. Il parlamentarismo è

deriso come il dominio dei retori; le sue lotte di partito sono

altrettanto vuote di contenuto, quanto furono un tempo le dispute

dommatiche del medioevo; e non porta la libertà, ma il governo di una

oligarchia privilegiata, alla maniera inglese. Quest'abile

argomentazione sofistica non poteva fallire il colpo sul lettore

francese; e trovava un sostegno solido nelle condizioni del paese sotto

il dominio della borghesia. Non meno recisamente il principe si volse,

con odio napoleonico, contro le vedute aristocratiche del mondo feudale:

ché, anzi, nella sua storia dell'artiglieria non si tiene dal flagellare

l'antica nobiltà francese, che un tempo aveva messo in burla la nuova

arma borghese e l'aveva buttata via dal campo.

Non rimane dubbio, dunque, che il suo scopo sia la monarchia

rivoluzionaria, eletta dal popolo sovrano, sollecita della sorte degli

umili, sempre pronta a gittare nella bilancia la spada di Brenno in ogni

causa della civiltà. Quanto ai mezzi per stabilire cotesta corona

democratica, egli si esprime con perspicua chiarezza: un colpo di stato

come quello del 18 brumaio non può essere elevato a principio (ma chi

mai in tutto il mondo aveva riguardato come principio le brutalità del

brumaio?); ma in determinati casi può essere necessario. Quando il

principe tratteggia all'occasione l'immagine seducente della libertà,

noi siamo indotti a confessare francamente, che egli sospinge cotesto

coronamento dell'edifizio a una lontananza indefinita e vaporosa. Nei

suoi primi scritti già aveva detto: è dolce sognare un dominio della

virtù; se il Reno fosse semplicemente un mare; e così via. E più tardi

egli afferma, che la libertà allora sarebbe possibile, quando i partiti

fossero finiti, consolidati l'ordine e l'eguaglianza, rieducato a nuovo

lo spirito pubblico, rinvigorito il sentimento religioso e nati nuovi

costumi!

E così anche questo cervello freddo cade nell'eterna velleità di tutti

gli assolutisti, quasi che l'educazione alla libertà fosse possibile

altrimenti che mercé la stessa libertà. Per contro, rispetto ai problemi

dell'amministrazione mostra una rara imparzialità. Nello stesso modo

come, giovane appena di venticinque anni, in un acuto saggio sulla

Svizzera fece, contro il fanatismo allora in voga per la repubblica,

l'ardita osservazione: «la repubblica non è un principio, è una forma di

stato come le altre, e non offre per sé stessa nessuna garanzia per la

libertà»; così pure sa apprezzare spassionatamente i vantaggi degli

altri stati, quando non si movono in senso direttamente opposto al

proprio sistema. Egli loda in Inghilterra la libertà personale, il

movimento in nulla intralciato delle associazioni, la sicurezza della

legge. Ammira in Prussia l'autonomia dei comuni, la schietta istruzione

popolare e sopra tutto, esaltato a parole anche dallo zio, quel servizio

militare obbligatorio e generale, che un giorno avrebbe scacciato via da

dovunque nel mondo il commercio di schiavi bianchi chiamato cambio.

Riprova la molteplice attività dello stato, come nella sua patria; è una

stoltezza, che lo stato faccia ciò a cui può o deve attendere il

privato. Arrivato al trono, il pretendente rimandò tutte queste riforme

a miglior tempo, oppure le fece cadere dopo alcune prove di assaggio: e

ciò che attraversò la via alle migliori intenzioni fu un po' il destino

di tutti i dominii violenti, un po' la natura stessa dello stato

francese. Solamente gl'irriflessivi e i leggieri accusano anche

d'ipocrisia uno statista, che offre tanti lati deboli ai rimproveri

giusti, sol perché non ha reso possibile l'impossibile. Nelle sue

contraddizioni si tradisce l'incapacità intellettuale, non già il

calcolo furbo. Acuto osservatore e non povero di buone idee, il principe

si era inviluppato troppo a fondo nelle marce abitudini mentali del

cospiratore, nelle sottilizzazioni premeditate, nel fucinare disegni.

Egli non possedeva più la forza mentale di elaborare un'idea importante

fino a cavarne le estreme conclusioni, e non si pose il quesito, come

mai i vantaggi dello stato inglese e del prussiano potessero conciliarsi

con la tirannide popolare.

Il pretendente esercita con piacere la comoda professione della critica

politica alla monarchia di luglio, principalmente a riguardo della sua

politica europea. Per lui nessuna esagerazione e nessun travisamento è

troppo volgare al suo scopo; indaga anzi con ingegnosa malizia tutte le

debolezze del sistema, e ci offre così un modello del genere, che

oggigiorno è stato ricalcato, ma con meno talento, dal duca d'Aumale.

Egli tratteggia vivacemente il modo come il governo butta nel fuoco la

gloria e i tesori del paese per venderne le ceneri! Se quello richiama

in auge i beniamini dell'imperatore, si adorna con le penne altrui; se

decora il generale Dupont, che un tempo capitolò a Baylen, esso premia

il tradimento; e così via. Cotesta polemica demagogica appare

soprattutto odiosissima, quando vien meno al rispetto dovuto alla

gravità della storia, come, per esempio, nel famoso parallelo «1688 e

1830». Il principe illustra eccellentemente la nullità di ogni dotta

comparazione; ma quando vi scambia le carte, e v'istituisce il paragone

tra il re borghese e Giacomo II, allora scoprite l'agitatore

coscientemente menzognero.

Attraverso tutte queste deformazioni rimane però indiscutibile, che il

critico affronta con una mentalità superiore gli uomini di stato della

borghesia. In uno dei suoi più celebri aforismi domanda all'uomo

politico di camminare a capo delle idee del suo tempo se non vuol

rimanerne sommerso; ma a questo proposito è innegabile, che l'imperatore

ha soddisfatto a cotesta esigenza solo per metà. Le forze

dell'idealismo, che non mancano neppure alla nostra arida età, rimasero

estranee ai napoleonidi: questo insegna oggi lo stato del secondo

impero, in cui la senescenza già invade un corpo finora gagliardo. Ma è

certo, del resto, che il pretendente ha apprezzato in modo

incomparabilmente più giusto che non il re borghese alcuni sintomi nuovi

e significantissimi nel presente moto degli spiriti. Principalmente la

importanza del quarto stato e della questione sociale. Il principe se ne

fa zelatore con la frase ampollosa: l'idea napoleonica penetra nei

tuguri non già a portarvi la dichiarazione dei diritti dell'uomo, ma a

calmare la fame e a sollevare i dolori. Cerca, mercé un lavoro intenso,

di capire la vita economica. Nei suoi saggi, però, si riscontra ben poca

scienza economica: egli è tuttora compreso delle idee protettrici dello

zio. Esalta con parole quasi ditirambiche la barbabietola e non degna di

un motto i sacrifici, che il perfezionamento tecnico dell'industria

dello zucchero di barbabietola ha imposto ai consumatori. Anche il suo

disegno di curare dall'alto, per mezzo di un'organizzazione di lavoro,

la miseria popolare, e di elevare la società dei poveri alla più ricca

associazione della Francia, attesta la sua scarsa esperienza. Ciò non

ostante, era non poco notevole, che il pretendente prendesse parte così

viva alle sofferenze delle popolazioni; e ciò tanto più in un tempo, in

cui fra tutta l'alta nobiltà europea solamente il principe Oscar di

Svezia e il principe Alberto d'Inghilterra intendevano la profonda

gravità di siffatte questioni. L'amico del quarto stato poteva con pieno

diritto gridare alla corona del re borghese: «Voi siete condannati alla

sterilità, perché avete intelligenza, ma non avete cuore!».

Frattanto la leggenda napoleonica aveva raggiunto il fastigio. Gli

stessi uomini dell'estrema sinistra deliravano per Napoleone, e Luigi

Blanc esclamava: «l'imperatore sarebbe stato un semidio senza la sua

famiglia!». Le donne irrequiete dei napoleonidi ordivano incessantemente

nuove congiure: i principi di Canino, i discendenti ferocemente radicali

di Luciano, entrarono nelle società segrete italiane. La legge di

espulsione dei Bonaparte offrì all'opposizione alla camera gradita

materia a pompose esercitazioni oratorie. Il repubblicano Cremieux

comparve come patrono degli esiliati, e Victor Hugo vantò: «Io ho difeso

la causa dell'esilio, la causa della gloria!». Thiers e gli altri

orleanisti scontenti mantenevano con la maggior franchezza i loro

rapporti in Italia coi Bonaparte. I quali rappresentavano

infaticabilmente la vecchia parte, mandavano in una lettera d'effetto

gli ordini e le disposizioni dell'imperatore per la tomba nella chiesa

degl'Invalidi, alimentavano con piccoli doni il buon animo delle città

devote della Corsica. Quando nel 1840 si minacciò la guerra, Gerolamo si

offrì di snudare per la Francia la sua nota spada valorosa, con la

gradita espettativa, che nessuno avrebbe messo alla prova il suo

eroismo. Finalmente il re concesse al vecchio Gerolamo il permesso di un

soggiorno passeggiero. Vennero col vecchio l'infaticabile agente Pietri

e il giovine principe Napoleone, il quale dall'esercito wurtemberghese

portò in patria un fiero odio radicale contro la Germania mezzo gotica e

reazionaria. Gl'invalidi andarono in visibilio, e il vecchio generale

Petit si disfece in lagrime un giorno che il giovine, il quale

rassomigliava allo zio in modo sorprendente, s'inginocchiò a pregare

presso il sarcofago di marmo scuro. Subito Persigny nel segreto del

carcere si diede da fare, perché il giovine Las Casas come deputato

facesse già qualche cosa in pubblico pel ristabilimento dell'impero. I

maneggi segreti di Walewski e del signor di Morny passarono affatto

inosservati. Questo fratellastro di Luigi Bonaparte era riguardato alla

corte semplicemente come un fanatico allevatore di cavalli; col fatto

teneva in mano tutte le fila della cospirazione. Tutto ciò importava

poco. Ma un pretendente accorto, che fondava sull'incosciente forza di

volontà di Morny, aspettava la propria ora e volgeva a un fine costante

l'ambizione della casa. E quest'uomo conosceva la Francia, conosceva i

sentimenti cattolici e l'attaccamento ai ricordi militari della

popolazione delle campagne, ed era risoluto a conquistarsi l'ubbidienza

tacita della borghesia, e a prendere la difesa delle moltitudini e

legarle alla propria casa coi benefizi del lavoro.

VI.

Per intendere l'importanza di queste moltitudini e le loro ascendenti

pretese, occorre gettare un'occhiata al movimento intellettuale del

tempo. Laddove l'istruzione casalinga e il tremacuore poliziesco del

buon tempo antico propendevano ad attribuire alla potenza rivoluzionaria

dell'idea un'importanza maggiore della vera, oggigiorno l'indagine

storica mondiale ha già da un pezzo compreso, che le grandi rivoluzioni

sono di regola provocate dal conflitto degl'interessi sociali, e, lieta

di tale scoperta, è molto incline a tenere in mediocre conto l'efficacia

del pensiero politico. Solo che anche nella vita dei popoli il corpo e

l'anima non sono separabili; e la connessione storica non ci si rivela,

se non quando consideriamo l'opera delle idee nella sua azione di

reciprocità con le istituzioni dello stato, con le condizioni della

società. Proprio al tempo della monarchia di luglio l'efficacia

immediatamente pratica delle idee si dimostra palmare. Le penose

condizioni dei lavoratori non avrebbero potuto da sole condurre alla

caduta del regime, se un'abbondante letteratura sempre più ribelle e

febbrile non avesse abituato il popolo a queste due idee: che il

godimento dei beni, che è il supremo bene, è destinato in misura

illimitata a ogni mortale; e che lo stato è esso solo responsabile dei

mali della società e esso solo ha il dovere di risanarli. L'una e

l'altra idea, che fornivano indubitabilmente le forze animatrici agli

scritti clamorosi del giorno, si spiegano a loro volta con le condizioni

sociali e politiche. Per un popolo dominato da una plutocrazia senza

cuore, il necessario concetto del mondo e della vita non può essere che

il grossolano materialismo: il tipo ideale di uno stato onnipotente,

governante per volere delle moltitudini e per le moltitudini, era il

figlio ingrato ma legittimo della burocrazia napoleonica.

Poche parole basteranno. Anche noi, purtroppo, abbiamo una copia fedele,

se pure sbiadita, di questo movimento francese nel nostro radicalismo

degli ultimi trenta o quarant'anni; giacché mai prima di ora, nemmeno al

tempo di Luigi XIV o della presa della Bastiglia, l'avviamento della

civiltà francese aveva esercitato sulla nostra nazionalità un'influenza

così profonda e così perniciosa. In seguito Napoleone III ha mandato

capovolto il nostro entusiasmo per la Francia; tanto che ora corriamo,

invece, il pericolo di spaccar sovente sentenze sulla lascivia dei

costumi e degli scritti dei nostri vicini, e con un'albagia farisaica,

che mal si addice alla modestia valorosa dei tedeschi. In verità, di

quegli onesti giudizi dei critici ideali sui vizi reali della Francia

odierna, giudizi che ogni tanto si pavoneggiano solennemente nelle

appendici delle nostre gazzette, noi faremmo volentieri a meno, tanto

più che cadrebbero sotto il dileggio e il riso universale, se nulla

nulla gli anonimi redattori si decidessero a rivelare il proprio

immacolato nome. Il salmo di condannazione della nuova Babilonia

francese è intonato nel modo più fragoroso dai giornali di Vienna:

proprio Vienna, che non si trova a un livello morale molto più alto di

Parigi; perché, se sul Danubio si pecca meno, vi si lavora però di gran

lunga anche meno che sulla Senna. Gli autori di siffatti quaresimali a

buon mercato dimenticano fino a qual segno noi stessi, al tempo della

giovine Germania, c'intrigammo a fondo nelle reti della sirena parigina.

Dimenticano, che il giudizio sui più delicati problemi morali dev'essere

e deve rimanere diverso secondo le varie nazionalità, non ostante il

cristianesimo e il continuo e vivo scambio mondiale. Il sangue

tumultuoso della nostra gioventù ama sedarsi tra i bicchieri e i duelli,

l'ardore dei giovani francesi nelle avventure galanti; e alla domanda,

quale di queste due debolezze nazionali riesca più rovinosa al

temperamento e al carattere non ancora formati dei giovani, non si può a

ogni caso rispondere in un modo unico, che valga egualmente per tutti

gli uomini. Comunque, noi siamo in ogni senso un popolo più austero dei

nostri vicini. Il carattere di Manon Lescaut, da quando il vecchio abate

Prévost lo modellò con incantevole grazia, è rimasto l'immortale figura

prediletta della poesia francese; e chi, non ostante qualsiasi

avversione, può misconoscere l'amabilità trasportante, l'indistruttibile

freschezza di cotesta donna? Parimente, la gioventù radicale della

monarchia di luglio, che si è accesa la testa a idee cupide e il cuore a

immagini lascive, mostra nulladimeno alcuni tratti di sacrificio

magnanimo, di eroica bravura, che fanno più difficoltoso al moralista il

suo malinconico mestiere. Ma anche il giudizio più benevolo, che

attribuisce il giusto peso alla peculiarità del genio nazionale, è

obbligato però a confessare, che la letteratura di quel tempo, sensuale,

torbida, effeminata nella sua incontentabilità messa _coquettement_ in

mostra, offre uno spettacolo desolatamente scostante. Tanto ardore

sensuale e nudità sfacciata, e così poca vera e forte passione! Tante

minacce sanguinose, e pure tanto terrore nell'animo! Querimonie tanto

rumorose contro ogni istituzione, e neppure un accenno di quella seria

coscienza riformatrice, che può sostenere il mondo vacillante e

raddirizzarlo a buon fine! Chi giudicasse la nazione da tali scritti,

dovrebbe disperare di lei. Tuttavia, come nelle opere dei giovani

tedeschi si specchiavano solo i sentimenti di una parte della nostra

nazione, parimente gli scritti del radicalismo francese non ritraggono

punto per intero la vita nazionale. E nemmeno la vita letteraria;

giacché, allato agli strepitosi agitatori d'idee del momento, procedeva

silenzioso e diligente, se pure meno importante che in Germania, lo

schietto e solido lavoro scientifico.

Il carattere prosaico del nuovo regime addusse una depressione

precipitosa della vita artistica. I saloni intellettuali del vecchio

tempo chiusero le porte l'uno dietro l'altro; l'aria in cui respira lo

spirito diventò sempre più rarefatta in quella società tiranneggiata

dall'industria e dal commercio e dalle passioni della vita pubblica. Il

mondo turbolento non lascia più spazio alcuno alla produzione

schiettamente artistica; la tendenza, la lotta del giorno trascina fuori

della via della pace tutti i poeti, anche l'unica tempra di gran poeta,

che apparve in quei giorni: Giorgio Sand. Era passato il tempo, che

Béranger dava la soia al Marquis de Carabas e cantava a scherno della

nobiltà il ritornello _je suis vilain et très-vilain_. Adesso la lotta

della gioventù era volta contro le classi medie, e coscriveva i

combattenti sia nei palazzi della parrocchia di Santa Clotilde, sia nei

trivi del sobborgo Sant'Antonio. La recente amicizia tra Chateaubriand e

Béranger fu a ragione presentata come il segno dei tempi mutati: i

sognamenti radicali di Lamartine sono suscitati la più parte dalla

ripugnanza del gentiluomo pei bottegai. Pareva come se nella società i

più alti e i più bassi volessero ribellarsi di conserva; e perciò

gl'irriflessivi ne cavarono la precipitosa conclusione, che la monarchia

di luglio fosse davvero un regime del giusto mezzo. Cotesti elementi

variamente misti dell'opposizione s'impadronirono prontamente

dell'assoluto dominio della letteratura; e ogni legge repressiva dello

stato rinvigorì la loro forza e la loro rabbia. La lotta contro le

istituzioni divenne una moda; _cela posait dans le monde_.

Certo, soltanto l'antico regime sotto Luigi XVI ha durato assalti in

così gran numero e trovato difensori così scarsi, come la monarchia di

luglio; e l'opposizione, ora, si lanciava al sovvertimento dello stato

con una consapevolezza impareggiabilmente più chiara che non ai tempi di

Beaumarchais. Considera la ribellione come un sacro diritto; una

rivoluzione della coscienza, del disprezzo seguirà le rivoluzioni della

libertà e della gloria. Chi è in rapporto col governo, incorre nella

taccia di corruzione; perfino Rossi, il patriota italiano, un martire

della libertà, non fu risparmiato dall'ira delle gazzette né dalla

grossolanità degli studenti, perché era stato chiamato alla cattedra da

Guizot. Dilettanti e naturalisti dànno alla stampa l'intonazione: in

questo stato la classe dirigente è solo la burocrazia. Chi ne è fuori e

paga le imposte, non sa e non vuol sapere come appare il mondo visto

dall'alto. L'opposizione non cercò mai di considerare le cose mettendosi

dal posto del governo, e di ponderare le condizioni che rendono

possibile l'azione del governare; e perciò le mancava il primo

presupposto di ogni pubblicistica feconda. Non appena un liberale faceva

da ministro le esperienze che solo da quel posto gli era dato

raccogliere, e moderava in conseguenza le sue opinioni di partito, lì

per lì veniva battezzato traditore. E nella storia degli stati

monarchici è semplicemente senza esempio lo sterminio di vituperii, che

fu rovesciato sulla persona del re. Quando il re con atto non da

sovrano, e contro le antiche tradizioni legittime della corona, condusse

le pratiche per apparire di aver donato i propri beni ai figli, ebbene,

non fu meno ignobile il castigo che gliene diede Timone Cormenin coi

suoi scritti velenosi e incendiari. Il monarca non deve mai badare ai

suoi privati diritti: quando il re, per proteggere la moglie da qualche

nuovo tentativo d'irruzione di plebe, fece fare la cancellata di fianco

al giardino delle Tuileries, Béranger gli lanciò la canzone:

_Pauvre ouvrier, on n'est plus sous l'empire,

on n'entre pas dans le palais des rois._

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 1 · 第 19 / 21 段