sorriso, quando il re fece officiare il gabinetto inglese per la
consegna del cadavere dell'imperatore. Il nipote di Filippo Égalité
riconduceva le ceneri dell'imperatore alle rive della Senna, dove
l'esule aveva bramato di riposare. Centomila persone coprivano in
silenzio, serrate le une alle altre dal rigore invernale, l'ampia strada
da Neuilly a Parigi, e ancora una volta risorse dalla tomba lo splendore
di un giorno unico. Allato alla bara dell'imperatore procedevano gli
uomini di Sant'Elena, i Gourgaud, Bertrand, Las Casas; i cappotti chiusi
dei veterani ecclissavano gli abiti dorati dei potenti del piccolo oggi,
e i cannoni delle batterie napoleoniche, trofei del nemico, salutavano
col loro rimbombo l'imperatore che entrava tra i suoi invalidi. La
stessa sera Guizot soddisfatto scrisse al conte Mounier: «è stata una
pura teatralità!». E già prima il ministro Du Chatel aveva compendiato
il terribile accecamento del governo nelle parole: «A questa nuova
monarchia, che per la prima ha assembrato e soddisfatto tutta la potenza
e tutti i desiderii della Rivoluzione, incombe in verità l'obbligo di
erigere il monumento e il sepolcro di un eroe nazionale, e di onorarlo
senza tema alcuna. Perché solo una cosa esiste, una unica cosa, la quale
non ha nulla a temere dal paragone con la gloria; ed è la libertà». Oh,
senza dubbio: solo la libertà non aveva nulla a temere da quell'ombra!
Frattanto il duca di Reichstadt era morto. Dopo le giornate di luglio
Giuseppe Bonaparte aveva invano tempestato di lettere l'imperatore
Francesco, Maria Luisa, Metternich e in fine anche il giovine Napoleone,
per domandar loro il ristabilimento dell'impero. E invano la marchesa
Napoleona Camerata fece nello stesso torno di tempo un viaggio a Vienna,
a scongiurare il figlio dell'imperatore di erigersi a condottiero della
Francia rivoluzionaria «con la mente volta a quella lotta mortale, con
cui i sovrani dell'Europa avevano fatto espiare al padre il delitto di
essere stato con loro troppo magnanimo». Il gabinetto di Vienna congedò
l'esaltata, la quale non ricevé più udienza dal giovine legittimista
della casa Bonaparte. Perché fra le tante notizie terrifiche di quei
giorni agitati, nessuna lo aveva così profondamente scosso come
l'annunzio, che sua madre era dovuta fuggire da Parma, cacciata dalla
rivoluzione. Egli apparve in lacrime davanti al nonno; voleva marciare,
correre a riconquistare con le truppe austriache l'ultima zolla di
terra, che era rimasta di Napoleone al nome napoleonico. L'imperatore lo
respinse, il principe finì in affanno e dolore; e il libro del
legittimista Montbel descrisse ai francesi la straziante infelicità di
quella giovine esistenza. Ma nello stesso tempo in cui Napoleone II
voleva combattere per sua madre, i figli di Ortensia alzarono la
bandiera del tricolore italiano. Per loro Maria Luisa era puramente la
perfida austriaca. Il principe Napoleone invitò il papa a rinunziare al
potere temporale; e fu questa l'occasione in cui il destino del suo
minor fratello Luigi s'incontrò per la prima volta con quello di Pio IX:
il giovine vescovo Mastai Ferretti tenne arditamente testa ai volontari.
Il movimento fu domato, il principe Napoleone fu portato via da una
improvvisa malattia. L'altro fratello era fuggito; e si affrettava a
correre in aiuto della rivoluzione polacca, quando sulla via lo
raggiunse la nuova della caduta di Varsavia. In seguito, morti il
fratello e il cugino, rimase pei bonapartisti il legittimo erede del
trono imperiale. Assunse il nome di Napoleone: «un grave peso», confessa
egli medesimo; «ma io saprò portarlo!». La sua ambizione è ricondotta
sulla Francia per le vie del radicalismo cosmopolita; perciò egli si
guarda bene di assumere il contegno dispotico del cugino. Ormai per lo
spazio di sedici anni il bonapartismo agita l'arma demagogica, ed
esercita la sua influenza come alleato della rivoluzione.
V.
Il principe Luigi attraverso gli ultimi anni dell'impero aveva
acquistato una coscienza alquanto più chiara che non il suo disgraziato
cugino: egli sedeva con sua madre dietro l'imperatore quando nei cento
giorni fu pomposamente celebrata sul campo di maggio l'ultima grande
solennità dell'impero. In seguito, la vita provvisoria del profugo lo
indurò alle difficoltà finanziarie, alla strategia dei debiti. Il
giovine che da fanciullo aveva visto i genitori divisi dall'infedeltà e
dall'incompatibilità, era necessariamente portato a farsi un'opinione
cinica degli uomini. Non per questo, però, la vita di questo giovine era
del tutto nuda di sentimento; giacché sul fanciullo vegliava la
tenerezza di una madre piena d'ingegno, dotata di animo gagliardo
sebbene priva di senso morale, agitata da un ardente entusiasmo per
l'impero. Come la più parte degli uomini notevoli, egli doveva a sua
madre la sostanza migliore della vita. Questo principe, in contrasto
reciso con l'impetuosità del duca di Reichstadt, palesò di buon'ora un
temperamento flemmatico, quasi che nelle vene gli fluisse sangue
olandese; e appunto cotesta indole non francese, la quale non esclude
menomamente passioni vigorose e tenaci, lo fece atto a osservare
spregiudicatamente la nazione francese, come se gli fosse straniera.
Conobbe nella dotta scuola di Augusta l'idealismo della nostra
educazione classica, a Roma la maestà del mondo antico; ma alla sua
natura fredda era affatto ignota la fantasia rovente, che un tempo
incatenò irresistibilmente lo zio agli eroi di Plutarco. Egli apprese a
conoscere l'antichità nel modo come apprendeva ogni altra cosa, vale a
dire con intelligenza lenta, ma forte e sicura; e negli anni maturi
compose da dilettante alcuni scritti di storia antica, in cui il culto
dei Cesari costituisce il domma del suo sistema politico. Solo che non
gli è mai riuscito di penetrare veracemente nello spirito
dell'antichità, e di comprendere a fondo le forze divine operanti nella
storia. Fin dal principio egli è stato un uomo unilateralmente moderno,
una testa savia ma senza impeti geniali, avendo dedicato la facoltà
migliore del suo ingegno alle scienze esatte, all'osservazione del
presente.
Ogni rapporto con un giovine così chiuso tornava un po' imbarazzante
alle nature semplici, graduali, come per esempio il bravo vescovo
Wessenberg. Chi guardava più sotto, come il generale Dufour, ravvisava,
dietro il riserbo tranquillo e dolce, una perseveranza ferrea; e non
tardava a sperimentare, che il principe era effettivamente quello che lo
zio chiamava _un homme carré_, e che l'arditezza dei suoi disegni faceva
equilibrio con la tenacia della sua volontà. Aveva imparato per tempo ad
ascoltare tranquillamente consigli da ogni parte e in fine a seguire il
proprio. Quando la madre perplessa tentò di stornarlo dai suoi disegni,
il figlio amorosissimo si rivelò come il _doux entêté_. La madre lo
richiamava invano a non principiare come un avventuriero, ma ad
attendere l'appello della volontà popolare, come lo zio, e a ristabilire
l'ordine con la forza del suo nome magico. Una credenza fatalistica
nella sua stella, potente come un'idea fissa, si era impadronita di
quella testa fredda. L'impazienza dell'ambizione lo buttò capofitto
nella rivoluzione di Romagna: il giovine soldato vi apparve in
atteggiamento abbastanza guascone, su un destriero in gualdrappa bianca,
rossa e verde; mentre suo fratello parlava minaccioso della forza
invincibile che li seguiva. La conseguenza naturale di questa levata di
scudi fu l'espulsione di tutti i Bonaparte da Roma. Seguì il misterioso
soggiorno a Parigi, durante il quale il principe iniziò la trama di una
congiura, almeno a quanto afferma solennemente il duca d'Aumale; e ne
prese conoscenza e animo per avere a vile la debolezza del nuovo regime.
La madre si rifiutò di comprare con la rinunzia al suo gran nome la
libera dimora del figlio in Francia. Talché, dopo una breve fermata a
Boulogne e una visita al monumento di Napoleone sui campi dove un giorno
si era adunato l'esercito di Austerlitz, si ritornò allo spatriamento.
Ma le fila della propaganda democratica arrivavano anche alla quieta
Arenenberg. Il principe si teneva in relazione coi profughi polacchi,
tra le cui fila aveva testé combattuto il suo parente Walewski. Egli era
«superbo di essere annoverato tra gli sbanditi, perché oggi l'esilio è
la sorte di tutte le anime nobili». S'illuse ai sogni filellenici, e
plaudì a ogni moto che minacciò di lacerare il trattato del 1815. Di
tanto in tanto arrivava da Parigi qualche malcontento, e recava al
napoleonide il promettente saluto gridatogli dal vecchio Chateaubriand:
«il passato ritorna, per salutare il futuro».
Il principe aveva sempre curato di procurarsi amici fedeli e di legare a
sé l'_entourage_ in cieca sommissione: la fortuna ora gli conduceva
l'amico più fido e più devoto, Fialin Persigny. Per dare ai lettori
un'idea dello stile seguito dal bonapartismo nella fabbricazione delle
sue favole, nella sua mitificazione, menzioniamo l'edificante istoria,
la quale racconta il come cotesto Saulo si convertì in napoleonico
Paulo. Il signor Giuseppe de la Roa nella sua officiosa biografia del
duca di Persigny ci ha dato pel primo il racconto meraviglioso, e poi il
signor Véron ce lo ha particolareggiato con doverosa commozione. Il
giovine scapigliato, che nell'armata di pace del re borghese non poteva
stare alle mosse, conobbe in un suo viaggio nella Svevia una dama, e
fissò con lei un appuntamento a Ludwigsburg. Il giorno stabilito,
mentre ebbro di amore faceva sferzare i cavalli che lo portavano al
convegno, tutt'a un tratto il suo cocchiere svevo con gioia improvvisa
agitò in aria il cappello e gridò, in francese, s'intende: _Vive
Napoléon!_ Rasente, in vettura, era passato un giovine cadetto
wurtemberghese, dalla fisonomia napoleonica: uno dei figli di Gerolamo.
Il grido colpì come un fulmine il giovine immerso nei suoi sogni.
«Come?» si domandò: «questi barbari svevi vanno in visibilio al nome
dell'imperatore, e noi francesi...?!». Il convegno e l'ora felice sono
dimenticati: egli passa tutta la notte all'aria aperta, tra meditando e
sognando. Come spuntò il giorno, la sua decisione era presa: egli doveva
essere il Loyola della religione napoleonica. Di follia ne aveva
abbastanza. È fuori dubbio però, che d'allora in poi il giovine lavorò
al ristabilimento dell'impero con la passione e la pertinacia di un
fanatico. Fondò una rassegna bonapartista, di cui potè portare a termine
un solo numero, presentò al re Giuseppe una memoria sul rinnovamento del
partito bonapartista, che presso di lui trovò tepido consenso; per
contro ebbe ardita diffusione da Luigi d'Olanda. Alla fine si affrettò a
recarsi ad Arenenberg, dove capitò proprio quando la casa principesca
era piena di preparativi nuziali. Il pretendente voleva sposare sua
cugina, la vezzosa e poco morale principessa Matilde, e intanto si
affaticava nel cómpito ingrato di educare il suo futuro cognato, il
principe Napoleone. Ma dopo l'arrivo di Persigny abbandonò il suo
disegno di matrimonio: i due compagni di fede s'intesero immediatamente,
e si misero insieme a covare la pazza idea del colpo di mano di
Strasburgo.
Il nipote aveva volentieri alle labbra l'insegnamento dello zio: «in
ogni intrapresa bisogna assegnare un terzo al caso e due terzi al
calcolo»; ma non seppe applicarlo. Presentiva forse il principe, che a
Parigi meno che altrove avrebbe potuto sperare partigiani e contarvi? O
lo accecava l'evento abbagliante, ma purtroppo eccezionale, dei cento
giorni? Comunque sia, egli in un paese del tutto accentrato si arrisicò
a principiare proprio dalla provincia il cambiamento rivoluzionario del
regime. Un tempo, a Tolone, il quarto reggimento di artiglieria aveva
cooperato alla gloria incipiente del suo capitano Bonaparte, e durante i
cento giorni fu dato a Grenoble il segnale della diffalta dell'esercito
dai Borboni. Il principe non dubitava che questi vecchi ricordi
vivessero cocenti nell'anima dell'esercito come nella sua; credeva che
il suo solo apparire in divisa imperiale avrebbe trascinato i cannonieri
a venir meno al giuramento. Il colpo pazzamente temerario finì in modo
ridicolo, ma le corti di Parigi e di Vienna ebbero un tremito di
angoscioso terrore. Giacché nello stesso tempo fu scoperta tra gli
ussari a Vendôme una congiura repubblicana, di cui probabilmente il
principe aveva avuto prenozione; e poi, per giunta, i giurati alsaziani
pronunziarono tra gli applausi scroscianti del pubblico l'assoluzione
dei complici del pretendente. Il fanatismo di eguaglianza di questo
popolo stimò lodevole lo spergiuro della giuria, perché il reo
principale era stato graziato. Del rimanente, la popolazione guardò
l'attentato con una indifferenza, che, se il principe vi avesse
riflettuto più scaltramente, avrebbe dovuto incorarlo piuttosto che
scoraggiarlo: giacché una congiura siffattamente frivola e scapigliata,
sotto un altro governo, sotto un governo radicato nel popolo, avrebbe
sollevato un uragano d'indignazione.
In un momento di debolezza il prigioniero mandò a Luigi Filippo una
lettera dimessa; e nella solitudine del carcere gli risorse una
reminiscenza sentimentale degli anni di scuola in terra tedesca. Egli
tradusse l'_Ideale_ di Schiller: «io vidi le sacre ghirlande della
gloria profanate da una fronte volgare», vale a dire, quella di Luigi
Filippo. E non si convertì affatto: «resto fermo nella mia fede»,
scrisse alla madre, «e non mi curo dei clamori plebei». Persigny, poi,
proclamò baldanzosamente, che la Francia un giorno si sarebbe pentita di
essere rimasta sorda al grido di un Napoleone. Il principe fu
rilasciato, a condizione che emigrasse in America. Ciò non ostante, dopo
un breve intervallo ritornò in Isvizzera. E siccome il governo di luglio
esigeva il suo allontanamento e minacciava, egli s'intertenne a
tutt'agio fino a quando la sconsigliata paura dei borghesi non ebbe
restituito un po' di lustro al suo nome; e infine dichiarò pateticamente
ai confederati, che non intendeva con un più largo indugio mettere a
repentaglio la sicurezza della sua seconda patria. Si volse quindi
all'Inghilterra, dove divise il suo tempo tra il lavoro serio e i facili
godimenti, e corse rischio di sommergersi nella inanità, della comune
vita di avventura. A teatro i suoi fidi parlavano in palco con
impertinenti vanterie del grande avvenire del principe. Il piacevole
conversatore era bene accolto dalla nobiltà inglese, che però alzava le
spalle sul _dreamer of dreams_. Ma destava maggiore interesse nella
cerchia di quei cavalieri d'industria ed esimi cavalieri di ventura, i
quali, gittati sulle spiagge ospitali dalle lotte di partito del
continente, trovavano uno zelante protettore nel bizzarro e
aristocratico radicale Tommaso Duncombe, lo sportmann felicitatore di
popoli. Una disgraziata intesa venne avviata anche col pazzo Carlo di
Braunschweig; e nel torneo della nobiltà tory ad Eglinton il pretendente
fece la sua comparsa nel costume molto significativo di Guglielmo III di
Orange.
Quando gli Orléans fecero la traslazione delle ceneri dell'imperatore,
il principe e lo zio Giuseppe elevarono pubblica protesta: a chi doveva
a Waterloo la sua fortuna, non si addiceva di prendere in mano la spada
del vinto. L'entusiasmo napoleonico che percorse il paese, incoraggiò
il principe a un nuovo tentativo. Arrischiò lo sbarco di Boulogne; e
questa volta parve davvero che dovesse sparire sotto le risa del mondo.
Ma che farsa! l'aquila viva, ingegnosamente ammaestrata in altri tempi a
librarsi nelle ore solenni sul capo dell'imperatore, adesso era legata
sulla prora del vascello imperiale! E quale contrasto superlativamente
comico! l'erede di Napoleone ripescato in molle dall'acqua, e dichiarato
in arresto dalla guardia nazionale nello stesso momento in cui la Belle
Poule portava attraverso l'Oceano il duca di Joinville con le ceneri
dell'imperatore! Ma anche questa maledizione del ridicolo, che in
Francia più che in qualsiasi altro luogo riesce disastrosa, non poté in
alcun modo scorare il pretendente, che davanti ai pari dichiarò: «Io
rappresento innanzi a voi un principio, una istituzione e una disfatta.
Il principio è la sovranità popolare, l'istituzione è l'impero, la
disfatta è Waterloo. Il principio voi lo avete riconosciuto, l'impero
voi lo avete servito, la disfatta noi vogliamo vendicarla. Non esiste
alcun contrasto tra voi e me».
Il re fece tradurre ad Ham l'incorreggibile cospiratore; e fu questo un
espediente per la propria sicurezza, ma non era né un atto di
magnanimità né un segno di forza, come osservò scaltramente Berryer
nella sua difesa. Il benefizio della legge francese non era punto goduto
da chi senza sua colpa era fin dalla fanciullezza tra gli esiliati; ne
portava, all'opposto, soltanto il rigore. Gli Orléans avevano condotto
nuovamente gli sguardi del mondo sul pretendente. Durante il tempo di
tranquillo raccoglimento nella prigione, che egli stesso celebrò come il
suo corso di noviziato nella università di Ham, il principe non aveva
punto abbandonato la lotta; scrisse anzi articoli violenti nel nuovo
_Journal de l'empire_, il _Progrès du Pas de Calais_. Mantenne le
relazioni con gli amici inglesi, e conchiuse infine con Carlo di
Braunschweig un patto solenne, in forza del quale i due principi
legittimi si garantivano a vicenda il trono dei rispettivi padri e si
promettevano mutua assistenza¹. Solo che, siccome il patrimonio del
prigioniero consisteva puramente in una massa cospicua di debiti,
laddove invece il guelfo possedeva la più ricca collezione di diamanti
del mondo, evidentemente il patto leonino non significava altro, se non
che il danaro guelfo doveva essere a disposizione degl'intrighi
bonapartisti. Certo, l'avaro Braunschweig si mostrò cattivo pagatore; ma
anche il suo debitore, fedele alla rispettabilità ereditaria dei
Bonaparte, non seppe risovvenirsi dell'antico patto nei giorni della
fortuna. Frattanto la stampa di opposizione utilizzò il pretendente pei
suoi attacchi faziosi: incisioni sentimentali rappresentavano la pallida
figura del sofferente dietro le inferriate. La liberazione del
cospiratore fu chiesta ripetutamente, e da Emilio Girardin nel modo più
strepitoso; finché Duncombe e il fido medico Conneau menarono a termine
il colpo lungamente meditato, e una fuga avventurosa rimise su tutte le
bocche il nome del principe.
¹ Stampato in _The life and correspondence of Thomas Slingsby
Duncombe_, London, 1868, II, 10.
Solo che far parlare di sé in un modo siffatto, è certamente un ambiguo
guadagno. In sostanza, nell'opinione pubblica il principe acquistò la
riputazione di matto. Chi tentava e ritentava con una così
imperturbabile pertinacia un disegno pazzesco, non poteva essere che uno
sciocco, oppure un carattere fuori del comune: comunque, l'indolenza del
mondo in ogni caso trova più comodo sbrigarsi delle cose enigmatiche col
motteggio. Il nome così pretensioso del napoleonide era in troppo
comica sproporzione con le sue intraprese; e le lettere querule che il
vecchio re Luigi mandava a Luigi Filippo per iscusare il _jeune
étourdi_, certamente non rialzavano la riputazione del principe. Gli
scritti del quale erano ignoti ai più; e chi li aveva alle mani, se ne
distoglieva immediatamente, perché, laddove tutta la pubblicistica
agitava unicamente i problemi dello stato parlamentare, quelli invece
consideravano e sostenevano un modo di vedere che era fuori di tutti i
partiti. E una siffatta insubordinazione alla cultura media del momento,
viene punita regolarmente nel mondo moderno col disprezzo tacito.
A noi, che oggi scorriamo più spassionatamente gli scritti del principe,
riesce incomprensibile come mai un tale autore non abbia incontrato
nessuna considerazione. Giacché questi scritti non solo non rispondono
punto a ciò che comunemente si aspetta dai peccati letterari di un
principe, ma meritano semplicemente un posto onorevole nella storia
della pubblicistica. Essi non sono il prodotto di una mente geniale, ma
di un'intelligenza eminentemente pratica, sensata e sicura
nell'osservazione, ferma e indipendente nel giudizio. Anche
l'esposizione è chiara e serrata, con _netteté_ schiettamente francese:
il principe sa istradare prontamente i suoi lettori e dare un rilievo
pratico a tutte le sue tesi. La ricchezza delle idee, il pathos della
veridicità, la potenza della fantasia, che fanno lo storico, a lui sono
negati; ma nella sua esposizione discussiva egli con destrezza e senza
esitazioni di coscienza sa servirsi, in modo eccellente ai propri fini,
delle presunzioni storiche del presente. In una parola, egli ci si
rivela per un giornalista provetto; e chi ammette che questi scritti non
avevano importanza scientifica e letteraria, ma costituivano
esclusivamente il programma di una politica pratica, deve anche usare un
po' d'imparzialità e riconoscere, che siasi in essi rivelato un
singolare talento di uomo di stato.
Quando Luigi Bonaparte salì allo stallo presidenziale, il signor Thiers
e compagni si fecero un dovere d'inondarlo di pressanti consigli, come
quello che non conoscesse punto la Francia. Mirabile fatuità! Il profugo
nel suo soggiorno all'estero aveva studiato il proprio paese di gran
lunga più acutamente e giustamente, che non in patria gl'intellettuali
della borghesia. Laddove la stampa, forte delle opinioni del momento,
consentiva solo per pietà cristiana a tollerare provvisoriamente la
monarchia come un'ultima concessione a pregiudizi inveterati,
all'opposto il principe affermò sicuro e reciso: «una monarchia di otto
secoli non viene commutata in repubblica per la burrasca di pochi anni».
Come un tempo Mirabeau, ficcando nelle cose il suo sguardo penetrante,
aveva pensato che la gioia di un Richelieu sarebbe stata la soppressione
del feudalismo, parimente anche il napoleonide comprese, che il
livellamento della società favoriva ed esigeva un solido potere
monarchico. La repubblica richiede un'aristocrazia, la nostra società
democratica vuole una corona. Col tracollo degli antichi stati, egli
vede la nazione sfarinarsi in granelli di sabbia; granelli di sabbia
che, cementati insieme da un gagliardo potere statale, costituiscono una
roccia irremovibile, ma disuniti fanno solo polvere. Così dice la tesi
preferita del napoleonide, vale a dire una metafora, che, parafrasata le
mille volte, ritorna in tutti gli scritti del bonapartismo con la stessa
frequenza e la stessa significazione, con cui nelle lettere di
Metternich ritorna l'immagine della casa del vicino in fiamme, che io
devo spegnere se non voglio andare in fuoco anche io. Mentre la dottrina
del parlamentarismo unica beatificatrice occupava tutte le teste, il
principe riconobbe subito, che i progressi compiuti dalla Francia negli
ultimi cinquant'anni si erano ottenuti in virtù delle istituzioni che
l'imperatore le aveva date. Il sistema parlamentare non trovò in Francia
il sostegno di un forte senso della legalità, di un irremovibile amore
della libertà personale: si getti pure arbitrariamente in carcere un
cittadino francese: la voce pubblica se ne starà tranquilla, fino a
quando le passioni faziose del giorno non se ne saranno prese. Pel
francese il supremo bene politico è l'eguaglianza: e in tempi tumultuosi
la nazione è presto racquietata dallo strepito delle armi e della gloria
guerresca. Come si vede, questo uomo di stato pensa della sua nazione
meschinamente, in modo quasi cinicamente basso; ma egli ha scorto
chiaramente i punti neri della mentalità nazionale.