Non è facile rifruscolare di sotto a un tal cumulo di negazione e di

passione i principii positivi della democrazia moderata. Stando però

all'azione della maggioranza dei seguaci del partito nazionale e della

riforma, ci è dato stabilire, che essi erano animati nello stesso tempo

da due ideali: che lo stato fosse mantenuto gagliardo da un

accentramento potente il quale abbracciasse anche gl'interessi

spirituali; che l'individuo godesse di una libertà illimitata,

conducente in fine alla perfezione dello stato, all'anarchia. Le due

teorie si escludono a vicenda. In ogni popolo costituito soltanto da

impiegati e contribuenti, i partiti estremi oscillano necessariamente

tra l'idea dell'individualismo e quella dell'onnipotenza statale. E

forse che la costituzione del 1791 non aveva già fatto il memorabile

esperimento di fondere in uno questo fuoco e quest'acqua? Le nature

fantastiche come Lamartine vanno più lungi e chiedono, come prima

condizione della democrazia, che tutti i poteri dello stato emanino dal

suffragio popolare e siano conferiti solamente a tempo. Se non che, chi

dalla stessa bocca sente dire, che l'accentramento dev'essere tanto più

forte quanto maggiore la libertà, non può pensare senza un brivido a

cotesta onnipotenza statale democratica. Tutte le frazioni della

democrazia s'incontravano però nel desiderio del suffragio universale:

il _suffrage universel_ è la patente di nobiltà del popolo, e bisogna

cercarla a ogni costo anche tra i rottami del trono.

Più di queste brame riusciva funesta allo stato la fantastica

venerazione per lo spettro insanguinato della Rivoluzione, che dal

campo democratico allungava la sua ombra sulla nazione. Conosciamo già

il torbido fanatismo per la Rivoluzione e, insieme, pel suo domatore;

solo che, laddove prima l'entusiasmo per la Rivoluzione si restringeva

ai primi anni in cui essa principiò, adesso, invece, cominciò a sparire

nella nuova generazione il profondo disgusto, che la rabbia sanguinaria

dei devoti della ghigliottina aveva lasciato nell'animo dei testimoni

oculari. L'opposizione diventava di giorno in giorno più esosa, e finì

con l'inebbriarsi, prima ancora che la nuova rivoluzione principiasse,

di quegli spettacoli atroci coi quali si era chiusa degenerando la prima

rivoluzione. Il detto classico del tempo del terrore: «rovini pure il

paese, i principii restano», rispondeva altrettanto a capello al

sentimento della dottrina radicale ora in voga. L'immagine di

Robespierre troneggiava in un'aureola sul frontespizio del calendario

repubblicano, e cento scritti incendiari glorificavano la ghigliottina e

celebravano il giorno in cui Filippo avrebbe lasciato il capo su questo

altare della libertà.

Apparve in quel torno, e segnò un'êra nella storia dell'opinione

pubblica, l'infelice libro che rese familiare il culto del terrore fra

tutte le persone colte: la _Storia dei Girondini_ di Lamartine.

«Commisera gli uomini, compiange le donne, deifica la filosofia e la

libertà», così l'autore stesso descrive la propria sentimentale

concezione storica. L'incontestabile verità, che in tali tempi di

eccitazione convulsa nessun singolo cittadino si trova più al caso di

portare la completa responsabilità dei propri misfatti, è esagerata a

tal segno da una deplorabile felicità di tocco, che la voce della

coscienza tace, e cade ogni accusa. I fanatici della Montagna, e

singolarmente le mogli entusiaste dei giacobini, compaiono pomposamente

drappeggiati nella toga della libertà: che è un vero incanto per la

vanità nazionale. I lettori apprendono con piacevole stupore, che la

terribile prosa di quelle ecatombi sia stata, in fondo, altamente

romantica. Perfino quel duro lanzichenecco di Saint-Arnaud confessa

nelle sue lettere di non aver saputo resistere al fascino di questo

libro: le persone colte si abituarono a giocare a un gioco voluttuoso

con lo spavento. Ma il poeta, che pel primo agitava il turibolo davanti

a cotesti falsi idoli, era un democratico moderato; e perciò avrebbe

dovuto opporsi con onorevole coraggio al primo tentativo di un ritorno

del dominio del terrore. Tanto era cieca l'ingenuità di una generazione

cresciuta nella pace, la quale aveva dimenticato fino a che punto è

facile scatenare nell'uomo la belva; tanto insanabile era la confusione

mentale di una democrazia, che riceveva tutti gl'impulsi soltanto dalla

fantasia! Alcuni deliravano per la Convenzione, altri per l'America;

mentre in effetto nessuno di loro voleva sul serio le condizioni e

limitazioni della libertà americana. Per contro, altri, come

occasionalmente Emilio Girardin, ponevano l'ideale della democrazia in

un supremo magistrato responsabile, volontà popolare fatta carne. Tutte

queste dottrine contraddittorie erano esposte con durezza e intolleranza

giacobine. Quando un partito così confuso e inconsistente cercava

tuttora l'alleanza coi comunisti, esso veniva a fare l'esperienza, che

una lega col fanatismo si risolve in ogni tempo in una società leonina.

È un ricordo profondamente vergognoso, che i nostri possidenti non si

siano indotti prima a riflettere seriamente sulla situazione delle

classi lavoratrici trasformata dalla libera concorrenza, se non davanti

allo strepito minaccioso dei comunisti, se non davanti allo spettro

rosso. Quando Saint-Simon sferza il vile egoismo dei legisti, come

chiama i liberali, e afferma che la loro divisa è _ôte-toi de là que je

m'y mette_; quando Rouher nella sua invettiva contro la monarchia di

luglio dichiara che il popolo è stato scoperto la prima volta nel 1848;

non si può negare che in siffatte esagerazioni si nasconda una grave

verità. La dottrina economica ufficiale predicava beatamente il servizio

di Mammona, sia pure senza la cinica franchezza, che in Inghilterra ha

procacciato al dottor Ure una trista immortalità. Col fatto, la Francia

ufficiale forniva qualche somiglianza con quella Roma di Polibio, dove

nessuno dava, se non vi era obbligato; almeno per quanto è possibile

paragonare genericamente un'età cristiana con la durezza di cuore

dell'antichità. Dimenticate dalla borghesia, abituate alle forme

burocratiche, senza nemmeno il diritto, come in Inghilterra, di far noti

al parlamento i propri desiderii per mezzo di comizi e di petizioni

popolari, le moltitudini caddero in preda alla loro disperazione e ai

maneggi dei demagoghi. Ignare del soccorso della previdenza il quale si

rinnova ogni giorno, sognavano un precipitoso sovvertimento dell'ordine

sociale.

E il povero lavoratore abbandonato come mai avrebbe potuto ritrovarsi,

tra quei fenomeni affatto strani e inauditi, che la nuova grande

industria portava nella vita commerciale? Le energie del lavoro e del

capitale, invano invocate dall'agricoltura, affluivano in massa alle

fabbriche. Una divisione del lavoro accuratamente perfezionata permette

agl'intraprenditori di guadagnare grandi somme con un tratto di penna, e

tutta quanta la distribuzione dei beni si presenta al lavoratore ignaro

come una frode o un gioco d'azzardo. Donde le crisi commerciali che,

incomprensibili al lavoratore, scoppiano improvvise e portano via il

guadagno a mille e mille; e, insieme, la mostruosa supremazia dei grandi

capitalisti, che nel diritto positivo trovano le armi più che

sufficienti per assoggettarsi gli operai. Sebbene l'aumento della media

proprietà immobiliare, in quel tempo, fosse facile a dimostrarsi, e

fosse evidentissimo quello della media proprietà mobile, pure nel seno

della grande industria risultò innegabilmente acuta e amareggiante la

sproporzione nella ripartizione dei profitti. E questa enorme

trasmutazione gravava sopra un quarto stato, il cui orgoglioso amor

proprio non aveva l'eguale nel mondo; perché non era possibile

dimenticare, che un tempo i possidenti avevano tremato per cinque anni

di seguito davanti agli uomini delle picche del quartiere operaio. Posto

che lo stato, come suonano le teorie democratiche di moda, posa

unicamente sull'arbitrio del singolo, anche la ripartizione dei beni non

deve dunque rispondere ai bisogni del singolo? Se lo stato è

onnipotente, come in fondo ammettevano tutti i partiti, non deve esso

rimovere di un colpo lo sfruttamento del lavoro da parte del capitale?

Dove ogni diritto politico è legato alla proprietà, una logica

inesorabile guida l'opposizione alla lotta contro la proprietà stessa.

Al tempo dei tumulti operai senza scopo determinato e della distruzione

delle macchine, segue il tempo della lotta pei fondamenti della società.

Il socialismo e il comunismo, notati appena sotto i Borboni, trovarono

ora un'eco strepitosa nell'innominata miseria delle regioni

manifatturiere, e si presentarono con l'audace pretesa di portare

qualcosa di schiettamente nuovo, una dottrina non mai udita di

salvazione degli oppressi; e per quanto comica dovesse comparire una

pretensione siffatta in un paese che già un tempo aveva sanguinato sotto

la dominazione del comunismo pratico, ciò non ostante la paura dei

possidenti le prestò fede.

Non dimentichiamo, noi tedeschi, che in coteste lotte sociali la Francia

ha combattuto e sofferto per l'Europa intera. Infatti, perché mai le

dottrine del comunismo trovarono allora poca o nessuna rispondenza sul

nostro suolo? Una ragione di tale fenomeno consiste senza dubbio nello

spirito germanico d'indipendenza dei nostri operai, i quali si volgono

più volonterosamente dei francesi ai sistemi di previdenza regolata.

Un'altra ragione consiste nel carattere meno egoistico delle nostre

classi medie. Il nome tedesco _Bürgerthum_ è un nome onorifico; talmente

che quando il comunista da noi intende d'ingiuriare i borghesi, è

costretto a pigliare in prestito dai francesi l'espressione

_bourgeoisie_, che si confà alle condizioni nostre come il pugno

nell'occhio. Se raffrontiamo il poeta prediletto della nostra borghesia

moderna, Gustavo Freytag, con lo Scribe, fido cantore della

_bourgeoisie_, possiamo senza vanità ma francamente domandare, quale di

queste due classi medie sia meglio dotata di forza, di chiarezza, di

umanità. Tuttavia la recisa differenza era determinata dal fatto, che a

quel tempo l'industria tedesca era meno sviluppata della francese. Solo

alcune regioni industriali, specialmente sul basso Reno, conoscevano già

la miseria delle turbe, che ricordava Lilla o Lione; e anche lì le

teorie comunistiche trovarono la porta aperta. Quando poi negli ultimi

cinquant'anni ebbero anche da noi incremento le industrie in grande

stile, allora gli operai avevano già davanti agli occhi le dure

esperienze raccolte nelle lotte sociali dei francesi.

Si deve alle dottrine sociali rivoluzionarie la gloria di avere spinto

senza reticenze e in tutta la sua asprezza sotto gli occhi del mondo

sonnecchiante la crudele parzialità del sistema della libera

concorrenza: il nome stesso dell'opera di Proudhon «Contraddizioni

economiche o Filosofia della miseria» era possibile soltanto in un tempo

di gravi mali sociali. La domanda, a cui riescono tutti i comunisti: a

che mi giova il diritto di acquistare beni, se non ne ho la potenza? una

volta posta sul tappeto nella sua violenta banalità, non si poteva più

levar via, doveva invece condurre necessariamente alle riforme sociali.

Col fatto, in mezzo alle utopie, spuntava qualche singola idea di

riforma possibile: la rivista operaia _l'Atelier_ propugnava il

suffragio universale, l'istruzione popolare effettiva e le libere

associazioni dei lavoratori. Coteste idee, però, erano senza dubbio un

granellino di verità in un mare di assurdità: una siffatta letteratura

sociale apriva un'ampia lizza a tutte le riprovevoli inclinazioni del

tempo. Il gusto dei paradossi piccanti elevò in fine a sistema il

pervertimento di tutte le idee: la proprietà è un furto, la donna è il

piacere, Dio è il peccato. Quando Fourier con profonda sensatezza

designò il lavoro stesso come felicità, i suoi insensati pedissequi ne

cavarono subito la conseguenza, che se vuole il lavoro essere grato e

piacevole, deve fissare il salario secondo i bisogni del lavoratore. La

nozione dell'immanenza di Dio, questo frutto prezioso della moderna

speculazione filosofica, fu manomesso dalla più sfrontata sensualità per

fondare il «ripristinamento della carne» e accordare a ogni ghiottone il

diritto a un consumo illimitato.

La forma rozzissima delle teorie sociali riduceva al minimo il pericolo

della loro durevolezza. Quando Barbès, Bernard e Blanqui dichiararono la

guerra all'infame proprietà, a questa origine di tutti i mali, a questo

ultimo rimasto dei privilegi, il delirio di cotesti così detti comunisti

materialisti ricondusse di botto alla ragione la democrazia più

moderata, e allo scioglimento dell'alleanza col comunismo. Ma

agl'ingegni più fini, come Considérant e Cabet, riuscì presto di

rinnovellare l'alleanza del radicalismo politico e del sociale, e lo

stesso Lamartine aderendo esclamò: il partito sociale è un'idea! Luigi

Blanc con un atteggiamento non troppo da statista domandava che lo

stato, come quello che era l'industriale più grande di tutti,

schiacciasse la prepotenza dei capitalisti; Pietro Leroux seppe con la

sua mistica teosofia far breccia nel mondo della mezza cultura

filosofica; e Lamennais edificava gli ascoltatori cattolici con una

risacca di frasi cristiane, che giravano sempre intorno a una sola

immagine: «il popolo grida: ho sete! I ricchi rispondono: bevi le tue

lacrime!» I catechismi della _École sociétaire_ allagavano il paese,

proponendosi un poco di minacciare, un poco di commovere; oggi di

svegliare l'orgoglio nazionale con la descrizione del vetusto

_socialisme gaulois_; domani di persuadere dolcemente i timidi, che si

domandava un semplice esperimento in un solo comune, una semplice

imposta ereditaria progressiva come un mezzo blando di transizione. Chi

considera separatamente coteste improntitudini insensate, è quasi

indotto a stupirsi, che il dispotismo in Francia non sia trionfato molto

prima. Non era in siffatte dottrine un sol principio, che non

combattesse la coscienza del valore personale, che è la pietra angolare

di ogni libertà; non un sol principio, che non eccitasse la licenza

delle folle e la comune paura dei possidenti. Proprio così: alcuni

pensatori conseguenti tra i comunisti già professano la loro

indifferenza verso qualsiasi forma di stato. Il motto delle più ardite

associazioni segrete suona in generale: «eguaglianza, fraternità e

industria»: la libertà è dimenticata. Arrivati a quel punto, il padrone

non poteva mancare; perché nell'arte di promettere ai bramosi la cosa

più grande, il dispotismo non è stato mai superato. Sebbene anche in

queste dottrine sociali avesse la sua parte quell'idealismo traviato,

che s'inserisce in ogni movimento sociale, pure il tono morale

fondamentale della scuola si mantenne grossolanamente materialistico:

l'immagine della _edénisation du monde_, della vita di ozio infingarda e

sazia, mostrava dovunque il suo aspetto seducente di sotto alla maschera

sentimentale. Perciò il comunismo trovò nel romanzo sociale la sua arma

migliore.

Fu un avvenimento nella storia della cultura moderna, quando Emilio

Girardin, fondando il magnifico giornale _La Presse_ e perfezionando la

pubblicità, assicurò alla stampa quotidiana una enorme diffusione, e col

piccante romanzo di appendice seppe rispondere al gusto dei lettori di

ogni specie. Un tempo profondamente infelice, nemico a Dio e a sé

stesso, si esprime dalle opere della nuova poesia, che alla passione

sostituisce sostanzialmente l'oscenità e l'atrocità. Dovunque, accanto a

pretese e accuse smodate, si sente l'intima coscienza della propria

aridità, del proprio epigonismo; accanto alle forme depravate di una

sensualità odiosa, una nostalgia sconsolata, un desiderio non mai

appagato. Alcune poesie di Alfredo De Musset ritraggono con toccante

verità la desolata stanchezza di cotesti vecchi nati la vigilia, la

disperazione di una gioventù che conosce soltanto lo spettro dell'amore

e non ha mai conosciuto l'amore, che sente la benedizione della poesia

come una maledizione, la forza della passione come una malattia.

Sentimenti terribili, schiettamente moderni, che ogni giovine d'ingegno

nelle ore cattive ha una volta assaporati, per imparare da uomo a

superarli. In fondo, anche nelle opere migliori della poesia del dolore

universale si trova molto sentimento affettato, inconsistente; perché i

giovani dello _Sturm und Drang_ non lottavano contro una tirannide

morale insopportabile, ma contro una società la quale, indiscutibilmente

malata di gravi menzogne convenzionali, malsicura del proprio giudizio

morale, è presa di tanto in tanto da accessi di suscettibilità ipocrita,

sebbene di regola conceda un'indulgenza molto longanime al sangue

ardente della gioventù. Tutta quanta la cultura del tempo si convelle

nelle esagerazioni. Chi vuole scrivere efficacemente, cade

nell'iperbole: quando Lamartine nella sua Marsigliese della Pace predica

agli _chauvinistes_ la moderazione, trasmoda egli stesso oltre ogni

misura, e afferma, che soltanto l'odio e l'egoismo hanno una patria.

Se non che, non sono cotesti pochi, che determinano il sentimento del

tempo: non la poesia del dolore universale; non Giorgio Sand, che sa con

potenza creatrice trasfigurare lo stesso socialismo e presentarlo come

la lotta del genio contro la grettezza bottegaia; non Balzac, che per la

finezza della sua analisi psicologica ci fa con infinito godimento quasi

dimenticare il suo banale evangelo dei diritti dell'uomo. Il dominio

sulla fantasia delle moltitudini toccò piuttosto alla comune mediocrità

di quei cavalieri d'industria della letteratura, i quali, come Eugenio

Sue, sanno esasperare l'invidia e la cupidigia con descrizioni a colori

taglienti, non illuminate mai dal raggio di un'idea. Chi leggendo

qualcuno di questi romanzi sociali, ha conosciuto da vicino le figure

tipiche dell'onesto scannatore, del crudo strozzino e della beltà da

bordello angelicamente pura, conosce anche l'intero andazzo, ed è al

caso di misurare quale tremenda efficacia pervertitrice abbia dovuto

avere una siffatta letteratura, gittata a piene mani in mezzo al popolo

mormoratore. E tanto più irresistibilmente si diffuse, in quanto era

necessariamente scoppiata fuori dalle idee morali fondamentali

dell'intera società. Giacché, quale era il tipo ideale dei ceti più

alti? Il conte di Montecristo, il beniamino della musa dell'innocente

_fanfaron_ Alessandro Dumas: l'uomo perfetto, che per spiccioli porta

sempre un milione nel taschino del panciotto!

Tutti gli organi del radicalismo gareggiavano nel vizio dell'adulazione

al popolo. Uno dei principii della società dei diritti dell'uomo dice:

ogni legge deve partire dalla premessa, che il popolo è buono e il

governo è esposto alla tentazione! Se viene repressa una sedizione

operaia, i fogli radicali arrischiano solo di rado e timidamente una

parola di riprensione all'imprudenza commessa, ma non rifinano più di

lodare l'eroismo delle mani callose e delle braccia nerborute. Il popolo

vero e proprio è il quarto stato, _peuple-roi, peuple tout-puissant,

peuple-idée_: stando a Victor Hugo, il monello di Parigi con l'aria

della città universale respira l'innocenza; la vera aristocrazia sono

gli operai. Qualunque scandalo del bel mondo, l'assassinio della

duchessa di Praslin, la grande truffa della Compagnia delle Ferrovie del

Nord, viene destramente adoperato a istituire il confronto tra

l'innocenza dei bistrattati iloti e la scelleratezza dei sibariti

crapulanti. Sovente anche la classe media intimidita non osa più

difendere a viso aperto l'ordine dello stato contro l'innocente popolo.

Generalmente l'ingiustizia dei giurati è elevata a regola in tutti i

processi politici. Ad onta della paura per la borsa, la sazietà splenica

dei ricchi saluta ogni attentato e ogni sommossa popolare come un felice

diversivo alla monotonia del godimento. Dopo l'attentato di Fieschi, che

tra i saggi del genere riportò senza dubbio il vanto della brutalità

suprema, Nina Lassave si espose a un tanto l'entrata, e il gran mondo le

sfilò a schiere davanti, accorso a vedere da vicino la fantesca

butterata del bandito Fieschi! Qual meraviglia, se i demagoghi stimavano

molto bassa, troppo bassa la forza di resistenza di cotesta società

_blasée_, barcollante tra un'eccitazione nervosa e l'altra?

* * * * *

Ma conoscevano poi davvero il «popolo» che divinizzavano? Una gran parte

degli operai delle città era a ogni modo sdrucciolata nel comunismo: la

gioventù in camiciotto sognava le barricate e nelle sue canzoni da

trivio vezzeggiava la ghigliottina con teneri appellativi. Sorti i capi

che avessero saputo indirizzare il punto d'onore gagliardo e personale

di queste classi, ci sarebbe stato da aspettarsi qualcosa di grande

dalle valorose e audaci falangi. Ma il contrasto, mutuato alla vita

della città, di _popolo grasso_ e _popolo minuto_ non soddisfa più

davanti alla società multiforme di una nazione moderna. I demagoghi del

giorno, come già un tempo Marat ed Hébert, non avevano alcuna

comprensione della grande metà del quarto stato. Il loro _peuple_ viveva

unicamente in città. Per contro, i contadini guardavano l'ingordigia del

fisco con non minore odio degli operai, e, comunque, cercavano di

disturbare con rude resistenza il censimento, perché ne temevano un

inasprimento delle imposte: per loro, però, la proprietà era sacra, e

ancora più sacra la Chiesa. Sarebbe venuto il tempo, che ai demagoghi

stupefatti i contadini avrebbero dimostrata di formare essi la

maggioranza della nazione.

Rappresentandoci di nuovo nella mente la tregenda di coteste forze

rivoluzionarie, ci rammentiamo del giudizio pronunziato da Napoleone

sulle _Nozze di Figaro: c'est la révolution déjà en action!_ I seguaci

dell'ordine costituito apparivano sempre più scoraggiati: la più parte

dei realisti accettavano la permanenza del trono puramente come un male

necessario, e solo pochi giornali, antesignano fra tutti per coraggio e

disinteresse il _Journal des débats_, sostenevano ancora apertamente il

monarchismo positivo. Una siffatta prudenza appariva poco incoraggiante

appetto alla baldanza di ora in ora crescente dei radicali. Nel mondo

che invecchia noi soli siamo giovani! sonava il loro grido di battaglia.

«Anche Cristo», dichiarava Luigi Blanc, «fu urlato pazzo come noi

comunisti». Proudhon profetava il giorno, che gl'improduttivi avrebbero

implorato grazia ai piedi dei produttivi. Lamartine designava

pubblicamente Marras come il Camillo Desmoulins della futura

repubblica, e poco prima di febbraio Béranger cantava con compassione:

_On bat monnaie avec l'or des couronnes,

ces pauvres rois, ils seront tous noyés!_

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 1 · 第 20 / 21 段