cadeva sempre più giù nei maneggi reazionari, e sempre più calorosamente
Guizot protestava al cancelliere il carattere rigidamente conservatore
della sua politica, mentre nello stesso tempo i giornali ministeriali
annunziavano ai parigini, che l'avvenire del liberalismo poggiava
sull'alleanza delle potenze occidentali. Ogni volta che in questi
quarant'anni sorgeva in vista qualche nuova costituzione di stato a
libertà, la Francia, piccina e invida, pigliava le parti dell'antico
sgoverno. Principiava in Italia quel gran movimento, che doveva condurla
infallibilmente alla lotta contro il dominio forestiero. Ma Guizot
incoraggia, sì, il papa alle riforme liberali, e manda fucili alla
guardia nazionale romana; contemporaneamente, però, raccoglie nel
Mezzogiorno della Francia, a tutela del papato temporale quell'esercito,
che poi effettivamente sotto la repubblica va a combattere sul
Gianicolo. Egli scongiura il partito riformatore di serbare al movimento
un carattere romano, toscano, piemontese, perché una quistione italiana
sarebbe la rivoluzione! Avesse almeno accettato le idee federalistiche
del suo ambasciatore Rossi, l'inconsistenza delle quali a quel tempo non
era ancora provata! Mai più: l'austero conservatore consentiva invece
nell'opinione di Mazzini, che all'Italia rimanesse soltanto la scelta
tra l'Austria e l'anarchia. I suoi fogli ufficiosi usavano il linguaggio
più ignobile verso Carlo Alberto di Sardegna, insospettivano le corti
sulle ambizioni del Piemonte, esaltavano Ferdinando di Napoli come il re
nazionale della Penisola. L'ambasciatore a Torino dichiarò, che lo
scritto moderatissimo di Cesare Balbo le _Speranze d'Italia_, era
un'offesa alla Francia; e il ministro in persona fu sferzato
dall'annichilante ironia di Cavour, perché la mattina esprimeva al
principe Brignole il compiacimento del re borghese per le riforme
albertine, e la sera si lagnava col conte Appony della politica di
avventure dei piemontesi! Nel 1848 Guizot dichiarò, che a Napoli la
costituzione era possibile al più presto fra dieci anni, e proprio
allora i Borboni impauriti l'avevano già proclamata. Tale essendo la
grettezza mentale delle Tuileries, la corte di Torino fu costretta a
imprendere il programma idealistico _l'Italia farà da sé_, e a
dichiarare da sola, con forze impari, la guerra all'Austria. La forza
vivificatrice di siffatta politica era anche in questo caso l'invidia,
l'antica disgraziata predilezione francese per le piccole nazionalità
dei bückeburghesi e dei parmensi, la perfetta incapacità di comprendere
i segni di un grande tempo.
Il che si chiarì anche meglio, quando la Svizzera si dispose a porre un
termine all'anarchia della confederazione, ai perturbamenti degli
ultramontani. Guizot sapeva, che l'Austria cercava di stornare
l'attenzione del gabinetto di Parigi dall'Italia sulla Svizzera, e
conosceva la parzialità delle relazioni del suo ambasciatore
ultramontano. Nulladimeno, vide nei gesuiti di Lucerna i difensori
dell'ordine. Aveva orrore della barbarie inevitabilmente congiunta alle
spedizioni di volontari dei radicali svizzeri, più orrore della _grande
république unitaire_ che sarebbe risultata da questo movimento; quasi
che quella grande Francia avesse qualcosa a temere dalla Svizzera! Prese
senza riserva il partito del _Sonderbund_, esigendo dai confederati, che
portassero le controversie religiose davanti al papa e le politiche
davanti alle grandi potenze. Si mise in condizione di sentirsi dire da
lord Palmerston, che cotesto era un voler polonizzare la Svizzera; e
alla fine si fece giocare nel modo più ridicolo dal rivale, che differì
la propria adesione all'intervento delle grandi potenze, fino a quando
il _Sonderbund_, non si fu disperso ai quattro venti. E il cieco uomo
tenne duro in tutte queste vecchie sciocchezze, con vergognosa
incapacità d'imparar nulla, fino al 1867, dopo che la rivoluzione
svizzera aveva già dato frutti tanto benefici, e dopo che l'esperienza
di due decenni aveva dimostrato, che un partito unitario in Isvizzera
non esisteva!
La monarchia di luglio aveva fatto cadere pietosamente il principio del
non intervento annunziato con tanta pompa, e altrettanto sbagliava
Guizot nel pensarsi di rappresentare in Oriente il difensore della
politica conservatrice. Quando il conflitto delle Chiese a Colonia svelò
il profondo dissidio d'interessi tra l'Austria e la Prussia, la
sollecitudine più grave di Metternich era che la Prussia non avesse a
collegarsi col liberalismo e con la corte di Parigi; onde egli si
affrettò a preoccupare le Tuileries del protestantismo combattente del
gabinetto di Berlino. Anche in questi ultimi anni reazionari di Luigi
Filippo, il cancelliere tornò all'opinione espressa altra volta
all'ambasciatore von Canitz: «quel governo non può essere affatto forte,
quando gli tocca di combattere la rivoluzione: esso non può collocarsi
sulla stessa linea dove ci troviamo noi; ciò sarebbe contro natura». Che
il re borghese, con tutta la sua officiosità, non avesse menomamente
rinunziato ai segreti disegni dell'ambizione francese, era trapelato
anche durante le turbolenze svizzere da piccole furberie di ogni specie,
come, per esempio, dall'ingenua proposta di Guizot di trasferire a
Ginevra la sede delle cinque ambasciate, e con queste il centro della
politica federale. «La Francia è amata e temuta dovunque», proclamavano
vittoriosamente i difensori di Guizot. Questa _politique calme et
préponderante de la France_ si rivelò nel desiderio ripetuto
continuamente, e invano, di convocare a Parigi un congresso, in cui il
re borghese sarebbe dovuto apparire l'arbitro dell'Europa!
La Spagna ridiventò la terra del destino per una dinastia francese. Per
via di una parentela priva di qualsiasi valore politico, la buona
reputazione del gabinetto fu irreparabilmente danneggiata da brutte
menzogne; talché in un momento d'ira lord Palmerston ebbe ad esclamare,
che dal tempo dell'impero l'ambizione francese non si era mai mostrata
così arrogante. Le vanterie della stampa ministeriale confermavano,
purtroppo, la penosa verità di fatto, che questo regime rivoluzionario
era ricaduto nelle idee della vecchia politica borbonica di famiglia.
Quando il re Federico Guglielmo IV sul principio del 1848 salutò il re
borghese come la spada e il braccio della legittimità, e il conte
Nesselrode durante la rivoluzione di febbraio scrisse a Parigi che la
Francia era divenuta più forte in pace che in guerra, perché riparata
da un argine di stati costituzionali viventi del suo spirito, ciò
significava che l'acuto contrasto di questi elogi interessati ribadiva
ancora una volta la verità, che la politica di un «Napoleone della pace»
sarebbe stata altrettanto contraddittoria quanto il suo stesso nome.
L'annessione di Cracovia tornò ad offrire nuovamente l'inestimabile
opportunità di riannodare l'alleanza infranta delle potenze occidentali;
ma questo favore della sorte cadde pure senza profitto.
Anche l'unico acquisto territoriale, che toccò al re pacifico, si palesò
per un guadagno ambiguo. La nazione vide con soddisfazione, che per la
prima volta da un millennio a questa parte capitava all'occidente di
strappare un pezzo di terra africana alla civiltà orientale; anzi le
teste infiammabili ravvisarono in questo fatto un passo avanti pel
dominio del Mediterraneo. L'esito, in verità, fu meschino. Su quel
suolo, dove era solamente possibile promovere il più libero sviluppo
delle energie economiche, l'amministrazione militare e di polizia
divenne anche più perniciosa che nella madrepatria. La vecchia Francia
aveva mostrato attitudini colonizzatrici soltanto sul suolo del Canadà,
la moderna non ancora in nessun luogo. Senza dubbio, la dura scuola di
queste lotte africane plasmò la più parte dei rinomati generali della
repubblica e del secondo impero, ma suscitò anche quello spirito
sanguinario di lanzichenecchi, che ebbe in Bugeaud il maestro e in
Pelissier il più crudo rappresentante. La strage della via Transnonain
provò, che la ferocia dei soldati poteva volgersi anche contro i
cittadini; e fin dal tempo dell'attentato di Strasburgo, Tocqueville
manifestò l'apprensione, se in un tale esercito non si annidasse il più
gran pericolo per la Francia. Il regime di luglio accrebbe l'esercito di
altri centomila uomini, istituì le armi speciali dei cacciatori e degli
zuavi. Eccellenti ingegneri, come il maresciallo Niel, si dedicarono
alle nuove e numerose fortificazioni. Ogni iniziato sapeva, che più di
tutto stava a cuore al re il rinvigorimento e perfezionamento
dell'esercito, e che solo per questo erano state intraprese le vendite
in massa dei boschi. Ciò non ostante, solo nella marina si riuscì ad
infondere il sentimento dinastico, e ciò fu dovuto all'influenza
personale del cavalieresco duca di Joinville. La maggioranza
dell'esercito e del popolo guardava con freddezza o impazienza
l'esistenza non militare di questo governo; e come nella crisi del 1840,
la brama insaziata di gloria guerresca sempre spuntava di nuovo in mille
piccole occasioni. Quando un ufficiale, il cui occhiello vagheggiava il
nastrino rosso, ebbe inventata la favola della grande vittoria di
Masagran, il colpevole, dopo che l'inganno fu scoperto, certamente fu
rimosso in segreto e punito, ma nessun grande giornale ebbe il coraggio
di riconoscere l'impostura. La _gloire de Masagran_ rimase acquisita al
capitale di gloria della nazione, le vie di Masagran a Parigi e a Nancy
esistono tuttora, e pochi anni or sono Napoleone III ricordava ancora
all'armata d'Africa gli eroi di Isly e di Masagran!
Le persone dei capi di governo, come il sistema di governo per sé
stesso, non poterono entrare nel cuore di questo popolo soldato. Per
quanto gli adulatori del re celebrassero l'eroe di Jemappes, questa _âme
toute française_, che non aveva mai portato la spada contro la Francia,
stava però il fatto, che il duca di Chartres non aveva trascorso i
giorni più gloriosi del suo paese in comunione col suo popolo. Accadeva,
come se l'istinto delle moltitudini subodorasse qualcosa della realtà da
tempo dimenticata, che cotesto discepolo di Dumouriez più di una volta
durante l'impero si era offerto di condurre un'impresa contro la patria.
Anche sugli Orléans cadeva un poco dell'esecrazione ai Borboni, e pel
popolo Luigi Filippo rimase uno straniero. Esaurite le variazioni del
motteggio sull'ombrello reale, la stampa si mise a rosolare la persona
del re e la sua testa a pera con una ironia amara, con una impertinenza
che nessuno aveva mai arrisicato nemmeno contro Carlo X. La diffidenza
dell'opinione pubblica seguiva ogni suo passo, faceva di lui l'uomo meno
libero del suo popolo: egli non si risolse mai a sostenere neppure una
volta un'impresa teatrale, per tema che la nazione non avesse a fiutarvi
la speculazione e la cupidigia. Ma bisogna, del resto, biasimare la
ferocia di una febbrile lotta di partito: che non era affatto un vero
francese cotesto re, l'astuto mercante, che non era mai stato giovine,
che aveva strisciato sulla via del trono attraverso piccoli intrighi
codardi, che anche da re esercitava l'antico mestiere di droghiere
indecoroso anche per un principe, che non ostante tutta la sua
esperienza del mondo non aveva mai conosciuto la potenza vivificatrice
delle idee, che con tutta la sua clemenza non aveva mai compreso il più
bel dovere della regalità, la protezione degli oppressi, e che non
ostante la sua «rispettabilità» borghese era pronto alla birbonata, come
quando aveva rotto la fede al prigioniero Abdel Kader. Anche le virtù
della sua vita domestica borghesemente semplice rimasero incomprese a
questo popolo cavalleresco.
Davanti alla nazione il suo Guizot era quasi più straniero ancora. Ai
francesi riusciva simpatica e tollerabile la fatua vanità, ma non mai e
in nessun modo l'arida noia di quella sofisticheria implacabilmente
pedante. Anche noi lettori tedeschi dimentichiamo la considerazione
dovuta al magnifico valore scientifico e a qualche incontestabile merito
politico dell'uomo, quando sotto le sonore massime morali delle sue
memorie scopriamo la malafede, l'ipocrisia del silenzio; quando in ogni
pagina di questi otto volumi leggiamo nelle o tra le righe sempre la
stessa ed unica conclusione: «io avevo sempre ragione». Prima aveva
visto cadere sotto la ghigliottina il capo del padre, poi lamentato le
carneficine dell'impero; e dalle esperienze della giovinezza aveva
cavato la persuasione di essere destinato a condurre la lotta della
virtù contro tutte le selvagge passioni. Ora gli amici rievocano per lui
le parole che un tempo padre Giuseppe rivolse a Richelieu: _l'oeuvre de
V. Exc. est de rétablir le fort Estat de cette monarchie et de couper
court aux mauvaises entreprises qui troublent l'esprit des hommes_. Chi
può ascoltare con pazienza questo sapientissimo dei sapienti, quando
spiega la politica dei dottrinari come «un misto di elevatezza
filosofica e di moderazione politica, la considerazione razionale dei
diritti e dei vari dati di fatto, una dottrina rinnovatrice insieme e
conservatrice, antirivoluzionaria senza essere reazionaria, modesta in
fondo, sebbene sovente superba nelle parole»? O quando il ministro vanta
alla camera questo modello di politica come _une politique un peu grande
seulement_, e dichiara all'opposizione, che i suoi rimproveri non
raggiungerebbero mai l'altezza del suo dispregio, ed esprime al re lo
stupore per la somiglianza della politica di Washington con la sua
propria? Dopo i giorni di febbraio, quando s'incontrò a Londra con
Metternich profugo, e questi secondo il suo solito osservò: «l'errore
non ha rasentato mai la mia mente», Guizot rispose: «io sono stato più
fortunato, perché ho notato spesso nella mia vita, che mi ero
ingannato». Noi però indoviniamo facilmente chi dei due era il più
prosuntuoso; e nel corso complessivo della storia francese riscontriamo
solo un'altra volta una compiacenza di sé, una sufficienza così
smisurata e pedante: in quel Necker, che, come Guizot, fu l'autore
principale di una terribile rivoluzione, e, come costui, non si batté
mai contrito il petto per domandarsi, se il giudizio divino della storia
non pesasse anche le colpe sue. C'è a stupire, se la nazione sempre
amabile in tutte le sue stravaganze accolse soltanto di contraggenio le
esose teorie della pace e dell'ordine dalla bocca che mai sorrise di
questo arido maestro di scuola, di questo ambizioso e imperioso
speculatore di virtù?
IV.
Come doveva riuscire incomoda l'ombra dell'imperatore a questo governo
non legittimo, né glorioso, né libero! Il re d'altronde, almeno lui, non
partecipava menomamente la prosuntuosa confidenza di Guizot, il quale
nel bonapartismo vedeva soltanto una grande memoria, «che non aveva più
nulla da offrire alla Francia soddisfatta». Sopra abbiamo descritto in
che modo la istituzione di questo regime di ripiego fosse stata
accelerata dalla paura delle mene imperiali e repubblicane. Col fatto,
durante la settimana di luglio un pugno di partigiani e di veterani
aveva arrisicato per due volte il tentativo di proclamare l'impero.
Subito dopo, nel settembre, Giuseppe Bonaparte elevò pubblica protesta
contro la nuova dinastia: ricordò alla camera di luglio che Napoleone II
era stato formalmente elevato al trono, e fece appello contro la
decisione del parlamento al suffragio universale come al giudice supremo
delle rivoluzioni. Da allora le dimostrazioni bonapartiste, invece della
rivoluzione, si susseguirono da per tutto; e la stampa di opposizione si
abbandonò al gusto fazioso di dipingere il sovrano pacifico come un
vincitore di battaglie. Le uniformi imperiali fecero la loro apparizione
in via Varsavia e il genetliaco di Napoleone fu celebrato solennemente.
Una petizione domandò al parlamento che l'imperatore fosse ricollocato
sopra la colonna Vendôme; e subito Giuseppe Bonaparte prese da ciò animo
ad annunziare sui giornali inglesi, che l'imperatore aveva sempre voluto
la libertà, salvo che ne aveva differito il completo adempimento al
tempo della pace.
Per quanto siffatte manifestazioni rimanessero deboli ed isolate, pure
il re borghese non si liberò mai della paura del grande morto. Egli
stava di fronte ai napoleonidi come prima l'imperatore di fronte ai
Borboni. La sua condotta sospettosa nella rivoluzione di Romagna non gli
era stata imposta puramente dal suo amore dell'inerte quieto vivere, ma
anche dalla paura dei giovani principi Bonaparte, che associavano alla
sedizione «il loro nome conquistatore». Quando Ortensia col figlio salvo
passò per Parigi, il re permise non altro che una visita alla
principessa, la quale in altri tempi sotto l'impero aveva benevolmente
interceduto per lui; ma il colloquio fu tenuto segreto alla stessa
diplomazia francese; e non appena si udirono presso la colonna Vendôme
alcune grida sospette, subito i pericolosi ospiti doverono abbandonare
il paese. Una nuova legge di espulsione inibì ai Bonaparte insieme e ai
Borboni il suolo della Francia, non però sotto pena capitale. Il re
volle sottoporre a una medesima legge le due dinastie detronizzate con
l'intenzione, che il popolo considerasse l'una e l'altra come forze
della reazione dirette contro la libera corona borghese. Non appena
sorse nel Belgio il disegno di chiamare al nuovo trono un Leuchtenberg,
il re fu spinto dal timore a un passo ardito: fece propalare a Brusselle
la voce, che egli avrebbe visto volentieri l'esaltazione del figlio, il
duca di Nemours. Scansata con questa mossa la candidatura del
napoleonide, la politica borghese ricadde nella sua consueta sterilità,
e rinunziò magnanimamente all'elevazione del proprio principe. Abbiamo
già ricordato, che l'apprensione ispirata dall'esule Luigi Bonaparte,
protettore dei profughi polacchi, aveva provocato una minaccia di guerra
alla Svizzera. È meno noto, che anche la politica interna del re moveva
da timori somiglianti. Il conte Molé con sorprendente diligenza aveva
fatto fin dal settembre 1830 dichiarare a Vienna, che il suo re avrebbe
mantenuto l'espulsione dei napoleonidi; e il nuovo ambasciatore conte
Belliard, appena arrivato sul Danubio, manifestò l'intenzione di un
abboccamento con Maria Luisa e il duca di Reichstadt: «desiderio
abbastanza indiscreto, che naturalmente gli fu rifiutato». Da allora il
principe di Metternich capì i punti deboli del governo di luglio. Troppo
aveva egli tremato davanti al giovine Napoleone; e adesso volle «farsene
un'arma per ridurre in Francia taluni partiti alla ragione¹». S'intende
da sé, che il tremebondo statista non si propose mai, sul serio, di
condurre a Parigi con le baionette austriache il giovine despota. Ma la
minaccia ebbe effetto; e il ministero Périer curò con santo zelo il
ristabilimento dell'«ordine».
¹ Metternich manifestò tale intenzione all'ambasciatore prussiano
barone von Maltzahn (la cui relazione è datata del 5 settembre
1830). Che la minaccia fosse effettivamente espressa, è rapportato
dall'ambasciatore piemontese conte Pralormo (di cui vedi la
relazione del 13 marzo 1831 presso BIANCHI, _Storia documentata
della diplomazia europea in Italia_, III, 345).
Il re sentiva quanto poco il suo posato regime fosse atto a offrire al
popolo quell'entusiasmo, di cui abbisogna qualunque governo. In tale
imbarazzo, andò a dar di capo in un rimedio singolare che, triviale come
è, non si descrive se non con frasi ironiche: egli spiegò una premura
particolare pei ricordi napoleonici, e tentò di guarire con la cura
omeopatica l'ambizione guerresca della nazione. Ma come prima i Borboni
con la loro febbre di persecuzione erano riusciti soltanto a rinfocolare
la leggenda napoleonica, così ora la conclusione fu, che era impossibile
cacciare il diavolo con Belzebù. La colonna Vendôme fu di nuovo adorna
della statua dell'imperatore, e a Boulogne fu terminato il monumento
alla grande armata. L'arco di trionfo sulla piazza del Carosello ebbe i
bassorilievi commemoranti la campagna più gloriosa dell'imperatore. Fu
compiuto ai Campi Elisi l'arco dell'Étoile, e coperto con quelle
sculture che presentano al riguardante un mondo guerriero. Più tardi il
bonapartismo chiamò _les actes réparateurs_ cotesto giocare col fuoco.
Anche quando il re cercava di mostrarsi equanime con tutti i partiti, il
suo mecenatismo però stimolava unicamente l'orgoglio guerresco del
popolo. _À toutes les gloires de la France!_ dice l'iscrizione su quella
pinacoteca storica a Versailles, che il regale storiofilo raccolse con
bello zelo. Ma chi percorre queste sale interminabili, e col capo in
tumulto ripensa ai turbini di polvere e di fumo, al lampeggiare delle
spade, ai battaglioni lanciati alla carica, alle mischie, ai corpi
laceri, alle unghie scalpitanti dei cavalli, che da mille cornici ci
abbarbagliano gli occhi, finisce col domandare a sé stesso, se in
Francia non esista che solo un'unica gloria: la gloria del guerriero. La
beniamina dell'arte è la guerra. Le noiose solennità ufficiali delle
incoronazioni e delle proclamazioni di statuti scompaiono quasi, appetto
all'ardore di vita e di verità di quelle immagini di battaglie di Orazio
Vernet, che trascinano lo spettatore come una marsigliese dipinta.
Guardate un po' i soldati francesi, quando la domenica discutono e si
esaltano davanti ai quadri algerini! Certo, l'istinto borghese del
quieto vivere, di cui aveva bisogno la monarchia di luglio, fu
tutt'altro che fomentato da codesto museo di battaglie.
Il re, messosi a fare l'ammiratore dell'impero, si vide costretto, in
onta all'odio che a quello portavano i Borboni, a favorire gli uomini
del tempo imperiale. Chiamò nel suo consiglio Montalivet, il figlio del
ministro napoleonico, Molé, il grande dignitario napoleonico che non
aveva mai cessato di ammirare l'impero come il trionfo delle idee
dell'89, e anche Soult, per la ragione che _il me faut une grande épée!_
Perfino il cattivo vecchio Savary, il gran birro aulico di Napoleone, fu
gratificato di un'alta carica dal re della libertà. E allo stesso
maresciallo Clauzel, nel quale si era personificato a pennello lo
spirito lanzichenecco senza legge dei tempi napoleonici, toccò di
rappresentare la sua parte nei panni di un ministro parlamentare. Gérard
e Lobau ebbero il bastone di maresciallo, perché il prigioniero di
Sant'Elena aveva pensato a loro; Gourgaud ed Heymes divennero aiutanti
del re. Pareva come se l'intero esercito della Belle-Alliance fosse per
rivivere. In principio, prima che la debolezza della monarchia di luglio
fosse intravveduta, cotesta risurrezione vittoriosa del nome napoleonico
accrebbe l'apprensione delle corti orientali. Per chi conosce da vicino
la vita familiare degli uomini di Sant'Elena, e sa che le loro mogli
pregavano addirittura davanti all'effigie dell'imperatore, e che le loro
figlie si vantavano senza ritegno alcuno di essere sue figlie, ebbene,
riesce incomprensibile, come mai un Orléans abbia potuto sperare di
cattivarsi proprio in quella cerchia seguaci fedeli.