Tra quelli che si presumevano politici consumati dominava l'idea, che

l'Europa fosse divisa in due zone nemiche; e che intorno alle due

cittadelle della libertà, la Francia e l'Inghilterra, bisognasse

stringere una valida cortina di piccoli stati costituzionali, come

baluardo contro la servitù dei paesi orientali. Avvaloravano una tale

opinione non solo gli umori ostili delle corti di Vienna e di

Pietroburgo, ma anche lo spirito niente patriottico dei radicali

tedeschi, i quali, in quei primi anni d'inebriamento, erano molto

proclivi a salutare il tricolore come il riscattatore che li avrebbe

sciolti dalle catene della confederazione. Era questa la vecchia

illusione dei dilettanti politici, i quali non hanno mai capito, che la

natura complessa dell'associazione dei nostri stati tedeschi consente a

mala pena una pura politica di tendenza; che le supreme questioni di

dominio internazionale non cadono affatto sotto i modi di vedere delle

teorie dei partiti; e che le passioni e gl'interessi del momento hanno

in generale nella politica estera maggiore importanza, che non ne

abbiano nella politica interna i contrasti durevoli. Come pel passato il

vincitore degli ugonotti, Richelieu, aveva appoggiato i protestanti

tedeschi e la democrazia degli Orange gli Stuart, così anche adesso

sarebbe venuto il tempo, in cui l'Inghilterra parlamentare si sarebbe

alleata con le corone assolute dell'oriente contro la Francia

costituzionale.

Il re e i suoi dottrinari non erano disposti a secondare la rumorosa

corrente bramosa di guerra. Erano troppo chiaroveggenti per non

discernere, che un'impresa di conquista sul Reno avrebbe sommerso la

stessa corona borghese: «la guerra è la rivoluzione», soleva dire Luigi

Filippo: ed erano troppo freddi e pedanti calcolatori, per avvertire e

intendere in qualche modo il movente generoso, che si nascondeva

indubitabilmente nel delirio della brama di guerra. Si chiarì,

purtroppo, anche rispetto alle questioni estere, quanto fossero

insostenibili le dotte comparazioni tra il 1688 e il 1830. Laddove la

gloriosa rivoluzione inglese era maturata in virtù del favore datole

dall'Europa settentrionale tutta protestante, la quale aveva ricondotto

quasi spontaneamente lo stato, da una condizione malsana di vassallo,

entro la cerchia dei suoi alleati naturali, all'opposto la Francia

moderna all'estero era del tutto isolata. Il governo si ostinava

sconsigliatamente a tenere una situazione mediana fra i trattati del

1815, che non poteva annullare, e la Rivoluzione, che non poteva

interamente rinnegare quale suo terreno originario. In una situazione

siffatta, il regno continuò, come sotto i Borboni, a non godere di

alcuna autorità: la Francia aveva perduto in Europa il suo antico posto

egemonico.

Solo una volta la monarchia di luglio toccò un successo notevole sulle

potenze orientali. La rivoluzione belga aveva incontrato rapidamente il

favore di tutti i partiti in Francia. Era vantata come liberale insieme

e cattolica; e lo scopo che si era prefisso, era di rompere quella

compattezza degli stati olandesi, la cui esistenza era un affronto per

la Francia. Questa volta il re seppe profittare destramente della

lentezza delle potenze orientali, distratte dagli affari della Polonia.

Le sue truppe entrarono due volte nel Belgio; e quando alla fine fu

strappato alle corti tedesche renitenti il riconoscimento del nuovo

stato, e lo czar Nicola non poté altrimenti sfogare il suo impotente

malumore per la vittoria della rivoluzione, che rifiutando le relazioni

diplomatiche col giovine regno, allora le penne del gabinetto

magnificarono _la brillante solution française_ della questione belga.

Se non che, un giudizio posato non può consentire a tale millanteria.

Senza dubbio, con lo stabilimento dello stato belga il necessario era

fatto, il rimedio eroico del momento era riuscito; ma il merito maggiore

non era da ascriversi alle armi francesi, bensì all'assistenza

perseverante e meno ambigua dell'Inghilterra. Ben a ragione lord

Palmerston chiamava il Belgio suo figlio. La sete di gloria della

nazione era così poco soddisfatta dei facili trionfi nelle trincee di

Anversa, come il piacere della Francia rivoluzionaria della guerra

contro Stein ed Erz: i fogli radicali menarono gran lamento, quando il

comandante francese sul campo della Belle-Alliance proibì alle sue

truppe di condurre a fine la distruzione già iniziata del monumento

prussiano di Planchenois e del leone del Mont-Saint-Jean. Il re pacifico

non raggiunse una sola delle cupide e dissimulate mire che lo avevano

indotto all'intervento. Con quanta dolcezza il vecchio Talleyrand aveva

proposto a Londra di elevare Anversa a città libera! Con quanta premura

aveva sollecitato da lord Palmerston il Lussemburgo e dall'ambasciatore

prussiano una fetta di territorio renano! Si sarebbe ripreso l'affare

sassone, sepolto da un bel pezzo: quello di assegnare la Sassonia alla

Prussia e il Belgio al re di Sassonia. Ebbe risposte evasive,

nient'altro. Anche la speranza di fare del piccolo paese di confine un

baluardo per la Francia, si rivelò presto essere un sogno. I forti di

frontiera costruiti verso la Francia non furono demoliti; e la totalità

dei Paesi Bassi dilaniata dai partiti era stata in sostanza un vicino

più debole o, per dirla secondo l'intendimento della piccineria

orleanistica, meno pericoloso dei due nuovi stati centrali, abbastanza

solidi. Il popolo belga aveva ricevuto con malavoglia non dissimulata i

francesi, la seconda volta che erano entrati nel loro territorio. Questa

disposizione non migliorò, dopo che quel savio principe si fu insediato

sul nuovo trono. E molto, troppo spesso toccò a Luigi Filippo di mandare

a Brusselle l'accorta sorella Adelaide, a calmare le apprensioni della

corte belga, la quale da un pezzo meditava seriamente di entrare

nell'Unione doganale tedesca. La diffidenza delle grandi potenze non ha

consentito mai e poi mai alla corte francese, e lo abbiamo visto su a

proposito del disegno di unione doganale franco-belga, di esercitare nel

Belgio un'influenza predominante.

Ma se qui fu raggiunto un mezzo successo, per contro nelle vicende

polacche la nazione fu pienamente offesa in tutti i suoi sentimenti più

cari. Beniamina dei francesi, perché del pari cattolica e

rivoluzionaria, legata alla Francia dal contegno cavalieresco,

dall'antica fratellanza di armi, dai mille legami dell'affinità morale

e ideale, la Polonia si sollevò contro quello czar, che l'opinione

pubblica con la sicurezza del suo istinto detestava come capo della

nuova santa alleanza. Un giubilo immenso accompagnava dalla Senna ogni

colpo di fucile nelle pianure polacche. Lafayette con l'intera

democrazia propugnava la guerra in pro dei polacchi: era arrivato il

tempo di riparare a quell'antico misfatto dei gabinetti, che gli storici

francesi amano di presentare come il più orribile di tutti i delitti.

Per mascherare, beninteso, le colpe consimili del loro proprio popolo.

Torna a onore dell'intelligenza del governo l'avere respinto, sdegnando

quelle vuote fantasie, una guerra senza costrutto, da condursi per un

interesse straniero. Ma quando Sebastiani esaltò i brutali successi

militari della Russia con le parole: «_l'ordre règne à Varsovie_»,

allora il governo si fece nemica per sempre l'opinione pubblica, né si

cattivò per questo la fiducia delle potenze orientali; perché i

fuggiaschi polacchi furono accolti in Francia a braccia aperte, i poveri

furono soccorsi dai fondi segreti, e il comitato parigino degli emigrati

mandò da allora in poi i suoi affiliati a combattere su tutte le

barricate del mondo. Il lamento patetico sulla fine della Polonia

diventò l'inevitabile pezzo di forza di ogni carica a fondo: ma il

governo persisté nel suo contegno ambiguo. Quando poi si accumularono in

Polonia violenze su violenze, e quando il principe di Metternich lacerò

di propria mano la sua stessa opera, il trattato di Vienna, e la

repubblica di Cracovia fu disfatta in piena pace, il conte Molé diresse

a Vienna una nota vibrata, dicendo in sostanza che il cancelliere desse

schiarimenti in segreto, dovendo egli risponderne al parlamento.

La monarchia di luglio mostrò, come in questa, in tutte le complicazioni

estere lo stesso carattere d'indecisione e di falsità. Nello stesso

tempo che i ministri dichiaravano solennemente alla camera: «noi

abominiamo l'assolutismo e deploriamo i popoli tanto deboli da

tollerarlo», Luigi Filippo con lettere poco conferenti a un re dei

francesi aveva subito dopo la settimana di luglio impetrato il

riconoscimento, per non dire il perdono, delle potenze orientali. La

prima ansia era sparita, l'innocua timidità del nuovo regime non tardò a

palesarsi, e i conservatori intelligenti finirono con l'accordarsi sulla

verità espressa da Wellington, che il nostro sistema di stati non può

fare a meno di nessuno dei grandi stati che lo costituiscono, e che in

Europa non può compiersi nulla di duraturo sulla via della pace senza la

cooperazione della Francia. L'affiatamento delle grandi potenze tedesche

diveniva evidentemente più stretto; e principiò tra Luigi Filippo e il

cancelliere quel vivo e accurato carteggio, che la diplomazia conobbe

come _le commérage politique_ dei due vecchi. Il re assicurava

incessantemente della propria gratitudine indelebile le corti tedesche,

protestava il suo odio a quelle idee americane che avvelenavano il

continente, lamentava: «le nostre istituzioni dànno buona garanzia

contro, non a favore del potere governativo». Pregava che si

distinguesse nettamente tra lui e la rivoluzione, e sollecitava

premurosamente l'assistenza dei tre gabinetti orientali: «in tal caso

potrei fare di più per l'ordine». Per ringraziamento, il principe di

Metternich oberava il docile allievo con una lunga sequela di quelle

disputazioni politiche infinitamente istruttive che gli erano care, lo

esortava a perseverare sulla via della sana politica ad onta della

debole maggioranza parlamentare, e via dicendo. Il ministro Ancillon,

che ebbe visione di queste lettere per mezzo dell'ambasciata di Vienna,

ne andava in gongolo: «il cuore del re non potrà resistere a un

predicatore politico di tal forza». E Gentz, la cui pigrizia si adattava

volentieri a fare di necessità virtù, adesso ripigliava fiato e opinava,

che legittimità e sovranità popolare non sono assoluti opposti, e che

anzi possono intendersela tra loro come cattolicismo e protestantismo:

«giacché ormai la sovranità popolare è interpretata in modo, che

travalica impercettibilmente in una nuova legittimità».

Per contro, lo czar era inesorabile. Fin dall'estate del 1830 aveva

proibito ai russi l'aria appestata della Francia, e non passò anno che

egli all'odiato re borghese non desse una prova di quella rudezza

destituita di qualunque riguardo, che in quei tempi in cui la potenza

russa era al colmo, era ammirata dai nostri piccoli re come una geniale

forza di carattere. Non ci fu via di dissuaderlo, che quel ladro di

corone sarebbe stato a capo della rivoluzione europea: a sentirlo,

cotesti borghesi non si sarebbero intrusi mai più nella parentela delle

corti legittime. «Lo czar», si lagnò Luigi Filippo con l'ambasciatore

d'Austria, «vuol condannare la mia famiglia alla castrazione». In

effetto, era uno spettacolo assai umiliante per l'orgogliosa Francia

vedere il principe ereditario piatire vanamente la mano di qualche

principessa delle maggiori case regnanti. Perfino la corte dello

Schwerin non stimò conveniente il parentado con la casa del re borghese,

e soltanto la benevolenza personale del re di Prussia procurò alla fine

al duca d'Orléans la principessa Elena: _une princesse anodine_,

motteggiò Metternich tra i suoi intimi.

D'altra parte, chi mai avrebbe serbato stima di un gabinetto, di cui

ogni giorno che passava adduceva nuove prove di menzogna? Il governo,

anche nel novembre del 1833, respinse con altezzose espressioni l'invito

delle potenze orientali alla stretta osservanza delle misure sui

fuorusciti; mentre, proprio nello stesso tempo, la polizia segreta

parigina teneva regolarmente informate le corti legittime sulle mene dei

rivoluzionari. Si dava appoggio ai malcontenti tedeschi sparpagliati in

Alsazia dalla caccia alla demagogia, e si permetteva segretamente ai

pedoni loro emissari di mantenere i rapporti di là delle frontiere; né

si vedeva malvolentieri che la democrazia tedesca si affratellasse con

la francese e inventasse una carmagnola alemanna sul glorioso modello

gallico. In tutte le corti tedesche si aveva cognizione della circolare

segreta ministeriale del settembre 1833, nella quale si ordinava agli

agenti francesi di produrre una lista dei francofili e dei capi

dell'opposizione, particolarmente dei paesi della riva sinistra del

Reno. E lo stesso gabinetto, che esercitava in quel modo la propaganda

rivoluzionaria, qualche anno dopo minacciò di guerra la Svizzera, perché

questa si rifiutava di espellere il cittadino svizzero Luigi Bonaparte.

In tutti i piccoli stati costituzionali gli ambasciatori francesi si

atteggiavano come se toccasse a loro il carico di governare lo stato, e

diventarono dovunque intollerabili con la loro amicizia inframmettente e

saccente; beninteso, però, che cotesti magnanimi protettori della

libertà tedesca mostravano per ogni parola pungente della nostra stampa

una suscettibilità nervosa, quale nemmeno il principe di Metternich in

persona. Si trattava la dieta con aperto dileggio. Siccome la Francia

teneva a mandare in lungo l'affare del Lussemburgo, fu espressa la

speranza, «che la dieta sia per iniziare le misure, che intende di

adottare, con la lentezza e la prudente moderazione che distinguono i

suoi atti, e usi e anche reiteri i differimenti possibili! Tale

longanimità risponde al carattere della dieta»¹. La Francia e

l'Inghilterra risposero con una protesta sgarbata alle famose decisioni

dietali del 1832, e diedero così alla dieta, che rigettò recisamente

l'inframmettenza straniera, la gradita occasione di cattivarsi una

volta tanto il plauso dei patrioti. La corte francese, non rinsavita

ancora, tentò, dopo il colpo di stato dello Hannover, d'indurre il

governo inglese a movere a Francoforte una protesta collettiva; e dopo

il rifiuto dell'Inghilterra, negò recisamente agli ambasciatori tedeschi

cotesta sua intenzione.

¹ Dispaccio circolare del ministero degli esteri francese agli

ambasciatori francesi in Germania del 30 dicembre 1830.

Siamo giusti. Vi sono tempi sterili e senza energia, che non consentono

ampiezza alla politica estera. In Italia e in Oriente le cose non erano

mature per le grandi risoluzioni e comandavano una politica di attesa e

di sospensiva. Ma, mentre altrove si osò anche in questo tempo meschino

una creazione sana, piena di avvenire, di politica nazionale, invece la

monarchia di luglio non rivelò che paura e miserabile invidia. La nostra

giovine unione commerciale non ebbe, fuori dell'Austria, un nemico più

velenoso di questi borghesi. Le corti di Parigi e di Vienna discussero

nel 1833 il disegno di staccare la Baviera e il Würtemberg dall'Unione

doganale prussiana, accordando una riduzione di tariffe alle frontiere

tedesche meridionali; ma l'idea abortì per l'incapacità dei due

gabinetti in materia economica. Frattanto l'ambasciatore a Berlino

Bresson, l'ambasciatore a Francoforte D'Alleye e soprattutto

l'abilissimo Engelhardt, console a Mainz, visitavano le piccole corti,

scongiuravano il commercio locale di non cedere alle lusinghe

dell'ambizione soperchiatrice prussiana; ma il fanatismo settario dei

liberali del nostro mezzogiorno non porse altro che troppo benevolo

ascolto a siffatte esortazioni. La questione dell'unità nazionale

trionfò alla fine di tutte le aberrazioni dello spirito partigiano, e

gl'intrighi stranieri ebbero una fine vergognosa.

La monarchia di luglio annunziò il proprio avvento alle grandi potenze

con un ribocco di espressioni pateticamente liberali: il diritto di

disporre di sé, del quale la Francia si era fatta ragione, appartiene

anche a tutte le altre nazioni. Cotesto principio del non intervento,

che rispondeva evidentemente a un concetto fondamentale giusto, ma che

nella sua sterilità dottrinale calzava tanto poco alla complicatissima

rete dei nostri stati confederati quanto le teorie dell'intervento della

Santa Alleanza, gittò al suo apparire un terrore enorme nelle corti

conservatrici. Il principe di Metternich lamentò «questo nuovo e

inaudito diritto dei popoli, questo sovvertimento di tutte le regole che

hanno governato finora la politica degli stati europei». La corte di

Vienna, però, ebbe presto motivo di tranquillarsi; perché, quando

l'Austria soffocò la rivoluzione nell'Italia centrale facendo marciare

due volte le proprie truppe negli stati pontifici, e affermò

imperturbabilmente la propria sovranità sulla Penisola non ostante il

disordine delle sue forze militari palese a tutti gl'intenditori, il re

borghese spedì ad Ancona un debole corpo francese e fece dichiarare

segretamente all'ambasciatore austriaco, che questa occupazione era

seguita per pura ragion di forma, per puro riguardo all'orgoglio

nazionale francese! Per altro, un equo giudizio riconosce, che le

dichiarazioni sleali del governo alle camere erano spesso imposte dalla

necessità: le interpellanze incessanti sugli affari in corso della

politica estera, costituivano un abuso innaturale, penoso anche pel più

abile ministro. Il corpo di spedizione ad Ancona fu richiamato

ingloriosamente come era stato mandato; e di questa mortificazione non

riuscì a consolare il paese l'espressione patetica: «il sangue dei

francesi appartiene solo alla Francia». La Francia arrischiò soltanto

alcune deboli esortazioni per mitigare l'intollerabile sgoverno di Roma,

e sopportò longanimemente, che Carlo Alberto di Sardegna, il quale a

quei tempi era tuttora un rigido legittimista, proibisse nel suo stato

la legion d'onore e dimostrasse il più rude disprezzo alla monarchia

borghese. In questo modo, stando all'atto pratico di questo sistema, il

non intervento significava per la Francia il diritto d'intervenire

consecutivamente, non appena un'altra grande potenza si fosse

immischiata negli affari di un terzo stato. Vale a dire, era un legare

le mani solo a sé stessi, come ebbe subito a riconoscere con

soddisfazione il principe di Metternich; era un rinunciare alla

iniziativa propria, senza punto impedire l'ingerenza alle altre nazioni.

In Ispagna la monarchia di luglio riportò successi parimente infelici.

All'antica parentela delle corti borboniche si sarebbe potuto sostituire

un legame più nobile, l'affinità delle istituzioni nei due stati del

pari illegittimi e costituzionali: «per la Francia i migliori alleati

sono i popoli liberi», dichiarò il gabinetto di Parigi. E la lega

dell'occidente liberale parve davvero un fatto compiuto, quando la

Francia e l'Inghilterra ebbero conchiusa la quadruplice alleanza con le

due regine degli stati iberici. Laddove però l'Inghilterra consolidò nel

Portogallo, suo antico baluardo avanzato, la propria supremazia, il re

borghese invece non riuscì ad acquistare un'influenza duratura sul

gabinetto di Madrid. Aveva fondate ragioni di temere la suscettibilità

dell'orgoglio nazionale degli spagnuoli; onde si restrinse a disarmare

sul suolo francese le bande carliste e a rinforzare i cristini con

munizioni e con una legione straniera: quanto bastava per cadere in

sospetto dell'Austria, e quanto non bastava per farsi indispensabile

agli spagnuoli! Gl'intrighi che corsero un intero decennio per le sale

dell'Escuriale tra l'ambasciatore francese e l'inglese, provarono a

sufficienza su quali deboli basi si reggesse la celebrata _entente

cordiale_ delle potenze occidentali. L'odio contro la perfida Albione

ricorse nel popolo francese con la stessa passione che al tempo del

primo impero, e l'amicizia dei gabinetti ebbe presto a soffrire una

grave scossa dall'opposizione dei rispettivi interessi in Oriente.

Luigi XIV, fin da allora, aveva compreso l'importanza dell'Egitto

rispetto al dominio del Mediterraneo e al commercio con l'India, e aveva

porto ascolto alle geniali fantasie egiziane del nostro Leibnitz. La

spedizione compiuta dal genio di Bonaparte aveva, in seguito, fatto più

caro il paese a ogni cuore di Francia. Il disegno napoleonico di

sottrarre all'Inghilterra, mercé il taglio dell'istmo di Suez, il

comando delle comunicazioni con l'India, divenne il tema preferito della

stampa francese, specialmente da quando l'Inghilterra, facendosi delle

rocce di Aden una Gibilterra orientale, si era apprestata una nuova

stazione di tappa sulla propria linea oceanica. Proprio allora, sotto

l'energica signoria di Mohammed Alì, si era iniziato quel tale sistema

di far felici i popoli dall'alto, di stile napoleonico: tutta la Francia

andava in visibilio pel despota illuminato, nel quale la tradizionale

predilezione dell'Oriente pei costumi francesi si era incarnata con un

vigore più forte del consueto. Il governo di luglio non voleva

combattere la Porta, ma nemmeno riuscì a far argine all'aberrazione

della fantasia nazionale; né gli bastò l'animo all'idea ardita di

condurre Mohammed Alì a Stambul, e di rinvigorire e rinnovare l'impero

vacillante degli Osmani con un maestro di palazzo illuminato ed abile.

Si smarrì quindi per una via ripida, in cui la Russia in agguato si

proponeva di attirarlo da tempo: esso indebolì la Porta e s'inimicò con

l'Inghilterra, dal momento che sosteneva i vassalli sediziosi contro il

loro sultano, e con mezzi, per giunta, sleali, degni di siffatti uomini

di stato; e infine rimase di botto isolato di fronte all'unanime

coalizione delle quattro potenze.

Nei momenti critici della monarchia di luglio emerse adunque nel modo

più vivo, che il governo parlamentare non aveva potuto, durante il

corso di una generazione, coltivare saldamente su questo suolo la sana

moderazione dei popoli liberi. Tutto il paese rintronava di nuovo di

selvagge grida di guerra, il ministro Thiers lanciava rumorosamente le

frasi grosse del club dei giacobini, perfino il re nei momenti d'ira

minacciava di mettersi in capo il berretto rosso, e la diplomazia

tedesca esclamava corrucciata: «il 1830 è di nuovo al governo!». Questo

popolo prese sul serio l'inanità delle sue fantasticherie egiziane,

tanto che gli parvero una ragione legittima sufficiente ad autorizzare

una scorreria sul Reno. Alla fine l'amore del quieto vivere del regime

borghese riebbe il sopravvento: Guizot mostrò il coraggio morale, raro

in lui, di fronteggiare la passione traviata della nazione. Ma la

remissività verso l'estero, per quanto in sé ragionevole, pure, dopo le

burbanzose minacce degli ultimi mesi, prese l'aspetto di una disfatta

vergognosa. L'influenza della Francia in Oriente ne fu annullata per

tutto un decennio. L'Inghilterra spadronava in Oriente, osteggiata

dagl'intrighi russi; e nell'Asia interna erano parimente sole

Inghilterra e Russia a condurre la lotta storica del mondo pel dominio

del Levante. Le furie del partito bellicoso di Francia ottennero in

Germania gli effetti, che non avevano conseguito le ragioni sennate dei

nostri più prudenti patrioti: i nostri liberali principiarono a

stornarsi dagl'idoli gallici, e lo spirito del 1813 risorse anche fuori

del regno di Prussia. La superba Inghilterra seppe così poco dissimulare

il disprezzo per la vicina umiliata, che l'anno appresso lord Palmerston

marchiò con parole inauditamente prive di ogni riguardo un affare

d'interesse strettamente francese, la politica coloniale ad Algeri;

d'altronde erano troppe le prove dell'ardente ambizione della Francia,

perché il senso della fiducia potesse comunque ritornare nella _entente

cordiale_ delle potenze occidentali, rappattumate per forza di

necessità.

Il perturbamento della pace interna divenne inevitabile. Si era troppo

fondato sulla speranza, che l'Inghilterra non avrebbe mai rotto, non

avrebbe mai abbandonato l'alleanza con lo stato costituzionale. Avvenuta

la disfatta diplomatica, perciò stesso il nuovo «ministero degli

esteri», allora istituito, era privo di ogni autorità morale.

«L'Inghilterra ci comanda, la congiura delle potenze ci preclude

l'Oriente, la politica del gabinetto ci butta in viso la vergogna»,

erano le frasi d'effetto che empivano le colonne della stampa, anche di

quella moderata. Ogni avvenimento all'estero suscitava nella nazione una

irritabilità morbosa. Perfino Pomara, la paradisiaca regina del mare

australe, diventò per l'opposizione una sacra reliquia nazionale. La

pura pratica amministrativa, a chi spettasse il diritto di visita sui

negrieri, sollevò tale tempesta, che nel 1842 gli elettori concorsero

alle urne al grido _pas de droit de visite!_ e bisognò ritirare il

trattato già conchiuso, che accordava quel diritto agl'incrociatori

inglesi.

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 1 · 第 16 / 21 段