Emilio Girardin parla anche la sofistica di un partigiano esasperato:
«Niente strade, niente canali, le strade vicinali ridotte in uno stato
miserando, niente per la proprietà, niente, sempre niente!». E non torna
in nessun modo in onore della probità e della rispettabilità degli
uomini di stato del secondo impero il fatto, che il ministro di stato
Rouher abbia evocato la grossa parola di un'opposizione furente, e abbia
qualificato sbrigativamente come _rien!_ il risultato della legislazione
parlamentare. Qual giovamento veniva al popolo, che il bilancio si
dividesse in 338 capitoli, e che la camera censurasse con una
salamistreria da maestruolo ogni alterazione al numero intrasgredibile
dei posti al pranzo dello stato? Che utile dava al piccolo borghese, che
il ministero, tremando innanzi alla camera, si astenesse dai prestiti
anche necessari, e riuscisse a nascondere la situazione sfavorevole
delle finanze secondo l'uso dei governi deboli, cioè con l'illecito
accrescimento del debito fluttuante? Il governo borghese non aveva cuore
pei contadini, pei due terzi della nazione. Certo, anche l'onnipotenza
di questo stato era impotente davanti al grave male inveterato
dell'agricoltura, davanti all'assenteismo: solo un cambiamento radicale
dei costumi avrebbe avuto virtù d'indurre i ricchi proprietari a
preferire l'uniformità della vita di campagna al lusso delle grandi
città. La penuria del capitale premeva più che mai i contadini con
l'aggravamento del credito, che li costringeva a pagare sui prestiti
dall'otto all'undici per cento. Effettivamente l'autorità dello stato
poteva in questo caso venir loro in aiuto con una riforma della
insensata legislazione ipotecaria; ma questa riforma cadde! Anche la
Banca di Francia serbava il proprio monopolio: la borghesia di Parigi
non volle percepire gli utili delle banche di provincia. Si aggiungano
le mostruose tasse di bollo e di registro, che in media stavano come 4 a
5 sull'intero importo delle imposte indirette e gravavano smisuratamente
sulla proprietà fondiaria.
Il dazio protettore riusciva veramente rovinoso all'agricoltura. In
effetto Guizot, che non si era mai occupato di economia, seppe trovare
anche per questi problemi la frase politica sonora: una politica
conservatrice ha la missione di proteggere efficacemente tutti
gl'interessi sociali esistenti. Per contro, il re era libero-scambista;
e anche in questo i francesi palesarono il loro talento impareggiabile
nel diffondere nel mondo nuove idee sociali. Il movimento inglese del
libero scambio traversò il canale; sorse il _Journal des économistes_, e
la scuola di Bastiat presentò la teoria della libera concorrenza come un
bene generale dell'Europa. Tanto più incomprensibile riesce la
progressiva degenerazione della politica commerciale, che si accompagna
a un tale raffinamento delle teorie. L'egoismo degl'industriali si
solleva senza ritegno, e trova eloquenti difensori nella società per la
protezione del lavoro nazionale, in Odier e in Lebeuf. Il governo non
osa opporsi agl'interessi di classe della borghesia. Tronca le
trattative con l'Inghilterra sui reciproci alleggerimenti commerciali,
perché teme l'insinuazione di essersi posto al soldo degl'inglesi. Offre
agli stati confinanti tedeschi una riduzione sul dazio del bestiame e
della lana; ma subito i consigli generali lanciano l'allarme, e il
gabinetto si ferma. Accarezza l'idea ardita di una lega doganale col
Belgio, ma non trova il coraggio di menare a fine il disegno in onta
all'opposizione della Russia e dell'Inghilterra, né alla previdente
ombrosità del re Leopoldo. Guizot cede, e nello stesso tempo prega
premurosamente il conte Appony di non parlargli più della questione,
affinché sia in grado di assicurare la camera che non è trattenuto dalla
riluttanza straniera! E tanto per fare qualche cosa, la Francia accorda
le tariffe differenziali di favore ad alcuni prodotti belgi, ma anche
questa concessione rimane limitata al solo Belgio, affinché i filatori
nazionali non si sentano minacciati.
Anche più che sotto la Restaurazione, le camere erano contrarie alla
libertà del commercio, all'opposto del governo; e quando questo
arrischiò un modesto tentativo inteso a moderare alcune voci della
tariffa, finì poi, intimidito, con l'accordarsi, a discapito della sua
stessa proposta. Non prima del 1847 fu presentato un disegno di riforma
doganale completa, ma i deputati rappresentanti l'industria seppellirono
la legge agli atti. Durante questi tentativi di saggio, l'antico sistema
proibitivo perdurò inalterato, aggravato anzi in molti casi, e in un
caso solo fu positivamente alleviato, cioè con l'abolizione dei diritti
di transito. Fu proibita specificamente l'importazione dei tessuti di
lana e di cotone; al che l'Inghilterra rispose con l'inasprimento sui
vini francesi: talché il contadino patì un danno doppio; vide cioè
rincarare le stoffe per coprirsi, e restringere il mercato del suo
prodotto preferito. Lo stato-tipo costituzionale guardava con infinito
disprezzo la barbarie tedesca: «le agitazioni sul Reno», scriveva al
tempo della festa di Hambach il ministro dell'interno ai prefetti dei
dipartimenti di frontiera, «derivano solamente da questo, che i tedeschi
paragonano le condizioni del loro paese col felice stato della Francia».
Non fu poca vergogna, quando in quello stesso torno di tempo la Prussia,
alla proposta della Francia per alcune reciproche riduzioni doganali,
rispose con un rifiuto motivato dalla notevole osservazione, che, dato
lo sviluppo più alto della legislazione dell'Unione doganale tedesca
(_Zollverein_), la Francia non si trovava in condizione di negoziare
punto per punto; che prima avrebbe dovuto farla finita col sistema
proibitivo, e riconoscere il principio del liberalismo che la Prussia
aveva accolto fin dal 1818¹.
¹ Nota del ministero degli esteri del 7 febbraio 1834 all'ambasciatore
von Arnim a Darmstadt (di pugno di Eichhorn).
Per la potente unità statale della Francia riuscì anche più vergognoso
il paragone con la sbocconcellata Germania in fatto di comunicazioni. È
vero che sotto Luigi Filippo il bilancio dei lavori pubblici salì da 33
a 69 milioni: furono costruite alcune grandi strade regie, alcuni porti
furono ingranditi, e fu ampliata con nuove vie d'acqua l'invidiabile
canalizzazione, che non ha l'eguale nel continente. Ma quando furono
introdotte le ferrovie, e nella stessa Germania, più povera della
Francia, l'industria privata s'impadronì con successo del nuovo mezzo di
comunicazione commerciale, la monarchia di luglio palesò una
inettitudine desolante, che Cavour ha flagellato in uno scritto
magistrale. La Francia per anni non ebbe che una sola ferrovia, la
ferrovia di diletto che conduceva i parigini ai passatempi di
Versailles. Ostacoli aveva subito frapposto la furia partigiana delle
camere, che non intendevano di dimostrare alcuna fiducia al ministero di
allora; ostacoli l'egoismo dei grandi banchieri, che miravano a
riservare a sé la grossa speculazione. Quando finalmente fu approvato il
grandioso disegno di una rete ferroviaria ben distribuita, si fece
avanti il gretto interesse di campanile, che il sistema in massima aveva
stimolato: nessuna delle città grandi volle cedere l'una all'altra la
priorità, e perciò nessun tronco tra i più importanti fu menato
rapidamente a termine, ma furono tutti principiati contemporaneamente,
fino a che, per concludere, il presidente della repubblica non ebbe
solennemente inaugurate con vanagloria napoleonica tutte le strade
ferrate già in progetto sotto la monarchia di luglio. Il quale
scioperato regime non seppe condurre all'approvazione neppure alcune
modeste riforme amministrative, come, per esempio, la trasformazione
delle Poste, della quale Rolando Hill aveva da lungo tempo indicato il
modo. Non era affatto da pensare, dunque, a un'iniziativa ardita, per
estirpare i mali economici profondamente radicati, il contadino del
mezzogiorno occidentale implorava invano il dissodamento dei latifondi
deserti, delle _landes_, che soltanto lo stato avrebbe potuto
intraprendere.
Precisamente a questo sistema è pochissimo perdonabile una siffatta
improduttività nella politica economica. Non era certo un regime mondo
di ciarlataneria e di fantasticheria, come raccontano gli apologisti; ma
era pure un governo di freddo intelletto, prosaico, come la classe a cui
serviva. La monarchia di luglio ha compiaciuto un po' meno dei
predecessori al solito vizio nazionale della vanagloria: non poteva far
pompa della santità divina dei gigli, né della gloria imperiale; doveva
contentarsi di cercare i suoi puntelli nel savio promovimento
degl'interessi materiali. La prodigiosa rivoluzione del commercio e
dell'industria aveva spinto sul proscenio della vita europea tutte le
più primitive e gravi questioni sociali; e come mai la corsa sarebbe
stata più fermata dalla fame e dall'amore? Ma la monarchia borghese
barcolla come colpita da cecità davanti ai segni dei tempi. Quando lo
stomaco digiuno e l'invidia furibonda sollevarono alla _Croix rousse_ la
spaventosa sommossa operaia, alle Tuileries, dopo il primo spavento, si
tornò a respirare con sollievo: si era temuta una cospirazione
repubblicana, e, il Cielo sia lodato! si trattava semplicemente di una
guerra sociale! Si vedeva con terrore l'accorrere in folla delle
popolazioni campagnuole nelle officine industriali, e si proibivano per
principio o si aggravavano i prestiti alle grandi città, affinché con
l'erezione dei quartieri operai non venisse rinforzato l'esercito
volontario dei demagoghi. A Rouen e a Lilla nella _Rue de la bassesse_ e
nella _Impasse des cloaques_ la miseria ringhia atroce come il nome
delle strade; il vizio, l'indigenza e l'infermità si stringono
ammucchiati nelle viuzze tetre dietro il Pantheon. Ma la città crede di
avere adempiuto ai propri doveri, quando ha vigilato sui reietti e
addestrato i suoi soldati alla battaglia per le vie. Ogni associazione
operaia è legata al placito della polizia, che di regola è rifiutato
dalla borghesia sospettosa; la lega aperta dei deboli contro i forti, lo
sciopero, è rigorosamente proibito. Data una tale pienezza di
compressione, ben poco importa che le casse di risparmio da tredici
siano salite a cinquecentodiciannove.
I bisogni del contadino privo del credito non sono punto alleviati,
l'antica tradizionale propensione romana alla vita in città è tanto più
rinforzata dall'attrattiva del gioco d'azzardo dell'industria moderna.
La capitale è ampliata con un enorme sobborgo industriale, e anche in
altre grandi città la popolazione cresce rapidamente; ma l'accrescimento
degli abitanti si ferma subito in campagna, anzi alcuni dipartimenti
delle Alpi e del Giura scemano di continuo. Gli statistici previdenti
avrebbero potuto fin da allora calcolare il momento, in cui la piccola
Prussia sarebbe cresciuta appetto al potente vicino anche nel numero
degli abitanti. Il sistema dei due figli diventa una regola ampiamente
diffusa nelle sfere della società; e non già che si appoggi su un
prudente dominio dei sensi; si accompagna invece passo per passo con un
aumento orribile della prostituzione, con le più selvagge aberrazioni
dell'istinto animale. La semplicità sennata dell'antichità si atteneva
al principio aristotelico, che la metà dello stato si sarebbe
rimbarbarita, se la condizione delle donne fosse mal regolata. Ma in
Francia l'emancipazione delle donne e la glorificazione della carne
erano predicate ed esercitate ad ogni canto di strada; e il re
invecchiando era fermo più che mai e impassibile nella sua _pensée
immuable_, come era Guizot nel suo _toryisme bourgeois_. I tre poteri
del _pays légal_ discutevano sui dazi protettori e si disputavano i
portafogli di ministri, come se tutto fosse in regola. E a quel mondo di
miseria, che dovunque faceva ressa pregando, minacciando, delinquendo,
si pensavano essi di aver pensato abbastanza, quando avevano mitigato
qualche rigido articolo del codice penale.
In alcuni casi particolari la monarchia di luglio mostrò cure premurose
e zelanti per la povera gente; e fu al tempo del miglior Guizot, quando
egli dirigeva il ministero più popolare e più rispondente al suo
ingegno, quello dell'istruzione. Anche allora non si smentì menomamente
l'uomo, che aveva ricevuto le impressioni decisive della vita dalle
scene del terrore sotto il dominio della Convenzione: per lui il più
gran problema della società moderna era la dominazione delle anime, che
bisogna raggiungere per opera dell'autorità dello stato. Grande e
duraturo merito fu quello del ministro, il quale di proprio moto
spontaneo, e non già sospinto dalla stampa, che era quasi indifferente a
questioni di tanta importanza, trasformò le scuole popolari fino allora
vergognosamente neglette, e conquistò al paese quasi un altro milione di
scolari. Fu ripristinata la sezione accademica delle scienze politiche e
morali soppressa dall'imperatore soldato, l'indagine storica fu
largamente sovvenuta, e in generale fu dimostrato, che a capo del
governo borghese erano intenditori della scienza. Certo, non fu
raggiunto il successo completo; perché all'introduzione della scuola
obbligatoria resistevano l'odio del clero, l'egoismo della borghesia,
che avrebbe volentieri interdetto agli operai il lusso della cultura, e
infine quella disposizione di ostilità allo stato e necessariamente
rigogliosa, che si nasconde sotto il manto della tutela burocratica;
disposizione, che solo di malavoglia si sobbarca a nuovi doveri verso il
pubblico; umori tutti di tal natura, che si suol rendere con la bella
locuzione: lo spirito d'indipendenza della nazione.
Maggiore interesse suscitò la lotta per la libertà d'insegnamento; il
cui corso mostrò apertamente come era penetrata a fondo nei costumi
della nazione l'idea dell'onnipotenza dello stato. L'università
napoleonica aveva eccellentemente risposto allo scopo del fondatore.
Tutto il corpo insegnante dei licei era un docile strumento nelle mani
del ministro. Gli era espressamente proibito «il vano piacere di una
seducente improvvisazione»; l'insegnamento era disceso a un precettismo
affatto meccanico. Anche adesso la più parte dei francesi colti
ripensano con odio al tempo della scuola, e non già, come i tedeschi e
gl'inglesi, con affettuosa gaiezza. Persino Ernesto Renan confessa che
l'insegnamento nei seminari teologici sia meno comprimente
dell'istruzione dei licei, e Bastiat prova tanta nausea del metodismo
del falso classicismo, che ne è trasportato a lottare contro tutta la
cultura classica. Ma non appena la Chiesa dichiara la guerra
all'università, e, sia in nome della fede, sia in nome della libertà,
domanda la fine del monopolio di stato, subito tutti gli organi della
pubblica opinione prendono le parti dell'università: alla mentalità
comune burocratica la libertà della Chiesa appare come dominio della
Chiesa; pel liberalismo volgare s'intende per libertà solo la violenza
ai propri nemici. In realtà Guizot finì col comprovare, che egli stesso
per libertà d'insegnamento non intendeva punto la libera gara di tutti,
ma la prerogativa della Chiesa. I gesuiti riaprirono i loro istituti
d'insegnamento in onta alla costituzione; ma il governo assisté al
disprezzo della legge con debolezza insieme e doppiezza, perché stimò
l'avviamento ultramontano come un sostegno della politica conservatrice,
e salutò con gioia, lo confessa Guizot in persona, ogni rinvigorimento
dello spirito cattolico.
Alla Chiesa toccò di sopportare un'altra esplosione di odio religioso,
accumulato sotto i Borboni, nelle giornate selvagge in cui fu rovinato
il palazzo dell'arcivescovo di Parigi e l'iconoclastia guastò gli atri
di San Germano d'Auxerre. In seguito essa parve ritirarsi dalla vita
pubblica, rinunziare alle pretese di Chiesa di stato, e conservare di
fronte alla legge soltanto l'autorità di religione della maggioranza dei
francesi. I preti, sospettati fin da principio come nemici della
dinastia di luglio, non arrivarono mai, neppure nel tempo appresso, al
dominio delle Tuileries. Proprio ora apparve palese, che le moltitudini
erano rimaste così fedelmente legate alla loro fede cattolica, come al
tempo in cui i contadini avevano impugnate le armi contro le leggi
anticlericali della Costituente. Sotto la Restaurazione l'ostilità dei
liberali non aveva avuto di mira la Chiesa, ma propriamente la Chiesa
dominatrice dello stato. Sotto il re borghese l'antico odio alla fede
non si risveglia, se non quando lo stato fa mostra di favorire la
Chiesa. La stampa schiamazza contro i preti non appena un colonnello
manda il suo reggimento alla messa, e l'ira delle giornate borboniche
riavvampa in grandi fiamme, ma per breve tempo, quando Guizot appoggia
il _Sonderbund_ e assicura ai gesuiti un'indulgenza contraria alla
legge. Ma come lo stato ritorna al suo contegno indifferente, anche la
stampa non porge più alcuna attenzione alla vita ecclesiastica.
In questo modo, in un raccoglimento che ebbe maggiori conseguenze che
non sotto la Restaurazione, furono buttate le basi di quel rinnovamento
della potenza ultramontana, la cui estensione sotto la repubblica doveva
poi sorprendere il mondo. Roma si chiuse più inflessibilmente che mai
contro ogni idea moderna, respinse il tentativo dell'_Avenir_, di
riconciliare la Chiesa con la democrazia, e condannò la libertà di
coscienza come un _deliramentum_. I giornali ultramontani crescono a
tutto spiano, e annunziano con fiducia sempre maggiore le teorie di un
illimitato dominio, dopo che lo spirito neoromano ha riportato il suo
primo grande trionfo nella controversia col vescovo di Colonia. Lo zelo
bigotto risorse vivamente non solo in quelle contrade legittimiste della
Bretagna, dove il contadino considera un re non incoronato e benedetto
dal papa quasi tanto empio quanto un prete non consacrato, ma anche
nelle regioni più colte del paese. Migliaia di fedeli si affollavano
sotto il pulpito del padre Lacordaire, e il mite abbate Coeur seppe
conquistare completamente il gran mondo, stanco d'ironie e canzonature,
assicurandolo che la Chiesa non combatteva affatto ciò che era di sano
nelle idee della Rivoluzione. Stato, comuni e privati edificavano a gara
nuove chiese; ogni giorno apportava donazioni e legati alle pie
fondazioni, e d'ogn'intorno nel paese sorgevano grandi confraternite
laiche. Tutto quanto il sesso debole, che non trovava alcuna
soddisfazione nella piatta insensibilità dell'illuminismo volteriano,
era a poco a poco sempre più riconquistato alla dottrina rigorosamente
cattolica. E siccome nei matrimoni francesi chi regna è la donna, sorse
a poco a poco nelle case per bene quella falsa situazione, che non è
l'ultimo tra i sintomi morbosi della moderna civiltà francese: donne,
ligie al confessore, uomini, liberi pensatori al circolo, e in casa
bigotti e ipocriti. Che cosa significava per lo stato francese cotesto
eccessivo innalzamento della potenza della Chiesa? È chiaro, che la
Chiesa romana poteva diventare l'alleata di un Bonaparte, di un Borbone,
di una repubblica; che poteva aiutare ogni governo che soddisfacesse le
classi credenti, nobiltà o popolo; ma che rimaneva la nemica naturale
della monarchia di luglio, la quale, malgrado delle debolezze
ultramontane del suo ministro protestante, aveva trovato i suoi puntelli
solo tra i volteriani della borghesia.
III.
In un tempo di grandi trasformazioni economiche e di un immenso aumento
di pretese a carico dello stato, il governo borghese non seppe far nulla
di durevole pel benessere del popolo. Non trovò nel mondo un alleato,
fuori della classe dominante, di cui la potenza e il prestigio scadevano
per altro giorno per giorno, né trovò fiducia nella sua vitalità. La
ragione ultima della debolezza di questo stato fu a poco a poco
intravvista anche da avversari per partito preso. In un dispaccio
diretto allo czar del 21 marzo 1837, il principe di Metternich scriveva:
_Louis XVIII a inoculé des institutions parlementaires à une
administration toute centrale_. Una parte della classe dominante si
buttò alla fine contro la monarchia di luglio a causa della sua meschina
politica estera. Per via della sua stessa origine, questa monarchia fin
dal principio aveva solamente l'alternativa tra la propaganda
rivoluzionaria e il tentativo indecoroso, e sempre vano, di cattivarsi
con la propria debolezza il condono delle corti legittime. Ha
amoreggiato occasionalmente con la Rivoluzione, avviandosi poi
definitivamente per una china rigida conservatrice, vale a dire per la
china di una politica di gelosia, che opponeva grettezza e sospetto a
ogni segno di rinvigorimento nazionale dei popoli vicini.
La nuova dinastia rappresentava per sé stessa una viva protesta contro
gli aborriti trattati del 1815. Il paese era penetrato da un alto e
legittimo senso di orgoglio nazionale; ed era questa la prova espressa,
che la Francia si era emancipata dalla tutela straniera. «Se l'Europa
tenesse presentemente, come ai cento giorni, settecentomila uomini
sotto le armi», confessò il principe di Metternich all'ambasciatore
piemontese Pralormo, «io mi deciderei sull'istante a marciare su
Parigi». Se ad onta di tali umori le potenze orientali si sentirono
costrette a riconoscere il nuovo regime, questo, dunque, era un sintomo
della potenza della Francia. Ma questa giusta soddisfazione non appagò
il sentimento patriottico eccitato. Poco prima la nazione aveva respinto
con lodevole moderazione gli arditi disegni di conquista di Polignac;
adesso i vinti di Waterloo avevano riportato la vittoria sulle
barricate, e subito mille e mille voci levarono il grido: «vendichiamo
Waterloo!» quasi che la battaglia della Belle-Alliance non fosse stata
essa stessa la vendetta di un nefando assassinio!
Soltanto l'odio può negare, che l'istinto propagandistico dei francesi
non era fatto solamente e sempre di fatua vanagloria, ma che in fondo
era mosso da un generoso idealismo: un senso di magnanimità, attraverso
a mille intorbidazioni, emanava innegabilmente dalle imprese di
conquista della Convenzione, dalla campagna italiana di Napoleone III e,
soprattutto, dalla guerra più moralmente pura della Francia moderna: la
lotta per l'indipendenza dell'America del Nord. Anche in questo caso
venivano a intrecciarsi tra loro le passioni nobili e le riprovevoli,
vaghezza di gloria e cupidigia, orgoglio e fantasticherie di
felicitamento di popoli, ma soprattutto, nel modo più acuto, la smania
incontentabile di novità, che attraeva a una grande guerra per la
libertà questa generazione nervosamente sovreccitata. Per diciotto anni
il motto di prammatica della stampa guerrafondaia fu: _la France
s'ennuie!_ Quanto poi al calcolo del possibile e delle alleanze europee,
quelle teste esaltate non se ne erano mai date pensiero. «La Francia
isolata», braveggiava un foglio radicale durante le faccende egiziane,
«vuol dire la Francia alla testa delle nazioni!». E, mentre la gioventù
riscaldata svillaneggiava a gola aperta la tirannide del re borghese,
ciò non ostante bramava, che questo popolo gabbato e frodato della
libertà propria portasse la libertà agli altri popoli; per la ragione,
che di quanto il cielo è alto sulla terra, di tanto il francese sta sul
tedesco, il quale, secondo i crudi versi di De Musset, lava nel libero
Reno la sua giacchetta di servitore. «Il conquistatore gallico»,
assicura Luigi Blanc, «lascia dovunque sul suo passaggio i benefizi
dell'incivilimento, come il Nilo ricomponendosi nel suo letto lascia il
limo fecondo». Cotesta passione propagandistica accendeva la testa alla
gioventù; tra i devoti era annoverato anche il giovine duca di Orléans.
Ma la maggioranza sensata della nazione propendeva verso le idee
liberali dell'economia moderna; solo che si riserbava la prerogativa di
biasimare ogni giorno come un'ingiustizia inaudita la divisione
dell'Europa fatta dai trattati del 1815. Anche la stampa dei partiti
moderati ripeteva con amarezza dolorosa la vecchia favola, che la
Francia era troppo gravemente danneggiata, e che la Prussia cresceva
minacciosa: la Prussia lacerata dal congresso di Vienna! E in questa
conformità attizzava incessantemente l'apprensione dei vicini e la foga
bellica della gioventù.