da Thierry, è passato come un domma nella dottrina liberale? È vero, che
la borghesia mira solo a questo, cioè a far discendere fino a sé tutto
ciò che le è sopra, e a far salire alla propria altezza tutto ciò che le
è sotto? Senza dubbio il terzo stato in Francia ha infranto il dominio
della nobiltà, ha conquistato i propri diritti in nome di tutti e ha
dato la libertà sociale alle classi infime. Ma già durante la
Rivoluzione non dissimulò all'indagatore acuto i segni dell'ambizione
del potere e dell'egoismo. Il terzo stato è tutto, dichiarò il suo
apostolo Sieyès, e Rabaud de Saint-Etienne rincalza: «Levate via la
nobiltà e il clero, e vi rimane sempre la nazione!». Gli antichi
privilegiati devono domandare la riammissione nel terzo stato, secondo
la massima che suona in tutte le vie; giacché il terzo stato iniziò la
grande Rivoluzione con una usurpazione. E quando nel luglio pervenne al
governo, mostrò subito tutti i difetti di una casta dominante. Il
principe di Metternich con grande verità osservò, parlando al conte di
Maltzan, che il ceto medio dopo la caduta della nobiltà aveva cessato di
essere il ceto medio. Per questi uomini non sono sacri né il trono né
l'altare; è sacro solo il danaro. Tutto lo stato è avviato come una
società per azioni: questo rimprovero, che è stato diretto cento volte a
torto contro il sistema costituzionale, in questo caso coglie
perfettamente al segno. Quasi tutti i diritti politici sono connessi
alla proprietà e al pagamento delle imposte. Con la stessa gelosia, con
cui un tempo la nobiltà s'impuntigliava sulle prerogative del sangue
bleu, adesso la borghesia invigila sui privilegi della borsa. Una volta
che tre milioni di francesi erano astretti alle armi nella guardia
nazionale e appena duecentomila godevano il diritto di eleggere i
deputati, col fatto la tribuna era diventata un monopolio, come
lamentavano i radicali. La prima camera dei deputati del regime
borghese, più ingenerosa del governo stesso, rifiuta ogni importante
riduzione del censo, che è troppo alto e incompatibile con le
condizioni economiche francesi: la stessa cultura non è ritenuta come un
compenso rispetto al danaro; qualunque capacità in basso censo è
respinta. In seguito, poiché la corrente democratica del tempo penetra
lentamente fino alla camera, solo la minoranza si arrischia a domandare
una riforma della legge elettorale; ma per gran parte dell'opposizione
questo _desideratum_ è una pura manovra di partito, e solo per
pochissimi deputati è la conseguenza di uno schietto riconoscimento dei
diritti popolari. «Ogni sistema ha bisogno di una aristocrazia», esclamò
trionfalmente il deputato Jaubert; «i feudatari del nostro regime sono i
grandi commercianti e industriali».
Fu mantenuto nel modo più rigido, come il politico anche il tramezzo
sociale che divideva l'aristocrazia del danaro dai ceti inferiori. Il
matrimonio di convenienza, sorgente di gravi mali morali e anche
politici per gli alti stati della Francia dai tempi antichi fino
oggigiorno, costituisce tuttora la regola in ogni caso: il borghese è
fermo nell'idea, che la borsa non può sposare che la borsa. Come un
tempo la nobiltà cortigiana nella sala dell'_oeil de boeuf_ motteggiava
con cinico disprezzo umano sulla _roture_, così adesso il banchiere
parlava con sdegnoso cipiglio del _bas peuple_, così il signor Thiers
della «folla venale». E la folla non è disprezzata soltanto: cotesta
borghesia senza cuore non vuol nemmeno saperne, che la folla ha bisogni
ed esigenze, che non coincidono con gl'interessi di classe dei
dominanti. I privilegi sono morti, ripetono incessantemente gli organi
della borghesia: la legge non vieta a nessuno di costituirsi la
possidenza necessaria al diritto elettorale: sotto le teocrazie o le
monarchie militari il governo poteva derivare da una casta, ma non mai
più sotto la _influence bourgeoise_. «Non vi sono più lotte di classe»,
esclamò Guizot tutto beato, «perché non vi sono più, ora, interessi
profondamente diversi e nemici; e ciò nel mondo non è mai accaduto,
prima di adesso». Sì, certamente: nel mondo non era mai accaduto, che il
figlio di un evo benigno e umanitario, un coltissimo ministro
monarchico, potesse dimenticare così colposamente la missione più bella
della corona, la cura dei poveri e dei deboli. Sì, certamente: nel mondo
non era mai accaduto, che un principe prudente e sperimentato, il quale
aveva mangiato il pane dell'esilio e aveva fitti gli occhi nelle mani
callose del lavoratore, adesso accettasse ciecamente tutti i pregiudizi
di casta di una plutocrazia senza cuore.
Quando guardiamo a cotesta borghesia la quale, imbozzolata nel suo
egoismo e nella sua burbanza, nel vasto mondo non sa vedere che solo sé
stessa, ci sovviene involontariamente di quelle nobili dame dell'antico
regime, che si spogliavano ingenuamente in presenza dei loro lacché,
tanto era lontana da loro l'idea, che la così detta canaglia fossero
uomini. «Noi», proclamava Guizot ai suoi fedeli, «noi, i tre poteri,
siamo i soli organi legittimi della sovranità popolare: fuori di noi non
c'è che usurpazione e rivoluzione». Gridasse pure al soccorso la plebe,
e si sollevasse pure in lotta disperata per vivere lavorando o morire
combattendo: il _pays légal_, la camera e la plutocrazia elettorale,
teneva sodo al sistema; e quindi il re borghese era fermo nella _pensée
immuable_, che qualunque passo fuori dell'oligarchia costituita
conducesse diviato al sovvertimento della società. L'amore dell'ordine
delle classi dominanti salì al fanatismo del quieto vivere; la borghesia
grassa escogitò pel povero popolo l'infame espressione: «le classi
pericolose». Gli altri elementi sociali, che non erano legati a lei,
furono trattati dall'oligarchia nello stesso modo come i lavoratori: con
vilipendio perfetto. «Mi rimproverano», disse Guizot, «di prender gusto
a bravare il disfavore dell'opinione pubblica. È un errore; non ne ho
mai fatto caso». Da un tale orgoglio derivò la noncuranza della stampa;
che per un governo costituzionale è cosa imperdonabile. Solo che i
ministri, come usava allora in Francia ogni uomo politico in vista,
avevano ciascuno il suo scudiero letterario; anzi una di queste penne
compiacenti scrisse perfino nel 1847 la famosa monografia _La présidence
du conseil de monsieur Guizot_, in cui la sconfinata vanagloria del
sistema si gonfia fino alla follia. Del rimanente, si era sicuri del
_pays légal_: che cosa importava, che il popolino si ubbriacasse ai
prodotti della stampa sovversiva? Si giudicò che non francasse la spesa
di dare un'adeguata confutazione al libro di Luigi Blanc, così agile, e
tanto pericoloso quanto facilmente confutabile, che si chiamava la
_Storia dei dieci anni_.
Non è dubbio, che le accuse clamorose al _système corrompu et
corrupteur_, al governo dei _cumulards_ e alla tariffa della coscienza
dei ministri, erano esagerate in modo incredibile dalla parzialità
dell'odio settario francese. Appetto alla corruttela del secondo impero,
le tacche morali della monarchia di luglio sono un balocco. E se
indaghiamo acutamente, troviamo che, in fondo, la Francia ha goduto solo
una volta un'amministrazione strettamente onesta: sotto Napoleone I, il
quale seppe frenare in patria l'avidità dei suoi impiegati, e allentò
loro le redini sul collo nei paesi esteri assoggettati. Ma la corruzione
c'era, e appariva tanto ripugnante, perché si presentava con quella
volgare impudenza dello spirito piazzaiuolo borghese, che l'antica
nobiltà cortigiana in tal forma non conosceva affatto; e soprattutto
perché era ipocrita. Gli avventurieri del secondo impero, i Morny e i
Magnan, non facevano mistero, che la loro vita era fondata sul mercato
delle vanità, sulla tavola da gioco esigente spadaccini consumati; ma
sotto Luigi Filippo la cupidigia rode tutte le ossa della classe
dominante, mentre i suoi ministri predicano alla camera ligia i luoghi
comuni della sapienza e della virtù. Le infernali bische parigine furono
chiuse con untuosi discorsi penitenziali, e fu abolita la lotteria
regia; ma tutta l'amministrazione era una traforelleria. Guizot si
ritirò povero dal governo dello stato: per lo sporco mercato del
matrimonio spagnuolo ricevé solamente un Murillo e i ritratti della
coppia reale, che il Catone moderno naturalmente non mancò di descrivere
minutamente ai lettori delle sue memorie. E questo stesso uomo dice
ingenuamente ai propri elettori: «se io vi costruisco strade e canali,
voi per questo ve ne sentite corrotti?». L'intero governo costituisce
una schiacciante conferma dell'antica verità, che nello stato la piccola
morale uccide la grande: una verità, che noi tedeschi abbiamo abbastanza
provata sulla rettitudine civica e sulla corruttela politica dei nostri
piccoli regni.
La camera al grido: «la Carta deve diventare una verità», abolì a un
dipresso tutte le disposizioni costituzionali che contraddicevano al
dominio esclusivo della borghesia. Ne seguì una proporzionale dimissione
dei vecchi impiegati; ma il governo non poté soddisfare affatto
interamente le vendette e l'insaziabilità di posti della camera. In
quelle prime settimane Lafayette procurò posti lucrativi a cento dei
suoi seguaci. Presto si fu trascinati lontano dalla _fatalité
gouvernementale_, e si accrebbero e suddivisero gl'impieghi. Secondo la
relazione della commissione di finanza dell'assemblea nazionale
repubblicana, il governo di luglio creò trentacinquemila nuovi impieghi,
in generale quasi tutti posti subalterni per impiegati, che potevano
essere congedati senz'altro. Un ministro, dopo avere accomodato un amico
in un impiego, si lamentò disperatamente: «oggi ho creato un altro
ingrato e dieci scontenti». A chi non può offrire un impiego, rimangono
come ultimo scampo i fondi segreti, che pagano puntualmente i mandati
per la parte assegnata al latore. La legge elettorale divise il regno in
una moltitudine di ritagli; e il detto che Dupin fissò come divisa di
una politica estera gretta, «_chacun pour soi, chacun chez soi!_»
diventò presto il motto a cui si uniformò la condotta dei collegi. Dagli
stalli di deputati ministeriali la via mena agl'impieghi e ai diritti
lucrativi, ed è un dovere del padre di famiglia borghese avvalorare il
proprio voto cedendolo al migliore dei parenti. Perciò ogni elezione
riporta alla camera un fondo immutato di partito ministeriale, che segue
qualunque governo; perciò il popolo si conferma nel vecchio disgraziato
sospetto, che in ogni uomo di governo vede un corrotto. Il processo del
ministro Teste, che, preso in sé, significa poco o nulla, perché
siffatti scandali della corruzione possono sempre ripetersi nell'aria
impura delle nostre grandi città, pure ha avuto un'importanza tanto
decisiva, perché autorizzò il severo giudizio, che un governo come
quello non sarebbe potuto esistere senza manutengoli di tal conio.
Quando Alessio di Tocqueville, che fece così spesso la Cassandra della
monarchia di luglio, considerava cotesta dissoluzione dei costumi
politici, riconosceva che il suo paese era maturo pel dispotismo: «non
vedo ancora nessuno», esclamò alla camera nel gennaio del 1842, «che sia
abbastanza forte per diventare il nostro padrone; ma presto o tardi un
padrone verrà». E siccome le forme della legge erano, non ostante tutto,
osservate, Guizot rispose asciutto ai preopinanti: «ciò che voi chiamate
corruzione è semplicemente l'attività dell'amministrazione!».
II.
È evidente, che un tale sistema doveva mantenere inalterata la
burocrazia napoleonica. Di tanto in tanto i partiti alzarono la voce,
sebbene a vuoto, pel decentramento, e già nel 1835 apparve un'opera che
ha fatto epoca nella storia delle teorie politiche del continente:
quella di Alessio di Tocqueville, il più grande pensatore politico che
abbia avuto la Francia dopo Bodino e Montesquieu. Ma le idee della
_Démocratie en Amerique_ camminavano ancora rozze ed estranee tra i
costumi dispotici del paese: molto lette e molto ammirate, esse
esigevano del tempo per essere comprese, e solo sotto il secondo impero
raccolsero una considerevole schiera di seguaci intelligenti. Ciò che il
governo intendeva per decentramento, splende non ambiguo in una
circolare classica di Guizot ai prefetti dell'alta Saona: «il peggior
pericolo per un popolo», egli declama animatamente, «è l'accentramento
degli spiriti. È necessario che in ogni luogo del paese si formino
piccoli nuclei di opinioni indipendenti; per la qual cosa è
indispensabile deporre qualche centinaio di sindaci legittimisti». La
_organisation paperassière_ tirava innanzi con la sua piatta attività
abituale, e la carestia del 1847 doveva dimostrare, che questo governo
di scrivani, nella tranquillità delle sue montagne di pratiche, non
vedeva neppure i fenomeni più saltanti della vita commerciale; e non fu
fatto nulla per liberare dalle sue terribili catene il commercio delle
granaglie, perché i prefetti avevano concordemente informato Parigi, che
non era da pensare a una carestia. A ogni modo furono introdotte alcune
riforme, intese a tutelare i cittadini dall'arbitrio delle autorità. Le
corti prevostali erano state abolite, e fu mutato l'articolo 14 della
Carta, che era stato funesto ai Borboni. Il re da ora in poi può emanare
solo i decreti necessari all'applicazione delle leggi e non
oltrepassanti i limiti della legge. Ma qui purtroppo la camera, con le
migliori intenzioni e dominata dalla dottrina dell'assoluta separazione
dei poteri, aveva preteso l'impossibile. L'amministrazione non può mai
fare a meno della guida del legislatore: l'articolo in tal senso era
insostenibile, e non fu osservato. Come per l'innanzi, i decreti reali
regolano mille rapporti a cui il legislatore non ha pensato; come per
l'innanzi, l'amministrazione costituisce un ordine autonomo accanto alla
giustizia e al parlamento.
L'atto addizionale dei cento giorni aveva promesso, che una legge
avrebbe corretto l'articolo 75 della costituzione consolare, secondo il
quale ogni accusa giudiziaria a un funzionario amministrativo non aveva
corso se non dietro decisione del consiglio di stato. La legge non era
apparsa, e i dottrinari, fino a quando si tenevano all'opposizione,
badavano, secondando l'iniziativa del loro maestro Beniamino Constant, a
richiamare continuamente i Borboni alla promessa napoleonica. Il
funzionario rimane imperseguibile dai tribunali civili, e l'anno 1832
porta ai governati soltanto una nuova garanzia: le sedute del consiglio
di stato, quando funge da tribunale amministrativo, sono pubbliche.
Parimente caddero sterili i tentativi di acquistare ai governati il
diritto di autarchia in talune branche specifiche dell'amministrazione.
Una serie di leggi lodevoli dal 1831 al 1838 stabilisce, che i
_conseils_ dei dipartimenti, dei circondari e dei comuni siano eletti in
avvenire dai contribuenti più alti, e non più nominati dal re; ma la
sfera di attività di queste assemblee rimane l'antica, e, come finora,
l'azione dell'amministrazione è esclusivamente nelle mani dei funzionari
stipendiati di nomina.
Nessun partito dell'epoca intravvede le cause ultime della illiberalità
dello stato: s'incontrano tutti nella convinzione, che l'intera vita
pubblica dello stato, l'intera attività politica deve essere esercitata
dagl'impiegati stipendiati. Perciò il diritto d'iniziativa strappato dal
parlamento nella rivoluzione di luglio, non fu esercitato quasi mai.
Quando Lamartine magnifica ai repubblicani il governo come «la nazione
operante», egli si accorda perfettamente con Guizot, il quale vede
«rappresentata nel governo la compiuta unificazione dell'idea sociale».
Era caduto l'ultimo potere autonomo, la camera dei pari, che
attraversava la via a cotesta unificazione dell'idea sociale. La corona
aveva, con furberia corta, volto a suo profitto il fanatismo di
eguaglianza della nazione, e aveva istituito una camera alta nominata
dal re, la quale agevolava il presente alla burocrazia, ma certo non
garentiva in nessun modo l'avvenire. La camera dei deputati si eleggeva
tra le minacce e le promesse della burocrazia, si empiva sempre più di
funzionari, finché si arrivò a questo, che tra 459 deputati duecento
erano impiegati. La macchina burocratica dell'imperatore soldato
lavorava con sicurezza: guai alla mano che si fosse arrischiata a
impigliarsi, per fermarlo, in cotesto ingranamento così ben calettato!
Una espressione di Leone Faucher al tempo della repubblica rende
eccellentemente, all'evidenza, lo spirito di questa amministrazione.
Quando Cavour sviluppava al precursore e propugnatore del libero scambio
le proprie idee libero-scambiste, Faucher secco secco opinò: «coteste
idee si propugnano fintanto che si è fuori del governo; quando si
diventa ministri, si buttano dalla finestra». Nessuno accuserà un uomo
dell'ingegno di Leone Faucher di quell'angusto amor proprio, che moveva
un tempo i politici dei nostri piccoli stati a deridere come non pratica
ogni veduta politica profonda; e ciò sol perché egli non proveniva
dalla direzione distrettuale del cantone di Zwickau o dall'ispettorato
delle strade di Eschenheim. Lo statista francese riconosceva
semplicemente il fatto, che nessun ministro può eseguire nulla contro le
abitudini dispotiche di tutela, che sono radicate nell'anima e
nell'organismo di cotesta amministrazione.
La vita parlamentare, in tali condizioni, doveva dechinare
precipitosamente. Laddove gli atti parlamentari della Restaurazione
erano colmati dalla lotta straordinariamente significativa di due classi
sociali, ora, invece, una sola classe domina le camere. La vita dello
stato decade a un _jeu des institutions_, come dice la caratteristica
espressione francese; nella pratica si rivela di gran lunga più formale
e vuota di contenuto, che non nella teoria di Montesquieu. La corona e
le due camere non valgono nulla per sé: sono semplicemente gli organi di
una sola forza sociale, la borghesia, che governa lo stato; perciò i tre
poteri si equilibrano tra loro. E se si fa astrazione dai legittimisti e
dai deboli rudimenti della tendenza repubblicana, si può dire, che in
questa camera non esistono partiti, perché gli uomini della borghesia
sono concordi in tutte le questioni sostanziali della politica interna:
tutti quanti vogliono che la macchina burocratica tiri innanzi, per
sfruttarla a profitto della classe dominante. Quando il pretendente
Luigi Bonaparte rimproverò a questo sistema lo sconcio di non vantare la
presenza di un partito conservatore, col fatto il rimprovero colpiva
direttamente il popolo fuori delle camere; perché il _pays légal_ nella
sua maggioranza era composto di conservatori, ma non aveva animo, né era
educato all'abnegazione e al sacrifizio. A tutte le elezioni della
monarchia di luglio andava a segno la confessione, che Guizot fece una
volta a proposito di una lotta elettorale: non si contende pei
principii, ma per un caos di candidati che il governo appoggia o
combatte. «La nostra intenzione è di rovesciare quanti più governi è
possibile», riconobbe uno dei capi dell'opposizione.
Perciò, quando le camere risonavano di lotte furenti, non si trattava di
altro che dei _grands amours-propres_, come soleva dire il re, cioè
dell'ambizione personale dei singoli uomini, la quale sollevava i
putiferi. La camera si scisse in fine in sette partiti; ma intanto
nessuno sapeva dire quale fosse il contrasto di opinioni che divideva
cotesti gruppi: ognuno sapeva di certo soltanto questo, che Guizot e
Thiers, Odilon Barrot e Molé non perdonavano affatto l'uno all'altro lo
stallo di ministro. Per cui Lamartine lanciò sul viso al _tiers parti_
l'accusa: «Voi non rappresentate nessun principio, voi rappresentate
solo _une tactique_». In Francia divenne letteralmente realtà la sciocca
favola la quale afferma, che in Inghilterra un voto parlamentare
sfavorevole al gabinetto conduca necessariamente al ritiro dei ministri.
Un caso, un momento di malumore, una parola imprevidente sfuggita dal
banco dei ministri bastano a rovesciare un gabinetto. Durante la caccia
sfrontata ai portafogli, i capiparte smarriscono interamente ogni
dignità e rispetto, e il re finisce col domandarsi se non gli convenga
lasciare intenzionalmente i capi delle camere logorarsi in sempre nuove
crisi ministeriali, per dimostrare da sua parte la propria
indispensabilità. In effetto, l'astuto sovrano, come un tempo Giorgio
III d'Inghilterra, cercò di attraversare con la propria politica
personale i disegni dei ministri incomodi. Lo stesso Guizot, con tutta
l'imperturbabile alterigia del suo puritanesimo, non riesce a nascondere
un certo impaccio, quando nelle sue memorie narra della coalizione che
concertò coi suoi nemici per buttare a terra l'incomodo rivale Molé.
Questa smania d'intrigo arriva in Thiers alla maggiore indegnità. Egli
come deputato di opposizione tuona con indignazione patriottica contro
il diritto degl'incrociatori inglesi di visitare le navi sospette
negriere; eppure il trattato del 1833, sul quale era fondato il diritto
di visita, era stato conchiuso precisamente quando Thiers stesso era
ministro del commercio! Per pregiudicare Guizot, egli attacca anche il
re, con una astiosità che sulla bocca di un monarchico sembra grottesca
perfino al repubblicano Lamartine; gabella cotesta roba per un _avertir
la royauté_; ma avvertimenti di tal sorta possono seppellire affatto il
rispetto, per altro assai debole, del popolo pel re borghese. L'antica
colpa nazionale, l'invidia, era pericolosamente fomentata in questa
lizza corsa per cattivarsi la maggioranza parlamentare. L'invidia, non
altro che l'invidia, aveva un tempo, negli anni così detti innocenti
della Rivoluzione, respinto Mirabeau dal posto direttivo di uomo di
stato, che gli era dovuto; l'invidia, e non altro, si sollevava ora
contro ogni governante semplicemente perché governava. A Guizot potevano
perdonarsi tutte le colpe, ma non quest'una, che era rimasto per sette
anni al governo.
Siccome sulle questioni pratiche dell'amministrazione la borghesia si
trovava d'accordo, l'opposizione scelse a preferenza, come campo ai suoi
attacchi, le discussioni, la cui indeterminata generalità forniva
esercitazione a tutti i vizi della rettorica ampollosa e a tutte le
cavillosità dell'arte avvocatesca; e l'indagine sui fondi segreti; ossia
quel _défilé des fonds secrets_, che è temuto da ogni governo, e in cui
l'inimicizia personale può avvolgersi nel manto della indignazione
morale. Ma il fianco più gradito agli assalti, il contenuto di tutte le
grandi battaglie parlamentari, era offerto dalla politica estera, vale a
dire da quella parte della vita pubblica, che meno di tutte si confà ai
dibattiti parlamentari. Le astrazioni delle dispute parlamentari non
diventano popolari facilmente; il pubblico non riesce a rendersi conto,
che sovente l'accettazione di un emendamento di due linee o il frego a
una particella decide di un grande principio politico. Perciò questa
lotta parlamentare senza scopo e senza contenuto sembrò alle popolazioni
una noiosa guerra di chiacchiere. Ed è vero anche troppo (e i lamenti
sinceri di qualche scrittore del medio ceto non mutano nulla alla cosa),
che la maggioranza dei francesi vide con perfetta indifferenza cadere il
sistema parlamentare. La stessa borghesia principiò a stancarsi: le
lotte elettorali non furono mai più combattute con la partecipazione
passionata del tempo della Restaurazione. Il numero dei votanti oscilla
tra il settantacinque e l'ottantatré per cento: che è una media modesta
rispetto a una legge elettorale, che accorda il voto solamente a una
piccola minoranza. Anzi i giornali liberali tedeschi, che non si
decidevano a sconfessare la loro fede nello stato-tipo della libertà
moderna, convennero alla fine, che la baracca non riusciva a nessun
costrutto pratico, se ogni tanto, dopo una grande scena parlamentare, un
altro nuovo ministro andava ad alloggiare per alcuni mesi nel magnifico
_caravanserraglio_ del Boulevard dei Cappuccini. Il governo di partito,
magnificato dalla dottrina costituzionale, rappresentava sotto i Borboni
un pericolo per lo stato, perché il passaggio dei portafogli nelle mani
degli ultramontani poteva condurre allo strappo della costituzione; e
sotto gli Orléans era una rovina del prestigio della corona, una lorda
sorgente di miserabili intrighi.