rivoluzione e le procurò la fortuna di non essere dimenticata. Alcuni
dei Bonaparte si stabilirono in quella Toscana, dove un tempo era
vissuto il santo Napoleone, la più parte si raccolsero a Roma intorno a
_Madame Mère_. Riannodarono le antiche relazioni italiane,
s'imparentarono, per ordine dell'imperatore, con le grandi famiglie
romane. Il detronizzato sperava, che un Bonaparte sarebbe salito un
tempo al soglio di San Pietro: _il faut s'emparer de Rome_. Non erano
affatto signori raffinati, mostravano anzi qualcosa della logora
eleganza del _tailleur endimanché_; ma nemmeno caddero in quel vuoto
fatuo, che distingue i legittimi pretendenti. Alcuni si occupano di
letteratura, altri sono al servizio delle forze radicali del tempo: un
Bonaparte combatte e cade a Spetza tra i filelleni, un secondo entra
nell'esercito degli Stati Uniti. I napoleonidi tengono carteggio in
tutte le parti del mondo; il loro fido Abbatucci viaggia qua e là senza
posa. Soffiano nel fuoco di ogni setta che agita l'Italia, e di tanto in
tanto si ricordano ai contemporanei con un atto premeditato a
impressionare. Gerolamo scongiura con una lettera commovente il principe
reggente inglese, che gli sia permesso di recarsi a Sant'Elena a
consolare l'infelice fratello; e si dà con ardore alla ricerca,
purtroppo vana, di quelle inestimabili lettere, che i principi legittimi
avevano deposto ai piedi di Napoleone al tempo della fortuna; e tenta
ciò che appartiene propriamente al mondo furfantino.
Tra i napoleonidi i più attivi si rivelarono i Beauharnais, e, insieme,
i più amabili, perché immuni dalle allumacature di volgarità attaccate
indelebilmente ai genuini Bonaparte. Eugenio cercò di compensare con la
solerzia di una segreta attività la debolezza mostrata alla caduta del
patrigno. Viveva a Monaco come principe reale, amato da tutti e assai
popolare, e aveva intorno una piccola colonia di francesi scontenti. Il
suo aiutante, il generale Bataille, possedeva grandi beni a Milano, e
manteneva strette le relazioni coi patrioti del Regno d'Italia. Il
principe stesso si recava frequentemente ad Augsburg dalla sorella
Ortensia, mandava da Abel in viaggio la moglie, a lui molto devota, con
incarichi segreti, e insieme coi due Las Casas, al loro ritorno da
Sant'Elena, lavorava all'ordito della leggenda napoleonica. Questo
focolare tedesco del bonapartismo, come avvertì sovente anche il
principe di Metternich, fu lasciato tranquillo: tra i familiari di
Eugenio si annoveravano molti ufficiali postali e lo stesso direttore
della polizia di Monaco. Persisteva tuttora alla corte e nell'esercito
un forte partito bonapartista: una volta il re Massimiliano Giuseppe
disse chiaro e tondo all'ambasciatore borbonico: _il vous faut un
Eugène!_¹. Del pari instancabilmente esercitava la propria influenza
Ortensia, la donna piena di spirito, gaia, leggera, che con l'incanto
della sua conversazione aveva saputo incatenare a sé perfino la
musoneria degli antichi castelli. Ella avverò ciò che aveva predetto il
patrigno: _elle embellira mon histoire_. Beniamina dell'imperatore e dei
parigini, aveva predisposto in silenzio le sue cose fin dal movimento
dei cento giorni, e dopo la seconda caduta di Napoleone era rimasta
tuttora a Parigi, e vi spandeva oro a piene mani, fino a quando non fu
espulsa dal generale Müffling. Ad Augsburg faceva ora la principessa
amica del popolo, e teneva un vivo carteggio con l'ambiziosa vedova di
Ney. Poi a Roma il suo salotto ospitale procurò al bonapartismo numerosi
aderenti tra gli stranieri illustri di passaggio, e molti affiliati, di
cui suo figlio un giorno si sarebbe prevalso. Con tutto ciò, il
ripristinamento dell'impero non si profilava sull'orizzonte, fintanto
che l'unico possibile pretendente, Napoleone II, era in balìa della
corte di Vienna. Lo stesso conte di Survilliers, Giuseppe Bonaparte, che
tra i fratelli dell'imperatore aveva le maggiori qualità ed era il più
radicale, stava tranquillo nei suoi poderi del Delaware, e allontanò
Lafayette, quando questo _hiros des deux mondes_, andato a fargli visita
durante il suo viaggio trionfale attraverso l'America del Nord, gli
tenne parola dell'esaltazione del re di Roma.
¹ Su queste circostanze poco note dànno numerose informazioni i
rapporti mandati da Monaco dal generale Zastrow ambasciatore di
Prussia negli anni 1817-22.
Non c'era ancora l'uomo, che condensasse in un'idea concreta le vaporose
speranze dei napoleonidi; il terrore della borghesia davanti agli orrori
delle guerre dell'impero seguitava tuttora a essere più forte del culto
fantastico per l'eroe; la Francia credevo ancora in un avvenire
parlamentare. I Bonaparte davano nel vuoto; e proprio allora i preti e
gli emigrati s'impadronivano di re Carlo e spingevano la borghesia alla
giusta difesa. Principiò un governo rivoluzionario. Il quale si vantava,
e con lui i seguaci, di unificare in sé le grandi memorie del paese
tendenti a disperdersi. Si giudicarono maturi gli ultimi frutti della
Rivoluzione, e l'esperienza di pochi anni insegnò, che l'aristocrazia
del danaro sfruttava a proprio vantaggio l'immutabile stato burocratico
napoleonico con tutta la grossolanità di una morale solvibile.
PARTE TERZA
L'ETÀ DELL'ORO DELLA BORGHESIA
L'età dell'oro della borghesia. [Scritto in Heidelberg nel 1868.]
I.
Emilio Augier in una scena di non ricordo quale delle sue squisite
commedie, fa dire a un fratello spiritoso: «Noi somigliamo a quell'uomo,
che pigliava sette raffreddori al mese e si guariva di tutti, eccetto
che del primo. Così anche la Francia ha superato felicemente tutte le
sue rivoluzioni, eccetto la prima». Lo scherzo a quel tempo fece molto
ridere, perché con una trovata piccante esprime il pregiudizio
nazionale, che nell'anno di grazia 1789 la sapienza politica fosse scesa
in terra in carne e ossa, e che l'avvenire non abbia altro incarico, che
di menare ad effetto le verità salvatrici di quella rivelazione. Cotesta
credenza non era stata mai tanto salda nei francesi, come nei primi mesi
dopo la settimana di luglio, quando l'Europa guardava a Parigi con
legittima ammirazione. La capitale con una sollevazione unanime e
magnanima aveva difeso la carta costituzionale contro il colpo di stato
della corte, e nel turbine della lotta non aveva dimenticato di
risparmiare patriotticamente i soldati del paese. La vittoria della
rivoluzione sull'antico regime parve subito completa. Sparirono la
vecchia dinastia e la camera della nobiltà e con loro le forze che sole
finora, come si pensava, avevano isterilito al paese i frutti del 1789.
La Francia, come dice la Carta rimaneggiata, riprende i suoi colori.
L'animale indeciso, ma di sensi supremamente liberi, che si è convenuto
di chiamare il gallo francese, riprincipiò a cantare. Sullo stemma della
grande nazione campeggia come simbolo assai significativo un libro
aperto con l'iscrizione: «Carta del 1830». Il nuovo re borghese fa
sparire gli esecrati gigli anche dal proprio stemma di famiglia. E non
solo i folleggianti della gioventù radicale, come il nostro Heine,
opinavano di veder fiorire una primavera d'oro dei popoli non appena
sarebbero risonate le parole magiche «Lafayette e il tricolore», ma
perfino uomini politici seri, come Dahlmann, si compiacevano
dell'opposizione giusta e moderata. Né il movimento di Parigi penetrò
soltanto in Italia e nei piccoli stati tedeschi: anche l'Inghilterra
sperimentò per la prima volta, dopo un decennio, l'influenza dello
spirito francese; e la stessa sollevazione delle classi medie, che a
Parigi aveva abbattuto i Borboni, condusse di là dalla Manica al
Reformbill.
Il raffinato e dotto acume riprincipia anche qui il suo gioco con le
comparazioni storiche. Forse che non si erano ripetuti, fino ai
particolari più minuti, tutti gli eventi che avevano preceduta la
gloriosa rivoluzione inglese? Qui come lì regna, aliena ai tempi, con
l'appoggio straniero, una dinastia prossima ad estinguersi; qui come lì
vediamo una nazione, che sopporta longanime il disordine inveterato,
perché vicino alla corona è un principe che può subito portare sul trono
sangue giovine e idee moderne; finché, sia nell'uno che nell'altro
paese, la nascita inaspettata di un successore legittimo al trono
minaccia tutt'a un tratto di perpetuare la dominazione dell'antica casa
odiata. In questi tempi tanto cólti non è forse permesso di calcolare il
movimento della vita politica con altrettanta sicurezza, come il decorso
di una ecclissi di luna? Non era fuori dubbio, che la Francia aveva
trovato nel duca di Orléans il suo Orange e nella grande settimana il
suo 1688: un raffronto che il _Nain jaune_ aveva già anticipato
quattordici anni prima? Ciò che Mirabeau aveva desiderato pel suo paese,
la _monarchie sur la surface égale_, parve in fine realizzato: il
modello della costituzione inglese aveva ricevuto, con l'annientamento
dell'aristocrazia, un miglioramento che rispondeva ai costumi
democratici della Francia. La rivoluzione sociale compiuta da un pezzo
parve politicamente assicurata, perché fu dichiarato formalmente il
principio della sovranità popolare, e fu respinta solennemente la
presunzione, che i diritti innati fossero concessi alla nazione per
grazia reale. D'ora in poi la Carta è una verità: la scienza del diritto
pubblico francese è nel suo fiore, e non le rimane altro cómpito, che di
spiegare gl'immutabili principii dello statuto. Il nuovo regime riunisce
le virtù della monarchia e della repubblica. La Carta contiene tutti gli
elementi della libertà repubblicana, come dichiarò Lafayette, che fu il
lord-protettore dei francesi nella settimana del turbine. Il re porta
solo la corona, ma non governa; è «il re di nostra elezione». Rapida e
sicura come una rivoluzione di palazzo, la lotta per le strade spazzò la
vecchia dinastia. Da un momento all'altro il duca di Bordeaux diventò
non meno incompatibile del nonno: le nuove generazioni conosceranno ciò
che ha significato una dinastia di diritto incontestabile in un paese
dilaniato dai partiti. In poche settimane furono deposti settantasei
prefetti degli ottantasei; l'esercito sterminato degl'impiegati
subalterni passò a tamburo battente al potere del momento. Si
rinnovarono in conseguenza nella Vandea le lotte e le vittorie dei tempi
repubblicani. I colpi della gran settimana, dove erano caduti, avevano
schiacciato; e ne misuriamo la portata dall'inesprimibile sgomento che
sorprese le potenze della Santa Alleanza. A Vienna non si fece nemmeno
parola di mantenimento dello _statu quo ante_ a qualunque costo:
l'acquiescenza all'innovazione immutabile diventò l'unica soluzione, per
salvare almeno i rimasugli dell'antico ordine europeo.
Anche questa volta l'acume degli statisti e dei filosofi della storia si
smarrì. Il nuovo regime a Parigi era un semplice espediente, non già la
conclusione necessaria di un grande decorso politico. L'opposizione non
era stata iniziata, come un tempo in Inghilterra, né dal re e dal suo
esercito, né dalle classi dirigenti, per un accorto calcolo politico: la
rivolta, i cui frutti andarono a cadere in grembo ad altri, fu compiuta
dal popolo di Parigi, dalle moltitudini. Se ogni rivoluzione promette
assai più che non mantenga, le moltitudini in conclusione doverono
uscirne assai male e sentirsi bene gabbate, quando videro che sulle
barricate del quarto stato s'intronizzava un governo di borghesi. Il
quarto stato non era ancora chiaramente consapevole dei propri interessi
di classe; ma i veterani dell'esercito imperiale, gli operai e gli
studenti, che nella sommossa avevano lottato in prima fila,
indiscutibilmente non avrebbero affatto arrisicato la pelle per la casa
d'Orléans. Una predisposizione incolta, confusamente radicale, dominava
il cervello dei combattenti; la professione di fede della maggioranza
sonava insomma: «Si finisca una volta col monopolio, anche con l'ultimo,
la monarchia!». Perciò, dopo l'installazione della nuova monarchia,
infuriò nel popolo una tempesta di corruccio contro i ciarlatani, che
per la vittoria propria avevano pigliato in giro i soldati delle
barricate; e, molto tempo dopo, Lamartine poteva ancora lanciare la
stupida accusa, che soltanto la debolezza di Lafayette aveva
intercettata ai francesi l'agognata repubblica. Il frutto della vittoria
doveva necessariamente toccare alla borghesia, perché soltanto essa
nella confusione del movimento cieco camminava a uno scopo chiaro.
Durante la lotta la camera dei deputati aveva mostrato quell'assoluta
viltà, che poi è rimasta l'eredità inalienabile della borghesia
francese; ma come la vittoria della rivolta si delineò decisa, allora si
arrischiò a uscire dall'ombra. Ciò che desiderava, la caduta della
monarchia aristocratica, era un fatto compiuto. Ciò che adesso le
premeva, era di salvare il trono e l'ordinamento burocratico; e i
partiti della borghesia fecero così presto ad accordarsi sull'elevazione
al trono del duca di Orléans, appunto perché ogni indugio avrebbe
favorito i disegni più radicali dei repubblicani e dei bonapartisti.
Il nuovo regime, dunque, era nato con la macchia originale
dell'incompletezza e della falsità, che si manifestava in mille racconti
trasparenti. Il figlio della rivoluzione era costretto a rinnegare e
combattere la madre. Si cercò di consolare gli scontenti dicendo, che il
nuovo re regnava benché fosse un Borbone; ma era evidente che governava
perché era un Borbone, e perché la camera ringraziava il Cielo di aver
trovato accanto al trono un principe amico della borghesia. Non poteva
chiamarsi Filippo VII, re di Francia, perché principiava la nuova èra
della monarchia popolare. Ma nemmeno chiamarsi Filippo I, perché ciò
avrebbe annunziato formalmente la rottura col passato: si chiamò dunque
Luigi Filippo, Re dei Francesi. L'esistenza della corona è una continua
lotta per l'esistenza; una lotta che comprime sul germe ogni idea di una
politica fattiva, di efficacia duratura. Già gli stessi nomi del sistema
politico, che sotto il _re borghese_ cozzano l'uno con l'altro, fanno
indovinare che cotesta corona fin sul nascere è colpita dalla
maledizione della sterilità. Perciò troviamo una «politica di
concessione, una politica di resistenza, di riconciliazione, di lasciar
correre»; e in generale una vita precaria, dalla mano alla bocca; in
generale l'impotente coscienza, che le forze vive del tempo sono fuori
del governo. Un principe illuminato non ha mai nutrito meno fiducia
nello stato. «Essi sono gli ultimi dei Romani», disse Luigi Filippo al
suo Guizot; «la macchina può rompersi ogni momento: come è possibile
tirare innanzi un governo liberale tra queste tradizioni assolutiste, e
con questo spirito rivoluzionario?» e per la centesima volta ripeté a un
altro: «_the world will be unkinged_; io le dico, che i miei figli non
avranno pane da mangiare». Col fatto, il mondo di là dai confini
sentiva, che quella corona era posata su due occhi. Ognuno sapeva, che
una potente cospirazione rivoluzionaria era in agguato ad aspettare non
altro che la morte del re, e anche gli audaci consentivano coi versi di
Platen: «molte cose sono legate a lui; forse mai una testa regale fu
sacra come la sua».
I primi dieci anni della monarchia di luglio costituiscono una serie
ininterrotta di attentati e di guerre in istrada, di rivolte e di
tumulti; e anche nel 1846, quando già da un pezzo le pene rigorose e le
leggi eccezionali avevano abbastanza ristabilito l'ordine, fu commesso
un attentato alla vita del re. Nemmeno la Restaurazione aveva incontrato
un'opposizione così astiosa e pertinace. I nuovi partiti si formarono
sotto quella; ma la corona rivoluzionaria aveva a lottare in casa e
fuori con due partiti chiusi, miranti a scopi precisi: coi repubblicani,
che si vedevano gabbati, e coi legittimisti, che non potevano mai
perdonare allo spergiuro ladro della corona, al figlio di Filippo
_Egalité_. E nel bel mezzo dei bollori rivoluzionari, la corona stava
così incantata e senza un'idea precisa, che si poteva proprio dire, che
riceveva la spinta all'azione precisamente dall'improntitudine dei suoi
nemici. Quasi tutti gli atti legislativi importanti degli ultimi
trent'anni furono compiuti sotto la pressione del terrore dei misfatti
radicali; né ci volle meno della macchina infernale di Fieschi, per
infondere al governo il coraggio d'introdurre le famose leggi di
settembre. Tutti gli uomini di stato della monarchia di luglio
mostravano la stessa ansia davanti a ogni moto delle forze popolari,
tutti si accordavano nella sollecitudine di contenerle con piccole
misure di polizia: quando l'illuminato Thiers, essendo ministro,
assicura, che l'associazione è una forza enorme ed è necessario che ne
sia assunta la direzione dallo stato, a noi sembra di sentir parlare il
suo avversario in persona, Guizot. All'ultimo la corona rese una solenne
confessione della propria debolezza: fece fortificare Parigi e Lione.
Sperava di prendere due piccioni a una fava, di stabilire cioè la
sicurezza all'interno e all'estero. D'altronde il re, quando era
principe, si era spesso occupato dei vecchi disegni di Vauban e di
Napoleone; e adesso la paura dei nemici interni lo stimolò a condurli a
compimento. L'opinione pubblica inasprita non aveva del tutto le
traveggole, quando strepitò pel tentato _embastillement de Paris_.
Nessuno credé alla melensa apologia di Guizot, che in tali intraprese
vedeva un segno di pace, una dimostrazione di forza; perché appunto con
ipocrisie trasparenti consimili, col pretesto di assicurare la pace con
l'estero, la Gironda in altri tempi aveva chiamato a Parigi le bande di
assassini di Marsiglia, per sottoporre la capitale al sistema del
momento.
Certo, le piccole arti poliziesche del trono di luglio non erano affatto
oppressive: un cittadino della repubblica di febbraio poteva riguardare
questi tempi orleanesi come l'età dell'oro della libertà. Ma quando fu
intollerabilmente ristretto il diritto di riunione; quando per decreto
reale la camera dei pari fu destinata a corte di giustizia pei reati
politici; quando lo sconcio della polizia segreta e degli _agents
provocateurs_ prosperò lussureggiante come al tempo di Napoleone; quando
il re borghese era informato precedentemente della più parte delle mene
rivoluzionarie e verisimilmente anche dell'ammutinamento di Francoforte;
allora un sistema siffatto, pericoloso per ogni stato costituzionale,
doveva necessariamente riuscire mortale a un regno nato dalla
rivoluzione. Cosa che apparve chiara, quando il pretendente Luigi
Bonaparte gridò sarcasticamente: «la nostra vita sociale è oppressa come
in Russia o in Austria, e voi parlate di uno stato parlamentare sul tipo
inglese!» Ma la satira amara sulla libertà della monarchia di luglio fu
questa, che più tardi il secondo impero distrusse con trionfale fiducia
in sé stesso le fortificazioni, che erano state erette sotto Luigi
Filippo tra le rocce ferrigne dominanti il sobborgo industriale di La
Croix Rousse a Lione. Nel suo terrore dei nemici radicali, il sistema si
attaccava a tutti i sostegni, e alla fine si alleò coi suoi nemici nati,
gli ultramontani. _Jamais une position nette!_ diceva l'accusa di
Metternich, ogni volta che egli parlava della politica estera della
dinastia di luglio con l'ambasciatore prussiano; e lo stesso biasimo
colpisce anche la sua politica interna.
In mezzo a tante titubazioni, il carattere fondamentale immutato del
nuovo regime rimane la paura: il dominio del ceto medio, dei partiti del
centro. Gli estremi ruderi delle classi privilegiate dell'antico regime
precipitarono nella settimana di luglio; e sotto questo aspetto, ma solo
per questo aspetto, il 1830 costituisce il termine conclusivo dello
sviluppo iniziato dalla Rivoluzione. Era naufragata la speranza di
conciliare tra loro le antiche e le nuove classi possidenti. «Se la
camera dei pari non esistesse, sospetterei che non possa esistere»,
disse una volta dubbioso Beniamino Constant. Le colpe degli ultramontani
avevano rincarato fino all'odio aperto tale disposizione diffidente dei
partiti del centro e, insieme, avevano provato, che questa nobiltà priva
di forze proprie doveva tutta la sua importanza al favore della corte. E
ora la dinastia amica della nobiltà era caduta, e immediatamente, per la
prima e l'ultima volta nella storia di una grande potenza europea, si
era fatto avanti il ceto medio e aveva preso tutto intero per sé il
possesso dell'ordine costituito. In che modo la borghesia ha sostenuto
la prova? Non solo dimostrò qualità molto meschine nel governo dello
stato, ma rivelò, per giunta, una rozzezza di egoismo di classe, che
fece degnamente riscontro con le più vili aberrazioni dell'antica
albagia nobilesca. La borghesia francese non rintuzzò affatto l'opinione
radicata in tutte le colonie, che un governo mercantile è la più misera
e pusillanime forma di sgoverno; e Luigi Filippo ribadì ancora una
volta, che il ceto medio è incapace di una politica estera ardita. Un
liberale non si decide facilmente a consentire in un giudizio di tal
fatta; ma dopo un lungo periodo di apologia di sé stesso destituita di
ogni senso critico, il liberalismo oggi ha l'impellente bisogno di un
freddo esame di coscienza; e noi abbiamo il dovere di valutare con la
più rigida misura la morale politica dei partiti borghesi. Non è affatto
un caso, se proprio gli aderenti a cotesto indirizzo si sono in ogni
tempo riputati i più nobili e i migliori uomini della nazione; ma se
volessero essere ciò che affermano di essere, non starebbero essi in
mezzo ai partiti, ma al disopra dei partiti.