compreso al proverbio: _give me the ballad-making and I will rule the
people_. I cantastorie propalavano la gloria della grande armata, figure
di cera e illustrazioni mostravano ai contadini i lineamenti
dell'imperatore e dei suoi eroi. L'antico appassionamento della gente di
bassa condizione pel plebeo che aveva mostrato ai grandi ciò che sa fare
la forza di un uomo, ora fu accresciuto dai Borboni con la guerra che,
come per un accecamento mandato loro da Dio, bandirono contro tutti i
ricordi e le memorie imperiali. Qui un prefetto fece bruciare l'immagine
del mangiatore di uomini Bonaparte insieme con un'aquila viva, là fu
buttato in carcere un veterano perché portava alla casacca un bottone
con l'aquila. La polizia dava incessantemente la caccia alle statuette e
ai busti dell'imperatore, che erano venduti nascosti nei pomi dei
bastoni o nelle tabacchiere a doppio fondo. La statua della colonna
Vendôme fu tenuta celata a lungo nello studio di un artista fidato,
adorna di bandiere tricolori, finché i Borboni la fecero prendere di là
e rifondere pel nuovo monumento a quell'Enrico IV, che il popolo non
conosceva più. Affluirono nei villaggi i veterani, coperti di ferite,
derelitti, offesi dai nuovi luogotenenti nobili che non avevano mai
fiutato l'odore della polvere; «e ciascuno di essi diventò un Omero
improvvisato dell'epopea imperiale», come dice un orleanista, il conte
di Montalivet. Perfino il codice dell'impero dové smettere il nome del
suo autore, e i partigiani dell'imperatore furono perseguitati perfino
sul vestibolo neutrale dell'accademia. Anche all'estero le popolazioni
non si stancavano di almanaccare sull'uomo satanico. La fantasia degli
orientali fuse questa figura di eroe con un'altra apparizione della
lontana antichità: i beduini raccontavano della cavalcata nel deserto,
che il sultano dei franchi, Iskander (Alessandro), aveva fatta di nuovo
a oriente dopo duemila anni. I palermitani sapevano, che il grande
isolano sarebbe riapparso e avrebbe precipitato nel mare il massiccio
del monte Pellegrino. In Turingia il popolo bisbigliava, che
l'imperatore aveva liberato a Kyffhäuser il Barbarossa. E dovunque le
moltitudini credevano, che un tale uomo non potesse morire. La credenza
in tale immortalità si sparse anche in Francia, a personificare le
grandi memorie esclusivamente in questo eroe. Egli era il _gros papa_,
il _père la Violette_, e soprattutto il «piccolo caporale». È nota
l'influenza e il senso di amor proprio che i vecchi sottufficiali
serbano in tutti gli eserciti stanziali; tanto che anche nella campagna
del 1859 gli zuavi elessero il re d'Italia a loro caporale onorario.
L'imperatore con la sua maestria nel maneggio degli uomini aveva
cattivato ciecamente alla propria persona per l'appunto questa classe
dei sottufficiali; e se pensava a loro, poteva ben dire con piena
confidenza: «chi tocca la mia memoria morde il granito». Anche in quelle
provincie del mezzogiorno che un tempo avevano oltraggiato l'imperatore
fuggiasco, la gente del popolo non poté resistere a lungo alla
propaganda dei veterani: era, in verità, gloria della Francia quella di
cui i vecchi narravano i fasti, e il principe della guerra con tutti i
suoi delitti era un eroe non meno nazionale del re degli emigrati.
Proprio qui, tra le moltitudini, il bonapartismo trovò e trova la sua
forza. Si adempì alla lettera la profezia del cantore:
_on parlera de sa gloire
dans la chaume bien longtemps,
l'humble toît en cinquante ans
n'aura pas d'autre histoire._
Napoleone pel popolo divenne il rappresentante, il compendio della
storia moderna.
Il più strano in questo sviluppo della leggenda napoleonica è la
cooperazione dello straniero. La lega delle corti legittime e delle
forze nazionali, che aveva abbattuto l'imperatore, si sciolse di botto
dopo la vittoria. La lotta pel diritto delle nazioni si chiuse con una
ripartizione di paesi, che a mala pena era meno arbitraria della
trasformazione della carta geografica fatta da Napoleone; la guerra per
la libertà dell'Europa approdò a quella dittatura della Santa Alleanza,
che comandò solo con un po' più di mitezza, ma incomparabilmente con
più inconsideratezza che non un tempo il dominatore del mondo. Un amaro
scontento s'impadronì dei popoli delusi, e con quello si fece strada un
cambiamento profondo di opinione sulle lotte passate: un cambiamento,
che ancora oggi suscita il malumore in noi patrioti prussiani, e che
pure era necessario, se la vita tedesca era destinata a non cadere
interamente nel sopore. In una parola, i tedeschi si abituarono a
guardare con gli occhi dei loro nemici l'episodio più glorioso della
loro storia moderna. In Prussia, dove il nobile sentimento della guerra
di libertà non sparì mai interamente, la vita pubblica si era estinta,
la nazione curava in silenzio le sue piaghe, e la pazzia della caccia
alla demagogia e l'aggiornamento della costituzione soffocavano la pura
gioia della grande lotta. Mentre i francesi non erano mai sazi di
contemplare le immagini della loro rivoluzione, in Germania né l'arte né
la storiografia presero a trattare la grata materia della guerra di
liberazione; e, d'altronde, se l'arte propende al culto degli eroi, si
compiace di essere svegliata più dallo splendore di un grand'uomo, che
dalle gesta di un gran popolo.
Lo spaccio pubblico della vita tedesca era dominato dai liberali dei
piccoli stati, uomini cioè, che non partecipavano allo sdegno eroico
della guerra tedesca; e tra loro molti erano ebrei, i quali, messi in un
cantone da leggi imprudenti, non potevano certo acquistare facilmente il
sentimento sereno dell'orgoglio nazionale tedesco. Al rude odio ai
francesi dei giorni teutonici successe una divinizzazione parimente
cieca della vita francese; la gioventù, che si era affacciata alla vita
così compatta e con freschezza così giovanile e tedesca, si ruppe
rapidamente in leghe segrete, sull'esempio dei cospiratori francesi. È
lecito affermare, che gli ultimi due decenni hanno precluso ai tedeschi
meridionali l'intelligenza della guerra di libertà. Presto doveva
rivelarsi l'affinità elettiva che collega il liberalismo triviale con la
burocrazia e col senso apatriottico, col nessun sentimento di patria.
Non appena il partito ultramontano in Baviera si arrischiò a mostrarsi
di nuovo, subito i liberali desiderarono il ritorno dei giorni di
Montgelas, e parecchi tirolesi illuminati maledissero la memoria di
Andrea Hofer. La gioventù di Westfalia e di Berg si sollevava al grido
«avanti coi diritti neolatini!». Il primo tentativo di abolire il codice
Napoleone mise in agitazione tutte le regioni renane. Pel secolo
democratico l'eguaglianza poteva più della nazionalità. Il codice era
stimato liberale perché aveva introdotto l'eguaglianza incondizionata
davanti alla legge e, inoltre, l'istituzione dei giurati. Si tornò
all'antica regola, che il nostro occidente assorba più civiltà che non
ne emani; e furono accolte con gratitudine tutte le meraviglie della
libertà francese, culto napoleonico incluso, perché l'imperatore era il
nemico dei nemici del radicalismo. La nascita del quale, sorto di peso
dalla democrazia forestiera, offre uno degli spettacoli più ripugnanti
della storia tedesca. Di anno in anno le teste calde della nostra
gioventù accorrevano alla città della libertà, e predicavano la
genialità del primo popolo del mondo, il quale senza l'oppressione della
tirannide scolastica tedesca si educava da sé, con tutta spontaneità, al
coraggio e alla libertà, allo spirito e alla bellezza. Quando un
avversario di Napoleone, il Börne, si trovò davanti alla colonna
Vendôme, domandò: «il giunco tedesco diventa più forte, sol perché
l'uragano abbatte la quercia?», e si scordava della piccola inezia, che
l'uragano eravamo noi. L'andazzo era tutto concorde in una siffatta
diminuzione delle gesta tedesche, in un siffatto svillaneggiamento della
patria; e non tardarono alcuni cervelli esaltati a correre alle
conseguenze estreme, e a presentarsi apertamente in veste di sacerdoti
di Napoleone, come fece specialmente Enrico Heine. La rabbia contro la
Prussia e il linguaggio dei feudali di Potsdam, e quella frivola
civetteria che con la glorificazione del genio mira insieme a mettere in
mostra il proprio genio, cavarono al poeta l'odioso «Libro di Le Grand».
Solo la perfetta assenza di carattere e di pensiero della corte di
Vienna spiega l'enimma, come mai al poeta radicale si sia associato,
secondo, il signor di Zedlitz: il panegirista sfegatato del principe di
Metternich intrecciò una corona funebre al côrso, e vi aggiunse
l'idolatria pei francesi. Fu anche più notevole il fatto, che la stessa
letteratura amena, che è impolitica per natura, s'iniziò al culto di
moda: innumerevoli novellisti e lirici, come per esempio Guglielmo Hauff
nel libro _Bozzetti dell'imperatore_, glorificarono senza secondi fini
l'eroismo imperiale.
Anche in Germania la leggenda napoleonica ebbe seguito specialmente nel
popolo. Noi pure avevamo i nostri veterani napoleonici: l'esercito
sassone vantava come sua gloria suprema la giornata della Moscowa, e il
bavarese la campagna del Danubio del 1809. Chi visita le antiche case
franche del nostro mezzogiorno si abbatte in una quantità innumerevole
di ritratti dell'imperatore, e qua e là, nelle regioni anteriori
dell'antico impero d'Austria, in qualche figura dell'arciduca Carlo e
della battaglia di Stockach, ma non incontra quasi in nessun luogo una
vecchia immagine di Blücher o di Stein. Una volta in una locanda di
campagna nell'alta Selva Nera io vidi una figura ingiallita di venti
anni prima, di quelle vendute nelle fiere. Un animale con tre corpi e
una testa (la domesticità tedesca ha in maniera singolare eletto
l'innocente cervo in luogo di una bestia imparlamentare) giace pigro e
stupido nel bosco: tra gli alberi si eleva gloriosa l'ombra di
Napoleone; sotto si leggono i versi:
Tu ci vedi qui all'aria aperta
importunati da una sola testa.
Ora indovina a chi di noi tre
appartiene la testa.
Dopo la morte di Hudson Lowe i fogli radicali tedeschi dedicarono
all'uomo, che un tempo era stato onorato dall'amicizia di Gneisenau, il
melodioso addio:
Finalmente, o tomba, tu nascondi il mostro
vomitato dall'umanità, come l'avoltoio ecc. ecc.
Un conoscitore della parte indiscriminata della nostra letteratura
aggiungerebbe facilmente dei bei pezzi complementari. I fogli radicali
degli ultimi trent'anni formicolano di allusioni maliziose
all'imperatore. «Il risveglio di Napoleone, ovvero Egli vive ancora.
Sogno di un principe legittimo», tale è il titolo di un articolo nello
«Staffile» (_Geissel_) di Hundt-Radowsky, sul quale la polizia tedesca
braccava con zelo particolare. Per quanto siffatte velleità non abbiano
alcuna importanza, pure un francese, che osservi superficialmente, ne
avrebbe abbastanza per dire con una certa verità, che la venerazione dei
suoi compatrioti per l'imperatore liberale è nutrita anche nei piccoli
stati tedeschi.
In Italia il risveglio dell'entusiasmo napoleonico fu incomparabilmente
più forte e più giustificato. L'imperatore era considerato come il più
grande degl'italiani: aveva risuscitato dal sonno millenario il sacro
nome del paese, aveva frenato con leggi moderne l'antico disordine
tradizionale, aveva versato con gesta senza pari un'ambizione inquieta
nel cuore della snervata gioventù. Di tanto in tanto all'Elba gli era
ribollito nelle vene il sangue italico: egli promise: «a Parigi sono
stato un Cesare, a Roma sarò un Camillo». Sulle nuove strade alpine,
nell'arena cesarea della capitale lombarda, nel duomo risorto dalle
rovine, nell'Arco di trionfo, a cui l'imperatore aveva destinato
l'Impresa di Alessandro del più grande scultore moderno, e che ora
glorificava le imprese dell'Austria, l'italiano incontrava a ogni piè
sospinto nel settentrione della penisola le orme del grande compatriota.
Il suo Regno d'Italia era stato un governo ben più umano e nazionale del
dominio austriaco e della forca borbonica. L'odio ai francesi, che la
musa di Alfieri aveva bandito alla gioventù, dileguava a poco a poco
sotto la cupa compressione della nuova dominazione straniera. Niccolini,
che in altri tempi con un alto grido di sdegno aveva atteso sulla via di
Brenno il figlio d'Italia discendente dalle Alpi, e non aveva trovato
che sarcasmo per l'iscrizione della medaglia commemorativa francese
_l'Italie délivrée à Marengo_, adesso intonava canti di disprezzo pei
nani che ballavano sulla tomba del gigante. Il cordoglio umano pel
trapasso di una grandezza unica suggerì a Manzoni l'espressione
travolgente in quella poderosa ode, che con una strappata geniale leva
via la sostanza dalle maraviglie dell'impero: _E il lampo dei manipoli E
l'onda dei cavalli_: e perciò essa sola vale tutte le altre opere
dell'epopea napoleonica. Il giovine Santarosa nei suoi primi scritti
aveva maledetto il tiranno, che aveva arrossato d'italo sangue i piani
nevosi della Russia; ma da uomo maturo si riconciliò coi francesi e i
napoleonidi. E come lui Massimo d'Azeglio, il figlio dell'emigrato
piemontese. Nella bella lettera di conforto che Pio VII scrisse alla
madre di Napoleone, non parla soltanto l'uomo amabile, né soltanto il
papa la cui Chiesa andava debitrice all'imperatore del ripristinamento,
ma anche l'italiano. I carbonari, dianzi nemici di Murat, dopo si erano
intesi con gli amici di Napoleone. Il bonapartismo viveva inestirpabile
nel cuore degli ufficiali della vecchia armata italiana. Essi avevano
rinnovellata per la prima volta sotto il côrso la gloria delle armi
nazionali, ed erano adesso i capi naturali di ogni rivolta contro
l'Austria, proprio allo stesso modo come i veterani dei lancieri
polacchi dell'imperatore avevano nella loro patria elevato a segnacolo
di patriottismo la religione napoleonica, e stavano in prima linea in
ogni lotta contro i russi.
Un cambiamento di opinione principiò perfino tra gli spagnuoli, che poco
prima avevano combattuto con odio atroce l'usurpatore. I liberali
spagnuoli sfuggiti agli orrori della reazione borbonica avevano cercato,
già durante i cento giorni, di stringersi all'imperatore, e quando, otto
anni dopo, i Borboni francesi rinsaldarono il trono vacillante del
cugino spagnuolo, i veterani napoleonici accorsero tra le fila
dell'esercito della libertà delle Cortes. Nel Belgio il grato Verviers
eresse una statua all'imperatore, che aveva dato vigore alle industrie
cittadine. In Inghilterra l'energia dell'orgoglio nazionale e la sanità
dello stato non permisero mai al bonapartismo di diffondersi ampiamente.
Una parte della nobiltà whig, lord e lady Holland, lady Blessington e il
suo circolo serbarono un'adorazione fanatica pel nemico dei torys. In
quel torno Byron levò la voce contro il trionfo delle anime piccole sul
genio, e si accordarono con lui, senza però la misura, senza la nobiltà
del maestro, alcuni scrittori radicali.
V.
Per tutto il tempo che l'erede di Napoleone visse come un prigioniero,
il diletto fantastico che ebbe il mondo dalla figura dell'eroe non
produsse risultati politici immediati. Avvenne come se i napoleonidi si
fossero divisi i due opposti principii, che nell'imperatore erano uniti
e concorporati. Il duca di Reichstadt ereditò l'assolutismo paterno, gli
altri della famiglia tennero le tradizioni rivoluzionarie della casa.
Guardando il debole giovinetto coi bei lineamenti del padre quando
s'immergeva fisso nella mappa, o quando con vivacità passionata
manovrava il suo battaglione o con l'occhio acceso gridava: «un
Napoleone deve ritornare in Francia solamente alla testa di un esercito,
a viso aperto, non mai come un cospiratore, come un fantoccio dei
liberali»; allora si sentiva davvero, che in quelle vene fluiva sangue
puro di Napoleone. Tale era stato il padre in quegli ultimi tempi di
orgoglio regale, in cui discuteva della legittimità della quarta
dinastia, e parlava con affetto di parente del «suo sventurato zio»
Luigi XVI. E, in verità, non era necessario il cattivo verso dedicato da
Barthelémy al «figliuolo dell'Uomo» per cattivare il sentimento umano a
questo essere ineffabilmente triste, a questo giovinetto, che sulle
spalle incolpevoli portava le colpe e la calamità di lotte che avevano
scosso il mondo.
Durante le trattative della seconda pace di Parigi, Richelieu e Pozzo di
Borgo avevano messa avanti la proposta di educare l'erede di Napoleone
allo stato ecclesiastico: disegno, che il vecchio imperatore considerò
sempre come la più terribile sventura per la sua famiglia. Le grandi
potenze trovarono l'idea accettabile, e tre anni dopo il gabinetto
prussiano scrisse: «la professione ecclesiastica non pregiudicherebbe la
sorte del principe e tranquillerebbe tutti». Ma la corte di Vienna non
tardò a persuadersi, che quell'animo ardente non era nato per fare il
prete. L'imperatore Franz nominò il giovine Napoleone duca di
Reichstadt; ma tale dignità fu concessa espressamente, dietro
rimostranza della Prussia, alla persona del principe, non ai successori.
Si era tacitamente convenuto nella presunzione, che la discendenza di
Napoleone si sarebbe estinta¹. La fiaba tanto diffusa e creduta, che
l'imperatore Franz facesse struggere il nipote tra eccessi precoci,
certamente è rifiutata da un pezzo: rispetto al giovine principe non fu
seguito altro metodo di educazione, se non quello antico di prammatica
secondo il quale erano istruiti gli arciduchi genuini. Il che non vuol
dire che l'educazione del duca di Reichstadt non facesse degno riscontro
a quel premeditato trattamento dei prigionieri dello Spielberg, che il
paterno imperatore dirigeva personalmente. Mentre la sposa austriaca di
Napoleone si consolava con l'adulterio sfacciato, tra le braccia del
luogotenente maresciallo Neipperg, che null'altro possedeva fuori degli
ambigui meriti di bell'uomo, il figlio dalle arti del nonno era reso
completamente straniero al suo popolo, straniero alla propria casa.
Anche il gran nome di Napoleone gli fu interdetto; l'educazione
dell'arciduca Francesco Giuseppe Carlo fu condotta nell'odiosa lingua
tedesca. E quando il precoce fanciullo fu preso dal ricordo sempre più
attraente e limpido dei giorni in cui fu re, della carrozza d'oro tirata
dalle caprette che lo portavano nei viali del giardino delle Tuileries
fra gli scoppi di acclamazione dei parigini, proprio allora egli apprese
da alcuni assolutisti della più pura acqua la verità intorno a suo
padre, o ciò che in una corte simile si chiamava verità! Lo sventurato
meditava ora sulle parole promettenti del poeta: «Coraggio, coraggio, o
figlio degli dèi, cacciato dal tempio; tu porti sulla fronte il sigillo
della origine sacra!». A Schönbrunn era nota l'ansia con cui il despota
sospettoso tremava davanti all'idea dell'età maggiore di un tal nipote.
L'ambasciatore del Würtemberg, Wintzingerode, scrisse fin dal 1817: «qui
a Vienna si principia ad aver paura della crescenza e della spupillatura
della dieta più ancora che del giovine Napoleone». Quale destino, i
giorni d'oro della fanciullezza tra la diffidente malvagità di nemici
implacabili!
¹ Ciò secondo relazioni dell'ambasciatore prussiano a Vienna, generale
Krusemark, 4 e 11 febbraio 1818. Napoleone I intravvide il disegno,
come dimostrano i _Mémoires du roi Ioseph_ (x, 268).
_Les rois m'adoraient au berceau,
et cependant je suis à Vienne!_
Per quanto la sciocca vanità dell'austriaca e i dolori del figlio
ribellassero ogni cuore francese, pure la madre di Napoleone suscitò un
appassionamento forse anche più profondo. Da quando vivono gli uomini,
un religioso timore accompagna le madri dei grandi uomini: la poesia
antica possiede pochi luoghi così toccanti, come quel passo di
Giovenale, in cui il poeta rimprovera Messalina di aver profanato con le
colpe delle sue notti dissolute il corpo che aveva portato il magnanimo
Britannico. Ma la madre di tanti re e del primo uomo del tempo, che
portava il suo destino con la dignità di una matrona romana, che
suscitava dovunque con parole di vero compianto la pietà per «il mio
grande e infelice esiliato di Sant'Elena»: «in verità io sono la madre
di tutti i dolori», scrisse al cardinal Consalvi: che nella miseria non
smarrì nemmeno per un istante la fede nella stella della sua casa:
cotesta pallida figura di sofferenza dal nero e profondo occhio côrso,
in nere gramaglie, col diadema dei giorni imperiali intrecciato nei
capelli canuti, non era forse un'effigie di umanità, che non si poteva
dimenticare?
Un atto d'impero del Congresso di Vienna «nell'interesse della pubblica
quiete» pose la casa dei napoleonidi sotto la sorveglianza dell'Europa.
In ciascuno dei pochi paesi, in cui si era loro permesso di accedere,
l'ambasciata delle cinque potenze aveva l'incarico della loro vigilanza,
e le autorità erano responsabili della loro buona condotta. Nelle
lettere di rimostranza dei Bonaparte condannati al confine ritorna
sempre non senza ragione il motto: «noi preferiamo di vivere sotto i
Borboni o in Prussia, anziché tollerare un trattamento simile!». I
Borboni perseguitavano con un odio cieco la casa del loro capitale
nemico. Una legge draconiana proibiva sotto pena di morte ai parenti di
Napoleone, anche alle mogli e ai figli, di metter piede in suolo
francese. Perfino all'innocente zio Fesch fu vietato di ricomparire nel
suo vescovado di Lione. Furono respinte anche le richieste di crediti
dei Bonaparte, sebbene legalmente valide. I Borboni di Napoli
infastidivano il papa con le continue sollecitazioni di espellere
gl'incomodi rifugiati. Più degnamente, sebbene non meno ostile, si
comportò la corte prussiana, pur così indimenticabilmente offesa
dall'imperatore. Il re col suo sentimento di giustizia appoggiò le
pretese pecuniarie dei napoleonidi per quel tanto che erano eque. Ma a
nessuno della pericolosa progenie fu permesso di varcare le frontiere
prussiane; e gli ambasciatori all'estero ebbero istruzione di vigilare
nel modo più rigoroso sulle persone sospette. La corte di Vienna, una
volta entrata nel vergognoso parentado, non era più in condizione di
vietare addirittura ai suoi parenti il soggiorno nei paesi della
corona. E rimediò col sistema dei meschini espedienti polizieschi di
perquisizioni e tastamenti. Il principe di Metternich, che in queste
faccende non immischiava nemmeno il suo birro di fiducia, non faceva che
informarsi ansiosamente, con lettere di suo pugno, sulle mosse della
duchessa di Saint-Leu o del conte di Monfort. Non appena corse voce, che
il conte Possé, genero di Luciano, sarebbe nominato ambasciatore di
Svezia in Italia, il cancelliere scrisse immediatamente al duca di
Modena intimandogli di protestare contro la possibile nomina. Con grande
mitezza si comportò invece la corte russa, imparentata con Gerolamo e
coi Leuchtenberg; più di una volta, anzi, i suoi diplomatici protessero
i Bonaparte dalla grossolana persecuzione poliziesca. Ma qualunque
iniquità delle grandi potenze era superata dal trattamento rivoltante,
che la casa di Girolamo era destinata a sperimentare da parte di uno dei
più zelanti servitori dell'usurpatore. Nessuna casa regnante era
obbligata all'imperatore più di quella del Würtemberg; perché «prima di
Napoleone», come lamenta Gerolamo nelle sue memorie, «non era mai
esistita una nazionalità würtemberghese», e il mondo intero sapeva, che
le _fumées du Germanisme_ non avevano mai menomamente dato alla testa né
al re Federico né ai suoi fedeli. Ma non appena la caduta di Napoleone
fu un fatto, il re pretese che sua figlia Caterina si dividesse dal
marito che egli stesso le aveva dato. Dalla nobile donna, legata al
marito con fedeltà tedesca, ricevé degna risposta: «io ho partecipato
alla sua fortuna, ed egli mi appartiene nella disgrazia». Il padre fece
rapire la figlia e trasportarla a forza nel Würtemberg; e per un anno
intero martirizzò moglie e marito nel castello di Ellwangener, per
impadronirsi dei loro beni. Maneggi infami, che misero in luce tutta
l'abiezione dello staterello renano e non furono dimenticati
dall'istinto vendicativo del sangue côrso.