Eppure ciò avvenne. Lo stesso imperatore già si era eccellentemente

compreso al proverbio: _give me the ballad-making and I will rule the

people_. I cantastorie propalavano la gloria della grande armata, figure

di cera e illustrazioni mostravano ai contadini i lineamenti

dell'imperatore e dei suoi eroi. L'antico appassionamento della gente di

bassa condizione pel plebeo che aveva mostrato ai grandi ciò che sa fare

la forza di un uomo, ora fu accresciuto dai Borboni con la guerra che,

come per un accecamento mandato loro da Dio, bandirono contro tutti i

ricordi e le memorie imperiali. Qui un prefetto fece bruciare l'immagine

del mangiatore di uomini Bonaparte insieme con un'aquila viva, là fu

buttato in carcere un veterano perché portava alla casacca un bottone

con l'aquila. La polizia dava incessantemente la caccia alle statuette e

ai busti dell'imperatore, che erano venduti nascosti nei pomi dei

bastoni o nelle tabacchiere a doppio fondo. La statua della colonna

Vendôme fu tenuta celata a lungo nello studio di un artista fidato,

adorna di bandiere tricolori, finché i Borboni la fecero prendere di là

e rifondere pel nuovo monumento a quell'Enrico IV, che il popolo non

conosceva più. Affluirono nei villaggi i veterani, coperti di ferite,

derelitti, offesi dai nuovi luogotenenti nobili che non avevano mai

fiutato l'odore della polvere; «e ciascuno di essi diventò un Omero

improvvisato dell'epopea imperiale», come dice un orleanista, il conte

di Montalivet. Perfino il codice dell'impero dové smettere il nome del

suo autore, e i partigiani dell'imperatore furono perseguitati perfino

sul vestibolo neutrale dell'accademia. Anche all'estero le popolazioni

non si stancavano di almanaccare sull'uomo satanico. La fantasia degli

orientali fuse questa figura di eroe con un'altra apparizione della

lontana antichità: i beduini raccontavano della cavalcata nel deserto,

che il sultano dei franchi, Iskander (Alessandro), aveva fatta di nuovo

a oriente dopo duemila anni. I palermitani sapevano, che il grande

isolano sarebbe riapparso e avrebbe precipitato nel mare il massiccio

del monte Pellegrino. In Turingia il popolo bisbigliava, che

l'imperatore aveva liberato a Kyffhäuser il Barbarossa. E dovunque le

moltitudini credevano, che un tale uomo non potesse morire. La credenza

in tale immortalità si sparse anche in Francia, a personificare le

grandi memorie esclusivamente in questo eroe. Egli era il _gros papa_,

il _père la Violette_, e soprattutto il «piccolo caporale». È nota

l'influenza e il senso di amor proprio che i vecchi sottufficiali

serbano in tutti gli eserciti stanziali; tanto che anche nella campagna

del 1859 gli zuavi elessero il re d'Italia a loro caporale onorario.

L'imperatore con la sua maestria nel maneggio degli uomini aveva

cattivato ciecamente alla propria persona per l'appunto questa classe

dei sottufficiali; e se pensava a loro, poteva ben dire con piena

confidenza: «chi tocca la mia memoria morde il granito». Anche in quelle

provincie del mezzogiorno che un tempo avevano oltraggiato l'imperatore

fuggiasco, la gente del popolo non poté resistere a lungo alla

propaganda dei veterani: era, in verità, gloria della Francia quella di

cui i vecchi narravano i fasti, e il principe della guerra con tutti i

suoi delitti era un eroe non meno nazionale del re degli emigrati.

Proprio qui, tra le moltitudini, il bonapartismo trovò e trova la sua

forza. Si adempì alla lettera la profezia del cantore:

_on parlera de sa gloire

dans la chaume bien longtemps,

l'humble toît en cinquante ans

n'aura pas d'autre histoire._

Napoleone pel popolo divenne il rappresentante, il compendio della

storia moderna.

Il più strano in questo sviluppo della leggenda napoleonica è la

cooperazione dello straniero. La lega delle corti legittime e delle

forze nazionali, che aveva abbattuto l'imperatore, si sciolse di botto

dopo la vittoria. La lotta pel diritto delle nazioni si chiuse con una

ripartizione di paesi, che a mala pena era meno arbitraria della

trasformazione della carta geografica fatta da Napoleone; la guerra per

la libertà dell'Europa approdò a quella dittatura della Santa Alleanza,

che comandò solo con un po' più di mitezza, ma incomparabilmente con

più inconsideratezza che non un tempo il dominatore del mondo. Un amaro

scontento s'impadronì dei popoli delusi, e con quello si fece strada un

cambiamento profondo di opinione sulle lotte passate: un cambiamento,

che ancora oggi suscita il malumore in noi patrioti prussiani, e che

pure era necessario, se la vita tedesca era destinata a non cadere

interamente nel sopore. In una parola, i tedeschi si abituarono a

guardare con gli occhi dei loro nemici l'episodio più glorioso della

loro storia moderna. In Prussia, dove il nobile sentimento della guerra

di libertà non sparì mai interamente, la vita pubblica si era estinta,

la nazione curava in silenzio le sue piaghe, e la pazzia della caccia

alla demagogia e l'aggiornamento della costituzione soffocavano la pura

gioia della grande lotta. Mentre i francesi non erano mai sazi di

contemplare le immagini della loro rivoluzione, in Germania né l'arte né

la storiografia presero a trattare la grata materia della guerra di

liberazione; e, d'altronde, se l'arte propende al culto degli eroi, si

compiace di essere svegliata più dallo splendore di un grand'uomo, che

dalle gesta di un gran popolo.

Lo spaccio pubblico della vita tedesca era dominato dai liberali dei

piccoli stati, uomini cioè, che non partecipavano allo sdegno eroico

della guerra tedesca; e tra loro molti erano ebrei, i quali, messi in un

cantone da leggi imprudenti, non potevano certo acquistare facilmente il

sentimento sereno dell'orgoglio nazionale tedesco. Al rude odio ai

francesi dei giorni teutonici successe una divinizzazione parimente

cieca della vita francese; la gioventù, che si era affacciata alla vita

così compatta e con freschezza così giovanile e tedesca, si ruppe

rapidamente in leghe segrete, sull'esempio dei cospiratori francesi. È

lecito affermare, che gli ultimi due decenni hanno precluso ai tedeschi

meridionali l'intelligenza della guerra di libertà. Presto doveva

rivelarsi l'affinità elettiva che collega il liberalismo triviale con la

burocrazia e col senso apatriottico, col nessun sentimento di patria.

Non appena il partito ultramontano in Baviera si arrischiò a mostrarsi

di nuovo, subito i liberali desiderarono il ritorno dei giorni di

Montgelas, e parecchi tirolesi illuminati maledissero la memoria di

Andrea Hofer. La gioventù di Westfalia e di Berg si sollevava al grido

«avanti coi diritti neolatini!». Il primo tentativo di abolire il codice

Napoleone mise in agitazione tutte le regioni renane. Pel secolo

democratico l'eguaglianza poteva più della nazionalità. Il codice era

stimato liberale perché aveva introdotto l'eguaglianza incondizionata

davanti alla legge e, inoltre, l'istituzione dei giurati. Si tornò

all'antica regola, che il nostro occidente assorba più civiltà che non

ne emani; e furono accolte con gratitudine tutte le meraviglie della

libertà francese, culto napoleonico incluso, perché l'imperatore era il

nemico dei nemici del radicalismo. La nascita del quale, sorto di peso

dalla democrazia forestiera, offre uno degli spettacoli più ripugnanti

della storia tedesca. Di anno in anno le teste calde della nostra

gioventù accorrevano alla città della libertà, e predicavano la

genialità del primo popolo del mondo, il quale senza l'oppressione della

tirannide scolastica tedesca si educava da sé, con tutta spontaneità, al

coraggio e alla libertà, allo spirito e alla bellezza. Quando un

avversario di Napoleone, il Börne, si trovò davanti alla colonna

Vendôme, domandò: «il giunco tedesco diventa più forte, sol perché

l'uragano abbatte la quercia?», e si scordava della piccola inezia, che

l'uragano eravamo noi. L'andazzo era tutto concorde in una siffatta

diminuzione delle gesta tedesche, in un siffatto svillaneggiamento della

patria; e non tardarono alcuni cervelli esaltati a correre alle

conseguenze estreme, e a presentarsi apertamente in veste di sacerdoti

di Napoleone, come fece specialmente Enrico Heine. La rabbia contro la

Prussia e il linguaggio dei feudali di Potsdam, e quella frivola

civetteria che con la glorificazione del genio mira insieme a mettere in

mostra il proprio genio, cavarono al poeta l'odioso «Libro di Le Grand».

Solo la perfetta assenza di carattere e di pensiero della corte di

Vienna spiega l'enimma, come mai al poeta radicale si sia associato,

secondo, il signor di Zedlitz: il panegirista sfegatato del principe di

Metternich intrecciò una corona funebre al côrso, e vi aggiunse

l'idolatria pei francesi. Fu anche più notevole il fatto, che la stessa

letteratura amena, che è impolitica per natura, s'iniziò al culto di

moda: innumerevoli novellisti e lirici, come per esempio Guglielmo Hauff

nel libro _Bozzetti dell'imperatore_, glorificarono senza secondi fini

l'eroismo imperiale.

Anche in Germania la leggenda napoleonica ebbe seguito specialmente nel

popolo. Noi pure avevamo i nostri veterani napoleonici: l'esercito

sassone vantava come sua gloria suprema la giornata della Moscowa, e il

bavarese la campagna del Danubio del 1809. Chi visita le antiche case

franche del nostro mezzogiorno si abbatte in una quantità innumerevole

di ritratti dell'imperatore, e qua e là, nelle regioni anteriori

dell'antico impero d'Austria, in qualche figura dell'arciduca Carlo e

della battaglia di Stockach, ma non incontra quasi in nessun luogo una

vecchia immagine di Blücher o di Stein. Una volta in una locanda di

campagna nell'alta Selva Nera io vidi una figura ingiallita di venti

anni prima, di quelle vendute nelle fiere. Un animale con tre corpi e

una testa (la domesticità tedesca ha in maniera singolare eletto

l'innocente cervo in luogo di una bestia imparlamentare) giace pigro e

stupido nel bosco: tra gli alberi si eleva gloriosa l'ombra di

Napoleone; sotto si leggono i versi:

Tu ci vedi qui all'aria aperta

importunati da una sola testa.

Ora indovina a chi di noi tre

appartiene la testa.

Dopo la morte di Hudson Lowe i fogli radicali tedeschi dedicarono

all'uomo, che un tempo era stato onorato dall'amicizia di Gneisenau, il

melodioso addio:

Finalmente, o tomba, tu nascondi il mostro

vomitato dall'umanità, come l'avoltoio ecc. ecc.

Un conoscitore della parte indiscriminata della nostra letteratura

aggiungerebbe facilmente dei bei pezzi complementari. I fogli radicali

degli ultimi trent'anni formicolano di allusioni maliziose

all'imperatore. «Il risveglio di Napoleone, ovvero Egli vive ancora.

Sogno di un principe legittimo», tale è il titolo di un articolo nello

«Staffile» (_Geissel_) di Hundt-Radowsky, sul quale la polizia tedesca

braccava con zelo particolare. Per quanto siffatte velleità non abbiano

alcuna importanza, pure un francese, che osservi superficialmente, ne

avrebbe abbastanza per dire con una certa verità, che la venerazione dei

suoi compatrioti per l'imperatore liberale è nutrita anche nei piccoli

stati tedeschi.

In Italia il risveglio dell'entusiasmo napoleonico fu incomparabilmente

più forte e più giustificato. L'imperatore era considerato come il più

grande degl'italiani: aveva risuscitato dal sonno millenario il sacro

nome del paese, aveva frenato con leggi moderne l'antico disordine

tradizionale, aveva versato con gesta senza pari un'ambizione inquieta

nel cuore della snervata gioventù. Di tanto in tanto all'Elba gli era

ribollito nelle vene il sangue italico: egli promise: «a Parigi sono

stato un Cesare, a Roma sarò un Camillo». Sulle nuove strade alpine,

nell'arena cesarea della capitale lombarda, nel duomo risorto dalle

rovine, nell'Arco di trionfo, a cui l'imperatore aveva destinato

l'Impresa di Alessandro del più grande scultore moderno, e che ora

glorificava le imprese dell'Austria, l'italiano incontrava a ogni piè

sospinto nel settentrione della penisola le orme del grande compatriota.

Il suo Regno d'Italia era stato un governo ben più umano e nazionale del

dominio austriaco e della forca borbonica. L'odio ai francesi, che la

musa di Alfieri aveva bandito alla gioventù, dileguava a poco a poco

sotto la cupa compressione della nuova dominazione straniera. Niccolini,

che in altri tempi con un alto grido di sdegno aveva atteso sulla via di

Brenno il figlio d'Italia discendente dalle Alpi, e non aveva trovato

che sarcasmo per l'iscrizione della medaglia commemorativa francese

_l'Italie délivrée à Marengo_, adesso intonava canti di disprezzo pei

nani che ballavano sulla tomba del gigante. Il cordoglio umano pel

trapasso di una grandezza unica suggerì a Manzoni l'espressione

travolgente in quella poderosa ode, che con una strappata geniale leva

via la sostanza dalle maraviglie dell'impero: _E il lampo dei manipoli E

l'onda dei cavalli_: e perciò essa sola vale tutte le altre opere

dell'epopea napoleonica. Il giovine Santarosa nei suoi primi scritti

aveva maledetto il tiranno, che aveva arrossato d'italo sangue i piani

nevosi della Russia; ma da uomo maturo si riconciliò coi francesi e i

napoleonidi. E come lui Massimo d'Azeglio, il figlio dell'emigrato

piemontese. Nella bella lettera di conforto che Pio VII scrisse alla

madre di Napoleone, non parla soltanto l'uomo amabile, né soltanto il

papa la cui Chiesa andava debitrice all'imperatore del ripristinamento,

ma anche l'italiano. I carbonari, dianzi nemici di Murat, dopo si erano

intesi con gli amici di Napoleone. Il bonapartismo viveva inestirpabile

nel cuore degli ufficiali della vecchia armata italiana. Essi avevano

rinnovellata per la prima volta sotto il côrso la gloria delle armi

nazionali, ed erano adesso i capi naturali di ogni rivolta contro

l'Austria, proprio allo stesso modo come i veterani dei lancieri

polacchi dell'imperatore avevano nella loro patria elevato a segnacolo

di patriottismo la religione napoleonica, e stavano in prima linea in

ogni lotta contro i russi.

Un cambiamento di opinione principiò perfino tra gli spagnuoli, che poco

prima avevano combattuto con odio atroce l'usurpatore. I liberali

spagnuoli sfuggiti agli orrori della reazione borbonica avevano cercato,

già durante i cento giorni, di stringersi all'imperatore, e quando, otto

anni dopo, i Borboni francesi rinsaldarono il trono vacillante del

cugino spagnuolo, i veterani napoleonici accorsero tra le fila

dell'esercito della libertà delle Cortes. Nel Belgio il grato Verviers

eresse una statua all'imperatore, che aveva dato vigore alle industrie

cittadine. In Inghilterra l'energia dell'orgoglio nazionale e la sanità

dello stato non permisero mai al bonapartismo di diffondersi ampiamente.

Una parte della nobiltà whig, lord e lady Holland, lady Blessington e il

suo circolo serbarono un'adorazione fanatica pel nemico dei torys. In

quel torno Byron levò la voce contro il trionfo delle anime piccole sul

genio, e si accordarono con lui, senza però la misura, senza la nobiltà

del maestro, alcuni scrittori radicali.

V.

Per tutto il tempo che l'erede di Napoleone visse come un prigioniero,

il diletto fantastico che ebbe il mondo dalla figura dell'eroe non

produsse risultati politici immediati. Avvenne come se i napoleonidi si

fossero divisi i due opposti principii, che nell'imperatore erano uniti

e concorporati. Il duca di Reichstadt ereditò l'assolutismo paterno, gli

altri della famiglia tennero le tradizioni rivoluzionarie della casa.

Guardando il debole giovinetto coi bei lineamenti del padre quando

s'immergeva fisso nella mappa, o quando con vivacità passionata

manovrava il suo battaglione o con l'occhio acceso gridava: «un

Napoleone deve ritornare in Francia solamente alla testa di un esercito,

a viso aperto, non mai come un cospiratore, come un fantoccio dei

liberali»; allora si sentiva davvero, che in quelle vene fluiva sangue

puro di Napoleone. Tale era stato il padre in quegli ultimi tempi di

orgoglio regale, in cui discuteva della legittimità della quarta

dinastia, e parlava con affetto di parente del «suo sventurato zio»

Luigi XVI. E, in verità, non era necessario il cattivo verso dedicato da

Barthelémy al «figliuolo dell'Uomo» per cattivare il sentimento umano a

questo essere ineffabilmente triste, a questo giovinetto, che sulle

spalle incolpevoli portava le colpe e la calamità di lotte che avevano

scosso il mondo.

Durante le trattative della seconda pace di Parigi, Richelieu e Pozzo di

Borgo avevano messa avanti la proposta di educare l'erede di Napoleone

allo stato ecclesiastico: disegno, che il vecchio imperatore considerò

sempre come la più terribile sventura per la sua famiglia. Le grandi

potenze trovarono l'idea accettabile, e tre anni dopo il gabinetto

prussiano scrisse: «la professione ecclesiastica non pregiudicherebbe la

sorte del principe e tranquillerebbe tutti». Ma la corte di Vienna non

tardò a persuadersi, che quell'animo ardente non era nato per fare il

prete. L'imperatore Franz nominò il giovine Napoleone duca di

Reichstadt; ma tale dignità fu concessa espressamente, dietro

rimostranza della Prussia, alla persona del principe, non ai successori.

Si era tacitamente convenuto nella presunzione, che la discendenza di

Napoleone si sarebbe estinta¹. La fiaba tanto diffusa e creduta, che

l'imperatore Franz facesse struggere il nipote tra eccessi precoci,

certamente è rifiutata da un pezzo: rispetto al giovine principe non fu

seguito altro metodo di educazione, se non quello antico di prammatica

secondo il quale erano istruiti gli arciduchi genuini. Il che non vuol

dire che l'educazione del duca di Reichstadt non facesse degno riscontro

a quel premeditato trattamento dei prigionieri dello Spielberg, che il

paterno imperatore dirigeva personalmente. Mentre la sposa austriaca di

Napoleone si consolava con l'adulterio sfacciato, tra le braccia del

luogotenente maresciallo Neipperg, che null'altro possedeva fuori degli

ambigui meriti di bell'uomo, il figlio dalle arti del nonno era reso

completamente straniero al suo popolo, straniero alla propria casa.

Anche il gran nome di Napoleone gli fu interdetto; l'educazione

dell'arciduca Francesco Giuseppe Carlo fu condotta nell'odiosa lingua

tedesca. E quando il precoce fanciullo fu preso dal ricordo sempre più

attraente e limpido dei giorni in cui fu re, della carrozza d'oro tirata

dalle caprette che lo portavano nei viali del giardino delle Tuileries

fra gli scoppi di acclamazione dei parigini, proprio allora egli apprese

da alcuni assolutisti della più pura acqua la verità intorno a suo

padre, o ciò che in una corte simile si chiamava verità! Lo sventurato

meditava ora sulle parole promettenti del poeta: «Coraggio, coraggio, o

figlio degli dèi, cacciato dal tempio; tu porti sulla fronte il sigillo

della origine sacra!». A Schönbrunn era nota l'ansia con cui il despota

sospettoso tremava davanti all'idea dell'età maggiore di un tal nipote.

L'ambasciatore del Würtemberg, Wintzingerode, scrisse fin dal 1817: «qui

a Vienna si principia ad aver paura della crescenza e della spupillatura

della dieta più ancora che del giovine Napoleone». Quale destino, i

giorni d'oro della fanciullezza tra la diffidente malvagità di nemici

implacabili!

¹ Ciò secondo relazioni dell'ambasciatore prussiano a Vienna, generale

Krusemark, 4 e 11 febbraio 1818. Napoleone I intravvide il disegno,

come dimostrano i _Mémoires du roi Ioseph_ (x, 268).

_Les rois m'adoraient au berceau,

et cependant je suis à Vienne!_

Per quanto la sciocca vanità dell'austriaca e i dolori del figlio

ribellassero ogni cuore francese, pure la madre di Napoleone suscitò un

appassionamento forse anche più profondo. Da quando vivono gli uomini,

un religioso timore accompagna le madri dei grandi uomini: la poesia

antica possiede pochi luoghi così toccanti, come quel passo di

Giovenale, in cui il poeta rimprovera Messalina di aver profanato con le

colpe delle sue notti dissolute il corpo che aveva portato il magnanimo

Britannico. Ma la madre di tanti re e del primo uomo del tempo, che

portava il suo destino con la dignità di una matrona romana, che

suscitava dovunque con parole di vero compianto la pietà per «il mio

grande e infelice esiliato di Sant'Elena»: «in verità io sono la madre

di tutti i dolori», scrisse al cardinal Consalvi: che nella miseria non

smarrì nemmeno per un istante la fede nella stella della sua casa:

cotesta pallida figura di sofferenza dal nero e profondo occhio côrso,

in nere gramaglie, col diadema dei giorni imperiali intrecciato nei

capelli canuti, non era forse un'effigie di umanità, che non si poteva

dimenticare?

Un atto d'impero del Congresso di Vienna «nell'interesse della pubblica

quiete» pose la casa dei napoleonidi sotto la sorveglianza dell'Europa.

In ciascuno dei pochi paesi, in cui si era loro permesso di accedere,

l'ambasciata delle cinque potenze aveva l'incarico della loro vigilanza,

e le autorità erano responsabili della loro buona condotta. Nelle

lettere di rimostranza dei Bonaparte condannati al confine ritorna

sempre non senza ragione il motto: «noi preferiamo di vivere sotto i

Borboni o in Prussia, anziché tollerare un trattamento simile!». I

Borboni perseguitavano con un odio cieco la casa del loro capitale

nemico. Una legge draconiana proibiva sotto pena di morte ai parenti di

Napoleone, anche alle mogli e ai figli, di metter piede in suolo

francese. Perfino all'innocente zio Fesch fu vietato di ricomparire nel

suo vescovado di Lione. Furono respinte anche le richieste di crediti

dei Bonaparte, sebbene legalmente valide. I Borboni di Napoli

infastidivano il papa con le continue sollecitazioni di espellere

gl'incomodi rifugiati. Più degnamente, sebbene non meno ostile, si

comportò la corte prussiana, pur così indimenticabilmente offesa

dall'imperatore. Il re col suo sentimento di giustizia appoggiò le

pretese pecuniarie dei napoleonidi per quel tanto che erano eque. Ma a

nessuno della pericolosa progenie fu permesso di varcare le frontiere

prussiane; e gli ambasciatori all'estero ebbero istruzione di vigilare

nel modo più rigoroso sulle persone sospette. La corte di Vienna, una

volta entrata nel vergognoso parentado, non era più in condizione di

vietare addirittura ai suoi parenti il soggiorno nei paesi della

corona. E rimediò col sistema dei meschini espedienti polizieschi di

perquisizioni e tastamenti. Il principe di Metternich, che in queste

faccende non immischiava nemmeno il suo birro di fiducia, non faceva che

informarsi ansiosamente, con lettere di suo pugno, sulle mosse della

duchessa di Saint-Leu o del conte di Monfort. Non appena corse voce, che

il conte Possé, genero di Luciano, sarebbe nominato ambasciatore di

Svezia in Italia, il cancelliere scrisse immediatamente al duca di

Modena intimandogli di protestare contro la possibile nomina. Con grande

mitezza si comportò invece la corte russa, imparentata con Gerolamo e

coi Leuchtenberg; più di una volta, anzi, i suoi diplomatici protessero

i Bonaparte dalla grossolana persecuzione poliziesca. Ma qualunque

iniquità delle grandi potenze era superata dal trattamento rivoltante,

che la casa di Girolamo era destinata a sperimentare da parte di uno dei

più zelanti servitori dell'usurpatore. Nessuna casa regnante era

obbligata all'imperatore più di quella del Würtemberg; perché «prima di

Napoleone», come lamenta Gerolamo nelle sue memorie, «non era mai

esistita una nazionalità würtemberghese», e il mondo intero sapeva, che

le _fumées du Germanisme_ non avevano mai menomamente dato alla testa né

al re Federico né ai suoi fedeli. Ma non appena la caduta di Napoleone

fu un fatto, il re pretese che sua figlia Caterina si dividesse dal

marito che egli stesso le aveva dato. Dalla nobile donna, legata al

marito con fedeltà tedesca, ricevé degna risposta: «io ho partecipato

alla sua fortuna, ed egli mi appartiene nella disgrazia». Il padre fece

rapire la figlia e trasportarla a forza nel Würtemberg; e per un anno

intero martirizzò moglie e marito nel castello di Ellwangener, per

impadronirsi dei loro beni. Maneggi infami, che misero in luce tutta

l'abiezione dello staterello renano e non furono dimenticati

dall'istinto vendicativo del sangue côrso.

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 1 · 第 12 / 21 段