Data una tale strapotenza nella teoria e all'in grande, e una tale

impotenza nella pratica e al minuto, alle camere non rimaneva che una

sola via per acquistare influenza sulla direzione dello stato:

asservirsi i capi della burocrazia. Già nel 1816 lo scritto di Guizot

sul sistema rappresentativo espresse senza tante metafore il desiderio,

che l'amministrazione fosse sottomessa alla maggioranza parlamentare.

_S'emparer du pouvoir_ è la divisa di ogni partito, e ogni elezione è

una lotta per l'esistenza del governo. E mentre la Francia teneva allora

lontano da sé il mal costume inglese della corruzione degli elettori

esercitata dai candidati, venne però a costituirsi una nuova forma di

corruzione, che fece epoca negli stati del continente: tutta quanta la

burocrazia raccolse la propria influenza a favore dei candidati del

ministero. Si è spesso lamentato cotesto costituzionalismo di orpello

dei Borboni, e senza dubbio nessun uomo onesto può lodare le male arti

dei sistema. Comandare a una classe d'impiegati ciecamente ubbidienti e

indipendenti dal potere giudiziario e _non_ servirsene per mantenersi

col suo aiuto al governo, è un atto di abnegazione che in qual modo la

legge potrebbe aspettarsi da un ministro, che è un uomo? Quando la

burrasca di luglio spazzò la dinastia, allora si vide davvero, che una

burocrazia, che non sa opporsi, non può nemmeno sostenere.

Quando le camere, passato il movimento della lotta elettorale, si sono

costituite e i partiti hanno misurato le proprie forze, sopravviene un

compromesso tacito tra le due classi possidenti che sostengono la

monarchia: il governo ottiene la maggioranza a patto che soddisfi nello

stesso tempo gl'interessi di classe e dell'alta borghesia e della

nobiltà. Questo insegna con ingrata chiarezza la legislazione economica

del tempo. I finanzieri notevoli della Restaurazione e lo stesso Luigi

XVIII professavano le dottrine di Adamo Smith, ma nessuno di loro

pervenne alla comprensione che l'economia politica è la scienza

praticamente liberatrice e peculiare del nostro secolo industriale; e

sacrificarono compiacenti le migliori cognizioni ai riguardi della lotta

parlamentare. Il sistema proibitivo era radicato in questo stato fin dal

tempo di Colbert: l'amministrazione burocratica e il dazio protettore

erano l'effetto di un medesimo spirito statale. Dopo il breve episodio

della prima assemblea nazionale, che inclinava alle vedute

fisiocratiche, la Convenzione nella lotta contro l'Inghilterra era

ritornata al sistema nazionale del commercio, e i divieti d'importazione

di Napoleone appagarono pienamente l'egoismo miope degli industriali. I

dazi proibitivi sui prodotti industriali forestieri rimasero

sostanzialmente inalterati sotto la restaurazione, e l'interesse di

classe dei grandi proprietari di terre aggiunse nuovi dazi sui prodotti

greggi. L'importazione di tutti i prodotti agricoli nominati fu

proibita, o caricata di dazi che eguagliavano il divieto, i cereali

furono assoggettati alla scala mobile delle mercuriali, il ferro e

l'acciaio furono protetti per riguardo dei grandi proprietari di boschi.

La Francia con la sua politica commerciale era alla retroguardia dei

popoli civili: tutti gli stati vicini furono lesi, e anche gli

staterelli del nostro mezzogiorno furono costretti alle rappresaglie.

Cotesta assurdità politico commerciale esercitava, soprattutto,

un'influenza nefasta sulla morale pubblica. Il governo non riuscì mai a

che le camere ne avessero abbastanza, ormai, di esprimere con

inverecondia spaventevole il loro egoismo sociale. Nelle classi

possidenti s'insinuarono la diffidenza della propria forza, la credenza

che lo stato andasse responsabile della sorte del pigio. «Io temevo più

l'invasione del bestiame che l'irruzione dei cosacchi», disse più tardi

il maresciallo Bugeaud, grande agricoltore, ed espresse con quelle

parole l'animo dei suoi consorti di casta.

Intanto l'uomo del popolo stava in disparte mezzo astioso, mezzo

indifferente. I Borboni gli erano estranei. Gli omaggi rugiadosi di

_loyauté_ delle dame e degli eroi di anticamera al divinizzato «figlio

di Europa», l'odierno duca di Chambord, non significano nulla: la stessa

venerazione era stata prodigata un tempo al re di Roma, e sarà mostrata

più in là da questo _peuple de héros et de valets_ anche al conte di

Parigi e al recentissimo figlio di Francia, e certamente anche al figlio

di un prossimo detentore del potere. Le moltitudini andavano in

visibilio quando i borghesi della camera sventavano un nuovo intrigo

reazionario degli esosi emigrati: all'ultimo si fece strada in loro la

convinzione, che i gran signori nelle camere curassero solamente i loro

propri affari privati. Una camera eletta appena da 90000 elettori non

poteva considerarsi rappresentanza popolare, tanto meno in Francia;

perché qui dall'indole del popolo e dal livellamento sociale derivava

inevitabilmente il suffragio universale, che in Germania evidentemente

rimase tuttora allo stato di pianta esotica, di precoce esperimento. Il

quarto stato non aveva risentito nulla dei famosi benefizi della Carta.

Ne aveva soltanto l'obbligo del servizio militare e una parte iniqua del

peso tributario: si vedeva la vita artatamente rincarata dal dazio

protettivo, e la cultura intellettuale così scelleratamente trascurata

dalla potenza dello stato padrona di tutto, che di 6 milioni di

fanciulli in età di scuola, 4 milioni crescevano senza alcuna

istruzione.

IV.

Se ora computiamo di nuovo coteste circostanze, cioè la dinastia

stabilita dalle baionette straniere e straniata dai tempi e dal popolo,

i segreti raggiri dei preti e degli emigrati, l'amministrazione

napoleonica e, infine, l'aspra lotta dei partiti nelle camere, la quale

portò poco benefizio al complesso delle popolazioni senza che forse non

uno intravvedesse le cause di tale sterilità, noi ci spieghiamo

facilmente, che la nazione così eccitabile come era, ed avvezza ai

trionfi abbaglianti e alle grandi passioni di un'età portentosa,

comportasse sotto cotesto mite regime appena qualche ora di pace

interna. Lo spensierato borghese poteva pure, dopo una nuova disfatta

dei legittimisti, riposarsi nell'idea, che l'èra della rivoluzione fosse

felicemente chiusa: il suo barbiere era un barone, e il conte

bancarottiere si era sottomesso al lustrascarpe: gloriosi eventi, che il

poeta della borghesia, Scribe, cantava nel suo capolavoro _Avant,

pendant et après_ come i frutti d'oro della libertà francese. Lo spirito

di opposizione si svegliò di botto, e crebbe potente nella parte più

vivace della nazione. Quando Federico Gentz osservò da vicino l'enorme

diffusione della letteratura liberale parigina, fu preso da un incubo,

come se gli avessero annunciata l'entrata dei Russi a Costantinopoli.

Come ai tempi del _Réveil du peuple_, si diceva ora un'altra volta: _si

l'aristocrate conspire, conspirons la perte des rois_. Tutto il paese

era coperto da una rete di società segrete, che s'intrecciava con le

_vendite_ dei carbonari e con la _giunte_ dei rivoluzionari spagnuoli.

L'amministrazione dispotica, che impacciava ogni libero movimento delle

energie popolari, aveva in ciò qualche colpa: una rampogna anche più

aspra colpì i capi dell'opposizione. In quella circostanza

principalmente, Lafayette chiuse con una fine degna una vita piena di

peccati. Egli era sempre il vecchio Grandison-Cromwell, bollato a fuoco

da Mirabeau: un bel parlatore sentimentale, che aveva infatuato la

gioventù coi suoi discorsi unguentosi sulla santa insurrezione; e un

ambizioso intrigante, che aveva alimentato senza coscienza le più

brutali abitudini del tempo della Rivoluzione, ed era riuscito a

distruggere chi sa per quanto nel popolo il senso della legalità.

Cotesto malcontento divoratore si manifestava in innumerevoli tumulti,

attentati, ammutinamenti militari. Il movimento rivoluzionario non si

prefiggeva uno scopo definito: alcuni sognavano la repubblica, altri

speravano su Napoleone II, altri ancora sul duca d'Orléans.

Il sentimento comune dei cospiratori era l'irreligiosità. Il risveglio

del partito ultramontano aveva, per rapido contraccolpo, risuscitato

l'anticlericalismo della Rivoluzione; giacché in quest'epoca mondiale

soltanto l'odio all'intolleranza della Chiesa era in grado di accalorare

le classi cólte a prender parte alle questioni di fede. Gazzette e

clubs, caricature e teatri si accanivano nel dileggio dei preti; il

contrassegno dei liberali era l'avversione alla Chiesa. Come da una

parte la corte si adoperava a schiacciare il ricordo della Rivoluzione,

così dall'altra tutti gli scontenti erano d'accordo nel farne

l'apoteosi. E si avverò anche questa volta il vecchio malvezzo del

mondo, di tenere per grandi uomini gli autori di grandi misfatti. Questa

generazione agitata non volle proprio saperne del fatto incontestabile,

che la maggioranza delle assemblee rivoluzionarie era stata spinta alle

sue risoluzioni estreme dal batticuore e dalla codardia; derideva la

profonda verità, che il fanatismo è il retaggio inalienabile della

grettezza, e che la moderazione del genio è un privilegio di nobiltà. E

secondo che le ferite impresse dal giogo ferreo dell'impero si venivano

lentamente rimarginando, nella fantasia oziosa del popolo a poco a poco

si alzava sempre più imponente e abbagliante la gigantesca figura di

Napoleone. Béranger è il cantore più nazionale del tempo appunto per

questo, che non si solleva sulla cultura media della nazione, ma senza

giudizio critico, come questa, si entusiasma e canta tutto d'un fiato la

Rivoluzione e il suo domatore.

A chi aveva osservato da vicino il prigioniero di Sant'Elena, cotesto

risveglio del culto di Napoleone doveva certo sembrare incomprensibile.

La storia moderna non conosce spettacolo, che provochi con tanta

violenza l'odio amaro degli uomini, come questa fine furfantina di un

grandioso arringo di eroe. Certamente nessun conoscitore di uomini si

sorprende, che la passione vulcanica di questo violento si sfoghi ora in

una irrequietezza febbrile, e in un maligno arrabbiarsi coi buoi e i

gatti del vicino: il non far niente doveva essere un inferno per questo

genio della potente attività, il quale non poteva trovare la sua pace

nel poetare e pensare, come il filosofo di Sans-Souci. Ma quante

menzogne gli scorrevano dalle labbra! con quanta inverecondia ripeteva

l'impudente falsità di essere stato attirato in prigione dalla malafede

inglese! come ricantava la centesima volta la vecchia fola dell'oro

inglese, della neve russa, del tradimento sassone, sole pretese cause

della sua orribile caduta, e la nuova promessa dell'impero della

libertà, che voleva fondare! E parlando fantasticamente della lega della

libertà del futuro, della federazione della Francia con l'Inghilterra e

l'America, mostrava sempre però in ogni osservazione della politica del

giorno la durezza in nessun modo ammaestrevole del despota: i liberali

per lui sono giacobini, Decazes è un ideologo, il disegno di un bill di

riforme in Inghilterra è un'utopia. E con che raffinata cattiveria fu

bistrattato e denigrato e ridotto alla disperazione Hudson Lowe, finché

il povero diavolo, che era un pedante tagliato nel legname, ma era un

uomo onesto, entrò negli annali come un babau erostratesco, e fu

maledetto dai poeti di tutti i popoli! E quale scena, quando

l'imperatore fece staccare dal suo vasellame le aquile gloriose e

sminuzzare e vendere l'argento, mentre col fatto avrebbe potuto sempre

toccar danaro in Europa dai parenti e dagli avanzi salvati dei suoi

beni! Era un sistema ben premeditato, e ne convengono bruscamente il

generale Montholon e Las Casas nel noto brano del suo diario; sistema

che raggiunse pienamente lo scopo. Lord Holland e i whigs profittarono

degli orrori di Sant'Elena come di uno strumento bellico assai comodo

contro il gabinetto tory. Quando l'emissario di Sant'Elena incaricato di

annunziare all'Europa i misteri della petrosa isola fu, per ordine della

corte di Vienna, arrestato e malmenato dalla polizia di Francoforte,

trovò, appunto per questo, benevolo ascolto tra i malcontenti tedeschi.

E molti anni dopo la morte di Napoleone, Hudson Lowe al suo apparire in

Germania fu accusato dai liberali di tentato assassinio in danno del

giovane Las Casas.

L'imperatore era morto: una lastra di pietra nuda coprì la tomba, a cui

l'ignobile nemico ricusò anche il nome glorioso del defunto. Il

testamento annunziava con quale ardore l'italiano aveva amato la sua

Francia, raccomandava al figlio di rimanere francese e di dare un giorno

al paese la libertà, come il padre gli aveva assicurato l'eguaglianza.

Al piccolo uomo tornava lusinghiera la notizia, che il grande imperatore

aveva legato i duecento milioni della sua privata fortuna all'esercito

e, tra gli alleati, ai paesi esausti di frontiera; un incantevole

riscontro al miliardo degli emigrati! E la fabbrica delle memorie

intraprese subito il suo massiccio lavoro. Lettere, diari, conversazioni

dell'imperatore inondano il mercato librario: un miscuglio mirabile di

verità e di menzogna, di pensieri geniali e d'infernale malizia,

diabolicamente interessante anche per l'avversario. La materia della

storiografia imperialistica fu presto elaborata: Bignon e Ségur aprirono

la serie di quella istorica faconda, agile, instancabile, ma in fondo

sleale, che dominò per trent'anni sull'opinione media dell'Europa, e

soffocò gl'ingenui racconti di un Droz o di un Barante.

E poi, quale si fosse l'indegnità del vinto, non era forse una figura

toccante, che trascinava irresistibilmente la fantasia del poeta, quella

dell'uomo incarcerato iniquamente, del prigioniero di milioni di uomini,

di questo Prometeo incatenato alla rupe, al quale l'avoltoio britanno

lacerava il fianco? Non appena Béranger fece dire all'imperatore «Io

sono il Dio del mondo» e celebrò le aquile, compianse i misconosciuti

eroi di Austerlitz e gridò il suo angoscioso _adieu donc, pauvre

gloire!_ che una voce si aggiunse subito all'altra, finché il coro pieno

dei poeti francesi cantò la gloria dell'imperatore. Un solo tra i nuovi

poeti rinomati della Francia resisté a tale tentazione (sia permesso di

accennare qui anticipatamente alla letteratura della monarchia di

luglio). Domandiamoci che cosa voglia dire per la Germania il fatto, che

Schiller non abbia condotto a compimento il disegno della sua

Fridericiade, e misureremo ciò che significa l'immortalità poetica di

Napoleone. S'intende bene come Victor Hugo, a posto su tutte le selle,

abbia dovuto montare anche questo destriero di parata: cantò, e lo stile

di questi versi bisogna goderlo nella sua bellezza naturale:

_ce front prodigieux, ce crâne fait au moule

du globe impérial._

Ma anche Lamartine, il nemico leale dell'impero, che avrebbe voluto fare

apporre sulla tomba napoleonica l'inscrizione: _à Napoléon--seul!_ fece

poi passare davanti ai suoi lettori la figura del prigioniero in un

crepuscolo romantico, con le braccia incrociate sull'ampio petto e con

la bianca fronte, la fronte meditabonda, china, ottenebrata, sparsa di

terrore. Il pittore David, il vecchio giacobino rigido, celebrò in

lettere ampollose la grandezza dell'impero. Edgardo Quinet, che più

tardi si adoprò a diffondere nel suo paese un giudizio equanime sulla

Rivoluzione, a trent'anni ripete fedelmente, nel suo ciclo di canti

«Napoleone», tutti i dommi della religione napoleonica, e mise in bocca

al despota le parole: _j'ai couronné le peuple en France, en Allemagne_.

Se gli uomini più notevoli servivano con tanta compiacenza il feticismo

nazionale, s'intende anche quanto si desse da fare il formicaio

affaccendato della genticciuola del Parnaso. Spogliando le appendici di

trenta o quarant'anni dopo, ci si stupisce a incontrare quasi in ogni

numero i _souvenirs de l'empire_. Tutti i teatri dei boulevards

compravano le vecchie uniformi della guardia dell'imperatore, e

rappresentare l'imperatore col suo piccolo cappello costituiva il pezzo

di bravura di ogni caratterista. È chiarissimo seguire il modo con cui

questo gioco della fantasia, procedendo timido e riservato sul

principio, poi in seguito lasciò andare a mano a mano la vergogna e il

buonsenso e arrivò fino all'assurdo sfacciato. Le poesie francesi

tradotte da Byron biasimano ancora la sete di sangue dell'imperatore,

lamentano che un Napoleone si sia potuto trasformare in sire, l'eroe

precipitare a re. Ma come il ricordo delle malefatte dell'imperatore

veniva via via sempre più impallidendo, l'infatuazione invece saliva

fino all'inconscia e schietta bestemmia. Dopo la morte della vecchia

Letizia, i giornali riportarono una poesia di Blanchemain con versi come

i seguenti:

_et on lui réfusa cette faveur dernière,

d'accompagner son fils à son lointain Calvaire,

cette autre mère des douleurs!_

La sostanza proteiforme del bonapartismo offrì un'arma a qualunque

opposizione, un appagamento a ogni passione nazionale. Era certo assai

comodo schernire i Borboni col nome dell'imperatore popolano e il

pacifico re dei borghesi con l'eroe di Austerlitz, e contrapporre a ogni

governo debole il grandioso ordinamento dell'impero. E siccome lo

splendore dell'impero usato per tanti anni dall'opposizione era un po'

abusato, venne in fine a tempo la leggenda napoleonica a raggiungere lo

scopo. Il duro despota, che si era uniformato al criterio che «solo un

soldato sa regnare; bisogna governare solo con gli stivali e gli

sproni», adesso, venti anni appena dopo la sua morte, dagl'insensati

della mezza cultura era tenuto come un eroe della libertà: il 18 brumaio

aveva preservato la Francia dal ritorno del feudalismo, e l'intima

natura dell'imperatore si era palesata nella più involontaria delle sue

azioni, nell'atto addizionale forzato del 1815!

Tra tutti i viventi, dopo Napoleone III, nessuno più del signor Thiers

ha potentemente promosso il bonapartismo, e fra tutti quelli a cui il

nuovo impero non ha risparmiato i suoi colpi, nessuno meno di lui merita

compassione. Chi tuttora nutriva il sospetto, se l'odio di milioni

d'uomini al grande macellatore in realtà non avesse fondato motivo,

avrebbe potuto illuminarsi all'opera storica del grande _causeur_, la

quale con trasparente chiarezza, con cognizione ostentatamente profonda,

svolse tutta quanta la magnificenza della mitologia napoleonica nel

linguaggio elegante dei _salons_. La disonestà spaventosa di questo

libro, l'oltraggioso disprezzo degli avversari era schiettamente

napoleonico, e anche più era tale il modo di vedere le cose del mondo,

il giudizio storico, a cui s'ispirava il liberalissimo e coltissimo

storico. Per l'astuto uomo tutto il senso profondo della storia consiste

nelle spedizioni, nelle trattative diplomatiche, nelle misure

finanziarie: il supremo giudice storico è per lui il successo materiale;

la gloria con i suoi raggi illustra ogni misfatto sanguinoso. Solo una

perturbazione dell'ordine naturale, solo le forze diaboliche del

tradimento e dello spergiuro, principalmente dell'orribile lega di virtù

di Königsberg, poterono defraudare la Francia del dominio mondiale che

le apparteneva di diritto. Il 18 brumaio porse allo storico cospirante

con la fortuna l'occasione di esibire una filosofia del colpo di stato,

che poi uno scolare docile avrebbe con letterale apprendimento applicata

sul corpo dello stesso maestro. E cotesto evangelo del bonapartismo era

celebrato dall'avversario Lamartine come il libro del secolo! L'armata

ritrovò la sua vita e il suo spirito nella lettura della storia delle

guerre napoleoniche; vi conobbe tutti gli eroi dei giorni napoleonici,

dal mammalucco Rustan fino al grande Cambronne, che in realtà non aveva

affatto pronunziata la bella parola «la guardia muore, ma non si

arrende»; e frattanto rimaneva in tale risibile ignoranza della storia

degli eserciti nemici, che trent'anni dopo il maresciallo Soult chiese

premurosamente al nostro generale Brandt informazioni intorno al

benemerito artigliere prussiano Scharnhorst.

La sopravvivenza di un sistema politico caduto, che conserva la sua

efficacia anche senza l'ausilio di un partito vigoroso, è, per quanto io

ne sappia, un fenomeno senza esempio. È avvenuto in Francia. Il

bonapartismo viveva come una forza attiva nelle istituzioni dello stato,

nelle consuetudini politiche, nella fantasia del popolo. Un partito

bonapartistico numeroso, cólto, mirante a uno scopo chiaro, non è

esistito fino al 2 dicembre. Nei primi anni della Restaurazione il grido

«viva Napoleone!» risonò ancora nei tumulti di Lione e di Grenoble; e

davanti al caffè Foy a Palazzo Reale accaddero occasionalmente

tafferugli sanguinosi tra ex-ufficiali imperiali e legittimisti. E anche

nel 1817 Gneisenau, con l'intuito penetrante dell'odio, scriveva che, se

Napoleone fosse allora ritornato, governerebbe più illimitatamente di

prima, e che fino a quando un soldato dell'imperatore avrebbe avuto il

respiro, il popolo ambizioso e vendicativo non avrebbe mai trovato pace.

Lo stesso Duvergier de Hauranne confessò, che un trono del re di Roma o

del principe Eugenio poteva contare in ogni tempo su numerosi

partigiani. Ciò non ostante, partite le truppe straniere, la nazione si

buttò appassionatamente nelle lotte parlamentari: spariscono gli ultimi

poveri aneliti del bonapartismo. Il partito bonapartista si ritira

nell'ombra, mette le mani in ogni congiura: la confusione, l'anarchia è

evidentemente il suo scopo prossimo. L'abbate Gregoire, la cui

apparizione alla camera era per provocare una così profonda agitazione

della vita parlamentare, era stato eletto a Grenoble, una delle più

importanti sedi del bonapartismo. Nelle società segrete di Lafayette e

complici fu stretta misteriosamente l'alleanza tra i bonapartisti e i

radicali. Ma sul momento nessuno credeva al rinnovamento dell'impero.

Un tardo avvenire avrebbe appreso, che la santa austerità della storia

non è abusata impunemente nei trastulli della vanità. In quella

generazione rumorosa alcuni chiamassero pure il vitello d'oro

«Napoleone»; altri lo chiamassero «1789»; fatto sta che tanto gli uni

che gli altri erano professi d'idolatria. Dietro la deificazione di moda

al tempo della Rivoluzione, si nascondevano un'albagia sconfinata della

nazione, che godeva di chiamarsi il popolo messianico della libertà, e

un disprezzo degli altri popoli non meno frivolo. Si misconosceva la

verità, che le forze attive della storia operano onnipresenti ed eterne.

Non si voleva vedere, che l'antica struttura bronzea dello stato inglese

rappresentava nella libertà moderna una parte per lo meno eguale a

quella della Rivoluzione francese. Tanto meno si riconosceva, che la

spada della Germania aveva salvato la nobile varietà della civiltà

europea, e che i pensatori della Germania avevano di nuovo ricordato al

mondo il diritto inalienabile della nazionalità. E si sarebbe pure

dovuto capire almeno, che la Prussia con la sua libertà comunale buttava

al suo popolo in armi le fondamenta di una società, che non cedeva punto

in energia di vita allo stato burocratico della _égalité_. Il pensiero

fondamentale di quella mostruosa falsificazione della storia era in

questa presunzione: l'Europa è obbligata ad ammirare la Francia, e se un

dominatore della grande nazione costringe il continente ad adempiere

questo dovere, allora tutto gli è permesso! Ma come e quando quella

fatua specchiatura di sé stessi, quell'apoteosi della rivoluzione e

dell'impero, con cui si trastullavano le persone cólte, si era diffusa

anche nelle popolazioni? in quelle popolazioni, che serbano tuttora

sentimenti ingenui e greggi, e che non fantasticano mai senza

insiememente volere?

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 1 · 第 11 / 21 段