La Francia fin dai tempi dei due cardinali si era abituata a essere la

potenza egemone della terraferma. Sebbene questa supremazia si fosse

andata a mano a mano indebolendo notevolmente sotto Luigi XV, si era

però tuttora in Francia tanto sicuri della propria grandezza, che gli

ufficiali borbonici battuti a Rossbach divulgarono in patria le lodi del

colto re di Prussia. Chi avrebbe allora minimamente presagito, che

cotesti stranieri avrebbero signoreggiato la Francia? Poi, durante le

guerre della coalizione, era divampata contro lo straniero una

passionata esacerbazione, e adesso alla splendida èra del dominio

mondiale della Francia seguiva un governo installato dagli stranieri. La

nazione aveva appena finito di lamentare, che la grande guerra per la

supremazia di là dal mare si fosse chiusa con la vittoria della razza

germanica; adesso, per colmo, anche la posizione del regno in terraferma

appariva compromessa, e lo stato dechinava a potenza di second'ordine.

La seconda pace di Parigi apre una breccia nella famosa frontiera di

ferro di Vauban; la meschinità dei diplomatici della Santa Alleanza,

invece di rinforzare la Germania, infligge alla Francia l'onta

indimenticabile delle guarnigioni straniere. E, per colmo di vergogna,

in tutte le disfatte francesi la parte più gloriosa era stata sostenuta

dalla piccola dileggiata Prussia! Lo stesso Chateaubriand non osò

difendere la Prussia, e anche oggi in Francia i libri di storia che

corrono per le mani parlano della nostra vittoria come di

un'ingiustizia, di un'imperdonabile impudenza, laddove lamentano le

vittorie degl'inglesi, dei russi, degli austriaci come puri infortuni.

Le dure esperienze inducono nell'anima della nazione un'alterazione

dell'antica indole. Questo popolo che in altri tempi era il più ospitale

di Europa, che accoglieva gli stranieri senza punto considerarli come

stranieri, mostra ora in numerose occasioni un odio aspro e selvaggio al

forestiero: tutta la stampa di quel tempo echeggia di un tono ostile

contro i paesi esteri. Nel 1822 a Parigi si negava a una compagnia

inglese il permesso di dare rappresentazioni, e si andava cento volte in

visibilio al verso _jamais en France l'Anglais ne régnera_: oggi ancora

riesce facile far montare in bestia il contadino francese con le parole

_étranger_ e _prussien_. E chi erano i fortunati, che condussero

l'odiato straniero al governo dello stato? Gli emigrati, la scellerata

nobile marmaglia, che pei privilegi del blasone avevano impugnato la

spada contro la patria. Un odio sconfinato animava il popolo contro quei

traditori, ogni rapporto con loro era un'onta: a Guizot non si perdonò

mai d'essersi recato durante i cento giorni dagli emigrati a Gand. Anche

Napoleone aveva mostrato un senso squisito di questo istinto delle

popolazioni: nella sua prima campagna d'Italia scrisse al generalissimo

piemontese, che la presenza dei parricidi macchiava l'onore del campo

nemico; e in seguito ebbe sempre a ricordare, che mai nessun napoleonide

aveva portato le armi contro la patria, e che anche il generale

Beauharnais aveva prescelto la ghigliottina all'emigrazione. Nessuna

potenza al mondo era in grado di cancellare questi sinistri ricordi. La

tempesta parlamentare che terminò con l'espulsione di Manuel, scoppiò

perché Manuel aveva ricordato l'invasione. Egli aveva evocato l'ombra

sanguinosa che s'interponeva tra la nazione e il governo.

È noto che Luigi XVIII non si mostrò affatto quello schiavo dello

straniero, che lo tacciò l'opposizione invelenita. Quantunque partendo

dall'Inghilterra avesse detto al principe reggente le indecorose parole:

«dopo Dio, devo il mio trono a questo glorioso paese», pure non gli

mancò interamente il senso dell'onore dello stato. Né il paese dové in

minima parte alle sue preghiere le miti condizioni della prima pace di

Parigi. Poi, in onta, naturalmente, alla Germania, cercò di strappare lo

stato all'isolamento, e al Congresso di Vienna gli riuscì di stringere

contro la Prussia e la Russia l'alleanza, che era tanto onorevole per

l'abilità della politica borbonica, quanto ingloriosa per l'Austria e

l'Inghilterra. Ripristinati i Borboni per la seconda volta, quantunque

l'autorità della dinastia all'estero fosse già caduta, egli si adoperò

con successo a liberare la Francia dalle guarnigioni straniere.

Frattanto la situazione diplomatica dello stato era molto aggravata: la

Francia aveva contro di sé la coalizione delle potenze orientali, e non

le rimaneva che da scegliere tra l'isolamento e la guerra contro una

superiorità di forze schiacciante. Anche al congresso di Aquisgrana le

potenze orientali decisero il pronto intervento, non appena in Francia

si fossero rinnovate le scene del 1789. Se pure il protocollo fosse

rimasto segreto, l'istinto delle popolazioni, però, suole ingannarsi di

rado in questioni di onore nazionale. Il popolo sentì, che l'orgogliosa

Francia era sotto la vigilanza poliziesca della Santa Alleanza; e

naturalmente si avverò anche troppo presto la predizione di Guglielmo

von Humboldt dopo la conclusione della seconda pace di Parigi: la

Francia non sarà mai calma, fintanto che l'Europa pretenderà di tenerla

sotto tutela.

Solo un governo dotato di ardimento, che avesse fatto tutt'uno con la

nazione, avrebbe potuto salvare lo stato da cotesta situazione

umiliante. Ma i Borboni non vollero mai e non poterono farsi un cuore

col proprio popolo, anzi sotto Carlo X la diffidenza verso il paese

della Rivoluzione si manifestò sfacciata: «io mi sento interamente

elvetico», disse quel cieco principe alla sua guardia svizzera. La

grande turba degli emigrati continua come prima a tramare i suoi vecchi

bassi intrighi, viaggia per implorare l'aiuto straniero e accusare

presso gli stranieri la propria patria. Bergasse, quello stesso matto,

che un tempo aveva influito alla corte contro i consigli di Mirabeau,

nel settembre del 1820 presentò allo czar un memoriale: che la Francia

era il covo di tutte le cospirazioni europee, che la casa dei Capetingi,

essendo la più antica delle dinastie, era il principale bersaglio dello

spirito settario; che era necessario un congresso che sbandisse

solennemente le dottrine dell'ateismo e del sovversivismo, e via di

questo passo. Il conte Jouffroy comparve al congresso di Verona come

rappresentante di un così detto comitato realista, ed espresse il

desiderio, che le potenze orientali guarissero il gabinetto di Parigi

delle sue debolezze liberali; e che Villèle dovesse agire come ministro

della Santa Alleanza, non già puramente come ministro della Francia¹. Se

nel _pavillon Marsan_ era alimentato un tale trescamento senza patria,

nessuno ha a meravigliarsi, che durante la guerra di Spagna corresse nel

popolo l'assurda diceria, che il re avesse voluto allontanare

l'esercito, affinché nel frattempo gli alleati invadessero la Francia e

vi ristabilissero l'assolutismo!

¹ I due memoriali suddetti, notoriamente non i soli del genere, furono

comunicati in copia dall'ambasciatore badese a Berlino alla corte di

Carlsruhe. (Nota dell'A.)

Tale essendo la situazione, anche i più abili statisti della

Restaurazione non avrebbero potuto perseguire nella politica estera

grandi e positivi fini: si viveva alla giornata. Durante i primi anni

della Santa Alleanza si comportavano come grandi potenze solamente la

Russia e l'Austria; poi contro la loro preponderanza si levò Canning,

non già la casa di Borbone. Ordinariamente i Borboni si tennero lontani

dalla violenta politica tendenziosa della Santa Alleanza. Ma la buona

intelligenza felicemente ristabilita con l'Inghilterra non si concretò

in una efficace alleanza delle potenze occidentali; perché tra

l'Inghilterra e la Francia si frapponeva la questione orientale, e una

politica del liberalismo in grande stile riusciva impossibile ai

legittimisti di tutte le dinastie. Il gabinetto capiva che la Francia

non doveva tollerare l'intervento cronico dell'Austria in Italia; ma

alla fine la paura della rivoluzione prevalse, e si conchiuse col

contentarsi di assumere la protezione del minacciato diritto ereditario

che veniva a Carlo Alberto da Carignano. La guerra di Spagna parve

allora un ritorno dei gloriosi tempi dell'antica politica di famiglia

seguita dai Borboni; Chateaubriand si vantò di avere esteso la signoria

della Francia fino alle colonne d'Ercole, e di aver compiuto in poche

settimane ciò a cui non era arrivato in molti anni Napoleone. A conti

fatti la strepitosa impresa si dimostrò risolta in fumo rispetto alla

potenza della Francia: i Borboni spagnuoli ripagarono i loro cugini

francesi con quella ingrata albagia, che il dispotismo restaurato ha

mostrato in ogni tempo pei suoi più moderati difensori. Solamente, e non

altro, si era stimolato l'istinto guerresco, avido di supremazia, della

nazione, e posto ognuno in grado di confrontare gli allori a buon

mercato della bandiera dei fiordalisi con la gloria del tricolore.

Fatta eccezione solo della repubblica, che generalmente non guardò alle

questioni europee, nessun governo francese di questo secolo è stato per

noi tedeschi un vicino fido ed equanime; e probabilmente questa

situazione durerà fino a quando il nostro contadino renano vedrà il

francese Carlomagno camminare a notte lungo il Reno e benedire i nostri

tralci tedeschi, fino a quando la nostra canzone popolare canterà e

racconterà l'anello incantato di Fastrada. Anche la Restaurazione,

dunque, tramò alla chetichella le sue piccole cattive arti contro la

Germania. Si dettero buone parole al re Guglielmo del Würtemberg quando

corse a Parigi a lagnarsi delle mire di supremazia della Germania; si

lavorò sott'acqua contro la nostra unità commerciale in formazione, e si

favorì la lega commerciale della Germania centrale, che poneva la

Sassonia e lo Hannover contro l'unione doganale prussiana. Allora come

sempre la corte delle Tuileries cercò di tenere in tutela le corti della

Germania meridionale, mosse vivaci rimostranze, che a Monaco alcune

strade fossero state intitolate alle vittorie di Brienne e di Arcis,

sostenne il re Luigi di Baviera quando, spaventato dei primi passi

arditi della politica commerciale prussiana, ebbe a farne lamento a

Parigi, e lo coprì poi di rimproveri quando il nobile principe si

accostò alla lega doganale prussiana. Però tali piccoli intrighi non

potevano appagare in alcun modo la presuntuosità nazionale.

L'aspirazione ai confini naturali era fortemente sentita dal popolo come

un sacro diritto, e si manifestava nel piccolo come nel grande, nelle

mode del giorno, come per esempio la foggia di pettinatura _chemin de

Mayence_ allora in voga, e nelle accuse dell'opposizione. Lo stesso

Chateaubriand vagheggiava il disegno di alleanza con la Russia, che

avrebbe dovuto conquistare ai francesi il Reno, ai russi i Balcani.

Quando finalmente Polignac prese sul serio questi sogni e, trattando

segretamente con la Russia, vagheggiò l'idea di una campagna sul Reno,

allora la nazione per un momento fu richiamata del tutto alle proprie

questioni interne, e il frivolo disegno cadde.

Quasi tutti erano irritati dai rapporti che la corte aveva con la

Russia. La posizione dominante, che Pozzo di Borgo teneva dai primi anni

della Restaurazione e poi di nuovo sotto Carlo X, era indegna della

Francia: perfino i diplomatici tedeschi della scuola conservatrice

ebbero a dire, che non si sapeva se Pozzo fosse ministro di Russia o di

Francia. E ciò in un momento, in cui la crisi orientale con le sue

sorprese periodiche minacciava la pace del mondo! Non si voleva a nessun

patto abbandonare la Turchia, vincolata da un'antica amicizia,

introdotta per la prima volta dalla Francia nella cerchia degli stati

europei; si subodorava l'intendimento della politica grecofila della

Russia, che lo czar Alessandro davanti al principe Lieven aveva

compendiato in una parola: _il me faut une Grèce!_ Ma nemmeno si poteva

resistere al fanatismo filellenico dei liberali, giacché l'opinione

pubblica eccitata era ridivenuta una forza, e forza attiva anche nella

politica estera; tanto meno, nell'antagonismo tra l'Inghilterra e la

Russia dominante la questione orientale, s'intendeva di prendere partito

per l'Inghilterra, che sul Bosforo difendeva il Gange. Così la Russia,

che in Oriente era la sola a conoscere il terreno, attirò la corte di

Parigi da una falsa posizione all'altra. I Turchi sono traditi a

Navarrino, l'istinto guerresco nazionale è nuovamente ridesto dalla

vittoriosa e non sanguinosa spedizione di Morea; e alla fine la Turchia

è indebolita dall'amputazione fattale della Grecia, e la Russia senza

ostacoli preme sui Balcani. Osservando cotesta feconda politica europea

dei Borboni, comprendiamo facilmente la ragione per che allora i

francesi inviperiti cantavano con Casimiro Delavigne: _ces esclaves

d'hier, aujourd'hui nos tyrans!_ e il ritornello di Béranger: _en France

soyons français!_ sonava scortesia ai Borboni.

II.

Basterebbero queste congiunture a spiegare la caduta dei Borboni.

L'ubbidienza a una dominazione ritenuta straniera ha un'azione morale

dissolvente, e un'antica esperienza, che torna a onore dei popoli di

occidente, dice che la condotta debole dello stato di fronte allo

straniero si è sempre risolta per loro in una leva della rivoluzione. La

Restaurazione prese volentieri il nome di monarchia della tradizione; e

il primo manifesto di Luigi XVIII promise di ricongiungere la catena

interrotta dei tempi. Una monarchia della tradizione in un popolo, che

non possedeva più tradizioni storiche, che aveva rotta con piena

coscienza la catena dei tempi! Ciò che era stramazzato sotto l'uragano

della Bastiglia, era per le popolazioni il tempo fosco dell'arbitrio e

dell'arroganza nobilesca, e non ne sopravviveva che un odio senza

limiti. Chi mai parlava ancora dei fasti crociati dei La Tremouille e

dei Montmorency? Dopo il risveglio del popolo, nei giorni della ragione

e dei diritti dell'uomo, nei giorni della vittoria, gli uomini del terzo

e del quarto stato avevano tenuto il fastigio della nazione; e adesso il

re presumeva di spazzar via dalla memoria del popolo proprio questo

tempo, che per lui costituiva tutta la storia della Francia! Era il

contrasto di due epoche divise da un mondo. Il paese motteggiava e

beffava, quando i suoi re sanavano un'altra volta i gozzi, quando erano

cavati fuori a spettacolo l'orifiamma e l'olio di san Clodoveo, e i

paggetti, e i vecchi moschettieri canuti, e tutta la rinchiusa e muffita

cianfruscaglia del ripostiglio dinastico; quando il _vive Henri IV!_ e

la _charmante Gabrielle_ erano rappresentati davanti a un popolo, che

aveva tuttora negli orecchi le note inebbrianti della marsigliese. E si

poté vedere a quali immagini fosse legato il cuore della nazione, quando

il generale Foy tra i plausi frenetici rivendicò alla Francia il

tricolore. E non solo il dileggio, ma una grave e ben giustificata

sollecitudine invase i ben pensanti, quando il re in virtù del suo

diritto regio largì di buon grado la carta costituzionale, che in

effetto gli era stata strappata dalla natura delle cose, e si arrischiò

di parlare nuovamente a questo popolo, lieto del suo diritto, come a

sudditi fedeli. Se la nazione scoteva il capo al nome di Luigi il Grosso

e di San Luigi e degli altri illustri antenati, che il re pronunziava

volentieri, molti personaggi della Real Casa, però, non avevano mai

sentito far parola del maresciallo Ney, e anche i più notevoli degli

emigrati, come Richelieu, stavano lì perplessi, ignoranti fino al

ridicolo dell'anima nuova di questa giovine Francia, che non avevano più

calcata in venticinque anni di prodigiosi trasmutamenti.

Questo contrasto di vedute era aggravato dalla disastrosa inimicizia

delle persone. Troppo nobile sangue era stato sparso dall'una e

dall'altra parte, e dall'una e dall'altra parte c'era da perdonarsi più

che a uomini fosse dato condonare. Era inconcepibile, che i fratelli del

re decapitato si stringessero in rapporti leali con gli assassini del

sovrano e assassini di Dio; ed era anche più impossibile, che la nazione

mettesse confidenza a cotesta nobiltà, che in altri tempi pensava di

detronizzare Luigi XVI come fautore della rivoluzione e che in seguito,

dopo sterili lotte contro la patria, rimandava a casa i figli a occupare

le cariche alla corte dell'imperatore dei plebei. Già sotto il

Direttorio la mente più acuta del campo legittimista, De Maistre, aveva

predetto le tristi conseguenze di questa incurabile inimicizia delle

persone. E adesso che la nobiltà si preparava, come ai tempi di Enrico

IV, a considerare il re semplicemente come il primo gentiluomo del

paese, e a farsi una prerogativa della parola _honneur_ come di una

_parole toute à nous_, il generale Foy avvertì: «la dinastia corre

infallibilmente alla rovina, se si appoggia sopra una nobiltà siffatta».

Gli stessi gabinetti alleati non si preclusero del tutto il

discernimento, che i nuovi tempi esigevano nuovi uomini, e fin dal

principio, e specialmente poi alla seconda pace di Parigi, pensarono a

qualche nuovo candidato al trono, ad Eugenio Beauharnais e qualche

altro. Anzi i più aspri nemici di Napoleone, come per esempio Stein,

riguardavano i Borboni tutt'al più come un punto di appoggio pel paese

travagliato, dopo che la debolezza del sistema si era così pietosamente

rivelata nei cento giorni. Quando gli ultralegittimisti accumulavano

pazzie su pazzie, Metternich scrisse: «i legittimisti legittimano la

rivoluzione». Solo i tories inglesi guardavano con lieta fiducia il

nuovo stato di cose in Francia, ma anche tra loro i più avveduti

principiarono fin dal 1818 a dubitare dell'avvenire della dinastia,

secondo che provano i volumi recentemente pubblicati dei dispacci di

Wellington.

Come tutti i governi a loro succeduti, i Borboni non uscirono mai

interamente dalla lotta per la propria esistenza; come tutti i

successori, essi hanno dovuto sempre tornare a dichiarare, che al paese

si sarebbe concessa la piena libertà non appena i principii fondamentali

del sistema fossero universalmente conosciuti. Un piccolo ma istruttivo

sintomo di questa poca sicurezza di tutti i capi di governo è, per

esempio, la straordinaria fecondità della zecca francese: ogni nuovo

sovrano desidera di vedere subito la propria effigie in palma di mano.

La frivola infedeltà celta, il _ridendo frangere fidem_ che esasperava i

Romani, ha perduto dopo tante rivoluzioni sanguinose ogni vergogna. La

nazione era abituata a scusare ogni violazione del proprio dovere con

un _bon mot_, con un _couplet_, con un sorridente_ que voulez-vous?

c'est plus fort que moi!_ principiava ormai a considerare lo spergiuro

politico come un suo diritto acquisito. I nostri radicali possono

apprendere dalla storia modernissima della Francia, che dietro la parola

abusata e coperta di ridicolo «dinastia avita» si nasconde una

significazione seria: una dinastia nazionale cresciuta insieme col paese

è sempre un incommensurabile benefizio civile anche per la nostra

generazione democratica.

È noto, che ben poco fu effettuato di quanto pretendevano gl'insensati

disegni reazionari, con cui gli emigranti assediarono la corte. Si può

dire che la Restaurazione andò in rovina meno per le azioni, che per le

intenzioni attribuitele dal popolo. E siccome era stabilito, che la

Francia dovesse aspettarsi da cotesta dinastia una lotta implacabile

contro i preziosi frutti della Rivoluzione, in ciò stesso ha radice il

giudizio di condanna contro il ripristinamento dell'antica regalità.

Appena rimpatriati, gli ultralegittimisti principiarono a rimettere in

questione tutto ciò che alla nuova Francia era divenuto caro e

inseparabile. Siccome il primo console aveva saggiamente riconosciuto la

riversibilità dei possessi, gli emigrati ripeterono la loro proprietà.

La lotta terminò col pagamento di un miliardo agli emigrati; ma siccome

costoro lo riguardarono solamente come un acconto, seguì che tutti i

possessori dei beni nazionali perderono il senso della sicurezza sui

terreni legittimamente acquistati. Da ciò conseguì la lotta contro il

nuovo diritto ereditario. Noi francamente non approviamo una

legislazione, che vieta al testatore la disposizione della maggior parte

dei suoi beni e sottopone i più delicati segreti della famiglia alle

indagini inquisitive del magistrato; ma essa è senza dubbio democratica.

Era sopra tutto nazionale, e presto ebbe pel popolo il valore di

ragione scritta. In siffatte questioni, che toccano l'intimità della

vita di famiglia e l'economia domestica, il legislatore rimane impotente

di fronte ai costumi nazionali. Una gran parte del mezzo ceto della

campagna doveva la propria esistenza alle leggi sul diritto di

successione ereditaria e sulla divisibilità dei beni fondiari; e nessun

lavoratore intendeva di rinunziare alla speranza di acquistare un

poderuccio come frutto delle sue fatiche. Le vedute democratiche della

società moderna, la distribuzione della popolazione tra la città e la

campagna, in una parola, molti dei più importanti principii sociali su

cui riposava la nuova Francia, erano connessi a queste leggi. E

presentemente ogni persona imparziale ritiene per fermo, che i gravi

mali di cui soffre l'agricoltura francese non sono in alcun modo

cagionati dalla libertà di movimento della proprietà fondiaria. Proprio

su cotesti problemi profondamente gravi si contorse il pugno grossolano

del partito degli emigrati, il quale propugnava i beni chiusi, e infine

arrischiò una proposta di legge sul privilegio della primogenitura. La

proposta cadde; si ottenne solo la protezione del maiorascato. Ma il

tentativo rimase memorabile; e non fu possibile dissuadere i contadini,

che la nobiltà mirasse a ripristinare gli antichi diritti e servitù

feudali.

La borghesia benestante, il cui aiuto aveva reso possibile il ritorno

dei Borboni, si vide duramente offesa dall'alterigia degli emigrati, e

si vide preclusa la carriera degli uffici dal nepotismo nobilesco: anche

il più importante dei suoi diritti politici fu minacciato dal progetto

che più stava a cuore ai legittimisti, quello di legare il diritto

elettorale al possesso fondiario. Un realista moderato e benevolo, il

signor di Sesmaisons, riepilogò le riforme indispensabili allo stato nei

seguenti capi: maggiorasco generale per la nobiltà, educazione dei

figli del patriziato a spese dello stato, gli uffici supremi e la

dignità di pari accessibili esclusivamente ai nobili, tribunali di casta

pei gentiluomini. Si argomentino da ciò le speranze degli

ultralegittimisti, e si misuri la bile delle nuove classi possidenti, di

tutte le migliaia e migliaia che si sentivano _citoyens_! Gl'industriali

udivano ogni giorno i realisti esaltare la Francia come stato agricolo e

condannare l'industria come immorale, e si sentivano minacciati

dall'idea, che quegli arrabbiati accarezzavano, di ripristinare le

gilde. Le cose ristettero ai discorsi senza freno: lo stato conservò

quella preziosa libertà d'industria e di esercizio, che fino a poco

tempo fa ha fatto apparire agli operai tedeschi perfino la Francia

bonapartista come un paese della libertà. In tal modo, insomma, i gravi

interessi sociali erano tutti insospettiti ed eccitati; e la corona, che

nella più parte dei casi era affatto incolpevole, veniva tratta

dall'insensatezza degli emigrati a esserne tenuta responsabile.

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 1 · 第 9 / 21 段