giustizia per ragion di regno; in tutto il resto è necessaria la
giustizia e la pietà). E visse fedele alla massima. Si assunse la colpa
enorme; ma non l'avrebbe evitata nessuno, che si fosse proposto di
fondare il trono, e di restaurare il mondo nelle sue ragioni. Però
davanti alla figura di Cesare uomo ci sorprende sempre come un'emozione
nuova lo stupore, che solo in un'epoca simile fu possibile una così pura
grandezza. Quel sovrano nato, per quanto erri e pecchi fintanto che vive
tra i piccoli uomini come un loro pari, giunto poi sul trono, dispiega
tutta quanta la nobiltà della sua natura regale; proprio l'opposto di
Napoleone, a cui il godimento del potere infatua il cervello e spinge
fuori alla luce quanto aveva di brutto nell'anima. Sopra tutto ci
entusiasma il vedere con quanta pienezza e sicurezza Cesare è radicato
al suo popolo. Egli spiega la resistenza dei Germani al suo esercito
osservando francamente, che «tutti gli uomini per natura aspirano alla
libertà e odiano la servitù». L'imparzialità pagana di tali parole
dimostra quanto era romano chi le scrisse. Il figlio di un tal popolo
sovente a noi moderni si rivela inumano. Solo che a noi non piace udire
proprio dalla bocca di Napoleone I il biasimo alla condanna di
Uxellodunum e allo scempio degli Usipeti; perché, duro coi barbari alla
maniera romana, Cesare ha usato coi compatrioti la bontà di un animo
elevato, quale Napoleone non l'ha mostrata pei francesi.
Volle essere chiamato il clemente, non già il fortunato, come Silla, o
il grande, come Pompeo; e solamente all'interezza armonica della sua
personalità, che non permette un risalto prevalente a nessun tratto
particolare, bisogna ascrivere il fatto, che la storia gli ha ricusato
quel nome. A lui toccò di conquistare mercé l'opera di lunghe guerre il
potere, che all'imperatore dei francesi cadde in grembo con un brusco
atto di violenza; ma, più umano di questo, ai nemici e agli amici
infedeli usò grazia fino all'imprudenza, e fece la fortuna dei compagni,
generoso fino alla prodigalità. Affabile, giusto, magnanimo, la sua
eccellente natura non mostra nulla dell'astio vendicativo napoleonico,
nulla della volgare prosunzione e dell'iracondia rumorosa del côrso.
Cesare era nobile quanto si addice a un sovrano. La fine di Pompeo gli
strappò le lacrime; tenne altamente in onore la memoria del suo
terribile nemico Silla. E se pure gli avvenne di cadere nell'esecrazione
dell'usurpazione e della menzogna, nondimeno il _Bellum gallicum_ ci
ammaestra quanto fosse estraneo il mentire al carattere dell'uomo.
Questo libro, che è uno scritto illustrativo ordinato ad una espressa
azione politica, è nella sostanza una limpida fonte storica
incomparabilmente più veritiera dei bollettini, e perfino di quelle
annotazioni, che Napoleone non destinava a uno scopo politico immediato.
La forza di Cesare stravizzò in tutti i piaceri di un tempo che non
conosceva limite al godimento; ma il suo cuore rimase abbastanza ricco
per consacrare alla madre, alla figlia, alla moglie la tenerezza
semplice di un sentimento, che cerchiamo invano nell'anima di Napoleone.
Era fatalista come tutti gli eroi; ma la sua irremovibile fiducia in una
scorta divina ha assai poco di comune con l'insolente burbanza di
Napoleone, che ripicchia con tracotanza sulla «sua stella». E come sono
ricche e multiformi le sollecitudini ideali di Cesare! Da pretto
romano, non era molto sensibile al mondo estetico e prediligeva la
grammatica e le scienze esatte; ciò non ostante, egli promosse
alacremente tutte le branche della cultura. Apprezzò la libertà delle
lettere, fu il primo a disporre la pubblicazione degli atti del senato,
scrisse egli stesso di tanto in tanto sulle questioni del giorno; e
infine l'autore dei Commentari poté adornarsi il capo di quella corona
di autore classico, che al prosaico côrso rimase irraggiungibile.
In sostanza, del famoso parallelo di Cesare e Napoleone non resta altro,
se non che l'uno e l'altro furono grandi uomini ed eroi, l'uno e l'altro
usurpatori e nemici dell'aristocrazia, e così di seguito, secondo le
banali proposizioni che noi lasciamo ai ragazzi. In poche parole: di
quanto l'Europa moderna supera il mondo cadente dell'antichità in forza
di gioventù, in moralità, in ricchezza e cultura, di tanto appetto a
Napoleone Cesare è più grande. È un gioco arrischiato evocare l'ombra di
Cesare; pericoloso per la gloria del primo Bonaparte, più pericoloso per
gli epigoni.
PARTE SECONDA
LE VECCHIE E NUOVE CLASSI ABBIENTI
Le vecchie e nuove classi abbienti. [Scritto a Kiel nel 1867.]
I.
In un'amena vigna del mio paese sorge una casina, dove un tempo
Schiller, come si dice, avrebbe composto il _Don Carlos_. Ogni anno un
centinaio di forestieri devoti contemplano il buco triangolare nel
pavimento, che sarebbe servito da cestino al poeta. Un giorno, tra
esaltanti discorsi di consacrazione, furono piantati davanti al portone
una quercia di Schiller e un tiglio di Schiller, fu posto all'uscio un
album di Schiller, e fu murata sulla facciata una lapide a Schiller.
Alla bella celebrazione assistevano solo alcuni iniziati con vari
sentimenti. Essi sapevano, che la casina era stata fabbricata circa un
paio di decenni dopo la morte del poeta; pure tacevano; e queste linee
non implicano minimamente l'intenzione di turbare la pia persuasione dei
credenti. Certamente la più parte dei nostri lettori, in occorrenze
consimili, hanno verificato con quale forza il famoso principio della
formazione dei miti opera anche tra i lumi del secolo decimonono, e
anche tra le persone colte. Questo vecchio lieto ricordo ci risovviene
involontariamente, ora che cerchiamo d'illustrare uno dei casi di
mitificazione moderna più ricchi di effetti duraturi.
La più recente storia della Francia si svolge in buona parte tra le file
del quarto stato. Caduto il primo impero, il bonapartismo sopravvive
negli animi e principalmente nella fantasia delle folle popolari
francesi. Se noi più indoviniamo che comprendiamo i segreti dell'anima
dei bassi ceti della nostra propria nazione, tanto più rimaniamo
completamente sospesi davanti all'enigma come mai un esecrato
macellatore è potuto a mano a mano apparire amabile a una nazione
straniera, come mai un duro tiranno sembrarle un dio. In questo caso
sono in atto le forze elementari dell'istinto popolare; e noi ci
contentiamo di poche postille, e pel resto ci richiamiamo
all'antichissima esperienza, che solo ai sacerdoti e ai condottieri
accade di diventare, nel vero senso, eroi nazionali. Solo all'eroe della
fede e all'eroe della spada è sancito quel supremo favore popolare, che
entusiasma i milioni di uomini e schiude la bocca alla leggenda. Su tale
argomento la limitatezza, l'incertezza di ogni conoscenza storica si
parano dinanzi all'animo in modo scoraggiante. Non solo il giudizio
sulla ragione e sul torto delle lotte passate è preso, come s'intende
facilmente, nel vortice di una eterna trasformazione; ma anche la
questione su quali dei fatti avvenuti meritano l'attenzione e sono degni
di essere ricordati, è risoluta dai posteri in modo ben diverso che dai
contemporanei. Come una pubblica biblioteca, se vuol rispondere
interamente allo scopo, deve contenere a un dipresso tutto ciò che si
stampa, perché nessun contemporaneo è in grado di presagire se le
fantasticherie oziose di uno sciocco cuculiato appariranno alla
posterità utili ed istruttive rispetto a un sistema d'idee ancora
sconosciuto, così anche la storia dovrebbe tramandarci tutto ciò che
avviene nella vita di un popolo. Disgraziatamente, noi sappiamo soltanto
ciò che gli scrittori contemporanei hanno ritenuto memorabile; e oggi
noi daremmo via molto volentieri la conoscenza di tante defunte
discussioni parlamentari laboriosamente dibattute, se sapessimo con più
sicurezza ciò che le nonne filando alla rocca raccontavano del grande
imperatore ai nipotini, ciò che i contadini delle provincie hanno
lamentato del ministro borghese di Luigi Filippo.
Dobbiamo illustrare il modo come si venne formando la leggenda
napoleonica mercé il tranquillo e incosciente lavoro della fantasia
nazionale, e come in pari tempo la cosciente attività dei napoleonidi
preparò la restaurazione dell'impero. Considereremo, inoltre, come e
perché l'ordinamento amministrativo di Napoleone si affermò come la
parte più viva e vitale della costituzione dello stato francese, e
domanderemo, in fine, perché la nazione non trovò alcuna tranquillità
nel sistema costituzionale. L'esperimento parlamentare dei francesi non
merita punto l'indifferenza, che generalmente dimostrano a esso in
Germania. Anzi alcune di quelle forze politiche, che anche presso noi
tedeschi operano renitenti allo stato parlamentare, appaiono in questo
caso con una chiarezza e una precisione, con un'evidenza tipica, come
mai altrove. Un ordinamento burocratico, più rigido e dispotico del
tedesco, si oppone direttamente alle idee rivoluzionarie, che in Francia
si svolgono con energia anche maggiore che da noi. Proprietari e
proletari, contadini e operai della città lottano apertamente in Francia
pei rispettivi interessi di classe, nel medesimo tempo in cui in
Germania questi potenti contrasti sociali seguivano il loro corso quasi
inconsapevolmente l'uno accanto all'altro. Mentre da noi la lotta per
l'unità della nazione predominava su tutte le contese di parte, e il
timore ispirato dalle idee nazionali spingeva i partiti ultramontani e
feudali ad allearsi con le piccole corone, in Francia già da secoli il
problema dell'unità nazionale era stato risoluto felicemente: i partiti
sono tratti a svelare la loro intima natura nelle congiunture più
semplici e più grandi; e si avanzano come nemici della monarchia.
Anche se il risultato di queste considerazioni non approda ad altro che
a riuscire molto scoraggiante, noi però riproviamo la superbia di tanti
politici inglesi e, purtroppo, anche tedeschi, i quali, per via delle
lotte parlamentari senza costrutto, negano addirittura ai francesi
l'attitudine alla libertà politica. Una volta che al cristianesimo è
riuscito di trionfare di tante proclività naturali tutt'altro che
cristiane dei popoli d'Europa, non abbandoniamo dunque la speranza, che
un progresso veramente più adeguato della civiltà, ossia l'ordinata
partecipazione dei governati al governo dello stato, sarà per
realizzarsi dovunque sul nostro continente, anche se le forme di questa
libertà porteranno, per la salute del mondo, un'impronta nazionale molto
diversa. Forse che quella timida piccola borghesia tedesca affatto
disabituata alla vita pubblica, a cui Stein donò l'ordinamento civico,
aveva più preparazione dei francesi di oggi all'autonomia
amministrativa? Eppure in cotesti distretti prosperò la vitale e sana
municipalità, che noi stimiamo come la parte sicura e salda della
libertà popolare tedesca. Con che fuoco e con quanto buon diritto noi
patrioti tedeschi siamo andati in collera, quando anche tre anni fa gli
stranieri, allungando un dito magico sul nostro sminuzzolamento di
cinque secoli, profetarono l'eternità degli staterelli tedeschi!
No, la questione della libertà non è una questione di razze. Noi
crediamo fermamente, che a nessuno dei grandi popoli civili la
conseguenza di un'antica colpa renda così difficile la via a una libertà
razionale, come ai francesi. La storia non è pei sanguinari: allo
stesso modo come spande munificamente anche sulle generazioni lontane la
benedizione dei fatti magnanimi, così pure prova sui figli i peccati dei
padri, dimenticando molto a rilento, e con una rigidezza inesorabile,
che la piana bonomia non sospetta nemmeno. Chi non ha visto che a
Königgrätz il gran Federico si trovava in mezzo ai suoi Prussiani, chi
non comprende che il vecchio peccato mortale della confederazione del
Reno ha castigato sé stesso per sessanta anni nel popolo della nostra
Germania meridionale, ebbene, non ha occhi per discernere la dipendenza
profonda delle cose storiche. Principalmente la Francia può dirne
qualcosa dell'immortalità della colpa storica. Mirabeau è una figura che
percuote così tragicamente, appunto perché nulla sua vita si specchia il
destino del suo popolo: come l'ombra della scapigliata giovinezza si
allungò tra Mirabeau e la corona e gl'impedì di prendere la posizione
giusta al momento giusto, così anche la nazione compì solo a mezzo la
sua prima rivoluzione, perché portava sulle spalle il peso di un passato
colpevole, perché sotto l'oppressione dell'antico regime le semplici
virtù del cittadino le erano svanite. Similmente oggi. Nessuno statista
pensante dubita, che le condizioni fisiologiche assai sconfortanti della
popolazione francese, la sua poca fecondità, il numero eccessivo di
deboli e di storpi, se non derivano da una causa sola, certo hanno una
causa sostanziale nelle guerre del primo impero, che menò al macello la
gioventù sana maschile. Lo storico troverà con poca fatica anche nella
vita politica gli effetti duraturi di quegli anni turbolenti: le voglie
anarchiche del tempo della Rivoluzione, le abitudini dispotiche
dell'impero, e, sopra tutto, gli odi irreconciliabili dei vecchi
partiti.
Con tutto ciò non è impossibile, che i nostri vicini siano per
ripigliare le forze e buttar via la trista eredità dei vecchi tempi.
Con una vitalità inesplicabile, la nazione ha superato scosse
spasmodiche che avrebbero annientato la più parte degli altri popoli; le
sue condizioni economiche sono oggi incomparabilmente più favorevoli, la
sua moralità forse non peggiore che sotto l'antico regime (giacché in
questioni così delicate un popolo giustamente non deve essere
raffrontato che con sé stesso). L'amore al lavoro è tuttora intatto come
al tempo antico. Anche quel difetto nazionale, di cui si servono gli
avversari per dimostrare l'incorreggibilità dei francesi, ossia la
smania irrequieta della novità, appare allo sguardo penetrante sotto
un'altra luce, non appena si riconosca, che questo popolo instabile
conserva i suoi più importanti costumi politici con una immobilità quasi
priva di pensiero; che lo stato francese in cinquant'anni si è mutato
meno, che non abbia mai fatto in pari tempo la cosa pubblica di ogni
altro popolo civile. Non c'è dunque ragione di disperare interamente
della forza politica dei francesi; salvo che solo la gente leggera può
aspettare per un prossimo avvenire l'avviamento dello stato alla libertà
costituzionale.
Ogni giudizio preciso sull'antico sistema di governo in Francia è sempre
esposto all'ira dei partiti. A rischio di essere accusati di
legittimismo, osiamo affermare, che la Francia nel nostro secolo non ha
visto giorni più felici di quelli della Restaurazione. Dopo che la
ferocia sanguinaria dei giorni del terrore fu svaporata e la corona si
fu accorta, che il grido di guerra degli emigranti _vive le roi quand
méme!_ usciva dai più pericolosi nemici della monarchia, la nazione
entrò per la prima volta nel pieno godimento di quei benefizi della
Rivoluzione, che finora le erano stati amareggiati dalla crudezza del
regno del terrore, dalle leggi eccezionali del Direttorio e dell'Impero.
La corona si adoperò a mantenersi al disopra dei partiti, a garantire
anche agli avversari la libertà della lotta leale. Quando finalmente
gli eserciti degli alleati lasciarono il paese, si offrì allora lo
stesso spettacolo che avviene quando si alza la saracinesca sulla
cateratta di un ruscello montano: la generazione che nella grande
fantasmagoria dell'impero era stata fondamentalmente avvezza a
misconoscere arte e scienza e a non curarsi dello stato, di botto
sviluppò un vigore potente e prodigo, in ogni campo del pensiero e della
creazione. I _saloni_ deserti si riaprirono alla graziosa varietà delle
belle conversazioni, ripristinarono quel mondo dello spirito e della
eleganza, ormai sconosciuto ai nostri giorni, tormentati dalla politica
e dalla sensualità: nobili dame spirituali, come la duchessa di Duras,
ricevevano di nuovo gli omaggi di uomini squisitamente colti. Gli arditi
novatori del romanticismo, Victor Hugo e i suoi compagni, principiarono
la lotta strepitosa che liberò finalmente la Francia dalla scomunica del
sillabo accademico. La poesia, che finora non era stata stimata che come
rettorica, come «il più bel genere della prosa», adesso cerca di formare
il proprio carattere, di penetrare gli enimmi del cuore umano. Anche le
fantasie cattoliche della giovine scuola conferiscono naturalmente
all'aspetto di questo popolo romanico. Con Sainte-Beuve principia un
novello e più libero avviamento della critica estetica, e Quinet e
Cousin già si arrischiano a illustrare ai loro connazionali le idee di
Herder e di Hegel. Nello stesso tempo sorgono i migliori nomi, che ha
conosciuto l'arte francese da Poussin in poi. Nel campo della scienza
politico-storica fiorisce rigogliosa una nuova generazione diligente
insieme e intelligente, dotta e dedita alle lotte dei nostri giorni. Con
quale gioia la gioventù salutò alla Sorbona le entusiasmanti prolusioni
di Villemain e di Cousin! Con quale piacere perfino il vecchio Goethe,
poco sensibile alle simpatie politiche, parlò al suo Eckermann del
_Globe_ e dei primi passi di Mignet e di Guizot! Arride a questi
giovani ingegni l'invidiabile, rapido, impetuoso successo, che la nostra
vita sociale sparpagliata ricusa al tedesco. Era un risveglio affatto
spontaneo degli spiriti: giacché la corte dei Borbotti sa promovere
l'arte solo col dispendio, ma davanti all'essenza dell'arte è ottusa
come un tempo fu Napoleone. L'industria e il commercio risentono
l'immenso benefizio della pace: i lati oscuri della vita industriale
moderna rimangono ancora avvolti pei più in una cupa ombra: i socialisti
non raccolgono che una piccola comunità di fedeli.
La Restaurazione ha prodotto tra i suoi uomini di stato nomi come
Villèle e Louis, de Serre e Martignac, che, quando gli odii di partito
taceranno, la Francia ricorderà con onore. Liquidano il duro debito di
guerra, riordinano esemplarmente le finanze, riorganizzano l'esercito
vinto, creano dal nulla la flotta perduta. L'inviolabilità del domicilio
e della proprietà, la libertà personale sono meglio tutelate che non
forse sotto il governo più recente. E si accorgono ora i francesi di
avere raggiunta una conquista più nobile, più duratura dell'ebbrezza di
vittoria dell'impero: perché la loro carta costituzionale è stata
considerata diffusamente in ogni paese di terraferma come il catechismo
del diritto razionale, e i liberali di ogni nazione hanno imparato dalla
_Minerva_, e ogni articolo di fondo di un gran giornale parigino aveva
il valore di un avvenimento. Al dispotismo onnipotente di Napoleone è
seguita subito una monarchia, in cui le Camere godono di maggiori
diritti del parlamento inglese. Esse hanno approvato anno per anno tutti
i bilanci dello Stato; nessun ministro poteva osare di mantenersi al
governo contro il volere delle Camere. Il mondo risonava della grande
parola della tribuna francese; e questo splendore dell'eloquenza non
concerneva punto fatti personali, come sotto la monarchia di luglio.
Erano lotte serie, combattute con la partecipazione passionata della
nazione: sotto la Restaurazione hanno acceduto alle urne non mai meno
dell'84 per cento, talvolta fino al 91 per cento degli elettori. Questo
generale accaloramento alla politica ha qualcosa dell'ingenua allegria
della giovinezza: la libertà della parola, ammutolita per tanto tempo,
riopera con l'incanto della novità. L'ardore delle lotte di partito
sembra un segno di forza e di salute rispetto al silenzio innaturale del
governo di polizia di Napoleone. Il mondo torna a credere
speranzosamente all'ideale politico. Forti partiti di tutte le classi si
conciliarono lealmente col regime parlamentare: quelli che non lo
fecero, come i repubblicani non convertiti, i partigiani di Napoleone, i
legittimisti fanatici, si videro almeno costretti a simulare la loro
sottomissione allo statuto. Due volte, sotto il governo del centro circa
il 1819 e poi sul principio del ministero Martignac, si ebbe
l'impressione, che la mannaia delle lotte civili fosse sepolta, che
l'eredità della Rivoluzione fosse stata accettata dai Borboni senza
benefizio, che fosse stato dimenticato il vecchio assassinio della
dinastia perpetrato dal popolo. La nobiltà contava ancora antiche e
illustri famiglie di grande potenza. I suoi figli avevano combattuto un
tempo per la Francia su innumerevoli campi di battaglia; e adesso anche
alcuni benemeriti dignitari di Napoleone aderirono all'alta nobiltà
borbonica. La camera dei pari fu sovente salutata dalle ovazioni
popolari, e fu stimata usbergo dei diritti del popolo. Parve non
impossibile, che l'intesa pacifica tra le vecchie e le nuove classi
possidenti, base morale della Restaurazione, sarebbe per durare.
Non ostante cotesti lati chiari, la Restaurazione non incorse puramente
a caso nelle stoltezze di Carlo X: come afferma Guizot, fuori del
parlamento stava in aria, senza base: pel complesso della nazione non fu
mai altro che una palliata dominazione straniera. La politica pratica
nel nostro secolo addottrinato sui libri viene traviata non solo dalle
passioni o dai malintesi interessi, ma anche dagli errori dottrinali.
Per esempio, i patrioti tedeschi si son fatti trarre in errore per anni
e anni dalla comparazione dotta, e zoppicante sui due piedi, della
confederazione germanica con l'americana e la svizzera; e similmente il
ricordo scientifico dell'Inghilterra di Carlo II ha esercitato una tale
influenza dissennante, da metterci quasi in sospetto del beneficio della
scienza storica. L'edifizio statale di Cromwell, coperto alla meglio da
una tettoia provvisoria, andò in conquasso tra i motteggi della nazione:
un generale inglese richiamò il re legittimo; il partito repubblicano
subito si disperse ai quattro venti, e i falli accumulati dai due ultimi
Stuart indussero a suo malgrado il popolo fedele a una seconda
sollevazione. Ben diversamente in Francia. È semplicemente falso, se
gl'inveleniti avversari del bonapartismo oggi lo affermano, che
Napoleone fu abbattuto altrettanto dalla Francia quanto dall'Europa. Se
l'inverno del 1813 egli avesse accettato le proposte di pace
ingiustamente miti degli avversari, avrebbe potuto contare sopra un
governo assicurato per molto tempo; e anche dopo che la sua alterigia
imperiale ebbe tirati gli eserciti stranieri sul suolo della Francia,
l'odio del popolo al massacratore non era alla lunga abbastanza forte
per spezzare dagl'incastri interni le ferree giunture dello stato
militare. Solo gli stranieri buttarono a terra Napoleone, e gli
stranieri ricondussero l'antica dinastia. Per quanto le singole e
lontane provincie del sud e dell'ovest salutassero con gioia la bandiera
dei fiordalisi, rimane però assolutamente vera rispetto all'enorme
maggioranza della nazione la scomunicata affermazione di Manuel, che la
Francia accolse di mala voglia il ritorno dei Borboni. I nostri vicini
si vantano a ragione di un vantaggio su tutte le altre grandi potenze:
la Francia non possiede nessuna Irlanda, nessuna Polonia; le sue
provincie sono tutte francesi con tutta l'anima. Oggi però si è aperta
in questa nazionalità compatta una screpolatura assai più difficile a
sanare del particolarismo di qualche provincia: il regno si è diviso in
due nazioni, i vincitori e i vinti di Waterloo.