Gracco, diede con chiara coscienza una completa concretezza al moto di
sviluppo inconsciamente iniziato dall'antichità già sul declivio. Egli
trasformò un guazzabuglio di provincie, soggette a una città per
bisogne servili, in un imperio mondiale di regioni pareggiate
giuridicamente; latinizzò le provincie, e col benefizio di un governo
monarchico assicurò loro un'esistenza umana. Tutelò l'impero col sistema
non mai abbastanza ammirato della difesa offensiva. Quando Cartagine e
Corinto risorsero dalle rovine e il senato si aprì agli uomini delle
provincie, Cicerone poté invocare a sua posta la rovina alla barbarie
invadente: l'impero era fondato, non esisteva più una città tiranna.
Proprio secondo lo spirito di Cesare fu pensata la costituzione
antonina, che accordò la cittadinanza romana a tutti gli abitanti
dell'impero mediterraneo; e gloria di Cesare fu quella celebrata dal
verso superbo del poeta: _Romanae spatium est urbis et orbis idem_. Egli
divenne il fondatore di un impero universale perché fu un romano; perché
in lui il genio del suo popolo s'incarnò così puramente, che noi
potremmo renderci conto del carattere della nazione romana, anche se di
tutta la storia dell'antichità non ci fosse stato tramandato altro che
la biografia di quest'uomo. Come già il popolo greco, l'antico ceppo
romano gittò le fioriture più gagliarde poco prima d'inaridire, e la sua
potenza sopravvive ancora solamente in innumerevoli gemme e polloni.
Cesare e Alessandro sono eroi nazionali per questo, che essi compresero
il momento che si offriva al loro popolo di mutare la missione nazionale
in cosmopolitica.
Si raffronti ora l'eroe romano, che con sicurezza geniale, come uno
strumento dell'eterna Provvidenza, menò a compimento la missione del suo
popolo, con l'eroe senza patria dei nostri tempi, il quale vuol
costringere nella forma inventata dal suo cervello un mondo di organismi
nazionali in fresco sboccio di gioventù; e si riconoscerà che non si può
immaginare un contrasto più stridente. Il côrso distrugge oggi quello
che ha creato ieri; il romano procede ponderatamente secondo un gran
disegno: estende l'impero non più di quanto richiede la sicurezza delle
frontiere, ritorna volontariamente sui suoi passi nel bel mezzo della
sua carriera vittoriosa: e, quali si fossero i più ampi propositi che ha
portato seco nella tomba, questo almeno ci è lecito affermare con
sicurezza: che la follia cesariana di Napoleone non ha mai turbato la
sublime calma di quella testa. L'onda della vita orientale frattanto
batta pure gagliardamente sull'edificio di Cesare; il mezzogiorno e il
levante mediterraneo declinino pure di nuovo verso la civiltà di
oriente: il seme dell'opera di Cesare dura. Più fortunato di Alessandro,
Cesare ha percorso ad occidente il cammino della storia. Senza di lui e
senza l'impero dei Romani, non sarebbe esistita la benefica fratellanza
dei popoli occidentali, che oggi si ricompone lontana da ogni
convulsione guerresca. Egli assicurò ai popoli stanchi dell'antichità un
ultimo respiro di vita piena, prima di estinguersi; e quando in fine i
nostri padri fracassarono lo scheletro putrido dell'impero universale,
ebbene, essi più non erano stranieri, e tramandarono fedelmente ai
nipoti quanto era immortale in quel vecchio mondo. Quando oggi i
democratici francesi, amareggiati dal tendenzioso cesarismo dei
bonapartisti, maledicono i romani come distruttori della libertà celta,
noi rispondiamo: «Voi non sapete quel che vi dite: dovete a Cesare, se
voi siete francesi e non già Iri!» E chi può dire, se l'idea dell'impero
che, nata nella mente di Cesare, ha sollevato l'anima di tanti nobili
popoli, oggi sia morta per sempre? se l'impero non sia per risorgere un
giorno in forma più umana, come una libera corte arbitrale sulle nazioni
tutte amiche?
A noi figli dei popoli giovani gela il cuore, quando ci voltiamo
indietro a guardare la Roma imperiale. Un'essenza di vecchiaia è
appiccicata all'impero universale. La consolazione delle menti
profonde, a cui quel mondo decrepito non può offrire più nulla di
grande, è: _Patet exitus_. Guardiamo con fredda calma gli dèi di Tacito
caduti a terra, tra le angosce dei mortali. La cultura dell'epoca
ricorda le fabbriche di Costantino: anche queste sono suntuose, non
senza qualche tratto di grandezza, ma sono costruite di frammenti, di
colonne e archi che un tempo servivano a edifizi più belli. Virgilio e
Orazio scrivono versi greci con parole latine, e non di rado sentiamo,
che cotesti sono frutti di stufa. Nulladimeno, quelle opere
costituiscono la più ricca e potente letteratura mondiale che sia mai
esistita, e sono tanto originali, quanto può esserlo una letteratura
priva di carattere nazionale. Pure non è piccola gloria, se sotto la
protezione dell'impero potevano sorgere nell'anima di popoli affaticati
creazioni tanto notevoli; se Roma, già sazia da gran tempo delle voluttà
e dei vizi di tutti i paesi, si adornava ancora con le grazie artistiche
dell'ampio mondo e si copriva di una veste magnifica di marmi e di ori.
L'arte mondiale dell'epoca dei Cesari era il frutto naturale maturato
dalla dissoluzione di tutte le civiltà nazionali dell'antichità.
Napoleone sognava una letteratura mondiale in un popolo, che aveva
vantato recentemente, in Voltaire e gli enciclopedisti, scrittori
puramente nazionali, e poco dopo salutava poeti anche più espressamente
e recisamente nazionali in Béranger e George Sand.
Lo stato normale del mondo moderno è la pace. Proprio nel secolo
decimottavo, sotto il terrore delle guerre di gabinetto, la dottrina
della pace perpetua ha trovato eloquenti propugnatori tra i più nobili
intelletti. In questi tempi ansiosi di pace il principe della guerra,
Bonaparte, si fece avanti come un disturbatore del corso naturale delle
cose; la sua caduta finalmente assicura al mondo ciò a cui anela da
tanto tempo. La regola dell'antichità è la guerra. Fintanto che il
mondo fu ancora in gioventù, il vivere per lo stato con tutta la forza
virile, guardarne e accrescerne la potenza nella lotta contro lo
straniero, significò per gli uomini dell'antichità lo scopo supremo
dell'esistenza. Lo stato antico dei tempi gloriosi è il popolo sovrano
in armi. L'impero porta la pace nell'antichità, disarma i cittadini,
avvia l'enorme maggioranza degli uomini a un'esistenza puramente
sociale: ai modesti doveri della vita comune, all'attività economica ed
intellettuale. La furia della guerra, cantata nella Georgica di Virgilio
in modo così terribilmente bello, imperversò ancora sulla terra dopo la
morte di Cesare; poi il tempio di Giano chiuse le porte per molto tempo.
Senza dubbio, la potenza e la grandezza più peculiari dei popoli antichi
doverono rimanere devastate dal fondo, quando sparì la guerra, e sparì
con essa l'alta passione politica e, insieme, tutto ciò che fino allora
aveva occupato l'esistenza del cittadino. Come stavano le cose, la pace
dopo il tramonto della libertà costituiva effettivamente il sommo bene
della vita. La giustificazione storica dell'impero è: _Pacis imponere
mores_. Certamente anche la pace del mondo antico ci appare feroce ed
empia rispetto ai costumi raddolciti dei tempi cristiani, e leggiamo con
ribrezzo in quale pieno gaudio di dominio deificato lussuriassero i
Cesari e con quali rudi colpi alla nuca costringessero a piegarsi a loro
le teste orgogliose dei Corneli e dei Claudi. Eppure, erano venuti tempi
tollerabili pei milioni di gente minuta, che ora potevano tirare avanti
la loro via con sicurezza. Con le sue parole di contraggenio lo stesso
Tacito riconosce in fondo, che le provincie erano contente del nuovo
stato (_nec abnuebant_). La vita umana è riconosciuta e risparmiata; una
cultura più raffinata penetra fino nei più bassi strati sociali: i
borghesi della piccola città campagnuola di Pompei si ricreano
all'armonia dei versi di Ovidio. La missione più nobile della
monarchia, il principato protettore dei poveri e dei deboli, fu
adempiuta dagl'imperatori almeno per quanto la intendeva la durezza di
cuore dell'antichità. Quest'era tranquilla della pace portò
miglioramenti e invenzioni in tutti i campi del commercio e
dell'industria. I barbari, tenuti al largo di là dalle frontiere
dell'impero, si conciliarono con gli elementi della civiltà. La strada
romana si stende fino alla Britannia settentrionale, sull'Atlante
giganteggia massiccio il magnifico tempio della Vittoria di Lambessa, e
nelle convalli ombrose della Selva Nera l'altare di Diana Abnoba guarda
il lussurioso bagno romano.
L'orizzonte degli uomini in questo incivilimento eguale dell'occidente
si allarga all'infinito. Seneca sogna già lontani giorni avvenire, «in
cui sull'Oceano le chiuse del mondo si levano, le terre si aprono
incommensurabili e Tule non sarà più l'ultima». Nello stesso modo come
l'impero si allunga fino quasi ai confini del mondo conosciuto, così
l'antichità, la quale finora ha considerato l'uomo solo in quanto
cittadino, si viene lentamente avvicinando alla grande nozione dei
diritti dell'uomo. Nel tranquillo raccoglimento della vita puramente
sociale, l'uomo, non pago delle opere di una cultura eclettica che non
produce più nulla di nuovo, comincia a rientrare nell'intimo del suo
cuore: e finalmente risuona nel mondo affaticato il grido di
riconciliazione della creatura col Creatore. Ricordando il clamore di
battaglia dei cesariani, l'acclamazione a _Venus victrix_ delle dieci
legioni gloriose, ci dà il freddo della nostalgia il pensare quanta
magnificenza veniva distrutta dal trionfo dell'imperatore. Ma in fine ci
riconcilia la riflessione, che allora si compì un destino irrevocabile,
e che tra i mali delle guerre civili era sorto un nuovo ordine di cose,
era sorto un mondo al quale noi stessi dobbiamo una buona parte della
nostra fortuna umana. Il _vive l'empereur!_ dell'armata napoleonica ci
ricorda solo un barbaro accidente, solo l'infinita miseria, che il
capriccio di un uomo inflisse al mondo. Presso al cadavere di Cesare
vegliarono per tre notti i Giudei di Roma piangendo il protettore degli
oppressi. Napoleone stramazzò fra gli urli di vendetta delle nazioni
straniere, mentre il suo popolo, che egli stesso aveva disavvezzato
dalla libertà operosa, si tenne indifferente in disparte. Come allora
giudicarono i poveri di spirito, la storia giudica oggi.
È certo che i più prudenti bonapartisti già da un pezzo considerarono in
segreto la politica europea di Napoleone I come una partita perduta,
sebbene il sistema esiga il culto incondizionato di Napoleone, e
proibisca l'espressione palese di opinioni tanto eterodosse. Ma con
tanta più ostinazione tengono invece alla tesi, che l'imperatore ha
fatto per la costituzione della Francia lo stesso che fece Cesare per lo
stato romano. Solo che anche questa comparazione non regge a un giudizio
più penetrante. Cesare fu il creatore di una nuova forma di stato,
Napoleone ristabilì in Francia l'antica costituzione storica, quantunque
non abbia affatto rinnovato tutte le istituzioni dell'antico regime. La
forma normale dello stato moderno è la monarchia, quella dello stato
antico nel suo fiore fu la repubblica. Gli antichi durante i loro più
bei tempi chiamano con perfetta ingenuità la monarchia _servitium_ e la
repubblica _libertas_, e un Tacito presenta la più orribile follia della
storia antica, l'assassinio di Cesare, come _libertas improspere
repetita_. L'infelice parola di libero stato per repubblica, noi la
dobbiamo alle antiche tradizioni, alla sapienza politica dei correttori
tirati alla classica. Il sentimento degli antichi ricalcitrava alla
monarchia con tale caparbietà, che Augusto, più previdente dello stesso
Cesare, salvò le apparenze repubblicane, e solo sotto Tiberio il nuovo
regime assunse interamente le forme esteriori della monarchia. L'impero
di Cesare non fu una restaurazione, come si potrebbe arguire da qualche
particolare richiamo alla costituzione di Servio Tullio; fu una
creazione nuova e ardita.
Quest'opera creatrice chiuse effettivamente l'èra della rivoluzione,
come Napoleone non ha potuto fare, e ricondusse l'impero senescente alla
forma naturale e duratura. Davanti all'orribile spettacolo della
repubblica romana in isfacelo ogni uomo di senso politico diventa, come
il vecchio Drumann, «panegirista della monarchia suo malgrado». Chi
presume di trovare ancora la libertà repubblicana nei giorni di Pompeo e
l'immacolata nobiltà della sedia curule, rappresenta rispetto alla cruda
realtà la stessa parte assurda che fu possibile solo a Catone, quando
propose di consegnare Cesare ai Germani. Una rivoluzione quasi secolare,
la più lunga e la più brutale della storia, aveva minato nelle
fondamenta l'antico costume romano. Il sentimento civile era talmente
svanito, che nel bel mezzo della guerra contro gli asiatici gli eserciti
di Flacco e di Silla erano schierati l'uno di fronte all'altro
minacciosi, e la tremenda vittoria dei Parti a Carrhe destò appena la
curiosità a Roma. L'aristocrazia, snervata e depravata, si ruppe in
esecrabili frazioni, considerando la patria con egoismo vile, come quel
Cicerone, che stimava come il fine dello stato la conservazione delle
grandi famiglie. Non erano più cittadini, quelli che in veste di
proconsoli abitavano nei castelli tirannici delle provincie e decidevano
del bene e del male di milioni di soggetti, col dispotismo di
altrettanti sultani. Pompeo senz'ordine del senato poté assoggettare il
vasto Oriente e suddividerlo a suo piacere in provincie e monarchie. Dal
viluppo d'intrighi e di pettegolezzi di cotesta nobiltà chiusa,
scoppiava di botto la ferocia ferina, come in quei giorni di orrore,
che Tiberio Gracco soccombé ai randelli e ai piedi di seggiola dei
nobili Scipioni e Emili, e trecento cadaveri, abbattuti da siffatte
armi, coprirono il foro. Un nucleo sano della cittadinanza si serbava
ancora fedele alla legge, ma in fine anch'essa fu disfatta dalla
coscienza, che il bel tempo antico era spacciato per sempre. Niente è
più terribile nelle ultime guerre civili, quanto la mancanza d'ideale
sia dall'una che dall'altra parte. L'enorme turba del partito
democratico impazzava pel foglio libero, pel comunismo, intendeva la
libertà come un tempo era stata intesa a Corcira. I democratici
intelligenti erano convertiti all'idea della monarchia. Di nuovo e
sempre, sotto i Gracchi, sotto Cinna e Mario, la società cadente
rientrava con l'istinto sicuro della disperazione nel cammino della
monarchia. Silla stesso poté ristabilire il governo aristocratico con
una signoria monarchica transitoria. Pura aristocrazia significava
allora la schiavitù del mondo a profitto delle famiglie nobili; pura
democrazia significava la signoria del pugno.
Roma era salita in virtù della disciplina e della maschiezza del suo
popolo; andò a fascio quando l'antico spirito romano sparì. Si pensi
alla malattia inveterata della società romana, a quella lotta del
capitale col lavoro libero la quale aveva quasi distrutto il ceto medio,
ai latifondi e ai branchi di schiavi maltrattati, alla crudeltà di
questo popolo, che si ricreava ai rantoli dei gladiatori agonizzanti,
alla boria denarosa goffamente primitiva della nobiltà, che nelle opere
dei suoi filosofi di moda leggeva soddisfatta che solo la ricchezza è
morale e onesta; in fine alla nausea profonda di sazietà con cui quel
mondo riguardava ormai la stessa opera propria; e si converrà che
cotesta Roma, non ostante alcune somiglianze esteriori, non può affatto
venir confrontata con la Parigi del secolo decimottavo; e che i francesi
conservavano una riserva di forza nazionale e di orgoglio nazionale,
che doveva poi svilupparsi gagliardamente durante la Rivoluzione. A Roma
si aggiunga inoltre un esercito, che fin dai tempi di Mario sdrucciolava
verso la forma di un corpo di mercenari, ammaestrati alla maniera dei
gladiatori, strumento docile del comandante supremo, bramoso di un
ordinamento monarchico, condotto da una sanguinosa esperienza
all'assoluta persuasione, che nelle contese dei partiti decide la spada.
La repubblica era moralmente ed economicamente un'impossibilità. Solo un
potere monarchico era in grado di farla finita con la guerra sociale tra
povero e ricco, tra servo e padrone, e stabilire una pace tollerabile; e
la monarchia doveva essere assoluta. Si sa, che l'antichità non era al
caso di liberarsi interamente dal concetto gretto dello stato-città e
intendere il senso profondo delle forme rappresentative. Anche i soci,
il cui particolare interesse avrebbe dovuto stimolarli al desiderio
della costituzione rappresentativa, anche gl'italici, al tempo che il
toro sabellico insorse contro la lupa romana nella più spaventevole di
tutte le guerre civili, rimasero abbarbicati allo stato-città: l'Italia,
lega di città italiche, avrebbe dovuto dominare in luogo di Roma nel
modo stesso come Roma dominava. Purtroppo una democrazia degna era
inconcepibile negli stati-città fin da quando gl'italici conseguirono la
cittadinanza, e la gentaglia delle città campagnuole affluiva alle
assemblee sovrane della città dominante. Tale essendo la situazione, non
rimaneva che l'assolutismo: il popolo sovrano, come suona la teoria dei
giuristi cesarei, ha trasmesso per mezzo della _lex regia_ il suo potere
all'imperatore. Noi moderni rimaniamo atterriti davanti a cotesta
strapotenza senza limiti, tanto più che non ereditaria, nelle mani di un
sol uomo, e siamo in dubbio se onorarla col nome di regalità. Il regime
imperiale è la costituzione di una società profondamente corrotta,
morente: per giunta l'opera di Cesare fu sconciata dai successori,
deformata, contro l'intenzione del fondatore, in uno stato militare. Ciò
non ostante, la dominazione degl'imperatori costituisce la sola
conclusione concepibile, necessaria, dello sviluppo politico del mondo
antico. Non appena _l'empire_ svelò la sua vera essenza, la parte viva
della nazione, la classe media, gli si levò contro: Cesare invece aveva
combattuto un'aristocrazia decrepita, che portava nel cuore la morte.
Nell'impero di Napoleone fermentavano e operavano in segreto le idee
costituzionali; la gente illuminata guardava con rossore e con
ammirazione la libertà dei popoli anglosassoni. Nella Roma imperiale il
fuoco delle idee repubblicane volse lentamente in cenere; nessuno
sguardo invido ai popoli forestieri turbò la pace dello stato asservito:
Roma era la terra, i barbari non contavano.
Napoleone si servì dei partiti repubblicani come aiuto a salire; e
odiava i legittimisti come i peggiori nemici della propria dominazione.
Cesare era un vero democratico, amava il popolo e avrebbe sdegnato il
dileggio napoleonico contro la «canaglia». Sotto la tirannide di Silla
ebbe a soffrire per le sue convinzioni democratiche, e il suo odio
contro gli aristocratici comprendeva non solo i propri nemici, ma anche
i nemici del popolo. Egli legò il proprio potere alla più popolare delle
magistrature, al tribunato, e quando da monarca si sollevò, come si
addice al genio, sull'unilateralità dei partiti, pure attuò tutti i
principii sani del programma democratico. Rispettò la libertà per quanto
era possibile; ed è notevole la sua condotta verso i municipi, ai quali
serbò la libera elezione delle proprie magistrature. La rivoluzione
sociale fu compiuta da lui con prudenza: la distribuzione delle terre,
l'abolizione dei requisiti del censo, la colonizzazione oltremarina, la
nuova legge sui debiti assicurante la libertà del debitore, tutti
questi sono prodotti di una legislazione squisitamente democratica.
Napoleone appare inferiore anche sotto questo riguardo. Accettò e ordinò
i risultati della rivoluzione sociale già compiuta fino a quello che è
il più importante: rifiutò alle classi medie pacifiche la posizione
politica, che in una società ispirata ai principii della libera
concorrenza le spettava assolutamente.
Il mondo sa le macchie attaccate al nome di Cesare. Egli camminò nel
fango di una macchinazione iniqua di partito e per molto tempo esercitò
il brutto mestiere del cospiratore. Dei lamenti e degli oltraggi che
tengono dietro a ogni strappo alla legge, nessuno gliene fu risparmiato.
Egli fu costretto ad avere familiarità con avventurieri abbietti, a
tollerare a Tapso e a Munda la ferocia sanguinaria dei suoi mercenari.
Dové mandare impuniti i misfatti dei compagni e non sdegnare le goffe
menzogne dell'usurpatore, affinché il colpo di stato fosse legittimato e
i partiti si riconciliassero. Attirò sul suo capo la maledizione del
poeta e di tutti gl'idealisti, come l'imprecazione di Catullo: _timete
Galliae, hunc time, Britannia_: l'impero che il duce della democrazia
fondò, fu semplicemente un dispotismo, fu semplicemente il giaciglio di
un popolo infermo. Un terribile guiderdone attendeva la vita dell'uomo
che, deificato dal popolo fintanto che fu cospiratore, trovò poi poco
amore quando coprì di benefizi il mondo in sua balìa. Ma come
Shakespeare picchiettò il suo Cesare con uno spruzzo di piccole
debolezze, affinché la grandezza dell'eroe spiccasse più luminosa, così
lo storico, quanto più scrupolosamente aduna i punti oscuri della vita
di Cesare, tanto più soverchiante vede complessionarsi la figura del
primo uomo di stato dell'antichità. Mai più tante cose grandi sono state
create pel bene di uno stato nel breve giro di cinque anni; e quali
disegni, come l'idea della codificazione del diritto, lasciò Cesare
incompiuti!
Cesare supera non solo per la fecondità ma anche per la moralità della
sua politica l'eroe moderno. Questo conserva e accresce come un capitale
a frutto l'ansietà generale dei piccoli borghesi, e getta Parigi nella
vertigine dei piaceri per farle scordare la libertà. Quello sdegna di
mettere a profitto le più indegne passioni, schiaccia e riduce al
silenzio gli anarchici, e per mezzo delle rigide leggi matrimoniali si
oppone con tutte le forze all'invadente depravazione morale, per quel
tanto che le leggi possono impedire la corruttela dei costumi. _Nullis
polluitur casta domus stupris!_ canta Orazio con gratitudine ad Augusto;
e in codesta grossa iperbole è però involta la verità, che la morale
sotto i primi imperatori era in condizioni meno orrende che al tempo di
Catilina. Alleghiamo in fine quello che è il contrapposto più
sorprendente nella politica dei due dominatori: Cesare era un uomo di
stato, Napoleone un soldato. Sopra abbiamo illustrato il carattere
prevalentemente militare della politica napoleonica; aggiungiamo ora un
altro tratto singolarmente istruttivo: il giudizio sprezzante di
Napoleone sulla guerra dell'indipendenza americana. Proprio in questo si
tradisce l'unilateralità del tecnico militare. L'imperatore non
comprende, che per l'appunto nell'elasticità della difensiva di
Washington, in quella catena di meschini scontri di avamposti e di
laboriose discussioni nel Congresso, la sostanza specifica della guerra
si rivela come la forma violenta della politica, e che Washington va
annoverato tra i grandi condottieri per l'appunto per cotesto, che non
era puramente un generale. Cesare conduceva la guerra nello stesso senso
dell'americano, salvo che con un genio più fertile. Quando a
quarant'anni mutò la toga col manto di porpora, pel primo capitano del
tempo la guerra non era stata mai altro che un mezzo: non appena
raggiunto lo scopo politico, le armi posarono.
Se è pericoloso commisurare tra loro le gesta di Cesare e di Napoleone,
ogni confronto dei due uomini nel loro essere umano cade diritto nel
ridicolo. Di Cesare è stato riferito, che ripeteva volentieri i versi di
Euripide:
eiper gar adikein chrê, turannidos peri
challiston adikein· talla d'eusebein chreôn