educarono all'eroismo il pio padre di famiglia Cromwell, la dolce e
bella anima di Federico! Il giudizio degli uomini si è formato sull'uno
e l'altro incomparabilmente più favorevole, da quanto abbiamo volto
l'occhio alla loro vita intima nella raccolta di Carlyle e
dell'accademia di Berlino. Dalle lettere noi riceviamo di Napoleone
un'impressione ben diversa: è decisamente bassa la natura che ci viene
incontro. È impossibile non ammirare quest'uomo immenso, ma è anche più
impossibile amarlo. Alcuni momenti poté sembrare irresistibilmente
amabile, quando tirava un pocolino il lobo dell'orecchio a un
granatiere: le maniere avvincenti dell'uomo demoniaco hanno incantato
anche un Goethe. Egli può ciarlare e fantasticare in quelle ore di
obblio di sé, che non mancano nella vita di nessun uomo: ciò non
ostante, il suo cuore rimane diaccio, chiuso a ogni tenerezza. Nelle
lettere brevi e brusche a Giuseppina, che egli amava alla sua maniera,
la povertà e l'aridità dell'animo ci ribellano. Quando vuol separarsi
dalla moglie, incarica il figlio, il principe Eugenio, di condurre le
trattative con la madre e di sostenere la separazione davanti ai poteri
costituiti dello stato. Si è mai più empiamente giocato coi sentimenti
sacri? Egli non conobbe mai vera amicizia, e tanto meno quella tendenza
poetica a crearsi un'immagine ideale del proprio ambiente intimo, la
quale riserbava al gran Federico tanto tormento e tanta felicità. Nelle
sue parole e nelle sue azioni si riesce difficilmente a scoprire anche
un sol tratto, che possa dirsi semplicemente nobile. Quelli che
all'occhio superficiale sembrano tali, sono invece patetici colpi di
scena, poggiati con astuto calcolo sulla stupida credulità della folla.
Fin dal principio germinava in quell'anima un istinto brutale, violento.
Amava il terrore, sparso alla maniera giacobina. «Il mondo deve sapere
di che cosa siamo capaci», esclamò dopo l'esecuzione del duca d'Enghien.
Per lui era un gusto raggiungere i suoi scopi con durezza e crudeltà
inutili, a principiare da quel piccolo 18 brumaio, che gli procurò,
allora giovine ufficiale, la carica di comandante della guardia
nazionale, fino al grande 18 brumaio e a tutte le innumerevoli barbarie
durante l'impero. Cotesto modo violento bisogna anzi riconoscerlo in lui
anche nella condotta della guerra: egli riordinò, non smise punto il
brutale procedimento di guerra dei giacobini. Non era affatto propenso a
risparmiare i propri mezzi; riportava le sue vittorie col peso delle
masse schiaccianti, con crudele indifferenza pei caduti. Non esiste in
lui nemmeno il sentore di quella elevatezza, che rischiara come
un'aureola il capo dei veri imperatori; tanto meno quel garbo fine che
viene dal cuore. Era una natura volgare, che si abbandonò senza vergogna
e senza gusto agl'istinti della libidine e dei perversi capricci. Stando
alle descrizioni del sassone Odeleben, quale odioso feroce spettacolo
offriva il suo quartier generale nel 1813! L'imperatore che medita
cupamente presso il fuoco di guardia, minaccioso e imperioso in ogni
tratto; intorno a lui in ampio cerchio, con bisbigli timidi, il seguito;
e di botto scoppia un precipitoso _à cheval_! Movimento nella truppa
stupidita: un incrocio di quelle grasse parolacce, di cui l'esempio
imperiale aveva fatto il pascolo comune, corre su tutte le bocche, da
quella del maresciallo a quella dello stalliere; e il drappello balza
via selvaggiamente, a precipizio. Sono inesauribili le sue invettive
contro il _gaillard_ e _archifou_, il re di Svezia, contro la _vieille
bête_, il re di Sassonia, e via dicendo. Lanciava oscenità plebee
perfino sul viso delle dame che non poteva soffrire. Anche Federico II
ha perseguitato i suoi avversari con crudeli epigrammi; ma, come accade
alle nature spiritose, nei suoi motti arguti e spietati provava una
soddisfazione estetica ignota a Napoleone. L'odio inestinguibile che
schierò contro Napoleone uomo le più nobili donne tedesche, Luisa di
Prussia, Amalia di Weimar, Carolina di Baviera, dispensa dall'insistere
oltre.
Chi vuole scusare le grossolane contumelie dell'imperatore con la sua
veemenza passionale, consideri con quanto poca dignità sopportò il
cambiamento del destino. Egli conosceva l'arte rara di vuotare il calice
della fortuna fino alla feccia, di seguire ogni vittoria fino all'ultima
presa del successo. Solo una volta, nell'ora del trionfo, l'umana
debolezza sfiorò anche cotesti nervi di acciaio: alla Moscowa gli venne
meno la risoluzione d'inseguire il nemico battuto. Ma se sapeva
profittare del favore della fortuna, non la concepiva pesante a portare.
Quando il mondo era ai suoi piedi, non sdegnò la goffa millanteria né il
gusto del male altrui, che son propri dell'avventuriere comune. Egli era
in carattere, quando raccontava ridendo ai capi scoronati dell'antico
regime: «al tempo che ero un semplice luogotenente di artiglieria...»,
oppure quando invitava il principe Guglielmo di Prussia alla caccia alla
lepre il giorno dell'anniversario di Jena. Se nelle udienze dava le
spalle ai principotti della confederazione renana con un assai
spicciativo _ancienne connaissance_, o se lanciava al re di Baviera il
suo tonante _il faut, il faut!_ certamente egli dava ai servi solo ciò
che loro spettava: ma un siffatto contegno non annunzia alti sensi. Alle
formalità dell'etichetta l'uomo geniale badava grettamente, come un
lacché insignorito: non seppe perdonare mai al re di Prussia di essersi
presentato a Tilsit in tschacko e con un paio di baffetti sul labbro. E
bisogna convenire che anche meschina e volgare fu la sua politica di
famiglia, la sollecitudine pei più indegni dei suoi parenti, che non
proveniva da amor fraterno né giovava ai suoi disegni di signoria
mondiale. Anche più significativo è il suo comportamento nella
sfortuna. È nota la scena di Dresda, quando Federico Augusto di Sassonia
aspettava in anticamera l'imperatore ritornato improvvisamente dalla
Russia. Per causa di quell'uomo, centomila uomini giacevano sepolti
sotto la neve, e mai il destino aveva parlato così spaventosamente. Ma
egli entrò nella stanza canterellando una canzonetta parigina: il
satrapo doveva intendere, che l'animo del re dei re non era intaccato. A
Smorgoni, a Lipsia, alla Belle-Alliance, tre volte era fuggito
abbandonando, tutt'altro che cavallerescamente, l'esercito. Federico II
era deciso a non sopravvivere alla rovina dello stato; eppure chi
avrebbe giudicato vergognoso, che un paese di cinque milioni di anime
soccombesse all'intera Europa collegata? Napoleone dettò la legge al
mondo, e quando l'impero gli andò in pezzi, non ebbe l'animo di espiare
con una nobile morte la sua colpa enorme. È ridicolo scusare una tale
pusillanimità coi luoghi comuni della religione cristiana. In verità,
non furono punto i pensieri religiosi quelli che trattennero
l'imperatore dall'estrema risoluzione eroica. Chi ha tenuto fermo il
piede sulla nuca a mezzo mondo, non dev'essere misurato col regolo dei
teologi. E poi, quale indegno spettacolo, cotesta vita del prigioniero
di Sant'Elena! Piglia coi custodi atteggiamenti pietosi per farsi
credere un martire in Europa, e davanti ai compagni mentisce come mai
nessun uomo ha mentito.
Cotesta menzogna incarnata è un altro fatto che slontana l'imperatore
dalle figure dei veri imperatori. Lo stesso Cromwell appetto a lui è un
uomo semplicemente veritiero; eppure il Protettore, come tutti gli eroi
del fanatismo religioso, non era affatto immune da quei misteriosi moti
dell'inganno di sé, che collimano con l'ipocrisia. Nessun uomo di stato
nella storia ha proclamato con tanta impudenza, come Napoleone, le
teorie dell'immoralità politica: «in guerra tutto è morale; la politica
giustifica tutto». È inutile notare ancora una volta, che la menzogna è
stata una delle più forti leve della politica napoleonica, a principiare
dalla prima campagna d'Italia, in cui il generale Bonaparte illudeva in
mala fede il re di Sardegna con la suggestione del possesso di Milano,
fino ai cento giorni, quando Napoleone si profondeva in proteste di
pace, e già aveva firmato il proclama con cui chiamava il Belgio e i
paesi renani a mostrarsi degni di essere francesi. Noi arriviamo più in
là, e affermiamo, che l'imperatore nell'ebbrezza dell'autodeificazione
si lasciò andare anche a bugie senza scopo. Quale scopo politico poteva
egli avere, quando assicurò dopo la battaglia di Lipsia al re di
Sassonia, che avrebbe condotto solamente una marcia di fianco e sarebbe
tornato in tre giorni? Al suo orgoglio era impossibile confessare la
disfatta. Anche le sue osservazioni storiche sulle gesta degli altri
dimostrano che il senso della veracità era interamente negato a
quell'anima: con pronta comprensione egli si forma sui fenomeni storici
un giudizio tutto suo, e i fatti più notori sono tirati sbrigativamente
sul filo di questa opinione preconcetta. Lo sbandito si voltava a
guardare gli avvenimenti, che nella descrizione più semplice avrebbero
destato la meraviglia di tutti i tempi, e la portentosa caduta, che
annunziava con mille lingue il governo dell'eterna giustizia. In una
situazione siffatta avrebbe imparato la veracità chiunque non avesse
avuto ogni vena avvelenata dalla falsità. Eppure egli ha mentito, sempre
mentito; ha cercato, come un _miles gloriosus_ di Guascogna, di
esagerare ancora perfino l'insuperabile; non ha saputo trovare una sola
parola di giustizia pei suoi nemici, e ha pronunziato in fine quella
falsità colossale, che suona inconcepibile perfino sulla bocca stessa
del maestro delle menzogne; l'affermazione: «io ho sempre disprezzato
tutte le ciarlatanerie!». Quale distanza dalla _Histoire de mon temps_
del nostro gran Re! Anche quest'opera si propone di cattivare il
giudizio dei lettori ai fatti compiuti dell'autore: egli tace qualche
cosa, come si addice a un uomo di stato in azione, e aggruppa qua e là
gli avvenimenti secondo lo scopo. Eppure non si riscontra in nessun
luogo una sola falsità surrettizia. Una elevata sicurezza dell'anima
permette al re di riconoscere acutamente e apertamente i propri errori;
e tratta i nemici secondo la sua massima indimenticabile: «diminuire i
propri avversari è viltà».
Contemplando questi tratti caratteristici, Napoleone ci appare come una
grandezza impura, come l'eroe del perfetto egoismo, e la sua opera come
la completa conferma del detto orribile: «io sono solo me stesso». Salvo
che questo egoismo era geniale, entusiasta e capace di entusiasmare e
trasportare milioni d'uomini.
IV.
Se ora ci domandiamo quali sono i frutti sopravvissuti all'azione di
cotesto potente, riconosciamo che gli rimane la gloria di avere non
già, come dicono i suoi adulatori, iniziata e compiuta dovunque in
Europa la lotta contro gli avanzi del feudalismo, ma di averla
incommensurabilmente accelerata e facilitata. «Solo l'atmosfera
moderna può soffocare il feudalismo», soleva egli dire con conoscenza
sicura dei segni dei tempi. Salvo cotesto benefizio, la sua opera
rispetto all'Europa sembra vana, assurda. Della sua grande politica il
tempo ha ammesso solamente quei risultati che egli non si era
proposti. Subito dopo la sua caduta, i popoli restituiti a sé stessi
si misero di conserva per una via, che correva direttamente opposta
alla via della politica napoleonica. L'impero era stato l'impero della
guerra. La classe media pacifica si fa avanti immediatamente dopo
Waterloo, e la spada cede all'aratro. Una tacita congiura di tutti i
popoli intreccia mille legami di relazioni amichevoli intorno al
mondo; le nazioni stabiliscono quel «regno della ragione», che
Napoleone esaltava a parole e attraversava coi fatti. La grandezza
insanguinata dell'impero, ai figli di un tempo più umano voltisi
indietro a guardarla, apparve come l'ultimo spaventevole divampamento
delle passioni ferine, che nei tempi andati avevano sconvolto
l'Europa; come un avvertimento, che il bruto sonnecchia anche
nell'anima dei popoli provetti nella civiltà. Napoleone volle condurre
in lizza la terraferma contro l'Inghilterra. Non appena fu caduto, una
benefica necessità, ad onta dei reciproci pregiudizi nazionali,
provocò quella intesa delle potenze occidentali, che fino a oggi non
è stata più rotta in modo duraturo. Egli aspirava a un impero e a una
civiltà mondiale. La sua fine dimostrò, che in questa libera
fratellanza delle nazioni indipendenti non c'è posto per un cesare, e
che da allora tutti i popoli hanno con più profonda coscienza
custodito e perfezionato il proprio carattere nazionale.
Il nipote dà all'imperatore il vanto di aver gettato in Italia e in
Germania il germe del movimento nazionale. Oh, senza dubbio, il cavallo
brutalmente frustato, che s'impenna e si slancia al largo, deve la
libertà all'imprudenza del cavaliere! Per la stessa ragione Napoleone
merita la gratitudine dei nostri patrioti. Egli adempì quella necessità,
che noi allora con le nostre proprie forze non eravamo in grado di
compiere; egli mise in frantumi qualche centinaio di staterelli
imputriditi e le forme esanimi del santo impero o, come dice
ammirativamente il nipote, liberò la Germania meridionale dal giogo del
sacro romano impero, e degli stati sovrani centrali si fece un baluardo.
La Prussia ringiovanita crebbe nella lotta contro di lui, e crebbe
quella passione nazionale, che prima di tutto distrusse l'immediata
dominazione straniera, e non avrà posa, finché non avrà annientato anche
la sovranità di tutte le corone della Confederazione renana. Così
Napoleone ha svegliato l'orgoglio nazionale dormente dei tedeschi, che
doveva abbatterlo; così ha collaborato all'unità Germanica, che egli
abborriva, ma riteneva verosimile. Parimente fu per l'Italia l'uomo del
destino, quantunque disprezzasse i propri connazionali e fin dal
principio della sua carriera immettesse nella città delle lagune
l'Austria vinta. Spazzò via gli stati decrepiti, raccolse a Lione i
migliori uomini del paese in un consiglio di comune politica; distrusse
le antichissime antipatie particolaristiche col fatto, che i vicini
sempre in ruggine tra loro dovevano pure adattarsi nelle moderne
satrapie francesi, e ai popoli effemminati diede la gloria guerriera e
l'orgoglio, che un italiano dominava l'Europa. E così operò per l'unità
italiana, che odiava e che considerava come un'utopia. In Ispagna la
lotta contro Napoleone ridestò un'altra nazionalità in letargo.
L'imperatore donò ai polacchi un mezzo stato, e occasionalmente nella
guerra con l'Austria chiamò i magiari sotto le armi; ma in nessun modo è
dimostrato, che in questo o in quel paese desiderasse un così gagliardo
sviluppo delle energie nazionali, quale poi seguì più tardi. Nei Paesi
Bassi consolidò l'opera benefica della rivoluzione, l'unità statale,
mercé le istituzioni monarchiche non meno necessarie; solo che subito
abbatté egli stesso il proprio edifizio; e, dopo la sua caduta, salì al
trono la monarchia nazionale degli Orange, da lui odiata. La Svizzera
ricevé dalla sua mano l'atto di mediazione. Se non che anche questo, che
senza dubbio rappresentava la migliore costituzione che egli avesse dato
ai paesi stranieri, era però un peccato contro la natura delle cose,
perché rimoveva la neutralità del paese profondamente connaturata col
carattere di equilibrio degli stati europei. Infatti, subito dopo la
pace la neutralità della confederazione elvetica fu più solidamente
ripristinata.
Per tal modo in quasi tutti i paesi di Europa la storia ha effettuato
l'opposto dei disegni napoleonici. Dopo la battaglia di Aspern, mentre
l'imperatore nel castello di Ebersdorf giaceva in un cupo sopore, i
marescialli a bassa voce si consultavano come mai l'esercito sarebbe
arrivato al Reno, se egli non si fosse svegliato. Essi presentivano la
verità: la politica europea di Napoleone era il ghiribizzo tracotante di
un cervello geniale; e di necessità sarebbe andata a rotoli, non appena
due occhi si sarebbero chiusi.
L'impero, che nella storia del continente è stato un breve e terribile
episodio, ha avuto rispetto alla Francia una conseguenza duratura.
Certo, l'èra della Rivoluzione non era chiusa, come potevano vantare
anche i panegiristi del dominatore. Venne l'ora, che nessun bottino
attirava più la cupidigia del servo della gleba, il timore davanti
all'onnipotente era dileguato, l'entusiasmo comune per lo stato militare
era sbollito nelle battaglie infelici, il legame innaturale tra l'antica
nobiltà e la napoleonica si scioglieva. Allora il liberalismo rialzò il
capo; Lainé domandò il ripristinamento dei diritti tolti al popolo.
Napoleone ritornando aveva rotto egli stesso il bastone nel proprio
governo interno: «il genio ha lottato contro al secolo, il secolo ha
vinto». Nelle ore di meditazione riconobbe la giustezza dell'opinione,
che avea sempre nutrita suo fratello Giuseppe: «io sono semplicemente un
segnalibri nel libro della Rivoluzione. Essa riprincipierà alla linea
dove io l'ho lasciata». Non ostante siffatta confessione, il principe di
Metternich errò quando disse: «il bonapartismo senza Bonaparte è
impossibile». La parola calza rispetto all'Europa, non rispetto alla
Francia. Anche la storia deprezzò le opere dell'imperatore, quando
seppellì il suo sistema con tutti gli onori scientifici e paragonò lui
con Cromwell. Al Protettore, la cui elevatezza morale ecclissa con la
sua luce l'egoismo di Napoleone, pure non fu permesso di dare al suo
paese leggi durature. Dopo la caduta dell'imperatore, una buona metà
delle istituzioni fondate da lui rimasero in vigore: l'ordinamento
dispotico dell'amministrazione e dell'esercito si tenne in attitudine
ostile davanti al nuovo sistema parlamentare.
Per disgrazia sua e dell'Europa il popolo francese, come già al tempo
della Riforma, non aveva preso una posizione chiara e sicura nella lotta
di principii dei tempi moderni: nella sua anima contendevano le idee
liberali e le cupidigie dispotiche. Se il bonapartismo fosse stato
destinato a sparire per sempre, la nazione alla dura scuola del
conoscere sé stessa avrebbe dovuto liberarsi delle pericolose passioni,
a cui l'impero aveva attinto le sue forze: vanità e gusto violento della
guerra, cupidità e smisurato fanatismo di eguaglianza: e preparare al
parlamentarismo il solo terreno, sul quale avrebbe potuto gettare radici
gagliarde: l'autonomia amministrativa dei distretti e dei comuni. Se di
tutto questo non si faceva nulla, era facile ad accadere, che al momento
propizio un erede di Napoleone avrebbe afferrato le redini di una
società, che era tuttora pregna dello spirito del bonapartismo.
V.
Non si manifesta punto il senso profondo della scienza storica, quando
gli stessi fatti, che pel severo pensatore racchiudono le leggi morali
della vita dei popoli, vengono giorno per giorno usati e abusati dalla
gente frivola allo scopo di esercitare l'arguzia o di palliare le
magagne moderne con l'esempio delle malefatte antiche. Molto tempo prima
che apparisse il libro di Napoleone III, era già cosa stabilita pei
ciechi ammiratori del primo Napoleone, che l'eroe côrso fosse il Cesare
moderno; quasi che Bonaparte in persona non avesse pronunziata il 18
brumaio la felice espressione: «Niente nella storia somiglia alla fine
del secolo decimottavo». Un serio senso storico lascia da parte i
trastulli comparativi di tal natura, con la semplice osservazione, che
Cesare trionfò e Napoleone tramontò, Cesare volle il necessario,
Napoleone l'impossibile. Il regno di Westfalia andò in frantumi a un
attacco cosacco, e anche gli altri stati vassalli si sciolsero come la
neve dell'anno trascorso: l'opera di Cesare ha sfidato i secoli, in
forme mutate dura tuttora. E basta il ricordo di alcuni fatti a tutti
noti, a dimostrare la diversità sia dell'opera che del carattere
dell'uno e dell'altro dominatore del mondo.
Il distintivo essenziale dell'incivilimento antico nei suoi tempi
gloriosi è l'unilateralità. Anche gli stati dell'evo moderno, che
all'osservatore frettoloso appaiono come riproduzioni delle repubbliche
antiche, superano infinitamente i loro vecchi modelli per la varietà
della propria civilizzazione. La Cartagine della storia moderna era
insiememente la culla di Grozio e di Spinoza, e gli stessi mercanti di
Amsterdam, che hanno sovente considerato, alla stessa guisa dei punici,
il loro stato come una società commerciale, hanno fondato la propria
repubblica sulla lotta pei supremi principii spirituali: nei loro
fondachi il pensatore perseguitato trovava protezione e ricovero. Per
quanto spesso la confederazione degli Etoli sia stata comparata con la
Svizzera, altrettanto povero, rozzo, manuale appare a fronte alla patria
del calvinismo il paese dei mercenari dell'antichità. Il logoro luogo
comune, che denomina gl'inglesi i romani moderni, accusa lì per lì la
propria futilità, quando raffrontiamo la magnificenza della poesia
inglese con la povertà dell'arte nazionale romana, o la potente attività
civile del Parlamento con quel ruvido senato romano, il quale una sola
volta favorì un'intrapresa letteraria, e fu quando fece divulgare la
traduzione del trattato di Mago sulla coltivazione! Ai popoli
ingegnosissimi e mobilissimi dell'antichità mancò d'altra parte la forza
di rendere duraturo uno stato in grande stile. Gli antichi non conoscono
la società pacifica delle libere nazioni, non conoscono il bello scambio
di beni materiali e spirituali tra popoli civili indipendenti. Fino a
quando la forza nazionale gli giovaneggia fluida nelle vene, un popolo
dell'antichità vuole sottomettere i vicini o annientarli. La vitalità di
queste nazioni è potente: durante l'agonia della rivoluzione Roma
resistè all'urto dell'oriente sotto Mitridate, e perfino sotto Marco
Aurelio Atene vide una rifioritura dell'antico splendore. Ma il
ringiovanimento dei popoli malandati dell'antichità non accade punto,
come spesso è avvenuto modernamente in Germania e in Ispagna e in
Italia, per una libera ricezione ed una elaborazione affatto autonoma
degli elementi di civiltà straniera. Le nazioni antiche non mostrano
cotesta inclinazione così forte ad assimilarsi la cultura forestiera, se
non quando il loro spirito di gioventù è spento e la loro nazionalità si
è involata.
Questa rigidità arcigna del costume nazionale, questa incapacità del
mondo antico ad ammettere un pacifico equilibrio degli stati, spinse
avanti il senato romano sulla via della politica di conquista.
L'unilateralità della civiltà antica sparve, senza dubbio, quando
finalmente i popoli del Mediterraneo ubbidirono alla città italica; ma
era morta anche l'energia nazionale dei popoli insieme fusi, e con
questa la radice di ogni grandezza ed originalità del mondo antico. In
tale mondo non rimaneva posto alcuno per uno stato che fosse nello
stesso tempo nazionale e incivilito. La pressione dei governatori fenici
ed egiziani, asiatici e greci e, per la misura non certo la meno
notevole, quella dei romani, avevano soffocato nel complesso delle
provincie ogni sentimento ideale. La civiltà cartaginese era
schiacciata. Dei barbari assoggettati, poi, alcuni erano già penetrati
dell'umanità nell'impero, altri le stavano davanti così rudi e
forastici, che uno stato nazionale costituito da loro avrebbe
significato la morte di ogni civiltà. Gli Elleni fin dal tempo di
Alessandro avevano cessato di essere una nazione separata. L'ellenismo,
incivilitore del mondo, invase e fecondò tutti i popoli, e divenne, come
col suo presentimento ben comprese il vincitore di Pidna, la civiltà
dell'evo antico morente. La forza della vita nazionale era talmente
venuta meno al popolo greco, che un intelligente testimone oculare delle
sue ultime lotte, Polibio, arrivò alla terribile confessione: «se non
fossimo andati rapidamente in rovina, noi non saremmo stati salvati».
Fra tanto tumulto di popoli cadenti, solo Roma eccelleva col suo stato
perfetto: la missione del Romano era veramente _populos imperio regere_.
Anche l'antica forma nazionale della civiltà romana era inaridita da
tempo, tanto che sotto Cesare un ramo straniero latinizzato, quello dei
Galli cisalpini, conservava la romanità più fedelmente della stessa
metropoli. Principiò anzi ad appassire il vigore fisico dei romani. La
capitale, secondo che più tardi la descrisse Dionigi di Alicarnasso, era
già da gran tempo la più sociale di tutte le città, la più
internazionale. Vi affluivano uomini di tutte le lingue, e accanto ai
simulacri degli dèi latini era venerato il dio egizio dalla testa di
cane. La cultura greca, i costumi e i malcostumi dell'oriente
ellenizzato dominavano la città dominatrice del mondo. Se la massa
caotica dei paesi depredati dai romani avesse voluto organarsi in un
impero, tutti i popoli avrebbero dovuto intendersela tra loro nelle
«nostre due lingue», avrebbero dovuto saziarsi di cultura grecoromana e
connettersi insieme nell'identico ordinamento dello stato romano. Ma si
era ancora ben lungi dalla meta, e tutta l'opulenza della terra serviva
ancora a locupletare una città dominatrice, una città travagliata dalla
feccia plebea, senza industrie, senza una borghesia operosa. Le
provincie erano ancora soggette a diritti ineguali, abbandonate indifese
all'avidità dei vicari di un'aristocrazia senza coscienza. Lo sviluppo
dell'impero universale era minacciato da due pericoli: il primo,
l'illuvione dei barbari, la quale, se la rilassatezza dell'aristocrazia
in Roma fosse durata, avrebbe spazzata ogni traccia della civiltà
tradizionale; il secondo, i Greci, che, essendo la nazione più numerosa,
più attiva e più colta dell'orbita mediterranea, avrebbero senza fallo,
se l'energia di uno stato potente non vi avesse opposto il riparo,
impresso all'impero dei Romani un carattere bizantino, invece che
romano-greco.