Già da secoli gl'interessi e le tradizioni del paese assegnavano limiti

ben determinati alla politica avida, smaniosa di conquiste, della

corona. Ma in verità l'ambizione cesarea di Luigi XIV non mirava al

completo dominio mondiale. Con la conquista, egli si proponeva di mutare

il proprio reame in una fortezza inespugnabile, signoreggiare con una

dinastia da lui dipendente la Spagna, in modo che non vi fossero più

Pirenei, sostituire in Italia all'influenza dell'Austria e della Spagna

la propria, e fare del Mediterraneo un lago francese. Se in tal modo i

popoli della razza latina si fossero raccolti sotto l'egemonia francese,

noialtri saremmo stati tenuti in iscacco dalla forza riunita delle

nazioni latine, i piccoli stati tedeschi subordinati alla benevola

protezione della corona francese, spezzato il dominio marittimo

dell'Inghilterra. Questi disegni hanno sostanzialmente fissata la

politica francese nella storia moderna, e sono in ogni tempo riapparsi,

sostenuti dal plauso della nazione. Essi minacciano nel modo più grave

la libertà del mondo, perché lo scopo a cui tendono non è

irraggiungibile, se i popoli germanici non si tengono di continuo

sull'attenti. Con ciò la Francia non sarebbe la dominatrice immediata

del continente, ma la «corte esorbitante», la potenza preponderante

sulla terraferma. Molti atti della politica napoleonica e, il che è

abbastanza significativo, i più popolari in Francia, si sono mostrati

fedeli a coteste vecchie tradizioni: tale l'ostinata lotta per la così

detta libertà dei mari, tale la vendita della Luigiana al Nord-America,

un colpo da maestro dell'imperatore, tale anche la costituzione della

confederazione renana. Nella sua celebre lettera al principe primate

Dalberg dell'11 settembre 1806, Napoleone definisce l'accettazione

della dignità di patronato sulla confederazione del Reno un atto di

politica conservatrice, il riconoscimento giuridico di una situazione di

fatto esistente da secoli. Noi tedeschi non possiamo leggere senza

amarezza questa mezza verità, schiettamente bonapartistica. È

impossibile, purtroppo, smentirla come una bugia intera; giacché in

realtà la confederazione del Reno non era che il compimento di quella

vergognosa dipendenza, che i signori spirituali e temporali dei nostri

paesi del Reno, i Wittelsbach, i Fürstenberg, i Galen, avevano stabilita

già da gran tempo.

Ma la politica estera di Napoleone non si attenne a cotesti principii

tradizionali; in grande e nell'insieme essa è un abbandono arbitrario

dell'antica e sperimentata politica nazionale. Quando ogni esercito

dell'Europa andò in frantumi ai colpi del conquistatore e il mondo parve

stendersi davanti a lui come una sconfinata e nuda pianura in attesa

dell'edificatore, la Francia gli era indifferente come forse qualunque

altro popolo. L'impero dell'occidente, a cui egli sognava, poteva

sostenersi soltanto mercé sacrifizi di ricchezze e di sangue, pei quali

la potenzialità della Francia non era abbastanza adulta. Persino le

provincie bellicose del nord e dell'ovest finirono col maledire

l'avidità di conquista del dominatore. Bisognò trascinare incatenati i

coscritti ai reggimenti e, sull'esempio delle dragonate di Luigi XIV,

indire gli alloggiamenti nelle case dei genitori degli ascritti alla

leva disertori. Il popolo oppresso dal peso dei balzelli salutò gli

alleati al grido: _à bas les droits réunis!_ La nazione distrusse con

radicale durezza la vita peculiare delle sue provincie; e la

comprensione delle nazionalità straniere le è sempre mancata del tutto.

Ma quando la voglia di conquista dell'imperatore vagò fino all'Adriatico

e al Baltico, anche lì, in mezzo a quel popolo spregiatore della

storia, principiò a farsi udire forte il quesito, se il dipartimento

delle Foci dell'Elba si sarebbe annesso all'impero con la stessa

condiscendenza, con cui la Provenza aveva tollerato di sommergersi,

trasformata in dipartimento delle Bocche del Rodano, nella piatta unità

del regime francese. Sì; chiunque guardava un po' lontano riconobbe, che

alla fine il nuovo impero di Carlomagno avrebbe infallibilmente

annientato la nazionalità francese. L'imperatore volentieri si vantava,

che la Francia sarebbe una nazione-sole circondata da nazioni-satelliti,

e dichiarò ai vassalli, che i loro stati esistevano solo mercé la

Francia e per la Francia. Singolare accecamento! La peculiare civiltà

della Francia, come quella di ogni altro paese, era destinata a sparire

in una nuova civiltà mondiale dell'occidente, non appena il grande

sistema federativo sarebbe stato un fatto compiuto, e a Parigi sarebbe

sorta l'Accademia europea _pour animer, diriger, coordiner les

institutions savantes de l'Europe_; quando vi sarebbe fiorita quella

letteratura mondiale, che Napoleone raccomandava al nostro grande poeta,

e sulla Senna una Corte di Cassazione europea avrebbe spianato le

contese del continente.

Il disegno dell'impero mondiale napoleonico era tutt'altro che francese,

e ciò che Napoleone intendeva per Europa, lo proclamerà fino ai tempi

lontani la potente rampogna del poeta tedesco. Enrico von Kleist gridò

al difensore di Saragozza, che aveva

fermato la rabbia del torrente

che, putrido come la peste, scatenato come l'inferno,

ha schiantato l'edifizio di sei millenni augusti.

Il prigioniero di Sant'Elena si compiaceva di affermare, che l'idea

della Santa Alleanza era stata rubata a lui; che egli appunto si era

proposto di fondare una santa alleanza dei popoli, una pacificazione del

continente in tal conformità, che per l'avvenire non fossero possibili

in Europa se non guerre civili. Col fatto, l'impero mondiale di

Napoleone avrebbe essiccato irreparabilmente i frutti squisiti della

storia moderna, quella ricca varietà di forme nazionali, in cui risiede

la superiorità della civiltà europea. Era una menzogna ciò che il

detronizzato asseriva, che, cioè, egli con un Fox si sarebbe inteso:

nessun britanno, che fosse un vero britanno, avrebbe potuto ammettere la

durata di cotesto impero mondiale. Se il secolo decimonono si gloria,

che mai prima del suo avvento l'infinito diritto della vita nazionale

nello stato e nella chiesa è stato compreso con più chiara coscienza,

tanto più le guerre napoleoniche ci appaiono non altrimenti, che come

l'ultima gigantesca esplosione di quella politica di gabinetto del

secolo decimottavo, la quale, sprezzando ogni diritto e ogni

nazionalità, trattava i popoli come pedine, secondo l'umore dei

regnanti. Ben a ragione i popoli ravvisarono subito nell'imperatore non

altro ché il despota, il reazionario, che criminosamente si maneggiava

per impastoiare il libero sviluppo di ogni vita nazionale. Egli stesso,

l'imperatore, si compiacque di questa parte durante la sua ultima lotta

disperata: nel 1813 rivide in sé stesso il domatore della rivoluzione,

chiamato a cacciare gl'ideologi della Germania del pari e della Spagna.

Perseguitò con odio personale ogni moto popolare. Furono innumerevoli i

liberali tedeschi e spagnuoli che incatenò al remo come briganti. Ed è

tanto comprensibile, che nelle singole corti gli organi dell'assolutismo

aderissero a Napoleone, quanto è naturale, che aderisse a lui la

burocrazia degli stati della Confederazione del Reno, e perfino alla

corte di Berlino il partito del conte Voss.

Il tramonto dell'imperatore fu la conseguenza della lega tra le potenze

legittime, che odiavano il borghese portato su dalla Rivoluzione, e i

popoli, che dalla caduta del despota si ripromettevano la libertà. Ma

in questa guerra la forza motrice fu l'elemento popolare. Il vanto della

vittoria appartiene a quegli uomini, che secondo il consiglio di Stein

combatterono la Rivoluzione con le sue stesse armi, cioè scatenarono

l'istinto di libertà di tutte le energie economiche e morali dei popoli.

Subito dopo la vittoria, riprese il sopravvento quella grettezza di

spirito, la quale con Gentz badava sopra tutto a che la guerra di

liberazione non diventasse guerra di libertà. Ogni difesa deve tacere

davanti all'odio enorme, che spinse milioni di uomini sotto le bandiere

contro l'imperatore. L'italiano lo chiama «d'ogni Dio sprezzatore»; e

chi annovera le mille e mille maledizioni dei migliori tedeschi contro

il dilapidatore della fortuna dei popoli, il castigo di Dio dei tempi

moderni? Cotesto stato d'animo dei popoli rimase immutato quando

Napoleone tornò dall'Elba ed era già salutato come liberatore da una

parte dei francesi. Certo, la proscrizione dell'imperatore, decretata

nel congresso di Vienna, cotesta decisione cannibalesca, come la

chiamano i napoleonidi, era una stridente offesa al diritto delle genti;

ma chi la ideò era tutt'altro che un perverso; fu Stein, né vi fu un

solo tra i nostri patrioti, che ne prendesse scandalo. Durante la guerra

del 1815 l'astio legittimista contro il giacobinismo militare era

generalmente considerato come l'idea direttiva delle corti, anche più

che non fosse due anni innanzi; ciò non ostante, anche quella campagna

fu combattuta dai soldati prussiani con l'entusiasmo ardente di una

guerra di popolo.

Quanto ai benefizi, che Napoleone diceva a Sant'Elena di avere avuto in

mente a pro dei popoli ingrati, parole che suo nipote oggi pateticamente

ripete, per noi tedeschi ogni discussione seria è chiusa. A Versailles

fa bella mostra un quadro: «l'imperatore beneficante la Prussia

orientale». V'incontriamo i nostri compatrioti della vecchia Prussia in

figure sommamente sospette. Un popolo boreale di barbari in pesanti

pellicce, con tanto di barbe, il cui tipo etnologico è dubbio, ma è

indubbia la prossimità del polo. Tra la folla di cotesta _race

inférìeure_ si avanza con maestoso passo da palcoscenico, e con un cenno

altamente tragico del braccio, l'imperatore, e dietro a lui il seguito

riccamente e ornamentalmente incivilito. Un gentiluomo della Prussia

occidentale, che si era fermato con me davanti al faceto dipinto, disse

ridendo: «Bisognerebbe condurre i bonapartisti davanti a questo quadro.

Allori forse capirebbero il perché i nostri padri erano abbastanza rozzi

per ricambiare i benefizi dei neolatini col calcio dei loro fucili».

Vediamo con tristezza, che un uomo della levatura di Napoleone III si

compiace di un'estimazione così grossolana ed esteriore della grandezza

storica, e colloca giù, molto al disotto dello zio, un Cromwell, un

Federico. Certo, il genio di Federico ha conquistato al proprio regno

non più che due provincie, e la sua attività pacifica fu circoscritta

nel breve àmbito di una grande potenza in formazione. Eppure, sui

pilastri piantati da Federico le generazioni successive hanno eretto

pietra sopra pietra; e l'edifizio, che egli iniziò, un giorno garantirà

con le sue solide torri l'intera Germania. L'opera di Napoleone si

sfasciò fragorosamente sotto le mani del costruttore, non certo per

tradimento o capriccio della fortuna; andò in malora per la sua stessa

irragionevolezza, come un peccato originale contro lo spirito della

storia. Il dominatore salì rapido sul firmamento delle costellazioni

politiche, come un pianeta che col vivo splendore oscura intorno le

stelle; ma solo per poche notti, poi il mite lume degli astri che

seguono in pace la propria via riprese il suo diritto.

Napoleone dissipò le sue migliori energie in intraprese impossibili. È

così: noi con stupore verifichiamo, che la sua grande politica ubbidiva

soltanto all'impressione del momento, alla passione, all'impulso sempre

e d'un colpo rinascente del genio. Volentieri si vantava: «il mio

padrone non ha cuore: questo padrone è la natura delle cose». No:

cotesto padrone era l'arbitrio. Noi cerchiamo invano nella sua azione un

disegno determinato, mantenuto rigidamente attraverso tutti i casi e le

vicende, come, per esempio, l'idea dell'ellenizzazione dell'oriente, che

fin dal principio splendé promettitrice nell'animo di Alessandro, o come

il pensiero di uno stato tedesco autonomo del settentrione, al quale

Federico consacrò la vita. Egli inizia il proprio dominio col sentimento

intimo di una prodigiosa potenzialità, e, come davanti a lui

s'inabissano pietosamente i governi marci degli antichi stati, corre

avanti senza posa di trionfo in trionfo, meditando disegni sempre nuovi

e sempre smisurati. Nella sua anima lavora l'elaterio al meraviglioso,

all'inaudito, all'immenso. Presto, più presto che non si dica

comunemente, già fin dai giorni del Consolato, nella sua mente è fisso

il pensiero di essere chiamato a dominare il mondo. Nessun successo, per

quanto splendido, basta alla folle ambizione. «I popoli oggi sono

illuminati, non c'è più nulla di grande da fare», disse malinconicamente

il giorno dell'incoronazione. «Alessandro poté chiamarsi figlio di Giove

Ammone, e tutto l'Oriente gli credé: qualunque pescivendola mi riderebbe

sul viso, se volessi spacciarmi per figlio del Padre Eterno!». Un

mortale di rado è con tanta energia vissuto dell'idea, che il vivere

sulla bocca dei posteri sia la meta più alta dell'azione su questa

terra; e appunto questa idea, che fu il supremo principio morale del

mondo antico, designa anch'essa l'imperatore come figlio genuino

dell'antico popolo italiano. Non mai un uomo fu con tanta sicurezza

compenetrato interamente della coscienza della grandezza del proprio

tempo. «Io non voglio vedere questa nuvolaglia di nani, perché le parti

collaterali agli avvenimenti del presente bisogna cercarle nella storia

e non già nelle gazzette dell'ultimo secolo. Ora è venuto il tempo di

grandi mutamenti»: così scrisse allo czar nel 1808, dopo l'Egitto e

Marengo, dopo Austerlitz e Jena.

Il suo spirito ricorda la natura dei tropici. Come questa con inesausta

potenza produttiva matura ogni giorno alla luce nuove e meravigliose

forme gigantesche per poi annientarle d'un colpo sotto mostruosi uragani

e terremoti, così egli, potente nel creare, era più terribile ancora

nella distruzione di quanto aveva allora creato. «Tutti quanti devono

stare sull'attenti, al loro posto; solo io so ciò che devo fare»,

scrisse una volta. E senza dubbio possedé in sommo grado il dono di

elaborare indefessamente un'idea fino alla fine, la tenacità e la

perseveranza, che inculcava ai suoi ministri continuamente, come le

prime virtù dell'uomo di stato. Seppe mirare al suo scopo, secondo i

singoli casi, con freddo calcolo, con astuzia impenetrabile o, se era

necessario, con la pazienza dell'agguato, senza farsi mai da circostanze

accessorie sviare dal nocciolo della questione. Poteva, per quanto la

fantasia gli errasse in distanze incommensurabili, vivere pure con la

precisione di un povero computista per la pratica del momento, come se

non ci fosse mai un domani. Ciò non ostante, nessuno è autorizzato a

dire a vanto di Napoleone, che l'opera della sua vita sia stata

sistematica. Piuttosto, come il suo sistema era intimamente tanto

pesante e oppressivo, perché di continuo le eccezioni turbavano la

regola, così la sua politica estera riusciva intollerabile al mondo

principalmente per ciò, che ogni sorgere di sole poteva portare il

rovesciamento dell'ordine costituito. Cotesto angoscioso sospetto

dell'imprevedibile condusse nell'ora più critica la Porta a conchiudere

con la Russia la fatale pace di Bucarest; perché chi garantiva, che il

sultano della Francia non sarebbe per allungare il suo braccio anche sul

Bosforo? Quale lunga filza di stati efimeri, tutti cotesti regni di

Berg, di Etruria, di Westfalia, prima messi su, e poi subito soffiati, o

rimaneggiati nei confini! Tutta quanta la sua politica non è che una

vicissitudine, come la sabbia sulle dune. L'imperatore lusinga

contemporaneamente le corone di Prussia e di Svezia con la Pomerania,

quelle d'Inghilterra e di Prussia con lo Hannover. Oggi pensa di

mediatizzare il Nassau, domani offre a quella Casa la presidenza della

dieta dei principi della Confederazione del Reno. Nel 1805 dichiara

solennemente, che l'impero non estenderà oltre le sue frontiere; e la

parola è appena pronunziata, che Genova viene annessa. Nello stesso anno

promette, che per l'avvenire la corona d'Italia rimarrebbe separata da

quella di Francia; due anni dopo rimangia la promessa. A Tilsit scrive

allo czar, e allora senza dubbio con tutta serietà, che il suo dominio

diretto non avrebbe mai oltrepassato l'Elba: tre anni dopo l'annessione

di Amburgo «è offerta dalle circostanze». Dopo abbassati i re legittimi,

spoglia i propri fratelli. Le discolpe di una tale sregolata cupidigia

di regni suonano sempre impudenti, grossolane, frivole: l'Olanda è

un'alluvione dei fiumi francesi, l'Italia è il fianco, la Spagna

l'appendice della Francia. Ogni vittoria innalza cotesta bollente

fantasia a più arditi voli, inebbria l'insaziabile con sogni sempre più

bramosi. Durante l'insurrezione di Spagna, se la cavò così: «io posso

trovare in Ispagna le colonne d'Ercole, non già i limiti della mia

potenza»; e quando l'intera penisola era irta di armi, un divampo

terribile dello spirito nazionale minacciava di annientare i francesi, e

perciò tutte le ragioni immaginabili della politica e della strategia

consigliavano all'imperatore di rovesciare le sue forze riunite sulla

Spagna, proprio allora l'irrequieto principiò le beghe con la Russia. E

non appena accenna in Russia al primo successo, egli già medita di

trasportare sul Volga la propria base di operazione, e d'un balzo

prodigioso precipitarsi sull'India inglese. Quando infine, come un

povero fuggitivo, prese fondo a Fréjus, egli disse al fido Augereau:

«l'Asia ha bisogno di un uomo!».

Anche nelle imprese di grandezza degna di un vero uomo di stato, è

sorpreso da disegni fantastici, oppure guasta egli stesso l'idea geniale

con la veemenza della sua passione. La spedizione di Egitto fu

indiscutibilmente ispirata da un'idea degna del più grande uomo di

stato, fu schiettamente francese, conforme allo spirito dei tempi più

felici della politica borbonica. Eppure, durante la stessa traversata si

arrischia alla presa di Malta, una conquista a vantaggio

dell'Inghilterra, e non appena le schiere dei Mammalucchi vanno dispersi

davanti ai suoi battaglioni, il vincitore ritorna alle sue mappe con gli

occhi ardenti, e già cova il disegno di rinnovare l'impero romano di

oriente. Un istinto infallibile lo spinge a fermare la pace con Roma; ma

a furia di burbanza e di durezza caccia invece la Curia nelle braccia

dei suoi nemici. Il trattato di Tilsit, opera di sottilissima conoscenza

degli uomini e di lucido calcolo, genera sull'istante propositi

fantastici: l'imperatore pensa di conquistare insieme con lo czar

Costantinopoli e spingersi avanti in Asia: sproposito colossale, che non

sarebbe dovuto venir mai in mente a un sovrano francese! Parimente, la

guerra doganale all'Inghilterra è fondata sopra una potente idea

economica, e noi ci spieghiamo il perché i protezionisti convinti

esaltano il duca di Gaeta come il List francese. Ma subito, l'odio

contro l'Inghilterra spinge oltre ogni misura l'imperatore, fino

all'annessione dell'Olanda, fino a uno strozzamento del commercio che

significa disprezzo delle leggi economiche del mondo moderno; e il suo

arbitrio dispotico manda l'opera a rotoli. Egli chiude le barriere della

Francia alle industrie degli stati vassalli, mentre questi avrebbero

dovuto accettare l'importazione francese: incongruenza, per cui

evidentemente la grande politica commerciale europea è spacciata. La

sovrana e fredda chiarezza nell'esecuzione del fatto particolare viene

in tal modo soffocata da una passione tanto precipitosa, dall'orgia dei

disegni cangianti. La sua audacia e il suo orgoglio o, come egli stesso

si esprime, la sua magnanimità, gli comanda di respingere tutte le

proposte vantaggiose di pace. Perfino sul campo di Lipsia sbraciava che

avrebbe arso Monaco e serbato l'impero, che tra le buone città

annoverava Amsterdam, Roma e Amburgo.

III.

Principiamo a dubitare se a cotesto genio, che non conobbe misura in

nulla, spetti un posto tra le vere grandezze storiche; e i nostri

dubbi crescono, quando il volto dell'eroe lo penetriamo più acutamente

negli occhi. La povertà del linguaggio, già da un pezzo avvertita

dolorosamente dai più profondi spiriti, soccorre poco o nulla al

disegno dei ritratti morali. Nelle nature moderne si mescolano

contraddittoriamente mille tratti sottili, e il nostro occhio, che da

tempo si è assuefatto a seguire con sensibilità raffinata coteste

delicate sfumature del colore delle anime, cerca indarno le parole

rispondenti alla profondità nostalgica dell'osservazione psicologica.

Non suona risibile il dire, che il più grande uomo del secolo, in

fondo, era senz'anima? Eppure cotesto assurdo bisogna esprimerlo.

Quell'elevato intelletto, la cui potenza e penetrazione e sicurezza

sopravanzavano di tanto la misura dell'umano, non ha mai condotto lo

sguardo nell'intimità misteriosa dell'esistenza, non ha mai

sospettato, che l'essenza dell'uomo sia ben altro che una macchina ben

ordinata, che un popolo anche sotto una rigida amministrazione e con

finanze irreprensibili e soldati agguerriti possa sentirsi infelice

fino alla disperazione. Tutto ciò che è più nobilmente personale nella

vita degli uomini e dei popoli, il mondo dell'ideale, gli rimase

incomprensibile. Il vasto mondo discerneva le ragioni della sua

caduta, egli solo non le capiva; perché, come mai il senza patria

avrebbe capito, che ai popoli anche l'inciviltà patria è più cara

della civiltà straniera? Ponderiamo bene questo fatto, e ravviseremo

la terribile verità nel folle detto di Blücher: «lasciatelo fare,

egli in fondo è un minchione».

La fertilità della fantasia del côrso sopravanza i più temerari sogni

poetici. I suoi piani di guerra sono giganteschi. Quale disegno, quello

che meditò nel campo di Boulogne! La sua flotta doveva attirare nelle

Indie quella inglese, poi ritornare, sterminarla nella Manica e aprire

la traversata all'imperatore! e, subito dopo, la corsa gloriosa dalla

Manica al Danubio! Eppure quest'uomo, non ostante la sua fantasia

inesauribile, non è che una natura prosaica. Dell'orgia di cose belle,

in cui ha lussuriato il secolo decimottavo, assai di rado ne è filtrato

un raggio in quel cuore: appena per poco lo hanno occupato i dolori di

Werther o Ossian. Nella lunga serie delle lettere si cerca invano un

luogo, che palesi un diletto disinteressato, umano, dell'arte e della

scienza. Affermi pure egli stesso di tanto in tanto, che qualche amico

leale della verità c'è, ed è da cercarsi forse proprio tra gl'ipocriti,

ai quali si dà il nome di persone colte: nulladimeno, non crede alla

nobiltà dell'anima umana. Tutti i pensieri ideali sono per lui

«romanzi», abbastanza opportuni pei proclami e i discorsi a stampa.

Perciò in lui, come in tutte le nature scettiche, non esiste sviluppo:

il suo procedere nella lotta della vita è duro e feroce, e in sostanza

non corre differenza alcuna tra l'alunno del collegio militare e

l'imperatore. Si ascolti ciò che diceva dei francesi il giovinotto di

ventitré anni: «sono un popolo invecchiato, senza connessione intima;

ognuno pensa solo a sé; vivere alla propria famiglia con 5000 lire di

rendita, ecco la suprema saggezza». Si legga ciò che della condotta

sempre più dispotica del giovine eroe racconta Lemercier, commensale

quotidiano di Giuseppina alla Malmaison, e si raffronti coi discorsi

sprezzanti del dominatore del mondo sulla «canaglia». Quale desolante

uniformità in cotesta personalità così grande!

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 1 · 第 5 / 21 段