Al giudizio storico sereno la politica estera di Napoleone compare di

gran lunga più infelice, quantunque proprio quella costituisse per lui

stesso il contenuto più importante della sua vita. Tutti i suoi

ritrovati civili non gli servirono che di sgabello alla gloria militare.

Il nipote non ci convince, quando contesta tale verità e, per

combatterla, si richiama al noto fatto, che Napoleone non portava

sciabola, e che in ogni occasione dava sempre la precedenza ai

magistrati civili sui generali dell'esercito. Ebbene, Cromwell portava

la sciabola del comando, e, fino alla morte, tenne le contee nemiche

sotto il comando del suo generale maggiore. Ciò non ostante, il

dittatore inglese è uno statista, un supremo magistrato civile appetto

al soldato Bonaparte. Egli era un pacifico borghese salito ai fastigi

del potere come capo di un partito, e portava la spada solamente per

condurre il partito alla vittoria definitiva, per comporre le contese

intestine, per fondere i tre regni in un unico potentato e affidare

l'elevazione della propria patria alla forza direttiva del

protestantismo. Nemmeno per un momento perde di vista la meta, che era

quella di stabilire un governo pacifico e libero; salvo che, tra le

turbolenze della sua breve signoria, non gli fu dato di raggiungerla.

Non così Bonaparte. Soldato nelle midolle, tradisce lo spirito del

reggimento anche durante il colpo di stato. «Ricordatevi», esclama

minaccioso, «che io marcio accompagnato dal dio della vittoria e dal dio

della fortuna». Nei suoi sogni passavano immagini abbaglianti di lotta e

di vittoria; egli medesimo confessa, che lo schieramento dei reparti e

dei reggimenti della sua armata gli procuravano un più profondo

godimento, che non forse l'opera del poeta o del filosofo. Quando a

Sant'Elena pendeva tra la vita e la morte, descriveva con eloquenza come

nel mondo di là avrebbe ritrovato Annibale e Federico, Kléber e Desaix,

coi quali avrebbe parlato del mestiere, _notre métier_: ed è morto con

la parola _armée_ sulle labbra. Egli non ha avuto il compito, finché

visse, di domare provincie sediziose, come l'ebbe Cromwell, né, come

questo, ha trovato un paese dal credito scosso, che bisognava ricondurre

al posto dovutogli nel mondo. Fin dal 1801 avrebbe potuto mantenersi

negli onori della pace, e mantenere lo stato ad un'altezza, non mai

prima raggiunta, di potenza e di gloria. Solamente la sua volontà, il

suo spirito di conquistatore lo trascinò di nuovo di vittoria in

vittoria, il suo istinto soldatesco gl'ingiunse d'interrompere il corso

dell'ordine civile coi tribunali militari, e di soffocare con guerre

senza fine la libera vita economica appena sul germoglio. Perciò tenne

fino all'ultimo l'esercito sotto il proprio entusiasmo, quando già da

tempo la nazione si era straniata da lui. Perciò, quando tornò nei cento

giorni, fitte schiere di sottufficiali congedati lo accolsero con

acclamazioni frenetiche per le scale e le anticamere delle Tuileries:

quell'esercito di lanzichenecchi era il popolo di Napoleone. Perciò

nella poesia di tutti i popoli è celebrato in figura di un gran principe

guerriero, come Attila e Gengischan, laddove il filosofo, l'uomo, il re

Federico viene sovente glorificato dall'arte come l'eroe delle genti. I

puri monarchi vivono nella memoria degli uomini come legislatori e

fondatori di stati, perché ancora più grandi in pace che in guerra. Il

poeta svevo glorifica l'aquila di Federico, che copre con le sue ali

d'oro gli abbandonati, i senza patria. Il nome di Napoleone sonerà

all'orecchio delle generazioni venture come il fischio echeggiante delle

palle e il rimbombo del cannone.

La guerra fu economicamente e moralmente la forza animatrice del suo

governo: economicamente, perché col modesto sviluppo del benessere

interno il bottino dei paesi stranieri offriva l'aiuto indispensabile a

sostenere la dispendiosa amministrazione burocratica; moralmente, perché

egli sapeva, e il pretendente Luigi Bonaparte lo ha sovente confessato,

che le aspirazioni di libertà si potevano stordire solamente con la

pompa guerriera e la gloria. Era un dominatore troppo grande per

concepire che un regno potesse sostenersi senza entusiasmo e passione.

Ma il solo entusiasmo, che egli stesso sentiva e che solo tollerava

nell'anima dei suoi schiavi, era il fanatismo per la sua propria

grandezza e per la gloria delle armi francesi. Era cotesto il pathos del

suo trono. Il mondo ora sa, e qui di nuovo la parola torna a proposito,

che Napoleone si reggeva sulle passioni pericolose dei francesi. Non è a

dire la corruttela che fomentava nella nazione il fragore di guerra

dell'impero, e come penetrassero profondamente nella quiete dei focolari

francesi la sopraffazione, lo spirito di avventura, la smania di avere e

di dominare. Ogni moderazione, ogni pietà verso le istituzioni

tradizionali doveva necessariamente inaridire dalle radici in una

generazione, che aveva abbattuti tanti troni, disfatta la fortuna di

tanti popoli, e aveva celebrate coteste vittorie con gioia frenetica,

mentre fra i vincitori uno solo sapeva i guai che costavano.

Abbiamo riconosciuto come una delle cause essenziali dei mali interni

dello stato lo scarso senso del diritto dei francesi. Altrettanto minor

comprensione la nazione finora ha mostrato del diritto dei popoli

stranieri. Quel po' di senso che ancora ne sopravviveva alle guerre di

rapina di Luigi XIV e della Convenzione, andò sommerso nell'ebbrezza

delle vittorie dell'impero. Sembra sovente, come se i nostri vicini

sentissero in segreto la verità, che cotesto popolo privilegiato ha

operato davvero genialmente, da creatore, quasi soltanto in guerra. In

tale cieca voluttà della guerra tutti i partiti s'incontrano. Pei

radicali è cosa stabilita, che la democrazia armata della Francia sia la

sua costituzione naturale; pei legittimisti Chateaubriand assicura: _la

France est un soldat_: in questo paese la libertà deve nascondere sotto

l'elmo il suo berretto rosso. Lo stesso Lamartine, che è uno dei più

inflessibili nemici del bonapartismo, pure racconta pateticamente, che

alla rivoluzione della libertà è succeduta la controrivoluzione della

gloria; e con compiacimento vediamo, che nell'opera sulla guerra,

scritta dall'apostolo della pace Proudhon, spunta cento volte,

attraverso i moniti pacifisti, l'entusiasmo per la _phénoménalité de la

guerre_. La ragione e l'equità ammutiscono, perfino il contegno vien

meno al popolo del _bon ton_, non appena gli guizza davanti agli occhi

il fantasma della _gloire_. Tutta la Francia giubilò, quando Napoleone

ammassò nelle sale del Louvre i tesori di arte delle nazioni, e nessuno

mosse biasimo che egli, come un tempo il romano gli dèi dei vinti,

avesse rapito per la Francia l'immagine della madonna di Loreto. Ma un

grido d'indignazione corse il paese, quando gli alleati ridomandarono i

tesori predati; e ancora oggi il catalogo ufficiale del Louvre racconta

con morale disdegno, come vergognosamente i Prussiani nel 1815

saccheggiassero le collezioni imperiali. L'intenzione, che dopo la

battaglia della Belle-Alliance ebbe il nostro Blücher, di far saltare il

ponte di Jena, è biasimata senza eccezione da tutti gli storici

tedeschi. Noi ringraziamo il cielo, che il tratto brutale non ebbe

compimento, e che la gloria dell'eroe ci è rimasta pura di quella

macchia. Ma il francese pensa della gloria ben altrimenti. Nel museo di

Versailles è esposto il quadro di Vafflard sulla _gloire de Rossbach_.

Quest'opera eterna il fatto, che sul campo di battaglia di Rossbach i

soldati francesi ridussero in frantumi il monumento della vittoria; e il

pubblico contempla soddisfatto l'eroica gesta della grande armata.

L'ardente ambizione guerresca di questo popolo era ringagliardita fin

dal tempo antico da una particolare aberrazione della fantasia

nazionale, che possiamo chiamare il romanismo dei francesi. Da lungo

tempo il genio della nazione si è con decisa gelosia alienato dagli

elementi germanici, ai quali pure la Francia va debitrice di una gran

parte della sua grandezza. Sieyès espresse semplicemente un comune

pregiudizio nazionale, quando dichiarò la guerra ai nobili alemanni,

tiranni dei civili galli e romani: anche il freddo Guizot sa raccontare

meraviglie dello _esprit gaulois_. Nella nazione regna tuttora fissa la

credenza, che la Francia sia l'erede delle antiche tradizioni romane.

Qui tocchiamo uno dei più delicati segreti della nazionalità. Noi

germani non comprendiamo facilmente per quale magia demoniaca la

grandezza dell'antica Roma agiti ancora oggidì il cuore dei popoli

latini. Le gloriose memorie della storia romana, che per noi sono un

oggetto di fredda indagine erudita, per quelli serbano tuttora la

potenza di una viva realtà: circa un millennio e mezzo dopo la caduta

dei Gracchi, il gran nome _tribunus plebis_ ha potuto gittare in

passionate agitazioni il popolo neolatino. La romanità presta anche ai

francesi alcuni tratti caratteristici, che rispondono alla loro propria

natura: la boria nazionale, l'ambizione militare, la rigida unità

statale. La storia di Roma, sfigurata come è dalle scuole dei retori

dell'antichità, esercita col suo pathos eroico un'azione di rapimento

sopra un popolo, la cui fantasia è sempre stata più retorica che

poetica. Gli astratti modelli di virtù degli annali romani si conformano

compiacentemente allo stilizzato e coturnato incesso della scena

francese. L'esempio luminoso della dominazione universale di Roma ha

singolarmente sedotto la vanità dei francesi. Questo popolo non sa

dimenticare, che un tempo, presso la Senna, Giuliano fu levato sugli

scudi dalle sue legioni, e che da Parigi iniziò la conquista del mondo.

_L'univers sous ton règne!_ acclamavano al Re Sole i raffinati poeti

cortigiani. La coscienza della corte e del popolo si è sempre scaldata

allo splendore dei Cesari. La nazione non è stata mai così soddisfatta,

come quando ha ritrovato il proprio orgoglio signoreggevole incarnato

nella figura di un grande sovrano. Anche del primo re borbonico

l'iscrizione del monumento al Ponte Nuovo dice: _Henricus magnus,

imperator Galliae._ Un Voltaire, abbagliato dalla gloria cesarea di

Luigi, striscia tutto in ammirazione nella polvere davanti al nemico

mortale della libertà di fede degli ugonotti. Luigi Napoleone espresse

l'anima della maggioranza della nazione quando una volta gridò a

Lamartine: «Noi dobbiamo tutto a Roma, tutto, fino al nome».

Cotesto vano baloccarsi con le antiche reminiscenze ebbe un nuovo

rigoglio durante la Rivoluzione, per ciò appunto, che gli eroi

repubblicani dell'antichità furono prediletti e celebrati e

scimmiottati: pudibondi eroi di virtù, incedenti sui trampoli, senza

carne e senza sangue, quali Plutarco li ha descritti e Rousseau levati

al cielo. In ogni club si ergeva un Catone, un Bruto, un Aristogitone in

berretto rosso, e domandava che fosse pronunziato il _videant consules_,

se mai la repubblica non fosse per incorrere nelle forche caudine.

L'Anacreonte della ghigliottina spediva con sconci lazzi le sue vittime

alla morte. Pindaro Lebrun cantava in ampollosi peani la gloria della

repubblica. I bravi allobrogi danzavano in Savoia la carmagnola intorno

all'albero della libertà, e la dominante repubblica prendeva sotto la

sua protezione le repubbliche figlie di Batavia, di Partenope, della

Cisalpina. Se il culto cesareo dell'antichità menò alla morte della

libertà, noi nello sfatto catonismo dei giorni repubblicani possiamo

riconoscere il sintomo della stessa vanità, dello stesso morbo politico.

Allora come ora la nazione trattava con la fantasia le rigide bisogne

della politica, crapulava in vuoti fantasmi di sogno, delirava per

particolari personaggi, invece d'intendere a mente pacata le istituzioni

date, e di perfezionarle. Proprio così: il catonismo della rivoluzione

non può non apparire a un occhio sincero altrettanto falso e caricato,

quanto il culto cesareo del tempo dei Borboni. Perché, se era

inevitabile che andasse in iscena, poteva almeno scegliere una parte,

che rispondesse al talento del mimo. Per contro, nel leggero sangue

gallico non scorre una sola goccia di modestia e pietà romana, di

stoicismo catonico. Soltanto nelle nature solitarie e affatto originali

l'avversione alla facile maniera di amare e di vivere propria della

nazione provoca uno stoicismo rude e tutto personale. Da tali Catoni, da

un Carnot, da un Cavaignac, sono derivati quei giudizi, troppo spesso

ripetuti, sull'incurabile corruttela dei francesi: giudizi, che per ciò

son privi di ogni valore, perché nessuno è autorizzato a pretendere da

un gran popolo, che muti di carattere come di un vestito; nessuno è in

diritto di domandare a un uomo ardente e geniale, che conduca la vita di

un santo stilita.

L'enfasi teatrale dei retori repubblicani era del tutto ipocrita e

innaturale. A confronto con quella, il rinnovamento dell'antico culto

cesareo, che riprese i suoi diritti sotto Napoleone, sembra un ritorno

alla natura. Anche in questo caso verifichiamo con orrore, quale fosse

la sicurezza diabolica con cui l'imperatore conosceva le debolezze del

suo popolo. Espresse egli il principio, che nell'azione e nella parola

bisogna sempre operare sulla fantasia degli uomini; e il discepolo di

Talma seppe stupendamente occupare con pomposi spettacoli la fantasia

della nazione. Né si vergognò di rappresentare anche esso la sua parte

nella mascherata politica: già imperatore, rivestì il tarlato uniforme

di console per passare la rivista sul campo di Marengo; al campo di

maggio andò in tricot e mantello antico. Perfino quando cadde dal trono,

egli da attore consumato si aggiustò ancora una volta la toga in pieghe

pittoresche: «come Temistocle», scrisse al principe reggente, «cerco

asilo al focolare del popolo inglese». Commediante, commediante!

borbottò papa Pio, quando l'imperatore lo lasciò, dopo una scena

retorica di forza. I caricaturisti inglesi del tempo, con occhio sicuro,

penetrante nel punto debole dell'avversario, rappresentano il piccolo

Bony come uno smargiasso da teatro. Il linguaggio fanfarone dei suoi

bollettini e dei suoi proclami, modellato per metà sul largo pathos

degli eroi ossianici, e per l'altra metà sulle reminiscenze

dell'enfiatura dei discorsi della Convenzione, sembrava creato apposta

pel più vano dei popoli. Sapeva con tocco e tatto da maestro cavar fuori

dalla storia romana e ridare la vita precisamente alle immagini, che

parlavano al cuore della «democrazia armata» della nuova Francia.

Distribuì ai suoi reggimenti quelle aquile, che il condottiero

democratico Mario aveva date alle legioni romane, e che il monarca

democratico Cesare aveva portate attraverso l'orbe. La nazione si

conformava con sciagurato ardore all'immoralità della Roma imperiale. Il

senato di Tiberio non disse nulla più servile della parola di quel Daru,

che gridò ai tedeschi: «la volontà dell'imperatore è irrevocabile come

il fato», o di quei consiglieri di stato, che dichiararono al

dominatore: «Voi sarete apprezzato degnamente dagli avvenire; state

troppo in alto, per essere compreso dai contemporanei». La nazione in

principio era realmente entusiasmata: i suoi più cari sogni, essa li

vedeva effettuati; ché, dopo le splendide campagne dell'imperatore,

specialmente dopo la battaglia di Austerlitz, i Galli sembravano davvero

gli eredi dei Cesari romani.

Le guerre di Napoleone, del pari che le spedizioni dei Cesari, non erano

guerre puramente di conquista. Difficilmente capita ai tedeschi di

parlare con imparzialità di questa parte della storia francese; giacché

non sanno dimenticare, che la Francia arrivò all'altezza dell'egemonia

del continente appunto camminando sul dorso della nostra patria. Ma un

giudizio sereno converrà, che in fondo i nostri vicini non erano mossi

esclusivamente dagl'ignobili motivi della pretensiosa cupidigia

d'impero. Per questa nazione il far propaganda è un bisogno. Essa vuole

avocare a sé e accentrare tutte le idee dell'Europa, e pensa che il

mondo si creda in debito di accettare da lei con gratitudine tutti i

pensieri, tutti i capricci che le balenano nella mente, «Se la Francia è

contenta, tutto il mondo è tranquillo»: con queste parole Napoleone III

nel suo famoso discorso della pace a Bordeaux toccò un tasto, il cui

suono non ripugna a nessun orecchio francese. E mai quest'orgoglio,

questo istinto di propaganda ingrossò così potentemente come allora,

quando la Francia la fece finita col feudalismo più che qualsiasi altro

popolo, e, conformemente al carattere schematico, antistorico della sua

cultura moderna, si sentì chiamata a spandere sul mondo i benefizi della

civiltà. La vanità dei francesi attribuì la caduta violenta del vecchio

mondo non già alla circostanza, che presso di loro l'antico sistema era

più fracido che non fosse mai stato altrove, ma alla forza geniale e

all'ardimento dello _esprit gaulois_. È noto, quale strumento

incomparabile la propaganda rivoluzionaria abbia trovato in Napoleone, e

con quale abilità magistrale egli abbia stimolato all'estero l'opera

della Rivoluzione, spinta con lo stesso vigore con cui l'aveva

riconosciuta in patria. Nella politica estera come nell'interna deve una

parte della propria grandezza alla nullità e cecità dei suoi avversari.

Egli, capo di un assolutismo moderno riorganato, combatteva, infervorato

della sua propria grandezza e con la forza del genio, contro nemici, che

seguivano una politica di gabinetto non meno egoistica della sua, ma

codarda e discorde, senza l'entusiasmo dell'eroe, senza genio, e

aggravata da tutte le iatture dell'antica ingiustizia feudale.

Così egli è stato effettivamente, come lo dichiarano tutti i francesi e

lo stesso Proudhon, la spada della moderna idea, meno per quello che ha

creato, che per quello che ha distrutto. Un mondo di simulacri di stati,

sparpagliati, abbandonati dalla fede, dall'amore dei popoli, circondava

le frontiere della Francia e rovinò sotto il rigido artiglio del

conquistatore: l'Europa per guarire aveva bisogno del despota. Forse

questa missione di Napoleone come precursore dei nuovi tempi si

manifesta nel modo più magnifico nel paese, dove tutta immutabile la

tradizione gli si rovesciò contro immediatamente: nella Spagna. Qui il

domatore della rivoluzione dové dire in verità: «io sono la Rivoluzione,

io!». Dove il suo braccio arriva, nascono le nuove constitutions

_régulières_, come egli con espressione caratteristica scrive una volta

a suo fratello Gerolamo. Egli riconosce gli organismi statali solamente

dove gli ultimi rottami del feudalismo sono caduti. È stata un'età

portentosa quella che sulle sue spalle alzò l'eroe; e se l'immagine

dell'imperatore nella sua situazione storica si mostra pure così

demoniaca, anche in questo è però la ragione, per cui l'istinto

infallibile della posterità, che i panegirici non ingannano, gli ha

rifiutato il nome di Grande. La giustizia della storia garantisce

cotesto onore solo a quegli eroi, che con la loro grandezza personale

sollevano in alto un'epoca meschina, un popolo rozzo; non lo accorda ai

fortunati, che furono portati essi medesimi da un'epoca opulenta.

Gli alleati del conquistatore livellatore sono gl'impulsi ideali del

secolo ampiamente diffusi. Nelle grandi classi popolari, come, per

esempio, nella folla della media cultura e nella burocrazia, la quale

coscientemente o incoscientemente accede dovunque allo spirito del

bonapartismo, il desiderio dell'eguaglianza costituisce la più potente

di tutte le tendenze politiche. Il dominio napoleonico, avendo reso

instabili le frontiere di tutte le nazioni e dati all'onda tutti i

rapporti politici, ha esteso assai lontano di là dalla Francia la

credenza fatale, predominante ormai nella cultura media degli uomini di

oggi, che noi viviamo in una età affatto nuova, in completa rottura con

la storia. Nei discorsi dell'imperatore risuona assai spesso l'eco di

una superba gioia pel tramonto dei poteri legittimi. Egli raccoglie con

cura le lettere sottomesse, che gl'inviano gli ansiosi principi di

Europa, e si pasce dello spettacolo delle maestà striscianti nella

polvere. Quando, contro l'antichissima norma prudenziale dei

conquistatori, copre d'ingiurie i principi e i ministri delle corti

straniere, allora non parla in lui solamente l'uomo passionato, il

soldato rude, ma anche il plebeo. Dalla più parte dei gabinetti non era

riguardato altrimenti che come il rivoluzionario sul trono. Persino uno

Stadion ha nutrito per lui l'odio del patriota e del gentiluomo. Lo czar

Alessandro, al quale proprio Stein aveva inculcato l'alto sentimento

della lotta per la libertà, ricadde già durante la guerra nelle antiche

idee di corte e salutò Gentz come il cavaliere del legittimismo, che con

la più fiera ostinatezza aveva combattuto l'idra della rivoluzione. Le

colpe delle potenze legittime dopo la caduta di Napoleone ebbero sul

continente lo stesso effetto, che ebbe in Francia la cecità dei

Borboni. Ai popoli Napoleone parve di nuovo un eroe della libertà.

Per altro bisogna dire, che la politica estera di Napoleone rispose alle

potenti passioni e tradizioni dei francesi e spianò la via ai nuovi

tempi. Ma anche qui si scopre la situazione bifronte, non facilmente

discernibile, del bonapartismo, il quale di rado dice una bugia che non

contenga un granello di verità, e anche più di rado una verità non

commista a una forte lega di bugia. Chi guarda più addentro, scopre

subito tratti caratteristici non francesi nella politica europea

dell'imperatore, e si accorge che questa s'impigliò con folle

accecamento tra le razze del carro del secolo trascorrente per la sua

via naturale. Per gl'imparziali quest'ultima rimane l'impressione

prevalente.

Sul trono di Francia Napoleone era uno straniero. Tutti i palliamenti e

i travisamenti degli storici compiacenti non tolgono via il fatto, che

la madre di Bonaparte gliene voleva, che a Pontenuovo la libertà della

Corsica fosse soccombuta alle armi francesi. Chi vede per la prima volta

uno di quei rilievi che rappresentano l'imperatore in costume romano, ha

bisogno di alquanto discernimento per accorgersi, che lì effettivamente

non sia affatto configurato un romano. Si considerino i lineamenti

classici di cotesta testa di Augusto, quanto poco ha di comune coi

piccoli crani celti; si consideri soprattutto lo sguardo fermo di

cotesto occhio potente, in cui non è proprio nulla di quel lume

instabile che tremola negli occhi dei francesi. L'imperatore non ha

posseduto né apprezzato lo _esprit_ della bella Francia; la forza e la

profondità della sua passione sono schiettamente italiane; tutto quanto

il suo essere e il suo sentire sembra ai francesi troppo _entier_, d'un

pezzo. Orgogliosi, molti italiani salutarono il compatriota come un

imperatore romano, che le legioni galliche avevano levato sugli scudi.

Molti patrioti côrsi dell'antica scuola videro nel domatore della

Francia il vendicatore dell'isola natia. Egli stesso in altri tempi e

per quel tanto tempo che era capace di serbarsi a un solo amore, aveva

scritto lettere ardenti a Pasquale Paoli ed elaborato una costituzione

della Corsica con folli disegni per liberare la patria dai francesi, i

quali, «sputati» sulle sue sponde, vi avevano distrutto insieme con la

libertà la semplicità dei costumi. Ma come si destò in lui la coscienza

della sua forza, si rise della patria e delle sue piccole bisogne. Il

côrso fu un eroe della Francia solamente perché la Rivoluzione apriva un

libero campo di azione alla sua potenza prodigiosa. In altre circostanze

egli si sarebbe servito indifferentemente di qualunque altro paese come

sgabello della propria grandezza; tanto è vero, che durante gli anni

dell'ambizione ancora insoddisfatta vagheggiava l'idea di mettersi al

servizio della Russia o della Turchia. Ma la corona della suprema gloria

di sovrano è dovuta soltanto agli eroi nazionali, nella cui immagine un

intero popolo celebra e ritrova magnificamente la propria esistenza. Tra

quelli sarebbe stato da annoverare Napoleone, se avesse dominato il

mondo con forze italiane; perché in lui s'incarnò un antico sogno

dell'anelante aspirazione dell'Italia: il «Principe» di Machiavelli.

Come imperatore dei francesi egli non è altro, che il più grande dei

venturieri senza patria della storia. I francesi hanno acclamato le sue

vittorie e lo hanno adorato come un dio; eppure egli non incontrò mai

quella simpatia profondamente cordiale, che in altri tempi salutava ogni

facezia e ogni galanteria, ogni atto di mala creanza e ogni atto

magnanimo di Enrico IV. Né sui sentimenti intimi dell'imperatore deve

illuderci l'assicurazione patetica, che a Sant'Elena ebbe sulla bocca:

«io ho molto amato il popolo francese». S'intende bene, che abbia

apprezzato l'ardente ambizione guerresca della nazione come un prezioso

strumento dei propri disegni; ma ne giudicò le magagne con la fredda

penetrazione di uno straniero, e la sua politica europea venne presto a

provare, che un senza patria governava la Francia.

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 1 · 第 4 / 21 段