Mentre nel modo che abbiamo detto, si travagliava in America, le cose in

Europa si avvicinavano a quella riuscita, la quale tutti gli uomini

prudenti avevano preveduta, e che desideravano coloro stessi, che

facevano le viste di volersi ad un affatto contrario fine incamminare.

Aveva la Spagna tutti gli suoi apparecchiamenti marittimi a compimento

condotti, ed era giunta a quel termine, nel quale aveva deliberato di

por giù la maschera dal viso. Voleva ella apertamente venire a parte

della guerra, e, congiungendosi colla Francia, fare improvvisamente tal

danno all'Inghilterra, che, battuta la potenza navale troppo eminente di

questa, ne diventassero i Borboni signori del mare. A questo fine

volendo trovare colorata occasione di giustificar le azioni sue, si

determinò a ravvivar di modo le pratiche della mediazione introdotte in

Inghilterra, ed a stringer sì fattamente il governo inglese, che non

potesse, non venirne a capo. Per il che il marchese d'Almodovar,

ministro spagnuolo a Londra, fece nel mese di giugno una gran pressa ai

ministri britannici, perchè si discoprissero, e dessero finalmente una

risposta terminativa. Quest'uffizio fece con tanto miglior animo, che

già si sapeva, che il conte D'Orvilliers era uscito con tutta l'armata

francese da Brest, e si era volto vers'ostro per andarsi a congiungere

presso l'Isola di Cisarga colla spagnuola, la quale fornitissima di ogni

cosa stava pronta a salpare, tostochè l'altra fosse pervenuta in

quell'acque. A questa deliberazione dava altresì molto favore il

considerare, che il navilio dell'Inghilterra, colpa della necessità o

dei ministri, non era a gran pezza in tale condizione posto, che potesse

fronteggiare quelle due possenti armate accozzate insieme. Risposero i

ministri britannici, la condizione dell'independenza, anche modificata

secondo le proposizioni di Spagna, non potersi ammettere. Il ministro

spagnuolo allora partì da Londra, dopo di aver presentato al lord

Weymouth, segretario di Stato, una dichiarazione, la quale conteneva,

oltre il rifiuto dell'offerta mediazione, molti altri motivi di guerra,

come sarebbero insulti fatti sui mari alla bandiera spagnuola, correrìe

nimichevoli sulle terre del Re, instigazione ai Barbari di correre

contro i sudditi spagnuoli della Luigiana, violazioni dei diritti del Re

Cattolico nel golfo di Honduras, ed altri di simil fatta. Rispose la

Corte di Londra con un altro manifesto, col quale secondo, che si suol

fare in tali casi, ribatteva le accusazioni di quella di Madrid. Il Re

d'Inghilterra rivocò da Madrid lord Grantham suo ambasciadore. Poscia

mandò fuori un bando di rappresaglie contro la Spagna, ed un altro per

regolar le partizioni delle prede. Pubblicò eziandio la Francia a questo

tempo, siccome quella, ch'era la guidatrice ed il capo principale della

lega, un manifesto, col quale espose agli occhi degli uomini d'Europa i

motivi, pei quali le due Corti alleate erano state costrette a pigliar

l'armi ed a far la guerra. I quali motivi lungamente detti possonsi ai

seguenti ridurre: per vendicar le ingiurie, e per por fine (in questo

parlando sinceramente) a quel tirannico dominio, che l'Inghilterra aveva

usurpato, e pretendeva di mantenere sopra l'Oceano. Nè il Re di Spagna

se ne stette tacendo con questi manifesti. Anzi dopo d'aver pubblicato

due reali cedole, come le chiamano, atte a persuader a' suoi sudditi la

necessità e la giustizia della guerra, mandò fuori un assai ben lungo

manifesto, nel quale dedusse cento motivi di guerra, la maggior parte

de' quali sono dell'istessa sorta di quelli, che il marchese d'Almodovar

aveva nel suo primo manifesto annoverati. Aggiunse, ed a grande ingiuria

si recò, che i ministri britannici nel medesimo tempo in cui rifiutavano

le proposte alla scoperta fatte dalla Spagna, come mediatrice nei

negoziati della pace, erano andati di nascosto insinuandosi alla Corte

di Francia per mezzo di segreti agenti, e facendo larghissime offerte,

acciò le colonie abbandonasse, e fermasse la pace coll'Inghilterra; e

che nel punto stesso erano iti segretamente praticando per mezzo di un

altro agente col dottor Franklin a Parigi, al quale fecero diverse

proposte per ismembrar l'America dalla Francia, e perchè gli Americani

gli affari loro racconciassero colla Gran-Brettagna, profferendo loro

condizioni non pure somiglianti a quelle, che avevano e ricusate e

disdegnate, quando procedevano da parte del Re Cattolico, ma più larghe

ancora e più favorevoli. Delle quali cose le prime, vale a dire

gl'insulti fatti alle insegne spagnuole, le ostili correrìe sui

territorj del Re, le ingiuste sentenze delle Corti dell'ammiragliato

sarebbersi potute riparare, se le due parti avuto avessero a quei tempi

animi meno inimichevoli l'una contro l'altra. La seconda, cioè la

duplicità dei ministri britannici a tempo dei negoziati della

mediazione, se non è in loro da lodarsi, il che non ardiremmo di

affermare, non è tampoco da biasimarsi, e non sapremmo dire, come possa

addotta essere quale motivo di guerra. Imperciocchè queste aggirandole

nelle faccende politiche siano non solo non nuove, ma nemmeno rade, e da

tutti riputate, e massimamente da quei, che le usano, mezzi se non

onorevoli, certo tollerabili per arrivar ai fini loro. Ma il primo e

principal motivo della guerra, al quale tutti gli altri non servivano

poco altro, che di coperta, quello si era del volere la superiorità

marittima dell'Inghilterra atterrare. Nel che procedette il Re Cattolico

anzi candidamente che no, imitando anche in ciò il Re di Francia.

Perciocchè nel manifesto dichiarò, che per ottener il fine di una sicura

pace egli era d'uopo temperare l'immoderata grandezza dell'Inghilterra

sui mari, e quelle massime ch'ella soleva usare; per ottener il quale

oggetto tutti gli altri potentati marittimi, ed anzi tutte le nazioni

erano grandemente interessate. Il quale argomento, se era giusto e

lodevole, sarebbe stato anche più onorevole, se il tirannico dominio

dell'Inghilterra sui mari, del quale allora si facevano le querele, non

fosse stato sì lungo tempo alla medesima non solo comportato, ma ancora

con ella accordato. Replicò il Re della Gran-Brettagna con un altro

manifesto, nel quale non senza molt'arte si studiò di ribattere gli

argomenti dei due Re nemici, facendo anche molto instantemente le solite

protestazioni di umanità, delle quali si può dire, che dopochè sono

venute in uso presso i civili reggitori delle europee nazioni, non si

vede, che le guerre siano diventate o meno frequenti, o meno

distruggitive.

Intanto mentre le due parti in ciò si adoperavano, che la nuova guerra,

che imprendevano, fosse agli occhi degli uomini giustificata, l'uno e

l'altro Re protestando, che non erano stati i primi turbatori della

pace, le due armate francese e spagnuola congiuntesi insieme nei mari di

Spagna, spaventevoli molto all'apparenza, si appresentavano sulle coste

della Gran-Brettagna. Consistevano in sessantasei grosse navi di alto

bordo, tra le quali se ne annoveravano una spagnuola, che chiamavano la

Santa Trinità di 114 cannoni, la Brettagna di 110, e la città di Parigi

di 104, sette altre di ottanta, quindici di settantaquattro, e le altre

minori. Seguitavano una moltitudine di fregate, di giunchi, di corvette,

di fuste armate e di brulotti. Governava le due armate, come capitano

generale il conte D'Orvilliers portato dalla Brettagna, essendo la

vanguardia guidata dal conte di Guichen, e la dietroguardia da Don

Gastone. La vanguardia stessa poi era preceduta da una squadra leggiera

condotta da Latouche-Preville, consistente in cinque navi delle più

sparvierate, ed accompagnate da tutte quelle fregate, che non

appartenevano alle prime schiere. Era l'uffizio di questa squadra di

sopravvedere, di sopraccorrere, e di spazzare i mari. Teneva dietro al

retroguardo una squadra destinata anch'essa a speculare, ed alle

riscosse capitanata da Don Luigi di Cordova, e composta di sedici grosse

navi. Era, siccome pareva, il disegno degli alleati di fare una scesa

nella parte, che trovato avrebbero più opportuna, della Gran-Brettagna,

a ciò stimolati dalla grandezza dell'impresa, dalla possanza loro, dalla

condizione poco difendevole dell'Irlanda, dall'inferiorità del navilio

inglese, dalla debolezza degli eserciti stanziali dell'Inghilterra, di

cui non poca parte era stata mandata a guerreggiar nell'America e nelle

Antille. Per la qual cosa oltre quell'armata, della quale una più

formidabile non aveva mai il mare Oceano solcato, trecento navi atte a

trasportar soldati stavano apparecchiate nei porti di Avra di Grazia, di

San Malò, ed altri su quelle coste. Ogni cosa in moto nelle province

settentrionali della Francia. Meglio di quarantamila soldati già si

trovavano assembrati sulle coste della Brettagna e della Normandia, e

molti altri reggimenti marciavano a quella volta dalle altre parti del

Regno. Creava il Re i generali, che dovevano governar la spedizione. Le

genti, che già erano raunate nei porti e sulle coste che guardano

l'Inghilterra, ogni giorno si esercitavano nelle diverse maniere

d'imbarcarsi e di sbarcare, e tutte dimostravano un ardentissimo

desiderio di recarsi sulle opposte rive per ivi combattere ed atterrare

la potenza dell'antico rivale. Avevano seco moltissime ed ottime

artiglierie; e cinquemila granatieri, il fiore degli eserciti francesi,

trascelti con diligente cura da diversi reggimenti, dovevano servire

d'avanguardia e di cominciatori alla segnalata impresa.

Erano pervenute in Inghilterra molto per tempo le novelle dei

preparamenti della Francia, e della disegnata invasione. Nè avevano

mancato i ministri a sè medesimi nell'apparecchiar tutte quelle difese,

che e per la brevità del tempo, e per la presente condizione del Regno

meglio avevano e saputo, e potuto. Avevano adunato sotto la condotta

dell'ammiraglio Carlo Hardy trent'otto navi di alto bordo, e mandatele a

mareggiare nel golfo di Biscaja a fine d'impedire, se ancora possibil

fosse, la congiunzione delle due flotte nemiche. Ed è cosa maravigliosa,

che le due armate, inglese ed alleata, le quali entrambe, ma

principalmente l'ultima, si distendevano per un sì largo spazio di mare,

non siano venute, incontratesi le navi mandate avanti a speculare, in

cognizione l'una dell'altra. Mandò il Re un bando, pel quale annunziando

ai popoli della Gran-Brettagna, che l'inimico intendeva di invadere il

Regno, comandava agli uffiziali, che guardavano le coste, stessero a

diligentissima guardia, e tostochè quello comparisse, facessero

sgomberare dai luoghi interiori e più sicuri i cavalli, i boccini, le

pecore, ogni sorta di bestiame e di vettovaglie, quelli soli eccettuati,

che fossero per servire all'uso dei soldati britannici. Le bande paesane

instrutte nell'armi si adunavano, e tenevansi pronte a correre ai luoghi

dello sbarco. Le guardie stesse del Re erano leste a marciare. Tutti

erano grandemente commossi al pericolo della patria. I più speravano

molti temevano, tutti mostravano un animo ostinato alle difese. Ma

l'armata degli alleati, la quale impedita dalle bonacce aveva lungamente

penato a poter entrare nello stretto, ciò eseguì addì 15 di agosto, e si

appresentò con terribile apparato al cospetto di Plymouth. Tosto si

spaventano gl'inermi, gli armati corrono alle poste, si raddoppiano le

guardie agli arsenali di Plymouth e di Portsmouth. In questa città si

serra la Banca, e si interrompe ogni sorta di commercio. Gli abitatori

della Cornovaglia fuggono a corsa a' luoghi più rimoti colle famiglie

loro e cogli arredi più preziosi. Aggiunse nuove cagioni al terrore una

nuova sventura. La nave l'Ardente di 64 cannoni, la quale da Portsmouth

era in viaggio per recarsi all'armata di Carlo Hardy, venne in poter del

nemico, veggenti i Plymottesi. L'ammiraglio inglese intanto iva

volteggiandosi per l'alto mare a rincontro delle bocche dello stretto,

non essendo in grado nè per la debolezza sua, nè per la situazione del

nemico di porger soccorso alla patria sua, che si trovava in sì grave

pericolo. Ma quello che operare non potevano gli uomini, operarono i

cieli contrarj ad una sì grande impresa. Mettevasi in mezzo a tante

speranze e tanti timori improvvisamente un greco gagliardo, il quale

incominciò eziandio a sollevar il mare sì fattamente, che gli alleati ne

furon cacciati a viva forza dallo stretto nel vasto Oceano. Cessato il

vento, di nuovo si arringavano distendendosi dal capo Finisterra e

dall'isola di Scilly sino alle bocche dello stretto molto vicinamente a

queste, affine di mozzare la via all'Hardy, che non potesse entrare per

ricoverarsi nei porti dell'Inghilterra. Ciò nonostante il dì ultimo

d'agosto con mirabile industria veleggiando, ed avendo il vento

favorevole, entrò l'ammiraglio inglese dentro lo stretto, vedendolo gli

alleati, che non lo poterono impedire. Intendeva egli di adescargli

tanto, che venissero ad ingolfarsi nelle strette del canale, dove il

numero delle navi, pel quale grandemente prevalevano, sarebbe loro di

niuno o di poco frutto stato, ricompensando in tal modo col vantaggio

del sito il disavvantaggio delle forze. Lo seguitarono gli alleati sino

al cospetto di Plymouth. L'una e l'altra armata serbavano una

maravigliosa ordinanza, l'inglese per non lasciarsi avvicinare prima di

essere arrivata a luogo conveniente, e per opprimere quei puntoni della

francese che se le avvicinassero; la seconda per correre serrata, e

difilarsi verso Plymouth per tagliare fuori l'altra. Ma il conte

D'Orvilliers, o sia che non volesse troppo avventurarsi in quelle

strette, o che il vento di levante, che si era mosso, l'impedisse,

ovvero che incominciasse a patir fallimento di viveri, come fu scritto,

o che la prossimità dell'equinozio lo rendesse riguardoso, o che le

malattie contagiose, che infuriavano, ed ogni dì con gran numero di

morti assottigliavano le sue ciurme, lo indebolissero, o che tutte

queste cause insieme, come pare probabile, sel facessero, si levò dal

pensiero; ed abbandonate le coste dell'Inghilterra, se ne tornò nel

porto di Brest. Cotal fine ebbe un'impresa, la quale aveva minacciato di

prossimo pericolo un potentissimo Reame. E certamente, siccome

nissun'armata mai fu sì poderosa, così ancora nissuna fece sì deboli

effetti. La mortalità poi fu di sì gran fatta sulle navi degli alleati,

che ne perdettero da cinquemila tra soldati e marinari, e ne furono

posti i capitani in disperazione di alcun buon successo per tutto il

rimanente anno. Quindi nacque, che i più deboli raccolsero quei frutti,

che avrebbero dovuto raccorre i più gagliardi. Non solo le numerose

conserve inglesi, che portavano le ricchezze delle due Indie, arrivarono

felicemente nei porti della Gran-Brettagna, ma ancora uscite di nuovo

sul mare le navi dell'Hardy intrapresero molti ricchi bastimenti

francesi e spagnuoli con gravissimo danno degli uni e degli altri, e non

poca maraviglia dell'Europa, la quale se n'era stata grandemente

sollevata a sì formidabile apparato, ed attentissima al fine, che

dovesse avere quella contesa non che di grande, quasi di unica, e di non

più udita importanza. Dall'esito ch'ella ebbe, confermossi, e crebbe

assai la chiarezza del nome inglese nelle opere navali; e quantunque non

avessero a patto nessuno gli alleati mancato, nè di arte, nè di ardire,

tuttavia siccome i più degli uomini giudicano delle cose più dalla

riuscita loro, che dalle cagioni, la fama loro ne andò soggetta a non

poca diminuzione.

Ma quantunque le due grosse flotte nemiche per varj accidenti della

fortuna, per la volontà dei capitani non abbiano voluto, o potuto

combattere quella battaglia, nella quale da ambe le parti si metteva sì

gran posta, vi furono però pochi giorni appresso feroci incontri tra

navi particolari, nei quali i Francesi, gli Americani, e gl'Inglesi

acquistarono la fama di alto e disperato valore. Aveva l'ammiraglio

d'Orvilliers mandato fuori da Brest ad esplorar i mari verso le coste

dell'Inghilterra la fregata la Surveillante sotto la condotta del

cavaliere di Couedic, ed il giunco la Spedizione, capitanato dal

visconte di Roquefeuil. S'incontrarono queste due navi poco lungi dal

capo Ognissanti colla fregata inglese il Quebec, guidata dal capitano

Farmer, ed accompagnata pure da un giunco chiamato il Rambler. Si

attaccarono gli uni cogli altri con grandissimo furore il dì 7 ottobre;

ed essendo il coraggio, l'industria e la forza da ambe le parti uguali,

la battaglia durò bene tre ore e mezzo. Combattevano le due fregate sì

vicino, che parecchie fiate le antenne dell'una s'intricarono in quelle

dell'altra. Già le artiglierie avevano fatto un danno incredibile. Molti

erano i morti ed i feriti. Caduti erano e fracassati gli alberi dell'una

e dell'altra; e non si potevan più governare. Tuttavia non facevano

sembianza alcuna di voler cessare o di arrendersi. Il capitano francese

rilevava una ferita sulla testa, che gli toglieva i sensi; ma

rinvenutosi seguitava a combattere. Poco poi ne toccava due altre

mortali nel ventre; e ciò nonostante non che cessasse, ordinava, volendo

venirne a capo, si andasse all'abbordo. Farmer anch'esso si difendeva

non solo con valore, ma con una invincibile ostinazione. Per fare una

spianata all'abbordo gettavano i Francesi dentro il Quebec molte

granate; le vele di lui si accendevano. Il fuoco cresce, s'appicca ad

altre parti della nave. Già il suo cassero ardeva. L'Inglese tuttavia si

affaticava per ispegnerlo, e non si piegava ancora al volersi arrendere.

Couedic per timore dell'incendio si allontanava non senza grande

difficoltà. Perciocchè lo sprone della sua fregata si era intralciato

cogli attrazzi della nemica. Infine la fregata inglese, conservate fino

all'ultimo le bandiere alzate, appiccatosi il fuoco alle polveri,

scoppiò. Il capitano francese con un esempio di umanità da non potersi

abbastanza lodare, nè da doversi mai dimenticare tutto era in ciò, che

salvasse il maggior numero che potesse d'Inglesi, i quali per fuggir il

fuoco si erano a slascio precipitati nell'acque. Di trecento che erano,

solo quarantatre ne potè scampare. Farmer fu inghiottito dalle acque in

un colle reliquie della sua nave. La francese fracassata non poteva

muoversi. Il giunco la Spedizione spiccatosi dal Rambler, col quale

aveva combattuto, si recò in aiuto della fregata, e rimorchiando la

condusse il giorno seguente nel porto di Brest. Il governo di Francia

seguendo e gli esempj proprj, e quei delle nazioni più civili rimandò

franchi e liberi in Inghilterra i quarantatre Inglesi, non volendo

sostener prigionieri coloro, i quali scampato avevano alla rabbia degli

uomini, dei cannoni, dell'incendio e del mare. Ebbero i Francesi

quaranta uccisi e cento feriti. Il Re creò il cavaliere di Couedic

capitano di vascello. Ma non potè lungo tempo godere l'onorata fama, che

pel valore, e pell'umanità sua aveva acquistato; poichè, peggiorando

ogni dì il male delle ferite, passò dalla presente all'altra vita tre

mesi dopo il combattimento. Fu molto meritamente lodato, ed amaramente

pianto in Francia, e con egual lode rammentato in tutta l'Europa,

particolarmente in Inghilterra.

Un altro affronto del pari glorioso alle due parti, ed ostinato che

questo, era intervenuto alcuni giorni prima sulle coste della

Gran-Brettagna. Erasi recato Paolo Jones, uomo scozzese, ma postosi agli

stipendj dell'America, prima nei mari d'Irlanda per esplorare, poscia in

quei della Scozia, e quivi stava attendendo la occasione di fare qualche

preda, ovvero anche, come era solito di fare, scendere a terra, e porre

a saccomanno la contrada. Aveva seco un'armatetta consistente nella

fregata il Bon-homme Richard di quaranta cannoni, l'Alleanza di 36,

l'una e l'altra navi americane, la Pallade, fregata francese di 32, ai

soldi del congresso con altri due legni minori. S'incontrava ai 23

settembre colla flotta mercantile inglese del Baltico, alla quale faceva

la scorta il capitano Pearson colla fregata la Serapide di 44 cannoni, e

la Contessa di Scarborough di 20. Non così tosto ebbe Pearson veduto

l'armata di Jones, che s'allargava per andarla a combattere, mentre le

navi mercantili ogni sforzo facevano per avvicinarsi alla spiaggia.

L'Americano si ordinò alla battaglia. Si avventarono alle sette della

sera l'uno contro l'altro molto accanitamente. Combattevano le due parti

con eguale valore. Ma la Serapide più grossa, e più destra si

avvantaggiava. Paolo per ragguagliarsi volle combattere più

manescamente. Accostò perciò la sua alla fregata inglese, dimodochè

l'una ne venne a sprolungar l'altra, e s'impacciarono le antenne loro

insieme, ed i gusci diventarono sì vicini, che le gioie dei cannoni si

toccavano; In questo stato continuarono a combattere dalle otto sino

dopo le dieci con un coraggio da chiamarsi piuttosto furore, che valore.

Ma le artiglierie dell'Americano poco erano atte a far danno al nemico;

perchè avendo ricevuto molte botte di grosse palle a fior di acqua gli

era stata tolta ogni facoltà di poter più scaricare quelle del ponte di

sotto, e di quelle del ponte superiore due, o tre erano scoppiate ai

tiri con morte di coloro che le ministravano. Restavangli a poterle

usare soltanto tre, e con queste iva facendo quella miglior difesa che

poteva, ponendo la mira agli alberi della fregata nemica, e traendo con

palle armate, e ramate; ma accorgendosi di far poco frutto colle

artiglierie, si voltò Jones ad un altro modo di combattere. Avventò una

quantità grandissima di granate e d'altri fuochi lavorati dentro la

Serapide. Ma entrando già l'acqua a furia pe' luoghi rotti dentro la

sentina del Bon-homme Richard, si abbassava esso, e pareva volesse

affondare. La qual cosa vedutasi da alcuni uffiziali di Jones, gli

dissero: _capitano, vogliamo noi arrenderci? No_, rispose egli con una

voce terribile; ed intanto attendeva a gettar fuochi. Già ardeva la

Serapide in varj luoghi; a gran fatica potevano gl'Inglesi spegnere.

Infine un cartoccio pigliò fuoco, e tutti gli altri insieme

s'accendevano nel medesimo tempo con orribile scoppio. Ne rimaser morti

tutti coloro, che si trovarono presso l'artimone, e le vicine

artiglierie non si potevano più usare. Pure Pearson non si perdeva

d'animo. Comandava a' suoi, andassero all'abbordo. Si accingevano; ma

Paolo non se ne stava. Mentre gl'Inglesi salivano, ecco gli Americani in

fila colle picche abbassate in sembianza molto terribile. Si levavan

quelli dal pensiero, e si ritiravano di nuovo alla nave loro. In questo

mezzo si era appiccato il fuoco dalla Serapide al Bon-homme Richard, e

tutte due ardevano. Ma gli uomini ostinati tuttavia non si piegavano a

tanto furor degli elementi. Già s'era fatto buio. Solo le fiamme miste

col fumo, che sino al cielo s'innalzavano, rischiaravano l'aria lontano,

mentre ingombravano la vista dei combattenti. In questo momento

sopraggiunse l'altra fregata americana l'Alleanza, la quale, in mezzo a

quell'orribile scombuglio, non distinguendo gli amici dai nemici, tirò

di una intiera, fiancata al Bon-homme Richard, e molti uccise di coloro,

che sopravvissuto avevano fin là a tante cagioni di morte. Accortasi

poscia dell'errore, si volse con maggior rabbia contro la Serapide. Il

valoroso Inglese, morti, e feriti gran parte de' suoi, rotte le

artiglierie, la nave mezz'abbronzata, crescendo tuttavia le fiamme

svelto l'albero maestro, s'arrendè. Marinati i suoi, tutti correvano a

spegner il fuoco. Nel che riuscirono. Altri erano intentissimi ad

aggottar l'acqua, che dalle sfessature delle pareti in gran copia era

entrata nel Bon-homme Richard, ma ciò con poco frutto, perciocchè il

giorno susseguente andò a fondo. Di 375, che erano sul Bon-homme

Richard, trecento sei furono morti, o feriti. Ebbero gl'Inglesi 49

morti, e 68 feriti. Non si troverà negli annali delle storie, pieni per

altro di tante aspre battaglie una, che più di questa sia stata per

tutte le circostanze tremenda, nè più ostinata, nè più sanguinosa. Nel

medesimo tempo la fregata la Pallade aveva combattuto contro la Contessa

di Scarborough, e l'ebbe presa dopo un'ostinata resistenza. Paolo Jones,

avuta sì difficile, e sì luttuosa vittoria, dopo d'avere errato pei

venti contrarj molti dì colle navi fracassate pel mare del Nort, pose

finalmente il giorno sei d'ottobre nell'acque del Texel.

[1780]

Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 3 · 第 29 / 31 段