La prudenza di D'Estaing nell'aver voluto con tanta celerità compir

l'impresa della Grenada gli tornò bene. Imperciocchè il giorno sei di

luglio compariva a veduta del porto di San Giorgio tutta l'armata

inglese condotta da Byron, seguitata da molte navi da carico, le quali

portavano un buon nervo di soldati da sbarcare levati da Santa Lucia.

Aveva quest'ammiraglio accompagnato buona pezza le conserve delle

Antille nel viaggio loro verso l'Europa, e poscia concessa loro la

scorta, che credette necessaria fosse per conviarle sino nei porti

d'Inghilterra. Se n'era poscia tornato colle diciannove navi di tre

palchi, che gli rimanevano, e con una fregata a Santa Lucia. Quivi ebbe

le novelle della perdita di San Vincenzo, e perciò si era recato in un

col generale Grant sul volerla ricuperare. A questo fine aveva imbarcate

le genti, e veleggiava alla volta di quell'isola. Durante il viaggio gli

sopraggiunse la notizia, che D'Estaing aveva assaltato la Grenada.

Perilchè ebbe tosto rivolto il suo cammino per andarsene all'aiuto di

questa. Aveva D'Estaing avuto avviso per mezzo delle sue fregate mandate

fuori a speculare dell'approssimarsi dell'armata inglese, ed aveva

perciò comandato ai capitani delle sue navi, salpassero e si

discostassero da terra. Alcuni avevano di già questo comandamento

eseguito, altri erano in punto per eseguirlo, quando comparì a piene

vele l'armata di Byron, che correva sopra quella di D'Estaing, e le

presentava la giornata. Spirando il vento di levante, e da greco

levante, e venendo quegli di Santa Lucia sulla Grenada lo aveva in

poppa. Veduto D'Estaing sì vicino il nemico, ordinò a quelle navi che

ancora salpato non avevano tagliassero i cavi, e si mettessero tosto in

mare in ordine di battaglia colle altre, e così fu fatto. Ma siccome in

questo mentre sopraggiungeva l'inimico, ciascuna nave si recò in fila,

come più presto potè, senz'andare a cercar i luoghi loro nella solita

ordinanza. Gl'Inglesi godevano il sopravvento, ed ivano poggiando verso

la Grenada, credendo, che Macartney tuttavia si tenesse. Seguitavano più

ancora in fuori a sopravvento le navi da carico. I Francesi avevano il

sottovento, ed orzavano verso l'armata inglese. I primi desideravano

molto di venire ad una stretta battaglia, perciocchè speravano colla

rotta dell'armata francese ricuperar la Grenada. I secondi, siccome

quelli, che là erano venuti principalmente per conquistare questa isola,

e che questo fine ottenuto avevano, non volendo più mettere in arbitrio

della fortuna ciò, che di già aveva ella posto in mano loro, ripugnavano

ad una battaglia giudicata, ed intendevano di combattere alla larga, e

solo quando necessario fosse per romper agl'Inglesi il disegno di

ricuperar la Grenada. Con questi diversi fini andavano l'uno

all'incontro dell'altro i due ammiragli. Da principio solamente quindici

navi dell'armata francese si appresentarono alla battaglia; perciocchè

le altre per la forza delle correnti erano state risospinte a

sottovento. Arrivava il vice ammiraglio Barrington, che guidava

l'antiguardo colle tre navi, il principe di Cornovaglia, il Boyne ed il

Sultano, e si attaccava colla vanguardia francese. Si combattè da ambe

le parti con grandissimo furore. Ma le tre navi inglesi, avendo contro

di loro molte più francesi, perchè le compagne non avevano ancora avuto

tempo di arrivare, ricevettero gravissimo danno, massimamente negli

attrazzi, sia perchè tal è la maniera del trarre dei Francesi nelle

battaglie navali, sia perchè si combatteva di lungi, e sia finalmente

perchè i Francesi tiravano da sottovento, e perciò le palle loro

andavano più alte. Barrington ne rimase ferito. Arrivarono intanto le

altre navi inglesi, e dal canto suo D'Estaing aveva fatto di modo, che

quelle fra le sue, le quali erano rimaste indietro a sottovento, fossero

venute a trovarlo, e postesi in fila colle prime quindici, che

incominciato avevano la battaglia. Gl'Inglesi si difilavano

continuamente verso la Grenada, viaggiando di conserva le navi da carico

sulla sinistra loro verso l'alto mare, trovandosi la fila delle navi da

guerra tra esse navi da carico e l'armata francese. Scorrendo in tal

guisa le due armate l'una a riscontro dell'altra per contrario verso si

combattè senza cessare, finchè entrambi ebbero trapassato. Ma siccome le

navi inglesi erano venute contro le francesi cacciando, e però un po'

disordinate, e che da un altro canto erano queste molto più destre a

vela, e perciò in piena potestà di serbar a posto loro quelle distanze

che volevano, ne seguì, che poche delle prime ebbero a sopportare tutto

il peso delle artiglierie di molte, o di tutte le seconde. Quindi è, che

furono grandemente danneggiate, e più di tutte il Grafton, la

Cornovaglia ed il Lione; massimamente quest'ultima, la quale fu rotta di

modo, che pareva vicina a naufragare. Il Montmouth altresì, il quale si

era ravvisato per indur i Francesi a combattere più manescamente, di

mettersi di traverso della vanguardia loro per arrestarla, fu malconcio

di modo, che il Lione stesso non l'era di vantaggio. Ma la testa della

vanguardia inglese continuando a camminare era pervenuta alla bocca

della cala di San Giorgio nella Grenada, dove veduto le bandiere

francesi sventolare sulle creste dei Forti, e ricevuto anche i colpi

delle batterie più vicine, furono fatti certi gl'Inglesi di quello

ch'era, la Grenada venuta essere in poter del nemico. Per la qual cosa

conoscendo ottimamente l'ammiraglio Byron, che nella presente condizione

della sua armata, e con quella dei Francesi tanto superiore a ridosso,

era diventata cosa impossibile lo snidargli, commise tostamente al

capitano Barker, ch'era preposto alle navi da carico, facesse altri

pensieri, e più che velocemente le conducesse in salvo in Antigoa o a

San Cristoforo. Egli intanto rivoltò le prue verso tramontana affine di

proteggere le navi da carico nel viaggio loro pure a quella volta, acciò

non venissero in mano del nemico. Ma le tre navi, il Grafton, la

Cornovaglia ed il Lione, le quali pei gravi danni sofferti non potevano

acconciamente governarsi, non solo rimanevano indietro, ma ancora si

lasciavano cadere a sottovento, e perciò più vicine ai Francesi, ed in

pericolo di esser mozzate fuori e prese. Infatti accortosi D'Estaing

dello stato loro aveva voltati i bordi, e poste le prue a ostro per

eseguir ciò, che Byron temeva, cioè di tagliar fuori, e pigliar quelle

tre navi. Ma l'ammiraglio inglese per impedir questo disegno rivoltò

anch'esso i bordi, e veleggiò di nuovo vers'ostro. Mentre in tal modo le

due armate nemiche, dopo d'aver orzato buona pezza, correvano poscia

l'una e l'altra poggiando vers'ostro, il Lione arrancandosi, così

scassinato com'egli era, il meglio, che potesse, e pigliando il vento da

poppa, s'incamminò verso ponente, ed arrivò qualche giorno dopo alla

Giamaica. Avrebbe potuto facilmente D'Estaing, se avesse voluto,

pigliarlo. Ma non volle sparpagliar la sua armata per non correr

pericolo di cadere a sottovento della Grenada. Perciocchè intendeva di

raccorla tutta nei porti di quest'isola. Le due altre navi delle tre

trovaron modo, prima che i Francesi s'interponessero, di ricongiungersi

colla restante armata. Il Montmouth non potendo più mareggiare, fu

mandato speditamente ad Antigoa. Le due armate nemiche continuarono a

stanziar nelle medesime acque a veduta l'una dell'altra fino alla

seguente notte, e standosene gl'Inglesi tuttavia a sopravvento per

protegger le navi da carico, che se ne andavano, e non osando assaltar

l'inimico, perchè inferiori di forze, e molto danneggiati. I Francesi se

ne stettero anch'essi oziosi a sottovento, non potendo rappiccar la

battaglia, appunto perchè si trovavano a sottovento, e forse ancora

probabilmente non volendo D'Estaing fare l'ultima sperienza della virtù

de' suoi, perciocchè quello, che sin là s'era fatto, si poteva, come se

fosse una vittoria, rappresentare, oltre i motivi che gli facevano

desiderare di schivar l'estreme battaglie. La mattina seguente rientrò

D'Estaing nella cala di San Giorgio con infinito plauso dei soldati e

degli abitanti francesi, i quali erano stati spettatori della battaglia.

Le onerarie inglesi, eccettuata una, che venne in mano dei Francesi,

arrivarono tutte a salvamento nell'Isola di San Cristoforo. Byron dopo

di essersi tenuto in sul mare alcuni dì dopo il fatto, andò finalmente a

porre anch'esso nei porti dell'isola medesima.

Ebbero gl'Inglesi in questa giornata, che si combattè il dì sei di

luglio, 183 morti, e 346 feriti; ma grandissimo fu il danno loro negli

attrezzi navali. Mancarono dei Francesi molti più, sia a cagione del

modo del trarre degl'Inglesi, sia perchè le navi loro erano ingombre non

che di ciurme, di soldati da terra. Ebbero perciò molti uffiziali di

conto, da dugento marinari o soldati uccisi, e pressochè ottocento

feriti. Questa fu la battaglia della Grenada, per la quale si fecero

molte allegrezze in Francia, ed il Re Luigi scrisse all'arcivescovo di

Parigi, seguendo in ciò il costume solito ad osservarsi nelle occasioni

delle vittorie, cantasse l'inno delle grazie nella chiesa metropolitana.

Pretendeva infatti D'Estaing la vittoria, per aver tenuti accesi i lumi

tutta quella notte, che venne dietro al giorno della battaglia, per

averla Byron ricusata lo spazio di molte ore, quantunque avesse il

sopravvento, per non aver fatto l'Inglese nissuna dimostrazione per

preservar il Lione, mentre andandosene a mala pena verso ponente si

trovava in tanto pericolo, per aver il medesimo abbandonato il campo di

battaglia, ed essersi ritirato; per aver esso D'Estaing catturato una

nave da carico al nemico, conquistato la Grenada, e reso vano il disegno

fatto da Byron a fine di riconquistarla; per aver infine recato in mano

sua la signoria di quei mari. Imperciocchè l'ammiraglio inglese,

ricevuto nelle vele, negli alberi e nel sartiame sì grave detrimento, il

qual era tanto più da lamentarsi, quanto che in que' luoghi poco si

poteva risarcire, si era ritirato a San Cristoforo, risoluto a non

uscirne, se non quando o si fosse il nemico infievolito, o egli stesso

ingagliardito. La qual cosa riuscì d'infinito terrore a tutti gli

abitatori delle Antille inglesi, i quali da lungo tempo, e forse non mai

si erano incontrati a veder i Francesi padroni del mare. Pochi giorni

dopo la battaglia, D'Estaing, rabberciate le navi, commise di nuovo le

vele al vento, ed andò a mostrarsi in cospetto dell'Isola di San

Cristoforo, davanti la cala di Bassa-Terra, dove s'era Byron appiattato,

e ciò a fine d'invitarlo e tirarlo a combattere. Ma tutto fu nulla.

L'Inglese non si mosse. La qual cosa vedutasi dal Francese, si avviò a

San Domingo, dove fatta un'adunata di tutte le navi mercantili di

diverse isole ordinò, partissero alla volta d'Europa con un convoglio di

due navi da tre coperte e di tre fregate.

In questo stato di cose, essendovi ancora buon tempo al poter operare

per la stagione che correva, andava il conte D'Estaing fra sè stesso

considerando, a quale impresa più vantaggiosa al suo Re dovesse volger

le armi. Gli pervennero in questo mezzo lettere dall'America, le quali

recavano, avere i repubblicani gli animi pieni di mala soddisfazione,

poichè la lega fatta col Re di Francia non era riuscita, in quanto alle

cose fatte in su quel continente, nè all'aspettazione loro, nè alla

potenza sua; che le grosse spese fatte nella fazione dell'Isola di Rodi

erano state indarno; che il pronto vettovagliar l'armata regia dai

Bostoniani altro non aveva prodotto, che un allontanamento della

medesima dalle terre loro, e la gita sua a lontane spedizioni; che non

era stata l'alleanza fin allora di nissun frutto all'America, stantechè

la perdita fatta, per cagione della lontananza dei Francesi, di Savanna

e di tutta la Giorgia uguagliava pur troppo il benefizio della

ricuperazione di Filadelfia operata dalla presenza loro, in congiunzione

però colle armi americane, e che finalmente questa istessa perdita della

Giorgia, provincia così lontana dal centro della Lega, e tanto esposta

agli assalti di mare poteva, e doveva presagir danni ancor più gravi per

l'opportunità offerta al nemico di conquistar le Caroline; l'inimico

vivere e trascorrere danneggiando per le viscere dell'America; starsene

intanto, si dolevano, i capitani francesi correndo i mari delle Antille,

facendo il lor pro di quelle ricche isole inglesi, e lasciando gli

Americani soli a travagliarsi nell'aspra e perigliosa contesa.

Accrescersene il numero degli scontenti, sgomentarsene i contenti. Lo

pregavano perciò, ed instantissimamente il richiedevamo, volgesse

l'animo suo al soccorso del fedele e pericolante alleato. D'Estaing si

lasciò smuovere, quantunque avesse commissione dal suo Re di

ritornarsene tosto in Europa colle dodici navi grosse e le quattro

fregate, che componevano la flotta di Tolone, lasciando però alcuni

vascelli e fregate sotto i comandamenti di La-Motte-Piquet alle stanze

di San Domingo, ed altri otto vascelli con altri legni minori ad

invernare nei porti della Martinica, intendendosi, che questi condotti

dal conte di Grasse cooperassero col marchese di Bouillé alla conquista

di altre isole inglesi. Tali erano in quei tempi i pensieri della

Francia; perciocchè, riscaldandosi allora vieppiù le pratiche colla

Spagna, avrebbe essa voluto veder gli Americani coll'acqua alla gola per

ottenerne nel prossimo trattato della Lega col Re Cattolico, e per l'uno

e per l'altro Re più favorevoli condizioni. Ma D'Estaing seguendo meglio

la generosità dell'animo suo, che gli ordini del suo Re, e volendo con

ogni studio fuggire ogni occasione di dare agli Americani alcun sospetto

d'animo poco verso di loro sincero, partì alla volta dell'America con

ventidue navi di alto bordo e otto fregate. Due erano le imprese, le

quali aveva in pensiero di voler fare, accordatosi prima in ciò coi Capi

americani, l'una e l'altra di grandissima importanza. La prima si era

quella di opprimere le forze del generale Prevost, e, spazzata in tal

modo la Giorgia, liberar questa dalla presenza, la Carolina Meridionale

dal pericolo degl'Inglesi. Non credeva, fosse disagevol cosa ad esser

mandata ad effetto. L'altra, di maggior importanza e difficoltà,

consisteva nell'assaltare congiuntamente col generale Washington per

terra e per mare la città di Nuova-Jork. Dalle quali due fazioni, se

avessero avuto felice fine, ne sarebbe stata la guerra del tutto

terminata sulla terra-ferma americana.

Compariva egli il dì delle calende di settembre sulle coste della

Giorgia con venti navi delle più grosse, avendone tra via mandato due a

Charlestown di Carolina per darvi avviso del suo arrivare in su quelle

spiagge. La cosa riuscì affatto improvvisa agl'Inglesi, i quali a

tutt'altra cosa avrebbero pensato, fuori che a questa. Il che fu

cagione, che la nave inglese lo Sperimento di cinquanta cannoni,

governata dal capitano Wallace, non senza però aver fatto una

valorosissima, e quasi disperata resistenza, si arrendette alle armi

francesi. Tre altre fregate inglesi vennero parimente in poter di

D'Estaing; siccome pure cinque chiatte annonarie, preziosa preda pel

fallimento delle vettovaglie, in cui erano, ai vincitori. Trovavasi

allora Prevost nella città di Savanna con una parte solamente delle sue

genti; le migliori, se non le più, avendo tuttavia gli alloggiamenti

loro nell'Isola di Porto-Reale, situata presso le coste della Carolina.

Conosciuto l'inaspettato e grave pericolo in cui era, mandò

spacciatamente ordine al colonnello Maitland, il quale era al governo di

quelle, non mettesse tempo in mezzo per venire a ricongiungersi seco lui

dentro le mura della città. Gli stessi ordini spedì tosto ad un'altra

presa de' suoi, che stanziavano a Sunbury. Nell'istesso tempo gl'Inglesi

quelle navi, che avevano nel fiume Savanna, e nelle circonvicine acque o

ritirarono in su ne' luoghi più sicuri, o affondarono per impedir il

passo a quelle del nemico. Steccarono allo stesso fine il fiume.

Guastarono le batterie piantate nell'Isola di Tibee. Fecero con fatica

incessabile lavorare i Neri alle fortificazioni. I marinari scesi a

terra si congiunsero coi soldati, e specialmente si accinsero a voler

ministrare le artiglierie.

Ma intanto tostochè si ebbero nella città di Charlestown le novelle

dell'arrivo di D'Estaing, se le genti si rallegrassero, non è da

domandare. Tosto il generale Lincoln si metteva in via con una buona

mano di soldati per alla volta di Savanna. Si spedirono all'ammiraglio

francese piccoli legni in gran numero, perchè gli servissero ad uso di

sbarcare i suoi soldati, non potendo le grosse navi molto avvicinarsi a

quelle spiagge. Avute queste D'Estaing, ed accostatosi allo scanno, che

è posto alla foce della Savanna, traghettò appoco appoco, passando sopra

di questo, le sua genti e le sbarcò a Beaulieu a tre miglia distante

dalla città. Nel medesimo tempo le sue fregate entrarono ad occupar le

diverse fiumane, ed i bracci di mare, che sono in quei contorni assai

frequenti, approssimandosi quanto meglio e più potessero a Savanna. Il

dì quindici settembre comparivano sotto le mura della città i Francesi,

accompagnati dalla legione di Pulaski, la quale, fatta grandissima

diligenza, già era venuta ad accozzarsi coi medesimi. Prevost dopo

alcune leggieri avvisaglie ritirò dentro tutte le sue genti, essendo,

poichè Maitland non era ancora arrivato, poco sufficiente a difendersi,

non che atto ad offendere. D'Estaing con parole alte intimò la resa a

Prevost; che quelle genti, ch'egli aveva guidato sotto le mura di

Savanna, non erano, che una parte di quelle, che avevano conquistato per

assalto la Grenada; che l'umanità sua l'obbligava a rammentarglielo, e

che ciò fatto non potrebbe venir imputato, se non potesse poi la furia

de' suoi soldati raffrenare. Chiedeva, e ciò non senza grave querela e

sospetto degli Americani, si arrendesse all'armi del Re di Francia.

Prevost, considerato che le genti di Maitland non erano arrivate, e che

le fortificazioni, che intendeva di fare, non erano ancor compite, dava

del buono, e s'ingegnava di logorar tempo con far le viste di voler

introdurre una pratica d'accordo. Rispose pertanto a D'Estaing, non

potere, nè dovere arrendersi, se prima non conosceva le condizioni.

Aggiunse, proponessele. Dopo varie pratiche, Prevost fu tanto astuto, e

D'Estaing tanto dolce, o tanto confidente, che conchiusero una sosta di

ventiquattr'ore. In questo frattempo arrivò dall'Isola di Porto-Reale

con tutte le sue genti Maitland, dopo di aver superato con molta sua

lode tutte le difficoltà opposte tra via da' luoghi e dal nemico.

Ricevuto questo rinforzo, nel quale per verità consisteva la principale

speranza della difesa, Prevost fece intendere a buona cera a D'Estaing,

che si voleva difendere. Ma due giorni prima era arrivato nel campo

degli assedianti il generale Lincoln con circa tremila soldati tra

stanziali e milizie. Sommavano i Francesi al novero di quattro o cinque

migliaia. Il presidio tra soldati, marinari e leali arrivava bene a tre

migliaia di soldati. Pigliarono i Francesi il campo a dritta, gli

Americani a sinistra. Non avendo gli alleati potuto insignorirsi della

città di queto, nè credendosi poterla pigliare d'assalto per la

gagliardìa del presidio e delle fortificazioni, le quali già fatto

avevano, e tuttavia facevano gl'Inglesi con grandissima diligenza, si

risolvettero a volerla pigliare per oppugnazione. Per la qual cosa,

incominciarono a lavorar di forza alle trincee, e già il giorno

ventiquattro avevano sboccato a trecento passi dalle palificate sulla

sinistra della città. Fecero gli assediati ogni sforzo per impedir

l'opere degli assedianti, sebbene con poco effetto. Finalmente avendo

gli alleati condotto a fine le trincee, e piantatovi le batterie,

incominciarono la notte dei tre ottobre, a briccolare in gran copia le

bombe dentro la città, ed in sul far del dì dei quattro trassero

furiosamente con trentasei bocche da fuoco dalle batterie di terra, e

con nove bombarde. Nel medesimo tempo fulminavano di fianco con sedici

cannoni posti sulle navi. Per accrescer terrore alla cosa non cessavano

dal gettar dentro carcasse, le quali appiccarono il fuoco a parecchie

case. Questa tempesta di tant'istromenti da guerra, che durò bene cinque

giorni, siccome causò un danno infinito alla città, così fece poca

impressione dentro le mura, le quali non erano sì tosto in qualche luogo

danneggiate, che non fossero più presti gli Inglesi a rassettarle.

Quindi invece di perdere della forza e solidità loro in mezzo a tanta

furia di cannonate e di bombe, pareva che nuove ne acquistassero. I

soldati poi del presidio, e molti ancora fra gli abitanti, siccome

quelli, che stavano sulle mura per difenderle, ne ricevettero pochissimo

danno. Ma bene fu assai grave quello delle donne, e dei fanciulli, e

delle altre turbe inermi, le quali disseminate qua e là per le case che

diroccavano od ardevano, non trovavano contro tanto furore rifugio

alcuno. Molti perirono, altri furono sgabellati a doverne increscer loro

la vita. Mosso dalle miserabili grida loro Prevost mandò pregando

d'Estaing, fosse contento, che le donne ed i fanciulli fossero mandati

sopra di una nave giù pel fiume, e posti sotto la protezione di una nave

da guerra francese, e là stessero, finchè la bisogna dell'assedio fosse

terminata. Aggiunse, che ove per sua cortesia concedesse la domanda, gli

faceva a sapere che la sua moglie stessa, i figliuoli ancor fanciulli, e

tutta la famiglia l'avrebbero usata. Alla quale richiesta piuttosto da

desiderarsi da un generoso nemico per concederla, che da apprendersi per

negarla, trattandosi, come invero si trattava di un'impresa da doversi

terminare colla forza, non colla fame, rispose superbamente D'Estaing, o

di per sè stesso, o messo su da Lincoln, il quale siccome

Massacciuttese, era uno dei più risentiti libertini del paese, che non

poteva acconsentire, perchè Prevost lo aveva ingannato colla tregua; che

nella presente domanda vi poteva esser sotto materia (sospettando, che

il generale inglese volesse con questo stratagemma cansare le ricche

spoglie della Carolina); che finalmente lamentava bene l'infelice

condizione di quelle persone, ma che se non poteva fare altro, lo

imputasse Prevost a sè stesso, ed a quella illusione che gli offuscava

l'animo.

Qualunque fosse la perizia degl'ingegneri inglesi, e specialmente quella

del capitano Moncrieff, l'opera del quale fu di grandissimo comodo in

quest'assedio, nel racconciar le mura rotte dall'impeto delle

artiglierie nemiche, ed il valore, col quale gli assediati le

difendevano, poca speranza potevano avere di poterle tenere ancora lungo

tempo, e minor eziandio di ottenere la vittoria, quando gli assedianti

avessero perseverato nell'assedio. Ma si trovava D'Estaing oppresso da

gravissime difficoltà. Non si era egli persuaso, che fosse per trovare

sotto le mura di Savanna un sì duro incontro; ed era venuto in tanta

confidenza di una prossima vittoria, che si era fermato con tutta la sua

flotta su quelle spiagge poco sicure in ogni stagione dell'anno, ma

molto pericolose in quella, che allora correva. Aveva anzi significato

agli Americani, che non poteva fare in terra più lunga dimora, che di

otto o dieci giorni. Già ne erano trascorsi venti, dacchè era venuto a

oste sopra Savanna, e questa città nissuna sembianza faceva di volersi

arrendere. La stagione diventava ogni dì più infedele, ed i suoi

uffiziali non cessavano di mostrargli, in quanto pericolo esporrebbe

l'armata del Re, e tutti i suoi, se più lungamente si ostinasse

nell'incominciata impresa. Poteva anco un'armata inglese fresca, e

fornita di ogni cosa arrivar in quelle spiagge, e dar la battaglia alla

francese mancante allora di tutti i soldati e marinari, e di tutte le

artiglierie sbarcate alla fazione di Savanna. Onde è, che quantunque le

trincee non fossero a quella perfezione condotte, che era necessaria, nè

le mura della città altrettanto danneggiate, quanto si sarebbe

desiderato, si deliberò D'Estaing a volerle dar l'assalto; tratto ora

dalla necessità delle cose a quella risoluzione, la quale avrebbe dovuto

mandar ad effetto, allorquando in sul principio poco era la città

difendevole, e gli aiuti di Maitland non arrivati. Fatta la risoluzione,

consultò con Lincoln del modo di eseguirla, ed ambidue si fermarono di

voler assaltar la città sul fianco destro da quella parte stessa, dove

si erano gli Americani accampati. Da questo lato una strada fonda e

paludosa poteva condurre gli assalitori, senza che potessero essere non

che danneggiati, veduti dagli assediati, sino distante solo a cinquanta

passi dallo sdrucciolo della Fortezza, ed in qualche luogo anche più

presso. La mattina dei nove ottobre, prima del dì, D'Estaing e Lincoln,

raccolto il fiore dei soldati loro, andarono per la strada coperta a

riconoscere la batteria. Ma a cagione del buio s'innoltrarono più in là

nella fondura, che non avrebbero voluto, avendo dato una più gran

giravolta a sinistra. Il che fu causa, che ci si perdè tempo, e si

disordinarono i soldati. Tuttavia, ripigliato tosto le ordinanze, si

affacciarono alle mura, e diedero con incredibile ardire un ferocissimo

assalto. Gl'Inglesi, i quali, come scrivono alcuni, ne avevano avuto

qualche fiato la sera precedente, e che perciò stavano sull'intesa, con

quel medesimo valore si difendevano, col quale erano assaliti. Si

attaccarono principalmente, con un furore inestimabile gli uni gli altri

intorno un bastione posto sulla via per Ebenezer, facendo gli alleati un

incredibile sforzo per ispuntar di quello gl'Inglesi. Si combatteva

anche nelle altre parti con uguale valore, e non si poteva

conghietturare, da qual parte fosse per inclinar la vittoria. D'Estaing

e Lincoln in capo alle file dei loro, ed esposti ad un grandissimo

pericolo gli animavano. Da un altro canto Prevost, Maitland ed il

Moncrieff non mancavano a lor medesimi, continuamente aizzando i loro,

cacciassero da quelle mura i ribelli al Re, i nemici inveterati del nome

inglese sfolgorassero. Durò l'ostinatissima contesa per ben un'ora. Ma

infine cedendo il valore degli assalitori alla costanza dei difensori,

ed essendo quelli grandissimamente infestati dalle artiglierie, le quali

poste con mirabile industria da Moncrieff nei luoghi più opportuni

piovevan loro addosso continuamente, e da tutti i lati palle e scaglia;

incominciò l'impeto degli alleati a raffreddare; poscia balenarono.

Della qual cosa accortisi quei di dentro, e conoscendo benissimo, quello

essere il momento, il quale se bene usassero, doveva dar loro la

vittoria compiuta in mano, saltaron fuori, granatieri massimamente e

marinari, e spintisi a trabocco nei fossi e nei ripari, in men che non

si dice, gli spazzarono, cacciatine di forza tutti i nemici. Nè contenti

a questo, avventati pel calor della battaglia, e gonfiati all'aura della

vittoria, gli perseguitarono sì ferocemente e sì precipitosamente, che

gli ributtarono fuori delle palificate dentro la fondura. Il quale

cacciamento fu così subito, che quelle insegne, che Prevost aveva

mandato dietro i suoi alle riscosse, non ebbero tempo di arrivare ad

aver parte nell'impresa. Non è da passar sotto silenzio, che mentre più

ardeva la battaglia, il conte Pulaski postosi alla testa di dugento

cavalleggieri tentò galoppando a tutta briglia di entrare tra mezzo i

ripari nella città per assalir poscia alle spalle, e scombuiar i nemici.

Ma ferito in quel punto mortalmente, fu costretto a ritirarsi; ed i

suoi, perduto il capitano, disanimatisi si tolsero dall'impresa.

Dissipata la nebbia ed il fumo, che avevano ingombrato l'aria nell'ora

dell'assalto, si scoperse uno spettacolo orribile a vedersi. Mucchi di

morti misti coi viventi qua e là, ma principalmente intorno il puntone

di Ebenezer; armi rotte, sangue sparso, grida lamentevoli, ogni cosa

degna di compassione. Chiedevan gli alleati una tregua per seppellir i

morti, e raccorre i feriti. Fu concessa, con restrizione però rispetto a

quei che si trovavano in un certo spazio vicino alle mura.

Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 3 · 第 26 / 31 段