Un'altra fazione di maggiore importanza si fece sulle rive del fiume

Penobscot presso l'estremo confine della Nuova-Inghilterra e della

Nuova-Scozia. Erasi partito da Halifax il colonnello Maclean con un

grosso squadrone di stanziali per recarsi a pigliar posto sulle bocche

di questo fiume in mezzo a quella contrada, che chiamano la contea di

Lincoln. Arrivatovi si affortificava. Intendeva di noiare da quel luogo

molto acconcio i confini orientali della Lega, e tenendo quel calcio in

gola al Massacciuttesi, sperava non si sarebbero i medesimi osi di

mandar molta gente in aiuto dell'esercito washingtoniano. Saputasi la

cosa in Boston, non si può dire, quanto vi si commuovessero gli animi,

ed in quanta gelosia entrassero sui futuri disegni del nemico.

Determinarono di fare un grande sforzo per cacciarlo da quel nido, che

gli poteva servir di scala a cose maggiori. Allestirono con grandissima

celerità un'armata; ed affinchè non mancassero le navi da carico,

ordinarono, si ritenessero tutte quelle che nei porti loro si

ritrovavano; le fornirono di soldati e di ciurme, ed in poco tempo fu

ogni cosa pronta alla spedizione. Preposero all'armata il comandante

Saltonstall, alle soldatesche il generale Lovel. Fecero vela alla volta

di Penobscot.

Aveva intanto Maclean udito prima i romori, poscia avuto le certe

novelle degli apparecchiamenti, che si facevano nel Massacciusset. Ogni

opera usava, per quanto la brevità del tempo il comportava, per

viemmeglio assicurar le difese del luogo. Arrivarono i repubblicani, e

dopo parecchj tentativi per isbarcare, riusciti vani a cagione della

risoluta resistenza de' regj, finalmente tanto fecero, che fu loro fatto

abilità, ributtati i difenditori, di porre in terra. Lovel, invece di

andar tosto all'assalto, il che gli avrebbe dato la vittoria certa, si

pose in sul trincerarsi. Ripresero animo gl'Inglesi. Vi fa un trarre di

artiglierie continuo per quindici dì. In ultimo, essendo già levate in

parte le difese, deliberarono gli Americani di voler dar la batteria. Ne

ebbe Maclean lingua, e si apparecchiava a ributtargli. La mattina ogni

cosa in pronto; ma un profondo silenzio nel campo degli assedianti. Non

san che dirsi. Finalmente fatta l'esplorazione, trovarono,

maravigliandosene ognuno, i nemici aver del tutto abbandonato gli

alloggiamenti, le opere loro esser rimaste nude di guardia, e ritirati

uomini, armi e munizioni alle navi. Nè stettero gran pezzo ad accorgersi

di ciò, ch'era stato la cagione di sì strano accidente. Era Collier

comparso improvvisamente alle bocche del Penobscot, il quale, avuto

avviso del pericolo di Maclean, era prestamente partito per soccorrerlo

da Sandy-hook con una sufficiente armata. Fe' le viste Collier di

assalir il navilio massacciuttese. Si disordinarono i repubblicani, i

regj gli sfolgorarono. Tutto quel navilio sì da guerra, che da carico fu

arso o preso con danno inestimabile dei Bostoniani, i quali in

quest'impresa avevano posto l'occhio. I soldati ed i navicellai

viaggiando con incredibile disagio tra vasti deserti e profonde selve,

si condussero a luogo di salvamento. Saltonstall e Lovel, ma

principalmente il primo diventarono in odio a tutti, e le botte che

furon date ad ambidue d'ignoranza e di codardìa non furon poche. Questo

fine ebbe l'impresa fatta alla foce del Penobscot, nella quale i

Massacciuttesi provarono con grave danno loro, quanto improvvido

consiglio sia negli Stati confederati l'operare spartitamente dai

compagni. Imperciocchè e' pare, che i Capi loro non abbian voluto in

rispetto a questa fazione non che accordarsi, consigliarsi coi capitani

del congresso. Così della conquista della Giorgia in fuori si

travagliavano in quest'anno freddamente le armi, e non succedevano, se

non effetti di piccolo momento.

Ma però nel mese di luglio fu fatta addosso gl'Indiani una terribile

rappresaglia dai repubblicani condotti dal generale Sullivan. Le

spedizioni l'anno scorso contro di quelli eseguite da Buller e Clarke

non avevano ancora potuto soddisfare agli animi dei Capi della Lega, i

quali tuttavia ardentissimamente desideravano di fare un'adeguata

vendetta della distruzione di Viomino. Oltreacciò pareva loro necessario

di frenar le correrìe, che sugli estremi confini non cessavano di fare

que' sfrenati selvaggi resi più arditi dall'impunità, ed instigati dagli

agenti britannici, i quali con denari e con presenti, in pubblico ed in

privato avevano tutto quel paese avvelenato. Tra quelli si mostravano

più vive e più moleste le sei tribù più possenti di tutte per la lega

contratta fra di loro, per gli ordini già avvicinatisi a quei di uno

Stato civile, e pel gran numero dei venturieri europei, che alle

medesime tramescolati si erano, e dai quali avevano già in qualche modo

le fogge degli armeggiamenti, e dei militari scaltrimenti d'Europa

imparato. A queste si erano accostate altre nazioni selvagge meno

rilevanti, eccettuati però gli Oneidiani, i quali, standosene di mezzo

ad osservare, tennero il fermo al congresso. Per la qual cosa si

deliberarono i Capi americani a volere con uno sforzo rilevato liberarsi

del tutto da quella rangola; e siccome Dio, secondo il detto del volgo,

non paga il sabbato, far pagar il fio a quella gente spietata delle

crudeltà di Viomino. Alla qual risoluzione altrettanto più volentieri si

accostarono, perciocchè le cose della guerra procedevano, come abbiam

veduto, assai freddamente nelle province più vicine al mare. Fu ordito

talmente il disegno di questa fazione, che il generale Sullivan, il

quale doveva guidare tutta l'impresa, salendo con circa tremila soldati

su per le rive della Susquehanna arrivò a Viomino, e quivi aspettava il

generale Jacopo Clinton, che veniva pel fiume Moacco con sedici

centinaia di soldati. Seguivano un gran numero di guastadori, di

bagaglioni, di saccardi, di galuppi, ed altra simile bordaglia per far

le strade, portar le vettovaglie, devastar il paese. Le vettovaglie

erano copiosamente fornite, sebbene non tante, quante Sullivan avrebbe

desiderato. Doveva l'esercito passar lungo spazio per paesi, che non ne

somministravano. Di cavalli se ne avevano in copia; delle artiglierie da

campo sei con due obici. I due generali congiunsero le genti loro a

Viomino il giorno 21 d'agosto. Messisi all'ordine, di nuovo si ponevano

in via verso le parti superiori della Susquehanna. Alla fama di questa

venuta avevano gl'Indiani fatti tutti que' sforzi, che meglio per loro

si potevano per difendersi, ed allontanar dal paese loro l'imminente

rovina. Guidati da quei Johnson, Butler e Brandt nominati nei precedenti

libri, si erano assembrati in numero assai ben grosso, e si accozzarono

con essi loro da dugentocinquanta leali. Credutisi forti, erano venuti

sopra la Terra di Newtown, per la quale doveva Sullivan passare, e

quivi, aspettandolo, avevan construtto una grossa e lunga trincea, che

assicurarono vieppiù con un palancato, ed alcuni imperfetti bastioni

alla foggia europea. Arrivato Sullivan tosto attaccò la battaglia. Si

difesero gl'Indiani molto francamente per ben due ore, quantunque non

avessero artiglierie. Per isloggiargli più facilmente da quel riparo

commise Sullivan al generale Poor, andasse allargandosi sulla dritta per

andar a riuscir loro alle spalle. Veduta questa mossa, ed assaliti anche

aspramente da fronte, si perdettero gli Indiani di animo, e si diedero

precipitosamente alla fuga. Pochi furono uccisi, nissuno venne in poter

dei vincitori. Sottentrarono questi, e s'impadronirono di Newtown. Si

sentirono talmente questi uomini selvaggi a questa rotta, che più non si

rattestarono. Ora altro ostacolo non rimaneva da superare ai sullivani,

per correre il paese indiano, fuori di quello delle vettovaglie e della

difficoltà, la quale era grandissima, delle strade. L'uno e l'altro

superarono con incredibile pazienza. Arrivarono finalmente, e ne seguì

una intiera distruzione della contrada, la quale gli abitatori, uomini e

donne, vecchi e fanciulli intanatisi ne' deserti e foreste più selvagge,

abbandonato avevano. Arsero le case, guastarono le messi, mandarono a

male ogni sorta di biade, tagliarono gli alberi fruttiferi. Nel che fu

tanta rabbia usata, ch'era la cosa venuta a vergogna a parecchj

ufficiali non avvezzi a fare, come dicevano, quel mestier di ladroni. Ma

Sullivan era inesorabile, volendo eseguire le commissioni, ed i soldati

volentieri l'obbedivano, avendo mal animo addosso agl'Indiani, perchè si

ricordavano di Viomino. Guastarono da centosessanta mila moggia di

biade. Rovinarono in fondo da quaranta villate, tagliarono un numero

infinito di alberi sì fattamente, che in un solo verziere ne furono

atterrati da quindici centinaia tra pomi, peri e persici. I bestiami

ancora, quelli, ch'erano rimasti o trasportarono, o uccisero. Nulla si

lasciò che intatto fosse o di ciò, che vegetasse sopra la terra, o di

ciò, che vivesse nelle stalle od in sui pascoli, o che l'industria umana

prodotto o provveduto avesse.

Questa spedizione non solo fu notabile pel rigore, col quale fu mandata

ad effetto, ma ancora per le nozioni, che si acquistarono intorno la

condizione di quelle società selvagge. E' pare che quelle nazioni, le

quali ora furono ad un tanto sterminio condotte, più oltre fossero nella

civiltà procedute, che prima si credesse, o che si sarebbe potuto

giudicare. Le case loro erano nei più ameni e salutevoli luoghi poste,

spaziose, pulite, e non senza qualche eleganza, che poco più si sarebbe

potuto desiderare. I campi poi, nei quali così grasse e prosperevoli

eran cresciute le biade, dimostrarono, non esser ignota a quelle genti

l'arte di coltivar la terra. L'antichità e la maravigliosa grandezza

degli alberi fruttiferi, e la frequenza de' bruoli davano certo indizio,

che non di recente, ma già da lungo tempo fossero ad un tal grado di

civiltà salite. E siccome il seminar le biade, ed il piantar gli alberi

sono non dubbj argomenti, che l'uomo guarda nell'avvenire, così si venne

a conoscere, esser falso quello che si credeva vero degl'Indiani, cioè

non aver essi previdenza. Le quali cose si debbono dalla frequenza della

popolazione loro riconoscere, dalla famigliarità degli Europei, e

massimamente dagli uffizj de' Missionarj, i quali ne' tempi andati, e

forse ancora a quei medesimi erano fra di loro vissuti o vivevano.

Furono gl'Indiani dalla presente battitura sì fattamente sbigottiti, che

non fecero più dopo in alcun tempo verun motivo d'importanza. Compiuta

l'opera, ritornò Sullivan a Easton nella Pensilvania. I suoi uffiziali e

soldati molto lo ringraziarono, e seco lui si congratularono con

pubbliche dicerìe, che andarono anche per le stampe, del prospero

successo della spedizione, ciò facendo o spontaneamente, o perchè

Sullivan, siccome uomo anzi leggieri e glorioso, ch'egli era, che no,

così volesse, facessero. Poco tempo dopo, essendo diventato cagionevole,

chiesta licenza dal congresso, l'ottenne facilmente; perciocchè erano i

membri di quello disgustati con lui, o fosse per le sue superbe

vantazioni, o perchè, siccome quegli, ch'era assai largo di bocca,

sovente gli cardava.

Raccontate nel modo fin qui scritto le cose, che accaddero sul

continente americano tra i reali ed i repubblicani, o tra questi e

gl'Indiani, l'ordine della storia richiede, che ci facciamo a descrivere

quelle che avvennero tra gl'Inglesi ed i Francesi nelle isole Antille,

dopoch'erano arrivati ai primi i rinforzi di Europa condotti dal Rowley,

ed ai secondi quelli del conte di Grasse. Dall'accostamento di queste

novelle forze erano le due flotte nemiche divenute a un dipresso

egualmente gagliarde. Avrebbero gl'Inglesi voluto venirne ad una

battaglia giusta. Ma D'Estaing, il quale, siccome molto più forte di

soldati di terra, che Byron non era, aveva in animo principalmente di

conquistare le vicine isole inglesi, fuggiva la battaglia, la quale se

avesse infelice fine avuto, avrebbe renduta la superiorità sua nell'armi

terrestri infruttuosa. Perciò se ne stava quietamente nel Porto-Reale

della Martinica, aspettando una favorevole occasione per far qualche

onorata impresa in servizio del suo Re. Questa non tardò molto la

fortuna a parargli davanti. Erasi partito addì sei di giugno

l'ammiraglio Byron da Santa Lucia per recarsi all'Isola di San

Cristoforo, dove avevan fatto la massa le conserve delle Antille, pronte

a far vela per alla volta dell'Europa. Intendeva di conviarle con tutta

la sua armata per un grande spazio, sia perchè, se ne avesse lasciato

una parte in qualche porto di quelle isole, non avendovene nissuno, che

del tutto sicuro fosse, sarebbe stata esposta agli assalti di un nemico

molto più forte, sia perchè si sapeva, ch'era partito di Francia, ed era

tra via con un altro grosso rinforzo per D'Estaing il conte de

La-Motte-Piquet. Era cosa evidente, che se questi si fosse abbattuto in

sui mari nelle conserve, le avrebbe prese con inestimabile danno

dell'Inghilterra, quando non fossero state da una forza sufficiente

accompagnate. Partito Byron da Santa Lucia non furon tardi i Francesi ad

usar la occasione, che loro si scopriva. Commise D'Estaing al cavaliere

di San Rumain, andasse con cinque navi armate, e quattrocento uomini di

sopraccollo tra soldati stanziali e milizie ad assaltare l'isola di San

Vincenzo. Faceva ottimamente il cavaliere i comandamenti del capitano

generale; e nonostante le correnti che lo sviarono, e la perdita di una

nave, sbarcò le sue genti sopra l'isola. Dal detto al fatto si insignorì

coll'armi in mano di un colle, che sta a ridosso di Kingston, borgo

capitale dell'Isola. I Caraibi, o sia i naturali abitatori, gente

armigera e bellicosa, venivano a torme a congiungersi cogli assalitori.

Il governatore Morris, quantunque avesse sotto di sè più gente da

difendersi, che non aveva San Rumain per offenderlo, forse per paura dei

Caraibi grandemente irritati all'avarizia e crudeltà degl'Inglesi, si

arrendè a patti. Furono essi assai onorevoli e somiglianti a quei, che

ottenne il governatore della Domenica, quando venne quell'isola in poter

dei Francesi.

In questo mezzo era arrivato al Forte Reale della Martinica l'ammiraglio

La-Motte-Piquet, che aveva condotto sei navi di alto bordo, le quali,

congiunte alle diciannove, che già aveva D'Estaing, componevano una

fioritissima armata di venticinque grosse navi di fila. Si annoveravano

fra di esse due di ottanta cannoni, ed undici di settantaquattro. Queste

forze erano superiori a quelle di Byron, il quale non aveva altro che

diciannove, tra le quali una di novanta, undici di settantaquattro, le

altre minori. Aveva inoltre La-Motte-Piquet recato un rinforzo di

stanziali con molte munizioni sì navali, che da guerra. Elevato per

queste cose D'Estaing a maggiori speranze, si risolvette a far l'impresa

della Grenada, difficile assai per la fortezza dei luoghi, ma di non

poco momento per la situazione, e pei proventi dell'isola. Aveva egli

già buon tempo posto il capo a questa fazione; ma sempre andò

indugiandosi, aspettando il tempo, in cui fosse per prevalere di armi

navali. La quale cosa avendo conseguìto per l'arrivo di La-Motte-Piquet,

la mandava ad effetto. Salpò addì 30 di giugno dalla Martinica, ed il

secondo giorno del seguente mese dato fondo nel Molinier, che è un seno

di mare così detto nell'isola di Grenada, pose in terra da duemila e

trecento soldati, la maggior parte Irlandesi condottisi ai soldi della

Francia, e capitanati dal colonnello Dillon. Occuparono incontanente i

posti circonvicini. Era tutta l'isola governata dal lord Macartney con

un presidio di circa ottocento soldati, dugento stanziali, i rimanenti

milizie. Erano questi alloggiati sopra un poggio, che chiamano Morne

dell'Ospedale, il quale oltrechè si è naturalmente di una salita assai

ripida, resa anco più difficile dalle more, che vi avevano alzate qua e

là, era stato affortificato da parte delle falde con una grossa

palificata, e più insù con tre trincee, l'una posta a sopraccapo

dell'altra. Signoreggia questo poggio la città di Giorgio, il Forte ed

il porto. D'Estaing intimò la resa a Macartney. Rispose, che per verità

non conosceva le forze di D'Estaing, ma che conosceva bene le sue, e si

voleva difendere. Sapeva benissimo il capitano francese, che se v'era

modo alcuno di conquistare l'isola, questo si era per una battaglia di

mano. Imperciocchè non dubitava punto, che indugiandosi, sarebbe

sopravvenuto Byron in soccorso, e gli avrebbe rotto il disegno. Per la

qual cosa non mise tempo in mezzo, ed ordinò i suoi all'assalto. Vennero

la notte seguente approssimandosi al poggio, ed a due ore dopo

mezzanotte da ogni parte lo accerchiarono. Eran divisi in tre colonne

per dare all'inimico diversi riguardi, la dritta guidata dal visconte di

Noailles, la manca da Dillon, la mezzana tra le due dal conte D'Estaing

medesimo, il quale s'era animosamente posto a capo ai granatieri. Gli

artiglieri, non avendo cannoni da governare, chiesero, ed ottennero di

marciare i primi. Incominciavasi la battaglia per un assalto simulato

dato sotto l'ospedale dalla parte del fiume San Giovanni. Non così tosto

ebbe principio, che le tre colonne con grand'ordine, e con maggior

ardire inarpicandosi per l'erta ivano all'assalto. Sostennero gli

assaltati l'urto loro con molta costanza. Parvero esitare un istante.

Gl'Inglesi scrivono, avergli ributtati. I Capi gl'incoraggiavano. Si

avventavano più fieri che prima. L'uno serrava l'altro e lo spigneva

avanti. Nè le palificate, nè la difficoltà della salita, nè le trincee,

nè la furia dell'armi nemiche tanto poteron operare, che non

riportassero una gloriosa vittoria. D'Estaing il primo coi granatieri

saltò armatamente dentro gli alloggiamenti inglesi. Lo seguitarono gli

altri. In un momento gl'inondarono. Gl'Inglesi chiedevano la vita, i

Francesi la concedevano. L'oscurità della notte ebbe accresciuto orrore

alla cosa, gloria ai vincitori. Trovarono undici cannoni di diversa

gittata e sei bombarde. La mattina, fatto dì, voltarono le conquistate

artiglierie contro il Forte, che tuttora si teneva per gl'Inglesi. Fatto

il primo colpo, mandò Macartney un trombetto, chiedendo i patti.

D'Estaing gli concedeva un'ora e mezzo, perchè facesse le proposte.

Mandata una bozza di capitolazione a D'Estaing, questi ricusò le

condizioni. Ne mandò il Francese un'altra del suo all'Inglese,

contenente sì nuovi e strani capitoli, che Macartney e gl'isolani stessi

amarono meglio rimettersi senz'alcuna condizione nell'arbitrio dei

vincitori, che accettargli. E così fu fatto. Se grandi e meritevoli di

eterna memoria furono le virtù ed il coraggio degli assalitori durante

la battaglia, non furono minori la temperanza e l'umanità loro dopo la

vittoria. La città fu preservata dal sacco, al quale avrebbe potuto

esser posta giusta le consuete regole della guerra. Furon protetti gli

abitatori nella roba e nelle persone, e le salvaguardie concedute a

tutti coloro che le domandarono. Dillon specialmente meritò la lode di

mansueto e civile guerriero. S'impadronirono i Francesi di cento pezzi

di artiglierie e di sedici bombarde. Fecero settecento prigionieri.

Vennero anche in mano loro da trecento bastimenti mercantili di ricco

carico, che si trovavano nel porto. Tra morti e feriti perdettero poco

più di cento soldati.

Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 3 · 第 25 / 31 段