Ma nè la felicità del cielo, nè la fertilità della terra, nè la

longinquità del sito potettero impedire, che non entrasse tra di loro la

scellerata rabbia delle Sette. E sebbene i Tori, come gli chiamavano,

altrettanto numerosi non fossero, quanto coloro, che facevano

professione della libertà, ciò nonostante la possanza loro non era da

aversi in dispregio; e molto ancora si ajutavano colla pertinacia e

coll'ardire. Quindi è, che non solo le famiglie stavano contro le

famiglie, ma ancora spesso i figliuoli contro i padri, i fratelli contro

i fratelli, e perfino le mogli contro i mariti. Tanto è vero, che non

v'è bontà che resista all'opinione, nè felicità alla discordia

cittadina. I Tori poi erano stati asperati dai danni sofferti nelle

correrie fatte in compagnia dei selvaggi nel precedente anno contro

Viomino, ma molto più, e massimamente, perchè molti Tori forestieri non

conosciuti, i quali usando l'ospitalità tanto famosa degli Americani di

quei tempi, e particolarmente dei Viominesi, erano venuti a piantar le

sedi loro dentro la colonia, dati alcuni motivi di far sospettare di sè

stessi, furono arrestati, ed alcuni mandati nel Connecticut, perchè ivi

fosser loro fatti i processi, altri cacciati dalla colonia e banditi.

Gli odj perciò si rincappellarono. Giurarono i Tori, e meditavano la

vendetta. Si accozzarono cogli Indiani. Il tempo era prospero,

perciocchè la gioventù viominese era ita alla guerra. E perchè non

venisse meno il disegno, che tramavano, desiderando, che riuscisse

improvviso, perchè gli avversarj non avessero tempo di provvedersi,

deliberarono di voler usar gli inganni, simulando l'amicizia e la pace,

quando ad altro non pensavano che alla vendetta ed alla guerra.

Parecchie settimane prima che intendessero d'andar all'assalto,

mandarono più uomini a posta per protestare con efficacissime parole, ed

a chieder la pace. Queste lustre dall'un canto addormentavano i popoli

di Viomino, dall'altro davan comodità ai Tori ed agl'Indiani di

accordarsi cogli amici loro, e di considerare lo stato delle cose nella

colonia. Ciò nonostante malgrado la presente sicurezza, e che le parole

dei selvaggi sonassero tanto in contrario, avevano i Viominesi, siccome

suole per l'ordinario avvenire, allorquando gravi calamità sovrastano ai

popoli, un non so quale presentimento di quello, che doveva avvenire,

avuto. Mandarono perciò lettere a Washington, pregandolo, gli

soccorresse. Le lettere non pervennero, perchè furono tolte dai leali

pensilvanesi; e quand'anche fossero arrivate, non era più tempo. Già

erano i Barbari insorti contro l'estreme parti della colonia, e vi

avevano fatto alcuni rubacchiamenti poco importanti per la grandezza

loro, molto per le crudeltà; infelice preludio a quei mali più terribili

che dovevano di breve seguire.

Era giunto il presente anno al principio del mese di luglio, quando i

Barbari forti e gagliardi comparirono alla non pensata sulle rive della

Susquehanna. Guidavangli quel Giovanni Butler e quel Brandt con altri

Capi selvaggi molto ben noti per le crudeltà usate nelle precedenti

fazioni. Erano in tutto sedici centinaia di guerrieri, un quarto

Indiani, gli altri Tori travestiti, e dipintisi la pelle in modo, che il

parevano. Gli uffiziali però portavano gli abiti dell'uffizio e del

grado loro, e somigliavano stanziali. Avevano i Viominesi per sicurezza

loro, e stante la lontananza dei consorti, e la prossimità dei selvaggi,

piantato quattro Forti, ed avevano forse da cinquecento soldati sparsi

qua e là per le frontiere, od alloggiati nei Forti medesimi. Governava

tutta la colonia un Zebulone Butler, cugino a Giovanni, e uomo, se di

qualche valore, certo di poco cervello. Alcuni lo accusarono di fede

dubbia; il che è incerto. Certo è bene, che uno dei quattro Forti,

ch'era più vicino ai confini, era guardato da soldati infetti delle

opinioni dei Tori, i quali sul primo apparire dei nemici lo diedero in

poter loro. Un secondo, ricevuto un furioso assalto, si arrendè a

discrezione; dove quantunque i Barbari risparmiassero le donne ed i

fanciulli, i rimanenti crudelmente ammazzarono. Si ritirò in questo

mezzo Zebulone con tutti i suoi nella Fortezza principale chiamata

Kingston, dove concorrevano a calca, come in luogo di salute, spaventati

e con miserabili grida le donne, i vecchi, i fanciulli, i malati, e

tutti coloro, che inabili erano a portar l'armi. Era la Fortezza assai

difendevole, e quando Zebulone avesse tenuto il fermo, si poteva

sperare, che vi si sarebbe rotto l'impeto dei nemici, sintantochè

fossero arrivati gli aiuti. Ma Giovanni piaggiandolo e promettendogli

ogni cosa, operò si, e talmente, che lo trasse fuori della Fortezza

sotto colore di un accordo, il quale fu, che se venisse a parlamento

alla campagna, ci ritirerebbe i suoi dalla Fortezza, e si concluderebbe

la pace. Infatti diè indietro Giovanni con tutti i suoi soldati. Uscì

poscia Zebulone per andar al luogo accordato pel parlamento, assai

distante dal Forte; e per non esser solo si fece seguitare da

quattrocento soldati armati, quasi la totalità del presidio. Il che se

non è stato un tradimento, stato è certamente una molto strana ed

inescusabile semplicità. Arrivato Zebulone al convenuto luogo non

trovava anima vivente, ed increscendogli di ritornarsene senza

conclusione, procedeva verso le falde di certe montagne, ch'erano poco

lontane, sperando di trovarvi qualcuno, con cui potesse favellare.

Mentre marciava per quell'orrida solitudine, nissun segno se gli

appresentava, od ombra di vestigio umano. Avrebbe dovuto ristarsi; ma il

destino lo tirava; e di continuo si sospingeva avanti. La contrada

intanto incominciava a diventare scura e selvereccia. Discoprì

finalmente tra mezzo le macchie e gli arbusti di lungi un drappello, che

pareva lo invitasse a seguitare. E quei, che lo portava, come se temesse

egli stesso di tradigione, si ritirava, sempre drappellando, in dietro

con quel passo, col quale Zebulone camminava avanti. Intanto gl'Indiani,

che sapevano il paese, essendosi molto opportunamente valuti

dell'oscurità di quelle boscaglie, già lo avevano accerchiato da ogni

banda, mentre egli, ignaro del tutto del suo pericolo, tuttavia andava

innanzi per convincere i traditori ch'ei non gli voleva tradire. Ma

infine gl'Indiani lo svegliarono ben essi dal forte sonno, i quali

saltati fuori dalla imboscata, che fatto avevano nelle vicine foreste,

furiosamente, e con tremendi urli lo assalirono. Fatto un gomitolo dei

suoi si difendeva gagliardamente, mostrando migliore animo nella

battaglia, che mente nelle pratiche precedenti. E nonostante che la cosa

fosse tanto improvvisa, menavano i suoi soldati così fieramente le mani,

e con tanta costanza serbavano gli ordini, che la battaglia non solo

rimaneva dubbia, ma già incominciava a favor loro inclinare. In questo

punto, ecco un soldato del Zebulone o per tema, o per tradimento gridare

improvvisamente: _indietro; il colonnello ha comandata la ritirata_.

Tosto balenano, si rompon gli ordini, i Barbari entrano tra le file.

Segue una strage orribile. I fuggenti sono trafitti dalle trascorrevoli

armi, i contrastanti ammaccati dai mazzeri, o abbocconati dai coltelli.

Sani con feriti, moribondi con boccheggianti si abbaruffano in ogni

strana attitudine. Felice chi muore prima, o tosto; imperciocchè

gl'Indiani scotennavano i viventi, ed i Tori indragati, quando non

potevan coll'armi, colle mani gli sbranavano. Nissuno si pensi, che

alcuna rotta sia mai stata più lagrimevole di questa, nè che tanta

crudeltà siasi usata da feroci vincitori sopra i vinti. La maggior parte

morirono. Da settanta col Zebulone scampati dalla beccheria si

ricoverarono sbandatamente in un Fortino dall'altra parte del fiume.

I vincitori di nuovo investivano Kingston, e per ispaventar con orribile

spettacolo il già debole presidio vi briccolaron dentro dugento zaccagne

tuttavia grondanti di sangue dei loro parenti, amici e compagni. Il

colonnello Dennisson, comandante del Forte, veduta l'impossibilità del

difendersi, mandò chiedendo a Butler, quali condizioni concederebbe, se

si arrendessero. Rispose con ferità più che barbara e bestiale, e con

una sola parola l'_Ascia_. In un frangente tanto spaventevole

difendevasi Dennisson per un tempo, come meglio sapeva e poteva. Infine

morti, o feriti quasi tutti i suoi, si arrendè a discrezione. Entrarono

i Barbari, ed incominciarono a trar fuori dal Forte i vinti, i quali già

si credevano di esser menati ad una certa morte. Ma infastiditi

dall'impaccio e dalla lunghezza delle particolari morti si ravvisarono

di stivargli, uomini, donne, vecchi e fanciulli alla mescolata dentro le

case e le baracche, alle quali posto il fuoco, gli arsero dentro tutti,

dilettandosi essi nell'udire le compassionevoli grida di tanta

moltitudine di morenti.

Rimaneva in poter dei Viominesi il Forte Wilkesborough. Sopraggiungevano

i vincitori, e quei di dentro, sperando di trovar mercè, si arrendettero

senza resistenza alcuna ed a discrezione. Ma se la resistenza irritava

quegli uomini feroci, o piuttosto quelle fiere avide del sangue umano,

la cessione non gli disasprava. La rabbia loro si esercitò

principalmente contro i soldati del presidio, i quali eran piuttosto

stradieri da confini, che stanziali o milizie. Tutti gli ammazzarono con

inudita barbarie, e con nuovi ed inusitati martorj. Gli altri, uomini,

donne e fanciulli, i quali non parevan loro meritare una speciale

attenzione, arsero, come quegli altri, nelle case e nelle baracche,

tutti comprendendo in un universale incendio.

Prese le Fortezze, ivano i Barbari alla sicura disterminando la

contrada. Adoperavano il ferro, il fuoco, ogni stromento di distruzione.

Le messi e le ricolte, l'une e l'altre abbondantissime, ardevano. Le

case, gli arredi, le masserizie, preziosi frutti e cari dell'umana

industria e della civile società, si guastavano, come più veniva a

grado, o come meglio sapevano studiarsi i distruggitori. Ma eglino

spietati e snaturati, com'erano, non si ristavano ai volti umani; anzi

contro le bestie stesse rivolgevano il furor loro. Tagliate le lingue ai

cavalli, alle pecore, ed ai boccini gli lasciarono poscia andar vagando

per quelli testè sì pieni e lieti, ed ora distrutti pascoli, contenti al

veder prima i tormenti loro, che la morte.

Noi siamo stati lungamente in forse, se raccontare dovessimo i

particolari esempj della barbarica crudeltà; imperciocchè solo nel

rammentargli ci sentivamo raccapricciare. Ma considerato, che forse se

ne potrebbero i buoni Principi ritrarre dalle guerre, ed i cittadini

dalle civili discordie, non abbiam voluto, che la memoria di quelli a

queste nostre storie mancasse. Essendo il capitano Bedlock stato

spogliato nudo, gli si piantarono nel corpo suo fuscelletti di pino,

poscia posto sopra una catasta di rami del medesimo albero, datovi il

fuoco, fu arso vivo miserabilmente. I capitani Ranson e Durgee furon

gettati anch'essi viventi nelle fiamme. I Tori non che non

eguagliassero, forse superavano la crudeltà dei selvaggi. Uno fra gli

altri, la cui madre si era ad un secondo marito sposata, e questa, ed il

padrigno, e le sue proprie sorelle ed i bambini loro ammazzò. Un altro

uccise colle sue mani stesse il proprio padre, e tutta la sua famiglia

disterminò. Un terzo si bruttò le mani nel sangue dei fratelli suoi,

delle sorelle, del cognato e dello suocero. Queste furono una parte

delle dispietanze usate dai selvaggi, e dai fuorusciti nell'eccidio di

Viomino. Altre, se possibil sia, più orribili, passiamo sotto silenzio.

Nè meno lamentevole era la condizione di coloro, la più parte donne e

fanciulli, i quali avanzati a tanto sterminio, si eran rifuggiti nelle

selve in quell'ore, in cui i Barbari infuriavano contro i mariti e padri

loro. Dispersi e vaganti per le foreste, dove il caso o la paura gli

guidava, senza cognizione de' luoghi, senza vestimenta, senza

vettovaglie, ogni estremo di miseria dovettero sopportare. Parecchie

partorirono fra boschi, troppo lontani dai luoghi abitati, perchè

potessero sperar soccorso. Le più forti di mente e di corpo scamparono;

le altre perirono; ed i corpi loro e quei delle innocenti creature

diventarono preda alle crudeli fiere. In cotal modo fu ad un totale

subbissamento condotta la più fiorente colonia, che allora in America si

ritrovasse.

La distruzione di Viomino, e le crudeltà che l'accompagnarono,

riempirono d'orrore, di sdegno e di compassione gli Americani tutti; e

si proponevano bene tra loro medesimi di volerne fare un dì un'adeguata

vendetta. Ma di ciò nelle presenti occorrenze della guerra avevano

meglio il desiderio, che la facoltà. Tuttavia furon fatte quest'anno

alcune spedizioni contro gli Indiani, le quali se non riuscirono di

molto momento alla somma delle cose, furono però molto memorabili per la

prudenza, e per l'ardimento, co' quali furono eseguite. Partì dalla

Virginia il colonnello Clarke accompagnato da una forte schiera per

recarsi contro le colonie poste dai Canadesi sulle superiori rive del

Mississipì nella contrada degl'Illinesi. Intendeva Clarke di opprimere

con un improvviso impeto fino nei più reconditi ridotti e serragli loro

questa gente impronta e crudele. Costeggiata prima la Monongahela,

poscia l'Ojo, si volse a tramontana per alla volta di Kaskakias,

capitale villata di que' stabilimenti. I repubblicani giunti in quel

luogo, ed entrati dentro quasi senza resistenza niuna, essendo i

terrazzani occupati dal sonno, se ne fecero padroni. Poscia cavalcarono

il paese vicino, e ridussero a divozione altre terre. Gli abitanti

spaventati correvano a giurar obbedienza agli Stati Uniti. Di là poi si

volse Clarke contro altri Barbari più vicini, e penetrando nei più

segreti ricettacoli e caverne loro, tutto pose a fuoco ed a sangue. Così

sperimentarono i selvaggi nelle proprie case quei mali, che avevano

portati nelle altrui. Il che operò di modo, che per l'avvenire

diventarono timidi all'assaltare, e gli Americani animosi al difendersi.

Un'altra spedizione somigliante a questa fu qualche mese dopo intrapresa

da un altro colonnello Bluter contro i Tori e gl'Indiani abitatori delle

rive della Susquehanna, quegli stessi, ch'erano stati gli autori

dell'eccidio di Viomino. Arse e distrusse parecchie villate, ed i

ricetti degli odiati Tori. Le messi, le ricolte, le case, i mulini,

tutto fu guasto e sperperato. Gli abitatori, avuti gli avvisi per tempo,

si eran recati in salvo, e di ciò molto bene glien incolse loro; poichè

sarebbero stati pagati a misura di carbone del macello di Viomino.

Compitasi dagli Americani la bisogna, se ne tornarono sani e salvi a'

luoghi loro, non senza però aver sopportati infiniti disagi e pericoli.

In questo modo si terminò quest'anno la guerra indiana.

Nè solo erano gli Americani assaliti da fronte dagl'Inglesi, ed in

sospetto da tergo per gl'Indiani e fuorusciti, ma ancora davan loro non

poca noia gli scontenti di dentro. Fra questi, più vivi degli altri si

dimostravano i Quaccheri, i quali, quantunque da principio abbracciato

avessero, o paruto abbracciare il partito della rivoluzione, e che anche

a' presenti tempi si annoverassero fra di essi alcuni de' più cospicui

libertini del paese, quali erano per cagion d'esempio i generali Greene,

e Mifflin, ciò nondimeno la maggior parte parteggiavano per

l'Inghilterra, o sia perchè fosse loro venuta a noia la lunga guerra; o

che avessero voluto solamente la emendazione delle leggi, non la

independenza, o che creduto avessero, che dopo la conquista di

Filadelfia fossero del tutto le cose americane spacciate, ed

intendessero, colla sottomessione dimostrata a buon'ora, placare il

vincitore, e nella futura signoria britannica procurare a sè quei

vantaggi, che ai più ostinati negati sarebbero. Quindi è, che servivano

di spie, di guide, di rapportatori agl'Inglesi molto volentieri. Alcuni

di loro, siccome già abbiam narrato, erano stati confinati in paesi

strani, altri sostenuti nelle prigioni. Di parecchj furon prese a

Filadelfia le dovute pene, siccome di quelli, che furon convinti di aver

insidiato alla libertà coll'aver avuto intendimento col nemico.

Speravano i repubblicani con questi esempj fare star fermi tutti quelli,

che sentivano diversamente. Ma però l'opera di questi scontenti poco

importava alla somma delle cose; perciocchè l'ardire aperto ed il

consenso degli uni grandemente prevalevano alle arti ed alle segrete

macchinazioni degli altri.

In questo mezzo tempo il marchese De La-Fayette desiderando di servire

al proprio Re nella guerra, ch'ei non dubitava, fosse anche per

esercitarsi in Europa, e sperando oltreacciò di avanzar colle

rappresentazioni, ed esortazioni sue la causa di quegli Stati presso il

governo di Francia, chiedeva al congresso licenza di potersene ritornar

in Europa. Washington dal quale il marchese era grandemente amato, e

considerando eziandio, di quanta importanza fosse il nome di lui,

avrebbe desiderato, che gli si concedesse solamente un temporale

congedo; ma non già, che cessasse dagli stipendj, e di ciò scrisse al

congresso. Abbracciò questi molto volentieri il partito posto da

Washington, ed inoltre scrisse a La-Fayette, immortali grazie

rendendogli dello zelo, col quale si era mosso a salute ed a pro

dell'America, e dei servigj da lui renduti a quegli Stati in tante

occorrenze. Ordinò ancora al dottor Franklin, lo presentasse con una

spada figurata con quegl'intagli, che meglio potessero le azioni sue

ricordare. Raccomandavalo finalmente molto al Re Cristianissimo. Pigliò

il marchese commiato dal congresso, e partissi, per ritornarvi però a

tempo opportuno, dall'America nell'entrare del seguente anno. Giunto in

Francia fu veduto con allegra fronte dal Re e dai popoli. Franklin gli

presentò la spada istoriata. Eranvi intagliate le battaglie ed i fatti

egregi del giovine francese. V'era egli scolpito in atto di ferire il

lione britannico. Riceveva in questo un ramo d'alloro per le mani

dell'America sciolta dalle sue catene. L'America stessa era raffigurata

per mezzo di una luna crescente con questo molto: _crescam, ut prosim_.

Dall'altro lato si leggevano queste parole: _Cur non?_ le quali erano la

divisa, ch'egli aveva portato, partendo di Francia. Questo fu dono di

mirabile artifizio, e di grata ricordanza al valoroso aiutatore

dell'America.

Intanto continuava D'Estaing a stanziare nel porto di Boston, dove

attendeva a vettovagliar la sua armata. La quale cosa gli sarebbe con

difficoltà venuta fatta per la scarsezza delle biade, in cui si

trovavano le province settentrionali; perciocchè era stato interrotto

dalla guerra il commercio colle meridionali, che ne abbondavano, se non

che le navi predate dagli arditi armatori della Nuova-Inghilterra furono

in sì gran numero, che non che si fornisse copiosamente la flotta, gli

abitatori tutti del Massacciusset e del Connecticut ne provarono

infinito giovamento. L'ammiraglio Byron non sì tosto fu arrivato alla

Nuova-Jork, che attese diligentemente a racconciar le sue navi per farle

leste al mareggiare. Finalmente avendo ogni cosa in pronto, sciolte le

ancore, se ne iva a Boston per ivi osservare gli andamenti di D'Estaing.

Ma quella stessa fortuna, che lo aveva accompagnato dall'Inghilterra

sino nell'America, si manifestò di nuovo contro di lui in quelle

spiagge. Levatasi una furiosa burrasca, venne sospinto in alto mare,

dove furono talmente rotte un'altra volta, e fracassate le sue navi,

ch'ei fu costretto a porre, per rassettarsi, nel porto dell'Isola di

Rodi. Colse l'ammiraglio francese la occasione, e salpò ai tre di

novembre dal porto di Boston per andarsene alle Antille, dove lo

chiamavano gli ordini del suo Re, e le vicende della guerra. Nel

medesimo giorno, avendo gl'Inglesi conosciuto ottimamente, quali fossero

i disegni di D'Estaing, e quanto deboli fossero i presidj loro nelle

isole Antille di loro pertinenza, partì da Sandy-hook alla volta delle

isole medesime il comandante Hotham con sei navi da guerra, le quali

portavano cinquemila soldati da sbarcarsi, capitanati dal

maggior-generale Grant. Lo seguitò l'ammiraglio Byron con tutta la sua

armata il giorno 14 di decembre.

Quasi nel medesimo tempo partì dalla Nuova-Jork per andar alla conquista

della Giorgia il colonnello Campbell con un buon nervo d'Inglesi e di

lanzi. Gli faceva l'accompagnatura l'almirante Hyde-Parker con

un'armatetta di navi da guerra. Così la guerra dopo d'aver lungo tempo

incrudelito nelle province settentrionali e mezzane, si trasportava

tutto ad un tratto nelle vicine isole, e nelle meridionali province

della Lega.

FINE DEL LIBRO DECIMO

LIBRO UNDECIMO

[1778]

Non erano ancora D'Estaing ed Hotham arrivati alle Antille, che il

comandante inglese Evans s'era recato sopra le due isole di San Pietro e

di Michelone, l'una e l'altra molto opportune alle pescagioni di

Terra-Nuova, le quali per esser poco o nulla difese, ottenne facilmente.

Quivi egli, come se spegner volesse in quei luoghi tutti i vestigi della

signoria francese, con barbarici modi procedendo distrusse e guastò i

fondachi e le baracche, che stat'erano costrutte ad uso delle

pescagioni, rovinò gli edifizj, e rimandonne tutti gli abitatori, che

sommavano coi presidj a duemila persone, in Europa.

Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 3 · 第 21 / 31 段