segato il mare vers'ostro sino ai capi della Delawara, rivolte le prue,
ivasene poggiando a greco verso l'Isola di Rodi. Addì 29 luglio arrivò
alla punta di Giuditta, e col grosso dell'armata diè fondo presso
Brenton's-ledge, cinque miglia distante da Nuovo-Porto. Due vascelli
però, passato il Naranganset, gettaron l'ancora a tramontana di
Conanicut. Alcune fregate entrarono pel Seacannel; il che fu causa, che
gl'Inglesi arsero una corvetta e due galere armate, che in questo luogo
si trovavano. Non fece D'Estaing per alcuni giorni verun'altra
dimostrazione per entrare col grosso dell'armata nel canale di mezzo a
fine d'andare all'assalto contro la città, secondochè si era cogli
Americani indettato. Perciocchè Sullivan non aveva ancora tutti quei
rinforzi ricevuti, massimamente di milizie, che aspettava, e che
abbisognavano alla sicurezza dell'impresa. Finalmente gli otto agosto,
essendo ogni cosa in pronto, ed il vento favorevole, entrò D'Estaing nel
porto, traendo contro le batterie inglesi, e contro la città, le quali
anch'esse trassero contro i Francesi, però con poco danno dell'una parte
e dell'altra. Andò ad afferrare poco sopra la città tra le isole di Goat
e di Conanicut, più vicino però a questa, dove già avevano gli Americani
posti i presidj. Arsero gl'Inglesi in questo mentre, non le potendo
salvare, molte fregate e parecchj legni minori. L'indomani Sullivan, il
quale da Provvidenza si era già condotto su quella parte del continente,
che guarda da levante l'Isola di Rodi, varcato con tutte le sue genti il
Seacannel al passo di Howland, sbarcò sull'estremità settentrionale di
quella. La qual cosa non era passata senza mala contentezza di
D'Estaing, il quale voleva esser egli il primo a por le genti a terra.
Sperava Sullivan, che non si sarebbe indugiato ad andar all'assalto,
quando ecco l'istesso giorno nove apparire in vista tutta l'armata
dell'Howe, il quale, udito che D'Estaing si era avviato contro l'Isola
di Rodi, si era mosso in aiuto del generale Pigot. Era egli, nonostante
l'accostamento delle navi ultimamente arrivate, tuttavia inferiore di
forze ai Francesi, se si considera la portata, e dei vascelli e delle
artiglierie; quantunque avesse più navi di questi, consistendo la sua
armata in una nave da settantaquattro, sette da sessantaquattro, e
cinque da cinquanta con parecchie fregate. Sperava però, che la fortuna
gli avrebbe appresentato qualche occasione di poterne venire alla
battaglia avvantaggiato, o pel favor del vento, o per altre circostanze.
E certo, se tostochè ebbe fatto la risoluzione di correre sopra l'Isola
di Rodi, avesse provato i venti prosperi, vi sarebbe arrivato sì per
tempo, che avrebbe trovato l'armata francese dispersa nei varj canali
dell'isole adiacenti, ed il grosso fuori del porto, sicchè ne avrebbe
facilmente avuto la vittoria. Ma soffiaron quelli sì fattamente
contrarj, che non potò arrivare, se non il giorno dopo che D'Estaing si
era riparato con tutta la flotta a luogo sicuro dentro il canale di
mezzo. Consideratasi da Howe ottimamente la natura de' luoghi ed il sito
delle navi francesi, e tenuto anche a questo fine qualche pratica col
Pigot, soffiando per sopra mercato il vento contrario, venne in questa
sentenza, che non vi era modo alcuno di soccorrer la città. Il porto era
così fatto, la gola sì stretta, le difese apparecchiate sull'isola di
Conanicut sì gagliarde, che non che un'armata inferiore, come l'inglese
era, ma una di gran lunga superiore non avrebbe potuto, se non
temerariamente, tentar la impresa. Per la qual cosa, se l'ammiraglio
francese, secondo ch'era rimasto d'accordo con Sullivan, avesse voluto
continuarla di presente, e non isnidare di là fino a tanto che fosse
stata compiuta, ogni ragione persuade, che la città di Nuovo-Porto
sarebbe venuta in poter degli alleati. Conciossiachè le circondanti
acque fossero occupate dai Francesi. Ma D'Estaing, uomo, siccome
Francese, impaziente ed animoso, essendosi la mattina del giorno dieci
vôlto il vento improvvisamente a greco, e diventato perciò propizio
all'uscita, entrò in tanta fantasia di combattere, che non potè temperar
sè medesimo, ed uscì fuori a trovar l'armata inglese nell'alto mare.
L'ammiraglio Howe, vistasi venir all'incontro una sì poderosa armata,
stando anche a sottovento, il che rendeva grandemente avvantaggiati i
Francesi, evitava la battaglia, ed iva volteggiandosi con gran maestrìa
per riuscir a sopravvento. Ma quanto s'ingegnava egli per guadagnarlo,
tanto si studiava, e non con minor industria, D'Estaing per conservarlo.
In tali volteggiamenti si consumò tutto il giorno dieci. L'indomani
continuando tuttavia il vento contrario agl'Inglesi, si risolvette, non
ostante, l'Howe a voler far la giornata, e perciò dispose le sue navi in
ordinanza, dimodochè potessero esser raggiunte da tre brulotti, che
venivano a rimorchio dietro le fregate. I Francesi ancor essi si
prepararono alla battaglia, e già si doveva definire, a quale dei due
forti avversarj dovesse la signoria dei mari americani rimanere. Ma in
questo punto cominciò a trarre una brezza gagliarda, la quale crescendo
appoco appoco diventò un vento furiosissimo. Il mare cominciò fortemente
a turbarsi ed a tempestare, sicchè gittatosi in una fiera burrasca, che
durò ben quarantott'ore, non solo separò e disperse le due flotte
nemiche, ma ancora sì forte le ruppe, che non potendo più mareggiare
furono costrette ambedue a cercar di rifuggirsi nei porti. La francese
ricevè maggior danno dell'inglese, principalmente negli alberi e negli
attrazzi. La Linguadocca di novanta cannoni, vascello ammiraglio, che
portava il conte D'Estaing, perdette il timone e tutti gli alberi. Così
disarborato e malconcio, andando vagando a seconda del marosi, fu
incontrato dalla nave inglese la Rinomea di cinquanta cannoni
padroneggiata dal capitano Dawson, il quale gli diè un furioso assalto,
che durò sino alla notte. Si difendeva a mala pena la Linguadocca, non
potendo usare che sette, o otto cannoni. Ma l'oscurità, ed il mare, che
continuava tuttavia molto fresco, preservarono il Francese da una
perdita, che pareva inevitabile. La mattina comparivano a veduta
parecchie navi francesi, le quali si cacciaron dietro al Dawson senza
però poterlo raggiungere. Ma liberarono intanto l'ammiraglio dal
presentissimo pericolo che correva. Nelle medesime circostanze, e colla
medesima speranza di vittoria incontratasi lo stesso giorno la nave
inglese, il Preston, di cinquanta cannoni, colla francese, il Tonante,
di ottanta, priva dell'artimone e del trinchetto, la assaliva. Ma ebbe
l'incontro l'istesso fine, e per le stesse cagioni, che il precedente.
Gl'Inglesi si ricoverarono parte a Sandy-hook, e parte alla Nuova-Jork,
dove attendevano con molta diligenza a racconciarsi. I Francesi si
ripararono all'Isola di Rodi.
Erasi intanto Sullivan, quantunque impedito dai cattivi tempi e dalle
difficoltà trovate nel far venir a sè le munizioni e le artiglierie,
condotto vicino alle mura di Nuovo-Porto; e già aveva sboccato
sull'Honeyman's-hill, e dava opera a piantar le batterie con molla ed
attività ed industria. Nè quei di dentro mancavano a sè stessi, rizzando
nuove fortificazioni, e nuove batterie per rimboccar le americane. Ma
con tutto ciò, se ritornato, che fu D'Estaing dalla sua più dannosa, che
utile fazione sul mare, a Nuovo-Porto, si fosse messo a voler cooperare
cogli Americani, le cose di Pigot si sarebbero trovate in grandissimo
pericolo. Avendo il presidio di Nuovo-Porto gli Americani, che lo
serravano alle spalle, se i Francesi, oltre del dar l'assalto dalle navi
loro alle mura della città dalla parte del mare, avessero sbarcato un
buon numero di soldati, il che poteva agevolmente loro venir fatto,
verso la punta australe dell'isola, e fossero corsi sul sinistro fianco
della città, il quale era il più debole, poca speranza poteva rimanere
agl'Inglesi di potersi difendere. Ma molto diversi da questo erano i
disegni di D'Estaing. Significò egli a Sullivan, che per obbedir agli
ordini del suo Re, e per conformarsi al parere concorde de' suoi
uffiziali, si era risoluto a ridursi nel porto di Boston per ivi
rassettar le navi malconce dalla precedente tempesta. Per verità le sue
istruzioni eran sì fatte, che, ove accadesse qualche sinistro, o si
avessero le novelle dell'arrivo di qualche armata nemica superiore alla
sua, dovesse in quest'ultimo porto subitamente ripararsi. Si avevano gli
avvisi, ch'era arrivato, quantunque colle navi assai malconce per aver
incontrato la stagione molto sinistra, l'ammiraglio Byron ad Halifax, e
pareva altresì, che l'evento della battaglia, e principalmente i danni
causati dalla burrasca, lo mettessero in quella condizione, di cui si
erano avvisati i ministri nelle istruzioni date all'ammiraglio. Gli
Americani, i quali evidentemente scorgevano, che l'allontanamento di
D'Estaing da Nuovo-Porto era la perdita totale dell'impresa,
rimostrarono, e molto pregarono per isvolgerlo da questa sua
risoluzione. Greene e La-Fayette assai si adoperarono per piegarlo a non
voler colla sua partenza lasciar intiepidire le cose della lega.
Rappresentarono di quanta importanza fosse alla Francia ed all'America
l'incominciata impresa; che già era essa a tal termine condotta, che non
si poteva dubitar dell'evento; che riuscirebbe di vergogna
l'abbandonarla in sul compirla, e d'infinito disgusto agli Americani, i
quali confidatisi nella promessa cooperazione dell'armata francese, là
erano concorsi a folla, e raunatovi con incredibile fatica e dispendio
una quantità inestimabile di munizioni; che sarebbe un dar vinta la
causa agli scontenti, i quali non avrebbero mancato di vociferare,
questa esser la fede francese, questi i frutti dell'alleanza; che la
nasata avuta della Delawara, poi quella di Sandy-hook, e finalmente
questa di Nuovo-Porto avrebbero posto il colmo al mal umore. Aggiunsero,
male con una flotta sì sdruscita potersi navigare per le secche di
Nantucket per alla via di Boston; meglio potersi fare i concieri a
Nuovo-Porto che a Boston; e finalmente da una superior flotta nemica
poter del pari venir bloccata la francese, ma più malagevolmente
difendersi in Boston, che in Nuovo-Porto. Tutto fu nulla, D'Estaing,
collate le vele, si avviò il dì ventidue a Boston, nel qual porto diè
fondo tre giorni dopo.
Che che si debba pensare di questa risoluzione del D'Estaing, nella
quale ebbe non solo consenzienti, ma richiedenti tutti gli suoi
uffiziali, certo è che perturbò essa grandemente l'animo del
repubblicani, e se ne fece un grande scalpore in tutta l'America. Le
milizie, le quali con tanto zelo erano concorse a trovare Sullivan
nell'Isola di Rodi, vedutesi in tal modo abbandonate dagli alleati, si
disbandarono, dimodochè in poco d'ora gli assediatori diventarono si
fievoli, e di sì poca possanza, che non arrivavano di dieci, che erano,
a cinquemila combattenti, mentre gli assediati sommavano a molti più. In
tanto cambiamento di fortuna, e trovandosi dentro di un'isola
coll'armata alleata lontana, e la nemica vicina, si accostò l'Americano
tostamente al partito di ritirar le sue genti alla terra-ferma. Per la
qual cosa il giorno 26 agosto incominciò ad avviar dietro verso la punta
settentrionale dell'isola le grosse artiglierie e le bagaglie; poi si
mosse egli stesso il dì 29 con tutta l'oste. Ed ancorchè fosse
perseguitato aspramente dagl'Inglesi e dagli Essiani arrivò senza danno
a questa punta medesima. Quivi, sopraggiunti in maggior numero
gl'Inglesi, si attaccò una feroce scaramuccia nelle vicinanze di
Quaker-hill, nella quale tra morti e feriti mancarono da ambe le parti
molti soldati. Tuttavia gli Americani con maraviglioso valore
ributtarono gli assalitori. La notte dai trenta passarono i Sullivani
sul continente pei guadi di Bristol, e di Howland alla sicura. Questo
fine ebbe un'impresa, la quale non solo fu incominciata con grandissima
speranza della vittoria, ma che già era stata ad un pelo condotta al
totale compimento. Fu la ritirata di Sullivan eseguita in assai buon
punto. Imperciocchè l'indomani il generale Clinton arrivò con
quattromila soldati e molti legni sottili in soccorso di Nuovo-Porto. Se
avesse avuti i venti più prosperi, o fosse stato meno pronto Sullivan a
ritirarsi, assalito questi dentro dell'isola da un nemico di lui più
gagliardo il doppio, e chiusagli la via al continente dalle navi,
avrebbe portato grandissimo pericolo. Lodò il congresso la prudenza di
Sullivan, e molto lo ringraziò.
L'ammiraglio Howe, racconce con maravigliosa prontezza le sue navi, di
nuovo diè le vele al vento, avviandosi verso Boston. Sperava di
arrivarvi prima del Francese, e per conseguente tagliarlo fuori di quel
nido, od almeno di assaltarlo, quando già vi si fosse ricoverato. Arrivò
invero nella cala di Boston il dì trenta agosto. Ma non gli riuscirono
nè l'uno nè l'altro disegno; poichè e già vi era giunto D'Estaing, e le
batterie rizzate negli opportuni luoghi dagli Americani su tutti i punti
del Nantucket, rendevano ogni assalto impossibile a tentarsi. Ritornò
pertanto alla Nuova-Jork, dove avendo trovato, essere arrivate parecchie
altre navi da guerra, inguisachè l'armata inglese superasse allora di
forza la francese, usando la licenza, che poco prima aveva ottenuto dal
governo, rassegnò il comando all'ammiraglio Gambier, perchè lo tenesse
sino all'arrivo di Byron in quell'acque; il che fu poi ai sedici di
settembre. Egli poco poscia se ne ritornò in Inghilterra. L'opera di
questo nobilissimo capitano, e delle cose marine spertissimo, riuscì di
molta utilità alla patria sua nella guerra pensilvanica, jorchese e
rodiana, e sarebbe riuscita di maggiore, se uguale alla sua fosse stata
la prudenza dei capitani di terra. Poichè passando anche sotto silenzio
i trasporti da lui operati da un paese all'altro assai lontano della
terra-firma americana di un grosso esercito, com'era quello del suo
fratello Guglielmo, l'industria e la costanza da lui mostrate nel
rimuovere gl'impedimenti della Delawara sono degne di grandissima
commendazione. Arrivato poi che fu D'Estaing con una sì poderosa armata,
e tanto superiore alla sua, gli tenne con tutto ciò il fermo a
Sandyhook; poscia invitandolo a combattere gli disordinò il disegno di
Nuovo-Porto, e fattolo venir fuori causò, che furono talmente guaste e
rotte le navi sue da una furiosa tempesta, che fu costretto a cercar
rifugio nel porto di Boston, donde non uscì, se non per andarsene alle
Antille, abbandonando in tal modo tutti quei disegni, che gli alleati
s'erano accordati di voler eseguire in quell'anno sulle coste
dell'America.
Clinton, veduto Nuovo-Porto libero, se ne tornò alle stanze della
Nuova-Jork. Mandò però dalla Nuova-Londra il generale Grey ad una
fazione verso levante che non fu di poca importanza. Annidavano nel
golfo di Buzzard, e nelle adiacenti riviere molti corsari, i quali e pel
numero loro, e per l'ardire recavano gran danno al commercio inglese
della Nuova-Jork, dell'Isola-Lunga e dell'Isola di Rodi. Clinton si
risolvette a volersi levare quello stecco d'in sugli occhi, ed
assicurare i mari dalle correrie loro. Quest'era il fin e della
spedizione di Grey. Arrivò egli colle navi da carico, e, sbarcate le
genti, distrusse da sessanta navi grosse con molti legni minori.
Procedendo poscia a Bedford ed a Fair-haven sulla riviera di Acushinet,
a guisa più di latroncolo che di soldato operando, guastò od arse
magazzini di considerevole valuta pieni di zucchero, di rum, di mielata,
di tabacco, di medicamenti e di simili altre mercanzie. Nè contento a
questo, recatosi sulla vicina isola, che chiamano Vigna di Marta, nido
di arditissimi corsali, e di suolo mollo fertile, pose un taglione, agli
abitatori, di bestiame sì grosso che minuto; soccorso graditissimo, e
necessario ai presidj della Nuova-Jork. Ne levò ancora di molte armi e
munizioni.
Lo stesso Grey ritornato che fu dalla precedente fazione alla
Nuova-Jork, ne intraprese un'altra, avendo sorpreso nel villaggio di
Old-Taapan, e manomesso non senza grave nota di crudeltà un reggimento
di cavalleggieri. Fecero gl'Inglesi pochi giorni dopo a questa un'altra
correria contro Little-egg-Harbour sulle spiagge della Cesarea, dove
distrussero molto navilio, e menaron molta preda. Corsero poscia contro
la legione di Pulaski alla non pensata, e vi commessero grande
uccisione. Maggiore strage sarebbe seguìta, se non che Pulaski, da
quell'uomo valoroso che egli era, risentitosi subitamente, corse co'
cavalli in aiuto dei suoi. Gl'Inglesi, rimbarcatisi, se ne tornarono
alla Nuova-Jork.
In questi tempi i Capi americani e francesi si disponevano a voler fare
di nuovo l'impresa del Canadà. Speravasi, oltre la possessione di una sì
importante provincia, che si sarebbero potute rovinare le pescagioni
britanniche sugli scanni di Terra-Nuova, e, ridotte a divozione le città
di Quebec e di Halifax, por fine alla potenza marittima dell'Inghilterra
su per quelle spiagge. I Francesi erano i principali stimolatori di
questo consiglio. Gerard e D'Estaing forse artatamente, il marchese De
La-Fayette, siccome giovane, e di queste mene politiche non avvisantesi,
nettamente, e per amor della gloria. Doveva egli uno dei primarj
capitani essere all'acquisto di quella provincia. D'Estaing pubblicò un
manifesto indiritto ai Canadesi in nome del suo Re, col quale, ricordato
prima, ch'eran nati Francesi, rammentate eziandio le antiche glorie e
prosperità sotto il modestissimo Imperio dei Borboni, dichiarò, che
tutti gli antichi sudditi del Re nell'America settentrionale, i quali
più oltre non riconoscessero la superiorità della Gran-Brettagna,
sarebbero protetti ed assicurati. Ma Washington si dimostrò contrario
alla fazione, e ne scrisse le sue ragioni al congresso. L'impresa fu
posta dall'un de' lati. Allegarono, non essere l'erario loro, le
armerìe, le canove, i soldati in grado di poter fornire una tanta
impresa; e che troppo increscerebbe loro, quando per la necessità delle
cose non potessero poi dal canto loro quelle condizioni adempire, che
promesse avessero. Quest'era il loro ragionare aperto. Ma invero
temevano, che vi fosse sotto materia, e che il Canadà si acquistasse non
all'America, ma alla Francia.
L'avere il conte D'Estaing abbandonata in sul compirla l'impresa di
Nuovo-Porto, aveva non poco alterato gli animi degli Americani, massime
nelle province settentrionali; e molti incominciavano a star di
malavoglia contro i novelli alleati, sospettando che questi facessero
seco loro a mal giuoco. A questa cagione aggiungevasi la ricordanza,
ch'era tuttavia molto viva, spezialmente nella minutaglia, dell'antiche
gare e gelosie nazionali, che la fresca lega, e la necessità dei
soccorsi francesi non avevan potuto spegnere. Si sforzava Washington, e
gli altri Capi americani di mitigar questi maligni umori, i quali
dubitavano, non prorompessero in manifesta discordia. Nè minore
attenzione usava il conte D'Estaing durante la sua fermata nel porto di
Boston, non sol per ischivar ogni occasione di scandali, ma di più per
conciliarsi gli animi dei nuovi alleati. E certamente sì fatta fu la
condotta non che degli uffiziali francesi, dei semplici marinari, che
non si potrebbe con parole sufficienti lodare. Questa circospezione non
potè tanto operare, che non nascesse la sera dei tredici settembre una
forte baruffa tra alcuni Bostoniani e Francesi con danno di questi
ultimi. Il cavaliere di San Salvatore, uffiziale francese, vi perdè la
vita. I maestrati della città, volendo levare ai Francesi l'occasione di
ogni sdegno con mostrar loro segno di buona e pronta volontà a punire i
colpevoli, bandirono, avrebber dato un guiderdone a chi avesse svelato
gli autori della rissa, e nel medesimo tempo pubblicarono, i cittadini
non avervi avuto colpa, ma sibbene i marinari inglesi fatti cattivi
nelle navi, ed i disertori dell'esercito burgoniano, i quali avevan
preso soldo su quelle degli armatori bostoniani. La cosa quietò.
D'Estaing, o fosse soddisfatto, o come prudente il paresse, non fece
altra dimostrazione. Nissun colpevole si scoprì. I Massacciuttesi
decretarono, si facesse un monumento al San Salvatore.
Ma troppo più grave di questa si fu la rissa nata la notte de' sei di
questo stesso mese di settembre a Charlestown di Carolina tra i marinari
americani e francesi, la quale si terminò in una formale battaglia.
Incominciarono i primi ad ingiuriare con brutte parole i secondi, i
quali se ne risentirono. Dalle parole si venne ai fatti, e brevemente i
Francesi furon cacciati di forza dalla città, e costretti di rifuggirsi
alle navi. Trassero quindi coll'artiglieria e colla schioppetteria
contro la città, e gli Americani medesimamente contro le navi francesi
dalle case e dalla spiaggia vicina. Vi si perdettero di molte vite da
ambe le parti. Si promise, ma invano, una taglia di mille lire di
sterlini a chi scoprisse gli autori. Il capitano generale della
provincia esortò con pubblico bando i suoi cittadini a tener i Francesi
in luogo di buoni e fedeli alleati, ed amici. Si fecero nel medesimo
tempo provvisioni contro il mal uso dello sparlare. Così finirono le due
riotte di Boston e di Charlestown, delle quali furono universalmente
accagionati, se non con verità, certo con prudenza, i bocconi ed i
maneggi britannici. Perciocchè temettero i Capi americani, che per
questo sdegno non girassero loro sotto i Francesi, siccome quelli che
gli conoscevano facili a dar la volta.
In quest'anno si rinfrescò più feroce che prima la guerra indiana;
poichè sebbene i selvaggi fossero stati intimoriti dai prosperi successi
di Gates, ed avessero mandato ambascerie a congratularsene seco lui e
cogli Stati, ciò nondimeno tante furono l'industria degli agenti inglesi
presso i medesimi, e l'efficacia dei presenti, che ne ricevevano, e
tante e sì fatte le promesse e le instigazioni dei fuorusciti, i quali
colà rifuggiti si erano in un colla naturale e propria sete del sacco e
del sangue, che poterono tanto operare, che andavano facendo correrie
qua e là sull'estreme frontiere settentrionali con infinito danno e
terrore dei popoli. I Capi più operativi, che gli guidavano a queste
sanguinoso fazioni erano il colonnello Butler, che già si era acquistato
nome nelle precedenti guerre indiane, ed un Brandt nato di sangue misto
europeo ed indiano, avventato e feroce bestione sopra quanti abbia mai
prodotto l'umana natura, troppo spesso vaga di somiglianti mostri. Non
la perdonavano nè a età, nè a sesso, nè a condizione, nè a
consanguinità; ma tutto, e tutti traevano indistintamente a rovina ed a
morte. La pratica che avevano i fuorusciti de' luoghi, la radezza delle
abitazioni sparse qua e là nei deserti, la lontananza del governo, e la
necessità del difendersi in altre rimote parti erano cagione, che i
Barbari potessero, e facilmente rompere i confini, e sicuramente
ritirarsi. Nè alcun rimedio efficace sin là s'era potuto fare contro
l'impeto di sì crudeli nemici. Ma in mezzo a questa piuttosto orribile
devastazione che guerra, ne nacque un caso degno di grandissima
compassione, e che per me non saprei, se nelle storie degli uomini
disumanati, e venuti al mondo con anime di fiere bestie, s'incontri od
il maggiore, od il peggiore di questo. Erasi stabilita sull'orientale
riva del fiume Susquehanna nell'estremo confine della Pensilvania, ed in
sulla via per Oswego dai popoli connecticuttesi la colonia di Viomino
popolosa, ricca e profittabile oltre qualunque altra, che a quei tempi
fiorisse in America. Consisteva ella in otto villaggi, a ciascun dei
quali era stato circoscritto un territorio di cinque miglia quadrate,
che distendevansi da una parte e dall'altra del fiume. Non si potrebbe
immaginare nè più felice cielo, nè più fertile terra di questi. Gli
uomini poi simili a loro ignoravano, e le troppe ricchezze, che
inorgogliano ed inviziano, e la povertà che tribola ed avvilisce. Tutti
vivevano nell'aurea mediocrità, nè il proprio prodigalizzando, nè
l'altrui desiderando. Occupati di continuo nei camperecci lavori
fuggivano l'ozio e la noia, i malori ed i vizj, che lo seguitano. Eravi
là insomma una vera immagine o rappresentazione di quell'età, che gli
antichi poeti favoleggiando chiamato hanno col nome dell'oro. Ma la
domestica felicità, di cui godevano, tanto non gli potè trattenere, sì
fatta era l'ardenza dei popoli in questa causa loro, che non pigliassero
le armi, ed in soccorso della patria volonterosamente non concorressero.
Dicesi, abbiano mandato all'esercito un migliaio di soldati; cosa
maravigliosa tra mezzo a sì poca e sì fortunata gente. Eppure nonostante
la privazione di sì fiorita e sì frequente gioventù non iscemava a modo
nissuno l'abbondanza delle ricolte; essendo tuttavia le masserie sì
fattamente ripiene di ricche messi, ed i pascoli sì gremiti di grassi
bestiami, che con abbondanti provvedimenti non cessavano di sopperire
all'esercito.