Avendo in tal modo la Francia passato del tutto il guado, ad avvedendosi

benissimo, che nella presente guerra si doveva far maggior fondamento

sulle armate, che sugli eserciti; che una parte ragguardevole della

guerra marittima consisteva di necessità nel predare sia le navi

guerresche del nemico per diminuire la sua potenza, sia le commerciali

per iscemar la ricchezza, cosa sempre di grandissima importanza, ma di

molto maggiore, quando si combatte contro l'Inghilterra, determinò di

porre avanti gli occhi degli uffiziali di mare e delle ciurme maggiori

incentivi, acciocchè con più animo e diligenza le navi nemiche

perseguitassero. Si usava in Francia per aizzar gli uomini al

corseggiare a' tempi di guerra di concedere alcune ricompense ai

rapitori delle navi di guerra, ed a quei delle navi mercantili un terzo

del provento della vendita delle navi medesime. Il Re per un decreto suo

dato addì 28 marzo ordinò, che le navi da guerra, ed i corsari nemici

venuti in poter de' suoi, cadessero in piena ed intiera proprietà dei

comandanti, uffiziali e ciurme, che intrapresi gli avessero, e che

medesimamente i due terzi del valore delle navi mercantili, e dei

carichi loro divenissero proprj di coloro, che predate le avessero,

salvando solo l'altro terzo da essere incamerato nella cassa

degl'invalidi di mare. Ma per altro questo decreto, sebbene sottoscritto

dal Re e dal duca di Penthièvre, grande almirante di Francia, per esser

mandato ad esecuzione il dì quattro del seguente maggio; nondimeno

ossiachè il Re, siccome credono alcuni, molto ripugnasse per la

benignità della natura sua al dar cominciamento al versar il sangue,

ovverochè la ragione di Stato il persuadesse, doversi aspettare, che

gl'Inglesi commettessero essi le prime ostilità, fu rattenuto gran

pezzo, e non fu pubblicato, nè eseguito prima del cominciar di luglio.

Perchè poi non potesse, temendo di sè medesimo, il governo inglese

mandar soccorsi di genti in America si facevan correre da tutte le parti

della Francia sulle coste, che prospettano l'Inghilterra, i reggimenti,

e già un esercito potente vi si trovava adunato, pronto, come se fosse,

ad essere imbarcato a bordo della grande armata di Brest, e sull'opposta

spiaggia trasportato. In Brest intanto non si perdeva tempo, e con

grandissima assiduità s'insisteva sui marinareschi lavori. Meglio di

trenta grosse navi di alto bordo già vi stavano allestite con un gran

numero di fregate, queste massimamente per correre contro, e far gran

danni al commercio inglese. Un'altra flotta trovavasi pronta a salpar

dal porto di Tolone. Questo quasi subito mutamento del navilio francese

causò non poca maraviglia a tutte le nazioni, e molta apprensione

all'Inghilterra; la quale, solita a tenere la signoria dei mari, non

poteva darsi a credere, che ora un altro potentato sorgesse, che potesse

di quella con essa lei contrastare. Per verità la debolezza in cui si

trovò la Francia al tempo della morte del re Luigi decimoquarto non solo

fu causa, che non si potè riparare alla debolezza, in cui fu lasciato il

navilio francese a' tempi della guerra della successione di Spagna, ma

ancora, che quelle navi stesse, le quali già stavano allestite nei

porti, curate non essendo, andarono a male. Le guerre poi d'Italia,

delle Fiandre e di Germania, che succedettero nel regno di Luigi

decimoquinto, facendo in modo, che tutte le rendite pubbliche, e tutti

gli sforzi dello Stato si rivolgessero agli eserciti di terra,

produssero una pregiudiziale freddezza nelle opere di mare; e stette la

Francia contenta all'armar alcune poche navi, piuttosto per proteggere

il suo commercio marittimo, che per turbare quello del nimico. Quindi le

sconfitte e le perdite non furon poche. S'aggiunse a tutte queste cose

l'opinione impressa nell'animo dei popoli francesi contenti alla

ricchezza delle terre loro, ed alla moltitudine delle manifatture, che

poco bisogno si avesse di un navilio gagliardo, e del commercio di mare.

Ma finalmente l'incremento dei proventi delle colonie loro, e la

grandissima utilità, che ne ritraevano dalla vendita di quelli sui

mercati esteri, fecero accorti i Francesi, di quanta importanza fosse il

commercio d'oltremare. Si avvidero inoltre, che senza un navilio

guerresco, che protegga il mercantile, il commercio marittimo è sempre,

siccome incerto, povero, e che la guerra distruggerebbe in pochi dì i

frutti di una lunga pace. Per la qual cosa si rivolsero i pensieri della

Francia al creare, ed intrattenere una possente armata, la quale potesse

e tener le guerre lontane, ed esercitarle con prosperità di fortuna, e

proteggere il commercio dagl'insulti delle navi nemiche. La presente

guerra di America poi, la quale tante speranze appresentava alla mente

dei Francesi, dava anche un potente incentivo a questi nuovi disegni; e

perchè non mancassero i marinari abili a governar le navi, si

chiamarono, imitando in ciò gli Inglesi e gli Olandesi, al servigio

delle navi del Re i marinari del navilio mercantile. Ed inoltre, cosa

che riuscì di grandissima utilità, si eran fatti uscire negli anni 1772,

1775 e 1776 tre flotte capitanate da tre eccellentissimi uomini di mare,

i conti d'Orvilliers, di Guichen e Duchaffault non ad altro fine, se non

perchè servissero di scuola pratica ad ammaestrare gli uffiziali e le

ciurme in tutte le mosse, esercizj ed armeggiamenti navali. Brevemente

tanto fece il governo francese, e tanto trovò consenzienti i popoli in

questo voler ristorare il proprio navilio, che in sul principio della

presente guerra se non superava, certo uguagliava quello

dell'Inghilterra; parlandosi però di quello, che allora avevano in

pronto gli Inglesi, o che potevano in poco spazio preparare.

Nè questo navilio si voleva tenere ozioso nei porti. Due erano le

imprese, l'una e l'altra di somma importanza, che per mezzo delle

apparecchiate navi si proponeva la Francia di voler fare, la prima colla

flotta di Tolone, l'altra coll'armata di Brest. Intendevasi, che quella

partitasi molto per tempo da Tolone se n'andasse colla maggior celerità,

che possibil fosse, in America, ed entrasse improvvisamente nelle acque

della Delawara. Dal che ne sarebbero nate due cose, fatali ambedue alla

Gran-Brettagna, e queste si erano, che l'armata del lord Howe, la quale

era sorta dentro di quel fiume, e molto era inferiore di forze alla

francese, sarebbe stata senza dubbio alcuno distrutta, o sarebbe venuta

in poter de' Francesi. Distrutta, o presa l'armata, l'esercito di terra

sotto gli ordini di Clinton pressato a fronte da Washington, ed alle

spalle per la via del fiume dall'armata francese, sarebbe anch'esso

stato costretto ad arrendersi, o certamente avrebbe avuto un molto

difficile scampo. In tal modo si sarebbe vinta ad un tratto tutta la

guerra americana. Quest'era il disegno, ch'era stato discorso ed

accordato in Parigi tra i commissarj americani ed i ministri francesi.

Nè si mise punto tempo in mezzo all'esecuzione. Partì da Tolone addì 13

aprile la flotta francese condotta dal conte d'Estaing, uomo di gran

valore e d'altissimi pensieri, la quale consisteva in dodici navi d'alto

bordo, e quattro fregate molto grosse. Portava molti soldati da

sbarcarsi ai servigj di terra. Silas Deane, uno dei commissarj

americani, il quale aveva ricevuto lo scambio, ed il Gerard eletto dal

Re a suo ministro presso il congresso, si trovarono a bordo. Si mostrò

la fortuna favorevole a questi primi principj. Viaggiava con vento

prospero l'armata; e quantunque i ministri britannici avessero tostano

avviso di questa partenza avuto, tuttavia parte pei venti di ponente,

che soffiarono per alcuni dì contrarj, parte perchè non sapevano, a qual

via s'indirizzasse d'Estaing, non fu, che sul principiar di giugno, e

dopo molte irresoluzioni, che ordinarono all'ammiraglio Byron, partisse

con dodici navi per alla volta dell'America, il quale doveva scambiar

l'Howe, che aveva chiesto la licenza di ritornarsene in Inghilterra. Ma

l'armata di Brest più grossa, capitanata dal conte De Orvilliers

desideroso di gloria, e di sostentare il cetto, che si aveva della sua

virtù, era destinata a scorrere i mari d'Europa per tener vivo sulle

coste della Gran-Brettagna il timor di una invasione, e soprattutto col

mezzo delle fregate, ch'erano numerosissime, intraprendere le navi

inglesi, le quali cariche di ricchissime merci si aspettavano di breve

dalle Indie sì occidentali, che orientali. In questa maniera le cose

s'incamminavano tra i due Stati a manifesta rottura, e le vicine

ostilità si aspettavano, quantunque non ancora la guerra fosse stata

denunziata dall'una parte all'altra secondo gli usi e le regole

d'Europa. Così la contesa tra la Francia e l'Inghilterra, sì possenti

nazioni, era negli occhi di tutti gli uomini, e dependevano gli animi

loro da aspettazione di cose di grandissimo momento. Non tardò la

fortuna ad offerire la occasione, perchè si accendesse quel fuoco, che

doveva quindi in tutte le quattro parti del mondo diffondersi.

Erasi appena l'ammiraglio Keppel partito da S. Elena il giorno tredici

giugno, e condottosi nel golfo di Biscaia, che scopriva in poca

lontananza due navi grosse con altre due più piccole, le quali facevan

le viste di esplorare gli andamenti della sua armata. Eran queste le due

fregate francesi chiamate il Liocorno e la Belle-Poule. Quivi si trovava

in un frangente molto difficile costituito. Da una parte desiderava

molto di impadronirsi delle navi per ricavarne notizie sullo stato e

sulla positura dell'armata di Brest; dall'altra la guerra non si era

ancora chiarita tra le due nazioni, e si sarebbe potuto riputare

l'incominciarla alla sua temerità. Nè trovava egli nelle istruzioni

avute dai ministri alcuna cosa, che lo potesse cavare dal dubbio in cui

era; poichè erano molto larghe, e tutto lasciavano in balìa ed alla

discrezione sua. Aggiungevasi, che essendo egli di una setta contraria a

quella dei ministri, poteva la sua condotta, caso ch'egli incominciasse

le ostilità, essere a mal fine interpretata, attribuendosi alle

parzialità politiche appartenenti alla sua setta quello, che appariva

essere la necessità delle cose. In tanta perplessità Keppel, da quel

buon cittadino ch'egli era, amò meglio servir la patria con pericolo

suo, che, stando, lasciar quella in pericolo. Perilchè il giorno 17

giugno ordinò alle sue navi, dessero la caccia alle francesi. Tra le

cinque e le sei della sera la fregata inglese il Milfort venne sopra il

Liocorno, ed il suo capitano richiedeva, con termini civili però, il

Francese, avesse a recarsi colla sua fregata a poppa dell'ammiraglio

Keppel. Il Francese sulle prime ricusò; ma veduto avvicinarsi l'Ettore,

vascello d'alto bordo, che gli trasse anche d'una cannonata, cedè alla

fortuna, e seguitando l'Ettore si condusse dentro le file dell'armata

inglese.

In questo mezzo il capitano Marshall colla sua fregata l'Aretusa di

ventotto cannoni da sei, di conserva col giunco l'Alert di dieci cannoni

se ne iva contro la Belle-Poule, che portava ventisei cannoni da dodici,

ed era accompagnata da una fusta armata di dieci cannoni. L'Aretusa,

siccome più veloce, arrivava verso le sei della sera a rincontro della

Belle-Poule a tiro di moschetto, ed intimavale, la seguitasse, perchè

aveva ordine dal suo ammiraglio di condurla a poppa della capitana. Il

Signor Chadeau-de-la-Clocheterie, che comandava la Belle-Poule, rispose

animosamente del no. Marshal gli fe' tirar d'una cannonata a traverso, e

La-Clocheterie ciò stante gli tirò di tutta una fiancata. Ne seguì tra

le due fregate una ferocissima battaglia, nella quale aizzati gli uni e

gli altri da emulazione, e volendo ad ogni modo riportare la vittoria di

quel primo fatto, combattettero con un valore inestimabile. Durò la

battaglia per ben due ore con grave danno delle due parti, essendo il

mare ed i venti in calma e sì vicine le due navi. Prevalevano i Francesi

per la portata dei cannoni, pel numero della ciurma, e per la vicinanza

delle coste loro. Gl'Inglesi dal canto loro erano avvantaggiati dal

maggior numero dei cannoni, e dalla presenza di due navi d'alto bordo,

il Valente ed il Monarca, le quali sebbene per la bonaccia non potessero

tanto accostarsi, che potessero aver parte nell'aiutar i loro, davan ciò

non di meno non poco sospetto al capitano francese, e molto le sue mosse

circoscrivevano. Infine dopo un ostinato combattimento la fregata

inglese trovandosi così vicina alle coste di Francia, disperando di

potersi insignorir della francese, ed avendo ricevuto molto danno negli

alberi, nelle antenne e nel sartiame, valutasi opportunamente di una

leggier brezza, che in quel momento era sorta, cessò, e rimorchiata dal

Valente e dal Monarca, si ritirò all'armata. Mentre se n'andava, la

salutarono i Francesi con cinquanta cannonate di colpo, senza che ne

scambiasse ella una sola. La fregata francese non le diè dietro, sia pei

danni avuti, sia per la prossimità delle due grosse navi, anzi di tutta

l'armata inglese. Per la qual cosa De-la-Clocheterie deliberatosi di

ritrarsi al sicuro andò la notte a por l'ancora in mezzo alle secche

presso Plouascat. Vennero all'indomani le due navi inglesi, ed andavano

osservando se possibile cosa fosse l'accostarsi tanto alla fregata, che

la potessero pigliare. Ma, trovati gl'impedimenti delle rocche

insuperabili, si posero giù dall'impresa, ed andarono a ricongiungersi

all'armata. Per l'istesse cagioni, e nel medesimo tempo, ma però con

diverso evento, si attaccarono l'uno l'altro il giunco inglese, e la

fusta francese con molta furia. Ma questa, fatta per più d'un'ora

valorosa resistenza, si arrendè. Perdè l'Aretusa in questo fatto da otto

uomini morti e trentasei feriti. La Belle-Poule da quaranta morti e

cinquantasette feriti. Tra i primi si trovò Saint-Marsault, luogotenente

della nave, tra i secondi De-la-Roche di Kerandraon, banderaio, Bonvet,

uffiziale ausiliario, e lo stesso De-la-Clocheterie, che rilevò due

leccature.

La mattina dei diciotto la fregata il Liocorno, che veleggiava in mezzo

all'armata di Keppel, avendo fatto qualche mossa, che diè sospetto

agl'Inglesi, gli tirarono avanti prua una cannonata per avvertirla,

seguitasse il cammino di conserva coll'altre navi. Al che rispose ella

non senza gran maraviglia dell'ammiraglio e dell'armata inglese con una

intiera fiancata, e con una generale scarica di archibuseria dentro la

nave l'America di settantaquattro, che molto le era vicina, ed alla

quale comandava il lord Longford. Ciò fatto, calate le tende si arrendè,

come se infastidita di quel mezzano stato tra la pace e la guerra, in

cui ella era tenuta, avesse voluto con un'animosa risoluzione porsi,

quantunque prigioniera, in sull'aperta guerra. Keppel la mandava a

Plymouth.

Nel medesimo tempo un'altra fregata francese di trentadue cannoni

chiamata la Pallade s'incontrava nella flotta inglese. L'ammiraglio la

fe' ritenere, non senza averne prima marinati gli uffiziali e la ciurma.

Queste cose fece Keppel contro le navi da guerra francesi; ma le

mercantili, le quali non furon poche a dar di cozzo nella sua armata,

lasciò andar liberamente al viaggio loro, non credendo aver la facoltà

di arrestarle.

In Francia parve una gran cosa, memorando le passate rotte, questo

fatto, e non v'è dubbio, che tanto gli uffiziali, quanto i marinari

della Belle-Poule abbian dimostrato non solo molto valore, ma ancora una

non ordinaria perizia delle cose navali. Quindi è, che se ne fecero

molte esultazioni, ed a ragione, e per dar animo alla nazione in quei

principj. Il Re poi procedette assai liberamente verso coloro, che

combattuto avevano. Nominò De-la-Clocheterie capitano di nave, Bouvet

luogotenente di fregata, e concedette a Roche-Kerandraon la croce di San

Luigi. Fece pensioni alla sorella di S.t-Marsault, alle vedove ed ai

figliuoli di coloro, ch'erano stati morti nella battaglia. Da un altro

canto Marshall e Fairfax, capitano del giunco, non ottennero provvisioni

di danaro, ma sì veramente molte lodi dall'ammiraglio e dai

concittadini.

Ma il Re di Francia, usando il motivo della battaglia data alla

Belle-Poule, e della presura delle altre fregate, credendo, che queste

cose gli dessero onesta occasione di mandar fuora quello che aveva

conceputo nell'animo, ordinò le rappresaglie contro i vascelli della

Gran-Brettagna, ed immediatamente fece pubblicare il suo decreto intorno

le prede; come se l'aver mandato il conte D'Estaing in America con

quegli ordini, che aveva, non dovesse riputarsi un cominciamento di

guerra. Gl'Inglesi fecero il medesimo, autorizzando colle parole quello

che già, in quanto alle navi guerresche, coi fatti operato avevano. Così

si esercitava ad ogni modo fra le due parti la guerra, quantunque non

fosse ancora, giusta le consuete formalità, bandita.

Intanto l'ammiraglio Keppel raccolse fiere novelle dalle scritture

trovate, e dagli uomini delle prese fregate; esservi nel porto di Brest

trentadue navi di alto bordo con dieci o dodici fregate, l'une e l'altre

pronte a far vela, quando che non aveva egli altro, che venti delle

prime, e tre delle seconde. Si trovava allora a veggente del capo

Ognissanti, e per conseguente vicino alle coste di Francia. Per la qual

cosa era a molto stretti termini condotto. Lo starsene era troppo

pericoloso in tanta prossimità e superiorità delle forze nemiche; ed il

mettersi a rischio di una battaglia, nella quale vi sarebbe andato la

salute del regno, era partito piuttosto temerario, che animoso. Da

un'altra parte il voltar le poppe alle coste di un insultato nemico gli

pareva cosa troppa indegna della propria fama e del nome inglese. Ma

infine badando più all'utile che all'apparente, e meglio consigliandosi

col debito suo che col puntiglio, volse le prue all'Inghilterra, ed

entrò nel porto di Portsmouth il giorno venzette del mese di giugno.

Quivi gli uni per le solite parzialità delle Sette, e per iscusar i

ministri, gli altri per soddisfare al nazionale orgoglio, aspramente lo

laceravano, come se colla ritirata avesse macchiato lo splendore del

nome inglese. Ed in questo alcuni si lasciarono tanto trasportare, che

all'ammiraglio Byng lo paragonavano. Sopportava Keppel con mirabile

costanza queste dicerìe dell'inquieto volgo, e degli impronti

setteggianti, ed ogni ingegno poneva, secondato anche in ciò

efficacemente dall'uffizio dell'ammiragliato, ad ingrossar l'armata, ed

abilitarla a correr di nuovo i mari. Nel che facevasi grandissimo

frutto. Ed essendo a quei dì arrivate nei porti le prime squadre delle

conserve dell'Indie occidentali e del Levante, si potè di maniera

rinforzare di ottimi marinari l'armata, che fu essa in attitudine a

scior l'ancore, e mettersi in mare, come fece il giorno nove di luglio.

Consisteva in ventiquattro navi di alto bordo, alle quali si congiunsero

poi altre sei di uguale portata. Si noveravan fra queste una di cento

cannoni nominata la Vittoria, che portava l'ammiraglio Keppel, sei da

novanta, una da ottanta, quindici da settantaquattro, e le rimanenti da

sessantaquattro, tutte governate da abilissimi uffiziali e marinari.

Mancavasi di fregate, non avendosene, che cinque o sei con due brulotti.

La flotta era divisa in tre squadre la vanguardia condotta da Roberto

Hartland, vice ammiraglio della Rossa; la battaglia dall'ammiraglio

Keppel aiutato dal sotto ammiraglio Campbel, uomo pratichissimo nelle

cose navali; e che per causa d'antica amicizia e compagnia con quello,

aveva voluto accompagnarlo, e faceva l'uffizio di primo capitano sulla

nave la Vittoria. Il dietroguardo poi era guidato da Ugo Palliser, vice

ammiraglio della Blo, ed uno dei membri dell'uffizio dell'ammiragliato.

Vedutisi forti, e credendosi sicuri della vittoria, vennero sopra le

coste di Francia, e con ogni diligenza cercavano l'armata francese,

ardentissimi nel desiderio di combatterla per preservare il commercio,

per levarsi dal viso la macchia dall'aver pochi dì prima volte le spalle

alle coste francesi, per mantener l'antico nome, per far inclinare già

fin da quei primi principj la fortuna della guerra in lor favore.

Era intanto il giorno otto di luglio uscita dal porto di Brest l'armata

di Francia divisa anch'essa in tre squadre, la vanguardia guidata da

conte Duchaffault, la battaglia dal conte D'Orvilliers capitano

generale, e la dietroguardia dal duca di Chartres, principe del sangue,

il quale aveva per guida e moderatore l'ammiraglio De La-Motte-Piquet.

Vi si noveravano trentadue navi di tre palchi ciascuna, tra le quali il

vascello ammiraglio nominato la Brettagna di cento dieci cannoni, una di

novanta chiamata la Città di Parigi, la quale portava il conte di

Guichen, due di ottanta, dodici di settantaquattro, una di settanta,

dodici di sessantaquattro, e le altre di sessanta con una di cinquanta.

Seguitavano una moltitudine di fregate. Era l'intenzione del conte

D'Orvilliers di non venire a battaglia affrontata col nemico, se non

molto avvantaggiato; non che non gli bastasse la vista, ch'era egli in

vero d'animo alto, e delle cose marinaresche intendentissimo; ma perchè

voleva, si esercitassero prima ottimamente le ciurme, e perchè sperava,

senza mettersi all'incerto rischio della battaglia, prevalendo di navi

spedite, potere far un gran danno all'Inghilterra con intraprendere le

conserve che a quei dì si aspettavano dall'occidente e dall'oriente.

Veleggiava in tanto verso il capo d'Ognissanti, credendosi o che

l'armata inglese, siccome già debole, riputandola a venti navi di linea,

e non di vantaggio, non si sarebbe osa uscir dai porti, o se uscita

fosse, l'avrebbe o cacciata, o sconfitta, ed acquistato ad ogni modo il

dominio del mare. Si dimostrò la fortuna favorevole a questi primi

conati. Imperciocchè sboccati appena da Brest s'incontrarono nella

fregata inglese la Lively mandata avanti a specolare dall'ammiraglio

Keppel, ed, accerchiatala, la pigliarono. Stava tutto il mondo attento e

sospeso nell'aspettazione delle future cose, mentre le due più potenti

nazioni dell'Europa si difilavano in sui mari l'una contro l'altra,

desiderosa l'Inglese di mantener l'antica fama della navale superiorità,

bramando per lo contrario ardentissimamente la Francese di côrre

un'opportuna occasione di cancellar con una nuova vittoria la memoria

dell'antica debolezza, e delle passate sconfitte. A questo fine, nè

indarno, aveva il governo francese tutti i suoi consiglj indiritti già

da parecchj anni addietro. Eran le navi pronte e fornitissime, i

marinari pratichi, i capitani molto eccellenti. Restava, favorisse la

fortuna i generosi disegni.

Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 3 · 第 15 / 31 段